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Addio a Carola Frediani, una divulgatrice in un mondo di nerd

È morta a soli 51 anni Carola Frediani, giornalista e divulgatrice informatica, una tra i maggiori esperti di tecnologia digitale e sicurezza informatica in Italia. Le sue condizioni di salute si erano aggravate rapidamente per un male incurabile. Lascia il marito Luca, e il figlio Leone.

La notizia è stata diffusa dal sito e dai social di Guerre di Rete che Carola aveva creato:

Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni.

Laureata in Letteratura all’Università di Genova, aveva iniziato la sua carriera come giornalista sui temi del digitale e della tecnologia nell’agenzia giornalistica e multimediale Totem guidata da Franco Carlini, che tra i primi in Italia ha scritto dell’impatto della Rete sulla società. Dopo la morte di Carlini aveva fondato, insieme a Raffaele Mastrolonardo e Nicola Bruno, l’agenzia giornalistica Effecinque che sviluppava formati innovativi per l’informazione digitale. Negli anni ha scritto per molte testate nazionali e internazionali, tra cui Wired, L’Espresso, Agi, Vice, Corriere della Sera, il Secolo XIX, Il Manifesto, Vice e La Stampa.

Nel 2018 ha fondato la newsletter che poi è diventata un vero progetto indipendente intitolato Guerre di Rete, diventato un punto di riferimento per chi segue cybersicurezza, cybercrime, cyberspionaggio, intelligenza artificiale, sorveglianza e politica della Rete. Il progetto ha raccolto una comunità ampia e fedele di lettori, grazie alla capacità di spiegare fenomeni globali con rigore e chiarezza. Con Guerre di Rete, Carola Frediani ha costruito uno spazio giornalistico autonomo, libero dalle logiche più tradizionali delle redazioni e molto attento all’evoluzione geopolitica del digitale. Il progetto ha avuto anche una forte dimensione civile, perché ha sempre collegato tecnologia e diritti. Infatti una parte importante del suo percorso si è svolta anche fuori dal giornalismo dato che ha lavorato nel team di sicurezza globale di Amnesty International e nel dipartimento di sicurezza informatica di Human Rights Watch, due organizzazioni che si occupano di diritti umani a livello internazionale. Queste esperienze hanno rafforzato la sua visione del digitale come questione politica e sociale, non solo tecnica. Per Frediani, sicurezza informatica, sorveglianza e libertà online erano aspetti strettamente legati alla difesa dei diritti delle persone. Dall’inizio del 2024 curava anche la newsletter Digital Conflicts, bisettimanale e in inglese.

Carola Frediani ha scritto diversi libri che hanno aiutato il pubblico a capire meglio i grandi temi del mondo digitale e della sicurezza informatica. Tra i suoi titoli più noti figurano Dentro Anonymous, Deep Web, La Rete oltre Google, Guerre di Rete, #Cybercrime e L’inganno dell’automa. I suoi libri hanno avuto un ruolo importante nella divulgazione, perché hanno portato nel linguaggio comune concetti spesso riservati agli addetti ai lavori. Anche per questo nel corso della sua attività ha ricevuto premi e riconoscimenti, tra cui il Premio giornalistico Arrigo Benedetti e il Premio Galilei per la divulgazione scientifica.

Carola Frediani era entrata nel mondo del giornalismo legato ai temi della tecnologia, del digitale e della cybersicurezza facendosi da subito notare per le sue doti di analisi, di competenza e di obiettività. Era donna in un mondo di nerd quasi sempre uomini e si muoveva con eleganza fra bit, hacker, movimentismi e etica. Era alta, tosta, competente, sorridente, elegante, gentile, aperta, franca, non aveva paura, sapeva sempre di che cosa scriveva, era autorevole, ma lo faceva con il cuore. Spirito libero, amava rendere semplici i problemi complessi della tecnologia e dell’uomo. Dovendo raccontare la tecnologia, la sicurezza e le guerre, si era dovuta trovare a raccontare l’etica e gli interessi dell’economia.

Lascia un grande vuoto dato che la sua influenza e la sua competenza ha portato alla formazione di una nuova attenzione pubblica verso cybercrime, privacy e intelligence digitale e diritti nell’era digitale. L’ultimo saluto a Carola Frediani si terrà venerdì 5 giugno alle 12 al tempio laico di Staglieno.

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I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia

Ci sono momenti in cui un Paese è costretto a guardarsi allo specchio, anche quando lo specchio restituisce un’immagine che non vorremmo vedere. Le fiamme di Amendolara, che hanno inghiottito quattro giovani migranti intrappolati in un’auto, è uno di quei momenti. È una ferita aperta che non si può coprire con la retorica, né archiviare come episodio isolato. Piuttosto pare essere il sintomo di qualcosa di più profondo, più antico, più radicato: un’Italia che ha smesso di vedere gli esseri umani che lavorano nei suoi campi, che raccolgono la sua frutta, che reggono pezzi interi della sua economia. Un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia.

Nel 1989, quando Jerry Essan Masslo venne ucciso a Villa Literno, il Paese si scoprì improvvisamente vulnerabile, colpevole, impreparato. La sua morte scosse le coscienze, portò in piazza migliaia di persone, costrinse la politica a muoversi e tutto ciò sembrava l’inizio di una nuova stagione. Invece, 36 anni dopo, siamo ancora qui a raccontare storie che assomigliano troppo alla sua. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma non cambia la sostanza: uomini e donne costretti a vivere ai margini, a lavorare in condizioni che non chiameremmo mai “lavoro” se riguardassero i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici.

Il caporalato non è un fenomeno marginale né un’emergenza improvvisa: è un sistema economico strutturale del valore di oltre 5 miliardi di euro l’anno, coinvolge circa 230.000 lavoratori sfruttati, di cui almeno 150.000 migranti, e prospera in tutte le regioni italiane. Le ispezioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro mostrano che più del 70% delle aziende agricole controllate presenta irregolarità, e in un caso su tre si tratta di sfruttamento grave. Pertanto questo fenomeno non è un incidente della storia italiana: è una sua ombra lunga. Muove miliardi, sfrutta centinaia di migliaia di persone, si insinua nelle pieghe di una filiera che premia il prezzo più basso e ignora il costo umano.

Le baraccopoli che bruciano, i turni massacranti, le paghe da fame, i trasporti gestiti dai caporali non sono eccezioni: sono la normalità per chi vive senza tutele, senza diritti, senza voce. E quando la vita di un essere umano vale meno di un cassone di pomodori, allora non è solo il lavoratore a essere tradito: è la nostra democrazia. La tragedia di Amendolara non è solo cronaca nera, piuttosto è un grido! Un grido che ci chiede dove eravamo mentre tutto questo accadeva. Dove erano le istituzioni quando quei ragazzi dormivano in baracche senza acqua né luce. Dove eravamo noi, cittadini, quando il linguaggio pubblico trasformava i migranti in numeri, in problemi, in minacce. Dove eravamo quando l’odio diventava normale, quando la paura diventava argomento politico, quando la dignità diventava un lusso.

Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta. Basterebbe ricordare che l’Italia è stata un Paese di emigranti, che milioni di nostri connazionali hanno vissuto sulla propria pelle lo stesso disprezzo, la stessa esclusione, la stessa fatica. Basterebbe guardare negli occhi chi oggi lavora nei nostri campi e riconoscere in lui la stessa speranza che animava i nostri nonni quando partivano con una valigia di cartone. Basterebbe capire che migliorare le condizioni di lavoro dei migranti non è un favore: è un dovere. È un atto di giustizia. È un modo per dire che la vita umana non è negoziabile.

Alle famiglie delle vittime di Amendolara, e a tutte le famiglie che hanno perso un figlio, un fratello, un padre nelle pieghe oscure dello sfruttamento, va un cordoglio che non può essere solo una formula. Il vero cordoglio è la promessa di non voltarsi più dall’altra parte. È l’impegno a combattere l’odio che avvelena il dibattito pubblico. È la volontà di spezzare il meccanismo dello sfruttamento che condanna migliaia di persone a vivere nell’ombra. È la scelta di dire basta a un caporalato che gioca sulle spalle di chi, ogni giorno, contribuisce alla nostra economia in condizioni che non dovrebbero esistere in un Paese civile.

Non possiamo restituire la vita a chi l’ha persa. Ma possiamo fare in modo che la loro morte non sia inutile. Possiamo costruire un’Italia che non abbia paura dell’accoglienza, che non tolleri lo sfruttamento, che non accetti più che qualcuno viva e muoia ai margini. Possiamo farlo per loro, per noi, per la nostra storia. E soprattutto per il Paese che vogliamo diventare.

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Il tribunale social prende di mira Tiziano Ferro dopo l’inizio del suo tour: ora tocca a noi fan supportarlo

di Laura Ruzzante

La “data zero” è, da sempre, un patto di sangue tra l’artista e il suo pubblico. Non è la perfezione della prima alla Scala; è il motore che si scalda, la carne viva che si rimette in gioco. E a Lignano Sabbiadoro, davanti a un colossale, monumentale schermo di 60 metri che tagliava il cielo, Tiziano Ferro ha fatto esattamente questo: ha rimesso in gioco la vita. Dopo gli anni bui, i problemi di salute, il dolore lacerante di un divorzio sbattuto in piazza, il “Sono un grande” tour è partito. E puntuali, immancabili, tragici come una cambiale scaduta, sono partiti anche i cecchini del web.

La gogna dei mediocri

Il tribunale dei social, quella fogna a cielo aperto dove chiunque si sente autorizzato a fare il critico musicale, il dietologo e il confessore, ha emesso la sua sentenza preventiva: “è sovrappeso”, “ha il fiatone”, “ha perso la voce”. La fiera della meschinità. Gente che fatica a fare le scale di casa che pretende la perfezione atletica da un uomo che ha passato l’inferno e ha avuto il coraggio di ripresentarsi su un palco.

Siamo alle solite: “Le persone ti perdonano tutto, tranne il successo”, diceva il saggio. È il cancro della gogna social, quel bullismo digitale che, nei casi più tragici, spinge le persone al baratro. Ma la dinamica psicologica di questi leoni da tastiera è tanto feroce quanto ridicola: se incontrassero Ferro per strada, quegli stessi odiatori seriali sarebbero i primi a calare le braghe, a sfoderare il sorriso migliore e a mendicare un selfie da esibire come un trofeo.

L’anima contro l’algoritmo

Parliamoci chiaro, con la schiettezza che si deve alla verità: è stato un concerto perfetto? No. Ci sono state sbavature? Sì. Ma è stato un problema? Nemmeno per idea.

In un’epoca musicale desolante, dominata dall’autotune che rende i cantanti tutti simili a robot da catena di montaggio, in un mercato saturato dai vari Bangaranga che vincono l’Eurovision all’insegna del rumore e della provocazione spicciola, uno come Tiziano Ferro è un patrimonio dell’umanità pop. Ad avercene, di artisti così. Musicisti che sul palco non portano una chiavetta Usb con le tracce pre-registrate, ma portano il cuore. Tiziano dà tutto: ride, piange, esulta, arranca, risorge. E, soprattutto, emoziona. Fa sorridere il cuore.

Un abbraccio collettivo

Dietro i numeri di una scaletta stordente, che fila via come la colonna sonora della nostra giovinezza — da Sere nere a Non me lo so spiegare, da Xdono a La fine, passando per la potenza emotiva de Il conforto e Accetto miracoli — c’è la storia di un uomo che ha deciso di non nascondersi. Ed è qui che la critica deve fermarsi per lasciare spazio all’empatia, all’umanità profonda che da sempre unisce un artista vero a chi lo ascolta.

Tiziano ci ha regalato testi indimenticabili, ha dato voce ai nostri silenzi, ha curato le nostre ferite quando eravamo noi a non sapercelo spiegare. Ora i ruoli si invertono. Un uomo che ha sofferto così tanto e che si rimette davanti a uno stadio merita ammirazione, rispetto e supporto. Non i pollici versi di quattro frustrati. Adesso sta al pubblico, quello vero, fare da scudo. Sta a noi stringerci attorno a lui e restituirgli, con gli interessi, la vicinanza di cui ha bisogno per tornare a essere quel gigante che non ha mai smesso di essere. Il resto è solo rumore di fondo.

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Zerocalcare ha ragione ma sul lavoro creativo c’è un enorme punto di domanda etico

Zerocalcare ha ragione: ma se non me lo dite, che ne so? La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale di oggi non è abituata ad alzare la testa. E la stessa struttura del lavoro è costruita in maniera tale che braccia, occhi, orecchie e cervelli vengano usati quel tanto che serve e pagati quel poco che si deve, senza impegno e senza tante storie.

Per ora non conosciamo le dinamiche della vicenda, venuta fuori da denunce anonime sui social; non sappiamo se si tratti di qualcosa di vero oppure di un caso montato ad arte. Non lo sappiamo, ma Zerocalcare ha avuto l’onestà e la sensibilità di non autoassolversi dal grande disegno, visto che di disegni parliamo, e anzi di approfittare della querelle, nella quale i soliti – a destra – stanno nuotando da un paio di giorni, per dimostrare al mondo che la gente di sinistra non esiste (è gente di destra che sfrutta il marketing del sociale) e che pure chi viene dai centri sociali è felice di sfruttare il lavoro altrui.

Il problema, appunto, è di più ampia portata e non riguarda chi fa animazioni, i fonici, gli operatori video o qualunque altra professione della catena di produzione di una serie per le piattaforme: riguarda tutte le professioni della catena. Tutte, nessuna esclusa.

Il sistema delle produzioni è lo specchio distorto dei rapporti di forza di oggi. Lavori ambiti e “cool”, pagati noccioline con la speranza del “vedrai, un giorno”, o con la disperazione del “meglio questo che lavorare in un bar”.

Quando guardiamo una serie animata di Zerocalcare, tradotta e sottotitolata in decine di lingue diverse, sullo schermo scorre il trionfo dell’ingegno italiano. Ma dietro quel prodotto “carino” e rifinito che arriva sui nostri dispositivi si nasconde un enorme punto di domanda etico: quei sottotitoli in 121 lingue, con ogni probabilità, sono costati pochi euro l’ora — diciamo 3 o 4 al massimo — a traduttori costretti a lavorare al ribasso, o a non professionisti agganciati da agenzie con sede in India, dove le tutele sindacali europee semplicemente non esistono.

Avete presente il teorema etico delle sneakers? Belle, ma costate lavoro sottopagato in fabbriche fatiscenti in qualche Paese del Sud-est asiatico? Con le dovute proporzioni, il meccanismo è lo stesso. Il costo del prodotto finale digitale lo stabiliscono il dumping salariale e la bravura nelle catene infinite di subappalti che fanno rimpallare pezzi di prodotto in giro per mezzo mondo per risparmiare quella frazione di dollaro che servirà a far scendere il costo totale.

Oggi il quadro è persino peggiore. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale – e vi parlo dei traduttori e di chi scrive i sottotitoli, perché è il pezzo di catena che conosco meglio – il traduttore è stato declassato a “macchina umana”: un mero certificatore di bozze generate da un algoritmo, pagato una miseria per correggere le virgole di un software.

Michele Rech ha più volte denunciato lo sfruttamento degli animatori. Eppure, per assurdo, potrebbe non sapere mai che i sottotitoli in italiano per non udenti della sua opera sono stati materialmente rifiniti dal “Secco” di turno che vive a Roma, nel palazzo di fronte al suo, ma contrattualizzato a 2 dollari l’ora da una multinazionale asiatica.

In questa giungla, i soggetti più pericolosi non sono i giganti storici, ma i nuovi arrivati. Piccole agenzie indipendenti che nessuno conosce, che cercano di farsi notare sul mercato globale offrendo l’unica cosa che le piattaforme chiedono: rapidità assoluta e compressione dei costi salariali.

Il video di denuncia di Zerocalcare sulla filiera dei disegnatori è stato un atto di encomiabile onestà. Ma di fronte alla vastità di questa catena di sfruttamento globale, che si estende dalla grafica ai sottotitoli, verrebbe da dirgli, con affetto: “A Michè, sveja!”. Il sistema che ti ospita è molto più cinico di quanto persino tu riesca a raccontare.

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Animali come figli? La death education offre uno sguardo diverso sulla proposta del sindaco di San Giorgio su Legnano

Da giorni si discute della provocazione lanciata dal sindaco di San Giorgio su Legnano: chiedere a chi vive con un cane o un gatto e non ha figli di versare un contributo volontario per sostenere le famiglie con bambini. Una proposta che nasce dal tema reale della denatalità, ma che finisce per toccare un nervo molto più profondo della nostra società: il modo in cui giudichiamo le scelte, le fragilità e le biografie degli altri.

Dietro quella che viene definita una “provocazione” si nasconde infatti un presupposto implicito: che esista una relazione tra il non avere figli e la scelta di vivere con un animale. Come se il cane o il gatto rappresentassero una sorta di sostituto della genitorialità. Come se chi non ha figli avesse semplicemente scelto una strada più semplice, meno impegnativa, più comoda.

Ma la realtà umana raramente è così lineare. La death education insegna prima di tutto una cosa: non possiamo leggere le vite degli altri dall’esterno. Dietro una casa in cui vive un animale potrebbero esserci infertilità, aborti spontanei, lutti perinatali, separazioni, malattie, rinunce economiche, percorsi di cura, oppure semplicemente scelte personali che non richiedono alcuna giustificazione pubblica. Esistono persone che avrebbero desiderato diventare genitori e non hanno potuto. Persone che hanno perso un figlio. Persone che stanno affrontando percorsi dolorosi di procreazione assistita. Persone che convivono con un lutto silenzioso che nessuno vede.

Quando una comunità costruisce una narrazione che contrappone chi ha figli e chi ha animali, rischia di trasformare situazioni profondamente diverse in categorie morali. Da una parte chi contribuisce al futuro. Dall’altra chi sembra quasi sottrarsi a una responsabilità collettiva. Ed è proprio qui che la death education può offrire uno sguardo diverso.

Perché educare alla morte significa anche educare alla complessità delle esistenze. Significa comprendere che non tutte le assenze sono visibili. Che esistono perdite che non hanno funerali. Che alcune ferite non producono certificati né statistiche.

Negli ultimi anni, inoltre, la relazione con gli animali è diventata sempre più significativa anche dal punto di vista affettivo ed esistenziale. Non perché sostituiscano i figli, ma perché rappresentano legami autentici. Per molte persone un animale accompagna la solitudine, la malattia, la vecchiaia, la depressione, il lutto. Entra nella storia emotiva di una famiglia e spesso diventa parte integrante dei suoi rituali di cura e di memoria.

Chi lavora nell’ambito del lutto sa bene quanto possa essere devastante la perdita di un animale. E sa anche quanto spesso questo dolore venga minimizzato o ridicolizzato. Il vero tema, allora, non è scegliere tra figli e animali. Il vero tema è comprendere come costruire comunità capaci di sostenere la fragilità senza trasformarla in una graduatoria di valore.

Le famiglie con figli meritano certamente maggiore sostegno economico e sociale. Ma quel sostegno dovrebbe nascere da politiche pubbliche lungimiranti, non dalla ricerca di categorie simboliche da contrapporre. Perché una società matura non cresce mettendo in competizione i bisogni affettivi delle persone. Cresce quando riconosce che dietro ogni porta chiusa esiste una storia che non conosciamo.
E che prima di chiedere un contributo economico, forse dovremmo imparare a esercitare qualcosa di molto più raro: la sospensione del giudizio.

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Cara Repubblica, prima che tu compia un secolo spero troverai la verità, la giustizia e la libertà strappate

di Andrea Spinelli

La Festa della Repubblica viene celebrata con il solito elefante nella stanza. Si tratta ovviamente della mancata condanna dei crimini fascisti, perlopiù amnistiati in diverse fasi storiche, e la conseguente mancata defascistizzazione delle istituzioni italiane, ai cui vertici in molte occasioni, come è storicamente comprovato (vedi Franzinelli, Laterza, 2022), rimasero numerosi quadri della nomenclatura del ventennio.

In questo contesto la storia repubblicana non poteva non essere attraversata da un oscuro filo nero che segna le pagine più dolorose della nostra memoria: dalle stragi degli anni di piombo, ai tentativi di golpe, passando persino per Capaci e Via D’Amelio, i cui recenti sviluppi investigativi sembrano proprio indicare la presenza della destra eversiva nel ruolo di cintura di trasmissione fra servizi segreti deviati e manovalanza mafiosa. Destabilizzare per stabilizzare è il principio che anima questo progetto di controllo crudele e vigliacco. Crudele e vigliacco come tutte le azioni fasciste.

Nel frattempo il mondo intero non vuole essere da meno e si sta rapidamente rifascistizzando. Ovunque dall’Europa alle Americhe, la colpa dei mali del mondo viene fatta ricadere sui migranti. Ognuno è fiero e orgoglioso di sputare sui poveri che sostengono il loro Pil. Gli europei ce l’hanno con gli arabi, gli americani con i messicani, i cileni con i venezuelani, gli svizzeri con gli italiani etc. Tutti sognano uomini incappucciati sequestrare famiglie di stranieri e mettere a ferro e fuoco le nostre città. Ovviamente tutti ignorando che tutti siamo stati migranti e tutti quanti siamo stranieri al di fuori dei nostri confini.

Il fascismo piace, è tornato di moda, è trend topic su Instagram e TikTok. Tutti votano per i partiti di estrema destra. Ma poi si accorgono che non sono abbastanza di destra, e quindi tornano a votare per il fascista successivo, che si dichiarerà più duro, più razzista e più fascista che mai. Purtroppo, tutto ciò dimostra che la Storia non è maestra di un bel niente. Forse siamo troppo ignoranti. O forse ci piace così. Facciamoci del male, come diceva Francesco Nuti.

In questo contesto, inesorabilmente, la meravigliosa Costituzione Italiana, figlia della Resistenza antifascista, rimane un programma in gran parte inattuato. E tuttavia, il recente No al referendum costituzionale, alla tremebonda “riforma” della giustizia, è il miglior regalo che potessimo fare a questa Repubblica a sovranità limitata.

Quindi buon compleanno Repubblica Italiana. Ma prima che tu compia un secolo di vita, ti auguriamo di trovare tutta la verità, la giustizia e la libertà che ti hanno strappato.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Il mio weekend al GP del Mugello: una festa unica. Peccato arrivi solo una volta l’anno

Non è solo la vittoria storica di Marco Bezzecchi, o dell’Aprilia.
Non è solo la pole position storica del romagnolo, o la velocità record di Jorge Martin.
Non è solo la presenza straordinaria (più di 178 mila spettatori nel weekend di gara), o il calore che i tifosi sanno donare.
Non è soltanto la leggenda, che è più vera che mai, che al Mugello non si dorme.
Il fatto è che il Mugello, anche quest’anno, è un evento mistico, magico, che fonde e confonde il sacro e il profano. È una festa fatta di motori che vengono schiantati fino all’esaurimento, odori di brace, di miscela, di fiumi di birra e lacrime che invadono le colline toscane.

Dal 16 maggio 1976 – 50 anni fa – la leggenda del Mugello va avanti, imperterrita. Quando il Mugello entra nel Mondiale non ospita semplicemente una gara: apre un capitolo destinato a diventare iconico. Dalle vittorie dei grandi campioni degli anni Settanta e Ottanta fino ai duelli che accendono gli anni Novanta, il circuito toscano cresce insieme al motociclismo stesso. Poi arriva Valentino Rossi e tutto cambia. Con lui il Mugello diventa molto più di una pista: si trasforma in un rito collettivo, un luogo dove sport, passione e spettacolo si fondono. Le colline si colorano di giallo, i tifosi diventano protagonisti e il Gran Premio d’Italia si trasforma in una festa popolare unica al mondo, capace di raccontare generazioni intere attraverso il rombo di una moto.

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Da Rossi a Dovizioso, passando per Melandri, Simoncelli e Petrucci, il circuito toscano continua a raccontare storie italiane di talento e passione, diventando sempre più rosso Ducati grazie anche alle recentissime vittorie di Bagnaia, ma la storia cerca sempre un nuovo protagonista. Il rosso Ducati e il nero Aprilia si sfidano davanti a un pubblico che non ha mai smesso di sognare, mentre il Mugello resta ciò che è sempre stato: una cattedrale del motorsport e, allo stesso tempo, una festa senza fine. Tra musica, campeggi, notti sotto le stelle, incontri con i piloti e il tricolore che disegna il cielo, il Gran Premio d’Italia continua a essere molto più di una gara. È un rito, un’emozione condivisa, un appuntamento che ogni anno rinnova la propria leggenda. E quel rito, quell’emozione, quell’evento che per molti è unico, oggi hanno un volto e un nome: Marco Bezzecchi.

Nel paddock, sulle colline, in giro per le città puoi fermare piloti, addetti ai lavori, gente comune, semplici appassionati, ma alla domanda: qual è il circuito migliore del mondo, aspettati che ti dicano il Mugello. C’è la velocità, ci sono i sali e scendi, le curve di percorrenza, i cambi di direzione improvvisi, le grandi staccate che mettono alla prova i freni e le braccia. Non è solo una pista, è il Mugello. E basta così, peccato arrivi una volta sola all’anno.

Parliamo di numeri, ora. Vince Bezzecchi alla quarta vittoria in stagione, davanti al suo compagno di squadra che nel retro podio gli dice “te lo meriti, Marco”. Il distacco resta irrisorio, ma Bez ha 173 punti, Martin 156 e dietro Fabio Di Giannantonio (terzo nella Tissot Sprint, solo quinti la Domenica) a quota 134. Lo spagnolo è attento, furbo, caparbio. Sa come vincere alla lunga, lo ha già fatto nel 2024 quando senza essere il pilota più veloce in pista, riuscì a beffare Bagnaia grazie a 16 secondi posti e una costanza senza senso. Bezzecchi deve fare tesoro del fallimento di Pecco e non concedere mai una distrazione, mai un errore fatale, mai una disattenzione se vuole vincere questo titolo. Di certo, ciò che sembra da questa prima parte di stagione è che sia Aprilia a conquistare il titolo costruttori. La moto di Noale riesce a portare i suoi quattro piloti sempre a ottime performance. Al Mugello i piloti ufficiali arrivano primo e secondo, Ogura per un pelo non soffia il podio a Bagnaia e Raul Fernandez (questi ultimi appartenenti al team satellite Trackhouse) ha vinto la Tissot Sprint il sabato pomeriggio, peccato poi essersi perso il giorno successivo.

Questo fine settimana si andrà in Ungheria, poi Repubblica Ceca, Olanda e Germania. Sono queste le tappe che porteranno la MotoGP alla pausa estiva di quasi un mese. Difficile dire se sarà in queste cinque sfide che si potrà decidere il titolo, almeno da un punto di vista mediatico visto che per la matematica ci vorrà molto più tempo, considerando che mancano ancora undici gare dopo il rientro dalla pausa, praticamente un altro mini campionato. A Bez, per vincere, servono testa e velocità e un pizzico di fortuna.

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Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’: ho il magone a pensare che non ci sei più da 45 anni

di Eugenio Lanza

Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’. Perché a pensare che questo 2 giugno sono 45 anni che non ci sei, un po’ mi viene il magone, e allora tanto vale parlarti direttamente.

E confessarti che questa triste ricorrenza mi fa così male anche perché non ti ho mai incontrato. Non t’ho mai potuto dire che avrei voluto un amico come te, e oggi non posso dirti che nel ‘79 avevi ragione, quando proferisti parole pesantissime durante un concerto. “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera”.

È vero, non ci sono riusciti. Anche se tu, delle cose sbagliate di quell’Italia, conoscevi anche quelle occulte.
Sapevi dove si trovasse la sede della P2 prima che venisse scoperta, e che il suo maestro venerabile fosse l’ex direttore commerciale della Permaflex Licio Gelli, tanto per dirne una. Sta di fatto che l’8 gennaio del 1979 venisti scagliato contro il guard-rail da un fuoristrada che correva contromano, e ti salvasti per miracolo, all’interno della tua amata Volvo. Ditta da cui ti affrettasti a ricomprare un nuovo modello, che divenne la tua ultima casa quando alla fine un altro “incidente” riuscì ad esserti fatale. Ma io voglio ricordare quel che sei stato prima.

Nato a Crotone e vissuto a Roma, hai sempre amato quella vita spezzata così presto, riempiendola di colori. Tanto che quando tuo padre ti assicurò un grigio posto fisso in banca tu rifiutasti, pretendendo fiducia nelle tue capacità. Dimostrate in un tempo piccolo ma denso, scandito dai tuoi sei album.

Nel 1974 l’esistenzialista Ingresso libero, con cui ci hai fatto entrare nel tuo animo sensibile e riflessivo. Chiuso con L’operaio della Fiat la 1100: dove la follia di vivere per il padrone è punita con un contrappasso: trovarsi l’auto bruciata da qualche altro folle. Nel 1976 l’improvviso successo, con uno dei dischi più belli di sempre: Mio fratello è figlio unico. Nella cui title track dichiari il tuo amore a tutti i Mario del mondo: quei battitori liberi dall’animo fragile, ma incapaci di accettare le ingiustizie che la gente fingeva di non veder più.

Nel 1977, con Aida, sei passato dall’introspezione all’attacco, facendo a pezzi quell’Italia che avresti voluto diversa. Senza smettere di chiederti, escluso il cane, chi è che ci dice “ti amo”. L’apice del successo nazionale arriva con Nuntereggae più, nel 1978. L’album più diretto e aggressivo di tutti, ma anche il più adatto alle radio. Tanto che, con Gianna, arrivasti terzo al Sanremo ’78. Infine, nel 1979 Resta vile maschio, dove vai?, e nel 1980 l’ultimo album: E io ci sto. Nuovi nemici, stessa energia.

E chissà quante altre intemerate avresti scritto oggi, in un mondo crudele quanto ieri, ma immerso nel silenzio assordante d’una musica che non se ne preoccupa più. Pensa che c’è addirittura qualcuno, tra i tuoi seriosi ex colleghi, che adesso ha elevato l’ignavia a valore morale da custodire, e addirittura indispensabile per un cantautore. Penso proprio facessi bene a sbertucciarli, perché privi di quel coraggio necessario a dire sempre quello che si pensa, anche a costo di morire come hai fatto tu. Servirebbe oggi un artista così coraggioso, al posto di chi ama abbandonarsi a una vacua malinconia, o alla risibile imitazione di disimpegnate pose statunitensi.

Prima di salutarti, Rino, voglio ringraziarti per l’unica tessera che manca in questo magnifico puzzle. Il 1975, che dedicasti a una canzone sola. Mi capita di alzare gli occhi e cercarti, soprattutto nelle giornate storte. Quelle in cui vorrei accartocciare l’esistenza e ricominciare da capo, come capita a tutti. Allora mi metto un paio di cuffie e ascolto i tuoi consigli, realizzando che mi manca solo un po’ della tua filosofia. E alla fine me lo ricordo. Che per quanto nera possa apparirmi una situazione, Il cielo è sempre più blu.

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Perché ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali

di Leonardo Botta

Ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali. Un’iniziativa che nasce grazie al comitato referendario che ha lanciato la proposta con slogan quali “basta soldi ai giornali”, “abolire il reddito di giornalanza”.

C’ho riflettuto molto, perché sono tra quelli che ancora credono molto nella fondamentale funzione dell’informazione nel nostro paese (e ovunque); per cui sono consapevole che forme di sostegno a questa importante “industria” siano assolutamente auspicabili, come sono auspicabili, ed esistono, gli aiuti a diversi settori produttivi: il cinema e la cultura, l’edilizia, le fonti rinnovabili, l’automotive.

Ma allora perché abolire, a mio avviso, i finanziamenti alla carta stampata? Semplicemente perché sotto la “copertina” di un sostegno a lavoratori impiegati in questo settore si cela spesso il meccanismo di foraggiamento di organi di stampa che definire sconcertante è dire poco. Faccio due esempi.

– Le testate del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo) che, anche grazie alle imposte versate dai contribuenti, alimentano la propaganda di destra, oggi governativa; operazione del tutto lecita nel paese in cui uno dei capisaldi della Costituzione è l’art. 21, che sancisce la libertà di espressione delle opinioni, anche (soprattutto) quelle che non condividiamo. Ma versare le tasse per pagare lo stipendio a direttori e redattori la cui funzione mi sembra esclusivamente quella di srotolare la lingua a mo’ di tappeto ai piedi del proprio referente politico o potente di turno mi sembra francamente troppo. E non dimentico che l’editore Antonio Angelucci, già ras della sanità privata, è colui il quale, da deputato della Lega, l’anno scorso ha accumulato la bellezza di zero (zero!) presenze a Montecitorio, incassando comunque la lauta indennità di parlamentare a lui “spettante”.

– Il caso, non meno sconcertante, de Il Secolo d’Italia, organo ufficiale del partito di maggioranza relativa, Fratelli d’Italia, che con un “barbatrucco” fiscale ha mutato la propria natura societaria raggirando così il divieto di finanziamento ai giornali di partito. Più in generale, il trucchetto che molte redazioni orchestrano per incamerare i contributi consiste nel trasformare le loro società in “cooperative” di comodo, per rientrare nei requisiti della legge.

Naturalmente, a essere drogato non è solo il mercato dell’editoria di destra; ricordo ancora il “bagno di sangue” costato agli italiani il fallimento de L’Unità, organo del Pds/Ds, i cui cento milioni di debiti sono stati ripianati dal governo (quindi dai contribuenti) grazie a una legge voluta negli anni ’90 da Prodi.

È chiaro che l’abolizione del finanziamento potrebbe sortire l’effetto di gettare via il bambino con l’acqua sporca: esistono tanti giornali i cui operatori svolgono scrupolosamente, con impegno e spirito d’indipendenza il proprio lavoro, che senza i sostegni pubblici andranno in grave sofferenza (e con loro cartiere, tipografie, edicole e tutto l’indotto), nel momento storico in cui molti italiani preferiscono informarsi su TikTok piuttosto che leggere un articolo, in cui è solo un vago ricordo il milione e passa di copie tirate dal principale quotidiano nostrano, il Corriere. E in cui ogni mattina girano su Whatsapp migliaia di file pdf “pezzottati” di tutti i giornali editi nel nostro paese.

Non so se il referendum produrrà qualche esito: non è detto che si arrivi alle 500mila firme necessarie (al momento siamo a meno di 200mila) ed è difficile che eventualmente, poi, si raggiunga il quorum del 50+1 percento nelle urne. Ma, quantomeno, val forse la pena sollevare la questione, magari per mettere un po’ di pressione addosso a qualche giornalaccio buono manco per incartare il pesce. Io, nel mio piccolo, continuerò a sottoscrivere l’abbonamento digitale (da tempo ormai non compro più i quotidiani cartacei) a qualche testata (magari anche più di una) che ritengo meritevole di lettura, come faccio da diversi anni.

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La mia proposta per una legge elettorale neutra e rispettosa di democrazia e Costituzione

di Giuliano Bastianello*

Il principio è semplice, e sta scritto nella Costituzione: il voto di ogni cittadino deve avere lo stesso peso. Ogni parlamentare eletto deve rappresentare, in misura sostanzialmente uguale, la medesima quota di elettori. È quanto prescrive l’articolo 48 violato sistematicamente dal Rosatellum pensato, come vuole replicare l’attuale governo, per favorire la maggioranza.

I numeri delle politiche del 25 settembre 2022 sono impietosi. Un parlamentare del centrodestra rappresenta in media 52.341 elettori; uno dell’opposizione 93.827. Uno scarto del 79,3%, che significa, in termini concreti, che il voto di un elettore dell’opposizione ha pesato meno della metà di quello di un elettore della coalizione vincente. Il caso più emblematico riguarda la Lega e il Movimento 5 Stelle: la prima, con 2,47 milioni di voti, ha ottenuto 66 seggi — un eletto ogni 37.424 elettori; il secondo, con 4,34 milioni di voti, quasi il doppio, ne ha ottenuti solo 52 — un eletto ogni 83.462 elettori. Un elettore leghista ha avuto un peso parlamentare 2,23 volte superiore a quello di un elettore del M5S. In una democrazia che si rispetti, questo è inaccettabile.

Non si tratta di irregolarità: è un effetto strutturale, prevedibile, incorporato nel sistema elettorale vigente. La Corte Costituzionale aveva già lanciato un campanello d’allarme preciso: con la sentenza n. 1 del 2014 — quella che dichiarò incostituzionale il Porcellum — i giudici enunciarono con chiarezza il principio per cui la legge elettorale non può produrre una distorsione della rappresentanza tale da compromettere l’eguaglianza del voto garantita dall’articolo 48. A distanza di oltre dieci anni, e dopo due leggi elettorali nel frattempo approvate, il problema non solo persiste: si è aggravato e si propone di peggiorarlo ancora.

La proposta che qui illustro interviene alla radice, attraverso quattro obiettivi tra loro coerenti: eguaglianza del voto, rappresentanza territoriale, scelta diretta degli eletti, parità di genere.

Il sistema è di tipo misto, con una netta predominanza proporzionale: l’80% dei seggi viene assegnato con il metodo Sainte-Laguë — adottato in Germania, Svezia e Norvegia, riconosciuto come il più equo in termini di proporzionalità complessiva — mentre il restante 20% è attribuito attraverso collegi uninominali. Questi ultimi, però, sono sottoposti a una correzione obbligatoria: se una lista ha ottenuto nei collegi uninominali più seggi di quanti ne spetterebbero in base al voto proporzionale nazionale, si assegnano seggi compensativi alle altre liste fino al ripristino della proporzionalità. È un meccanismo mutuato dal modello tedesco, che impedisce alla quota territoriale di alterare l’equilibrio complessivo della rappresentanza.

La soglia di sbarramento può oscillare dal 3% al 4% su base nazionale: abbastanza da garantire la funzionalità del Parlamento evitando la frammentazione, non così alta da escludere forze politiche con un radicamento reale nel corpo elettorale. Nessun premio di maggioranza, nessuna soglia differenziata per coalizioni. Il Parlamento eletto così rappresenterà la volontà degli elettori.

Basta liste bloccate, ritornano le preferenze: ogni elettore può indicare fino a tre nomi tra i candidati della lista prescelta. È la preferenza a determinare l’ordine degli eletti, restituendo ai cittadini un potere che oggi non hanno. Per la parità di genere, si adotta la doppia preferenza obbligatoria: se si esprimono due o tre preferenze, almeno una deve essere di genere diverso dalle altre. Nelle regioni italiane dove è in vigore, la quota di elette è salita in media dal 15% al 28%.

La simulazione sui dati del 2022 è eloquente: applicando questo sistema agli stessi risultati elettorali, lo scarto nel rapporto elettori/seggio tra la lista più favorita e la più penalizzata scenderebbe dal 79,3% al 4,1%. Il principio “un uomo = un voto” sarebbe sostanzialmente rispettato per tutte le liste ammesse.

Questa non è una riforma ideologicamente orientata, né una proposta di parte. Il principio di eguaglianza del voto è neutro: non avvantaggia la sinistra né la destra, non premia i grandi partiti né i piccoli, non è pensato per favorire la governabilità di questo o quell’esecutivo. È semplicemente la condizione minima perché un sistema possa dirsi democratico. La sua realizzazione attraverso il proporzionale con correzione uninominale è una scelta tecnica, matura, fondata su decenni di esperienze comparate di successo. Ed è, prima ancora, un obbligo costituzionale che questo Parlamento ha il dovere di onorare.

* Presidente ItaliaCivile.org — Premio Giorgio Ambrosoli 2018

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Ho visto più volte ‘Le città di pianura’ e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso

Le città di pianura di Francesco Sossai mi è sembrato da subito una specie di allegro cimitero dei perdenti. Un luogo dove le vite non riescono a stare dritte, ma trovano comunque un modo per andare avanti. Un po’ come il Cimitero Brion di San Vito, che nel film ritorna come un simbolo. Un posto che celebra l’amore e allo stesso tempo la fine. Un posto dove ci sta dentro tutto.

Ho visto il film più volte. Ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso. È un film che sembra semplice, ma non lo è. Tre uomini che girano per il Veneto, una Jaguar sgangherata, tanti bar, tantissimi bicchieri. In realtà è un viaggio dentro un modo di stare al mondo. Un modo fragile, a volte comico, a volte triste, ma sempre molto umano.

Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni che vivono sospesi in un mondo alcolico, fatto di bar e benzinai, di debiti e ricordi dei gloriosi anni Novanta. Una vita che non è andata come pensavano ma che non cercano di aggiustare. Cercano solo “l’ultima”. L’ultima bevuta. L’ultima scusa. L’ultima possibilità di non tornare a casa. È un modo per non crescere, perché crescere a cinquant’anni fa paura. Sembra tardi e sembra inutile.

Poi l’incontro casuale con Giulio, il bravissimo Filippo Scotti, un personaggio quasi celatiano. Studente di architettura. Uno che invece vuole crescere ma non sa come. I due lo trascinano con loro. Gli promettono un’ultima che non arriva mai. E da lì parte il viaggio. Un viaggio che cambia tutti e tre, anche se nessuno lo dice.

C’è un principio mutuato dall’economia che attraversa il film. Quello di utilità marginale. Il ragionier Carlobianchi lo spiega a tavola utilizzando una fetta di salame. Dice che quando hai raggiunto la sazietà, il resto non serve più. Vale per tutto. Ma non vale per l’ultima, precisa Doriano riempiendosi il bicchiere. L’ultima sfugge sempre, perché non è sete, non è bisogno. È un tentativo, un modo per dare un senso alle cose quando il senso non c’è.

Il Veneto del film è un Veneto che riconosco da emiliano di pianura che ha fatto il militare a Vicenza al Dal Molin. Paesini, capannoni, bar aperti dal mattino, “ombrette”, grappe, gente che beve presto e gente che lavora troppo. Uno “spleen veneto” che ricorda Volponi. E quando penso a Volponi mi viene in mente anche Pasolini. Non per citazione diretta, ma per atmosfera. Per quella idea che la periferia non è un luogo minore, ma un posto dove il mondo si vede meglio.

In questo paesaggio i due cinquantenni diventano una specie di poeti del bere. Non poeti romantici, piuttosto lunatici. Poeti della resa consapevole e della luna nel pozzo. Gente che parla poco, sbaglia spesso, vive di slanci e cadute. E però ha una cosa che li salva: l’amicizia.

Giulio entra in questo duo come un figlio. O un fratello. O un ospite. Porta i due al Cimitero Brion, un monumento all’amore coniugale. I cerchi che si intersecano diventano un’immagine chiara. Due vite che si toccano. Due bicchieri sulla tovaglia che lasciano il segno della condensa. È la stessa figura. Il caos della vita che a volte si organizza da solo.

C’è poi il tema del “segreto del mondo”. I due dicono di averlo scoperto qualche sera prima, ma erano ubriachi “tronchi” e non lo ricordano più. Passano il film a cercare di ricostruirlo. Tutti abbiamo avuto un momento in cui ci sembrava di aver capito tutto. Poi lo abbiamo perso. E passiamo il resto del tempo a inseguirlo.

Il finale è semplice. Giulio parte in treno per raggiungere il suo travagliato amore a Verona. Un cono gelato cade dalle mani di Doriano sull’asfalto. Una macchina lo schiaccia. Lui improvvisamente dice di aver ricordato il segreto del mondo. Forse è questo. Le cose belle cadono, si rompono o si sporcano. Semplicemente finiscono. Ma se accanto hai un amico come Carlobianchi, un indimenticabile Sergio Romano. Se hai qualcuno con cui condividere un’ultima. Se hai un ragazzo che hai aiutato un po’ a crescere. Allora la vita vale comunque. Anche se non ti resta molto.

Vorrei dire una cosa su Pierpaolo Capovilla. Per me è la rivelazione gigantesca del film. Ha una voce e una intonazione che non si dimentica. Un volto che racconta tutto senza parlare. Sa che non troverà un senso alle cose e nonostante tutto appare sereno. È un interprete raro. Un marziano nel cinema italiano, nel senso migliore.

Le musiche sono di Krano e sono nate per il film. Si incastrano con le immagini, con i silenzi, con i movimenti dei tre. Sembrano scritte per ogni scena, per quel viaggio e per quella Jaguar un po’ sfocata. È raro trovare un film in cui le musiche sembrano precedere le scene, come se le avessero chiamate.

C’è un altro momento che resta. Un cameo di Spigariol che in un bar canta una canzone sull’America accompagnato dalla chitarra. Il trio lo ascolta rapito. Lui si commuove. È un attimo che non spiega nulla e dice tutto.

Le città di pianura è un film che Francesco Sossai ha scritto con lo sceneggiatore Adriano Candiago. Un film che parla di amicizia, di amore, di fallimento. Racconta di incontri che cambiano la vita, anche quando non sembrano niente. E anche di cattivi maestri che sono sempre i migliori.

Come i film più importanti è un film che resta anche quando finisce. Anche quando spegni lo schermo e torni alla tua vita e ti accorgi che i cerchi che si intersecano ci sono anche lì. In un bar, su una tovaglia. In un gesto o in un ricordo. Un film che ti accompagna quasi in silenzio e senza spiegare troppo. Con la stessa delicatezza con cui si beve l’ultima. Anche quando non è l’ultima per davvero.

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Piano casa, il governo promette 100mila abitazioni ma riduce gli sconti sulle ristrutturazioni: due volte bocciato

Se dovessimo cercare una qualche metafora, il Piano casa si presterebbe bene a quella del bastone e della carota. Il bastone è rappresentato dalla velocizzazione delle procedure di sfratto a favore dei proprietari, la carota da una modesta prospettiva di social housing per chi cerca casa. I due aspetti sono così diversi da viaggiare anche su binari legislativi differenti. Gli interessi dei proprietari, tutelati principalmente da Forza Italia, vengono consegnati a un disegno di legge dai tempi lunghi, la riqualificazione edilizia con qualche nuova abitazione, una volta nel dna della destra sociale, invece è contenuta in un corposo decreto legge.

Anche il cosiddetto Piano casa mostra la natura composita e conflittuale della coalizione delle destre. Tutti potranno così dire di aver vinto, o forse tutti hanno perso.

Il Piano casa del governo ha una dimensione temporale decennale, promettendo di costruire 100.000 alloggi in 10 anni. Questo suona abbastanza curioso a dieci mesi dalle prossime elezioni politiche. Sfugge la ragione per cui la destra non si sia tenuta questo asset per la prossima campagna elettorale. Probabilmente non ci credono nemmeno loro e intanto fanno roboanti annunci.

Il fatto che il Piano faccia acqua da molte parti è già stato chiarito anche da più autorevoli osservatori su questo blog, soprattutto perché i 10 miliardi di euro promessi non si vedono nemmeno con il binocolo. Siccome il problema è serio, vorrei portare una prospettiva diversa. Potrebbe esistere un Piano casa differente, realmente popolare e non populista, non demagogico e orientato all’interesse generale?

Intanto non bisogna fare confusione. Il problema casa in Italia ha due dimensioni, egualmente importanti. La prima è quella dell’urgenza abitativa delle famiglie che non trovano casa a prezzi accessibili. Il secondo è quello più strutturale dell’invecchiamento del nostro patrimonio edilizio. La maggior parte delle case degli italiani è frutto dei risparmi del boom economico, il che significa che sono vecchie e necessitano di sostanziosi interventi di ristrutturazione. Poiché il patrimonio edilizio delle famiglie italiane è il più ampio in Europa, le cifre sono da capogiro. Eppure i due problemi vanno affrontati insieme.

Da un lato si tratta di aiutare le famiglie in difficoltà economica, e dall’altro di sostenere le opere di ristrutturazione edilizia che hanno costi notevoli. Se questo è il punto sul quale è difficile non essere d’accordo, il nodo sono le risorse. Ovviamente è da escludere nuovo debito pubblico, come è accaduto con il super bonus edilizio. La soluzione va trovata con i proprietari e per i proprietari di case.

Per arrivare ad una possibile risposta, sostenibile ed equa, forse non occorre andare molto lontano. Guardando alla dichiarazione personale dei redditi troviamo una voce che ci può aiutare, è l’Irpef sulla prima casa, la nostra mini patrimoniale. Questa voce comprende la rendita catastale, un reddito figurativo che non viene poi considerato nel calcolo generale, almeno per la prima casa. Per il singolo proprietario dell’immobile il guadagno fiscale è modesto. Ma se guardiamo al valore globale le cose cambiano. La deduzione per l’abitazione principale nel 2024 è stata pari a 9,7 miliardi di euro, con un’imposta netta che si aggira tra i tre e quattro miliardi.

Ecco allora una possibile soluzione al problema delle risorse di un vero Piano casa. La somma dell’Irpef ora non versata potrebbe costituire un fondo di rotazione annuale per finanziare le ristrutturazioni delle prime case, sempre al 50%, come pure l’housing sociale. In un certo senso il ciclo edilizio si chiuderebbe, da privati a privati, con la regia pubblica. Certamente i 25 milioni di contribuenti che godono oggi del beneficio fiscale storceranno il naso. Ma lo storceranno ancora di più in futuro perché il governo Meloni ha prorogato lo sconto del 50% per le ristrutturazioni edilizie solo per il 2026. Per il 2027 si scenderà al 36% con una bella riduzione di migliaia di euro per intervento. E le cose potrebbero peggiorare a seconda dei saldi di finanza pubblica.

La forza dell’idea è allora quella di una vera collaborazione collettiva: da una parte il contribuente rinuncia al modesto vantaggio fiscale annuale, dall’altro questo vantaggio viene capitalizzato abbondantemente al momento della necessaria ristrutturazione. Prima o poi toccherà a tutti ristrutturare e le risorse ci sarebbero. Spetta poi alla politica definire i dettagli dell’operazione in maniera ragionevole.

Un vero Piano casa di questo tipo sarebbe sicuramente sostenibile nel lungo periodo e ci porterebbe senza traumi a rispettare la direttiva europea delle Case Green. Tra un decennio il vecchio patrimonio edilizio italiano dovrà ridurre il consumo di energia del 20%. Non si intravede come questo possa avvenire senza una reale collaborazione tra pubblico e privato.

Mentre promette 100.000 abitazioni in dieci anni, la miseria di 10.000 all’anno, la politica edilizia del governo Meloni ha tagliato gli sconti sulle ristrutturazioni. Questo basta per bocciarla due volte: una volta perché fa pochissimo per il social housing, una seconda perché danneggia in maniera sostanziale i proprietari di case. Un vero capolavoro di incompetenza amministrativa, prima che di miopia politica.

Comunque il problema di un vero Piano casa, ecologico e sostenibile, rimane per tutti: per le urgenze abitative, sicuramente, ma anche per le ristrutturazioni edilizie che fra qualche anno non saranno meno urgenti. Muoversi per tempo non sarebbe male.

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Gioacchino Criaco, il Cucùlo e Africo Vecchio come metafisica del mondo

È appena uscito il nuovo romanzo di Gioacchino Criaco, Dove canta il cuculo, ed è già un caleidoscopio d’appuntamenti lungo tutto lo stivale che lasciano ben sperare. Un cambio di passo editoriale (dai tipi di Feltrinelli a Piemme di Mondadori) per un sequel, a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione di Anime Nere, il suo primo romanzo che l’ha consacrato al successo narrativo e cinematografico, con i suoi nove David di Donatello.

Scrittore calabrese, in connessione sentimentale con Alvaro e Strati, Criaco mette al centro delle sue narrazioni il cuore dell’Aspromonte, Africo, soprattutto Africo vecchio, nel cuore d’una montagna spietata dove il tempo sembra essere sospeso e dove ancora si parla il greco antico di Omero, più grecìa della Grecia stessa, la Bovesìa. Una montagna vittima d’un equivoco linguistico: non aspra dall’asper latino, semmai bianca, lucente (dal greco aspròs), d’una luminosità senza pari. Una favola nera che si snoda tra delitti di sangue e identità territoriale, accattivante sin dal titolo che rimanda ad un uccello migratore dal suono onomatopeico, “un falco travestito da colomba”, novello bullo e parassita giacché la femmina non costruisce un nido suo ma depone le uova in un nido altrui, dopo averne buttato giù gli abitanti legittimi. Una lunga tradizione letteraria quella del cuculo, dalle Favole di Esopo a Cime tempestose di Emily Brontë, dove l’uccello viene paragonato a Heathcliff, protagonista e antagonista al tempo stesso, come qui Salvo Pizzi, re del biologico dalla doppia vita e capo dei capi perché “se la ‘ndrangheta mi volesse morto sarei il primo a saperlo, visto che la comando”. Anche Gino, l’altro protagonista del romanzo, abita un nido che non è suo per un inganno sin dalla nascita e, come Criaco svelerà sul finire, qui di inganno a tutto tondo si tratta.

Non solo noir però, più in generale una riflessione metafisica sul mondo, con un intreccio tra legalità e illegalità diffusa che coinvolge diverse sfere, dalla politica al mondo dell’impresa sino ai funzionari pubblici. E una prosa che ha tra l’altro il merito, accanto alla crudezza neorealistica del racconto, di far emergere dalla pagina i profumi delle felci e i sapori dell’Aspromonte.

Una narrazione che si snoda da Acapulco alla Calabria, da Milano a Toronto fino in Messico, in un viaggio dalla Locride al mondo, la cui focalizzazione è il punto di vista dei cattivi seriali, antieroi dalle buone letture raffigurati come esseri dotati di un’intelligenza fuori dal comune e con un nuovo cambio di passo perché se i personaggi di Anime nere erano immorali qui invece sono amorali. Un racconto che svela quello che è sotto gli occhi di tutti, ovvero d’una organizzazione criminale, quella calabrese, tra le più forti al mondo, in una terra di eterni contrasti. Una tragedia greca, meglio ancora una tragudìa come ci dice l’autore, da canto del capro, il ditirambo in onore di Dioniso che è all’origine del teatro. Una tragedia pre greca ermetica, da trobar clus della tradizione occitanica, che affonda le sue radici nella Chanson d’Aspremont, opera medievale di grande successo che sarà alla base dei poemi di Ludovico Ariosto, dell’Orlando Furioso e dell’Orlando innamorato, una chanson de geste in 18 canti che, tra cavalieri e duelli, narra le gesta del re carolingio Carlomagno contro Agolante, re dei saraceni, e il cui teatro è l’Aspromonte.

La storia è ipnotica, si snoda lungo il ritmo del noir oltrepassandolo perché ci consegna una più generale considerazione sulla Calabria e sul mondo dominato, a tutti i livelli, dalla legge del più forte, specchio d’una realtà complessa, tra postmoderno e realismo magico. Una narrazione da realtà metafisica, sul genere del detective fiction metafisico, dove la storia pulp diventa pretesto narrativo per sollevare questioni più grandi, epistemologiche, in un mondo fatto di troppi intrecci tra politica e malaffare. Un giallo metafisico in cui si determina un cambiamento dell’universo femminile dello scrittore, dalle gelsominaie, le raccoglitrici di gelsomino che durante la notte e fino alle prime luci dell’albero raccoglievano il fiore destinato all’industria profumiera francese e simbolo d’un lavoro stagionale al femminile pagato a peso e senza tutele, a quelle del Cuculo dove “Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni”. Qui e per la prima volta nelle narrazioni dello scrittore africota, le donne abbandonano al proprio destino l’universo maschile nella consapevolezza che questo non potrà più essere salvato.

Frattanto Criaco porta il suo Cuculo in tutta Italia, tra presentazioni e reading. Se ne continuerà a parlare, e magari lo vedremo sul grande schermo. Di sicuro se ne parlerà su questa montagna di luce, ad Africo vecchio, nella due giorni Gente d’Aspromonte, oramai arrivata alla sua 8.a edizione. Per chi vorrà saperne di più, su questo raduno anarchico che ha come teatro il querceto più antico d’Europa, l’appuntamento è al Rifugio Carrà, dal 22 al 23 agosto.
La metafisica dei luoghi, da luce metafisica tipica dell’Oriente, è assicurata.

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Smontiamo l’enciclica sull’Ai. Ad esempio, troppi concetti vaghi

Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta.

9) L’enciclica afferma che il pluralismo culturale è una ricchezza, ma che nessuno, a parte la Chiesa, possiede totalmente la verità. Il papa vuole tenere insieme l’apertura dialogica e l’esclusività dottrinale. Tutta l’argomentazione ne viene indebolito.

10) L’enciclica presenta la Chiesa come promotrice di dignità, pace, dialogo e fraternità, chiedendo perdono per qualche errore del passato (la tolleranza dello schiavismo). Così facendo minimizza le alleanze con poteri autoritari, il colonialismo missionario, le sue discriminazioni strutturali (a quando un papa donna?). E’ cherry picking storico.

11) L’enciclica esalta la sofferenza, la fragilità e il limite attribuendogli un valore spirituale. E’ una fallacia di idealizzazione: alcune sofferenze distruggono persone; molte malattie non “umanizzano”; la medicina moderna ha ridotto enormi quantità di dolore inutile. Che dal dolore possa derivare una crescita personale non implica che il dolore sia di per sé positivo, una fissa di chi ha per modello Cristo in croce.

12) L’enciclica attribuisce molti problemi alla tecnocrazia, alla sete di profitto, all’individualismo, al relativismo. Ma guerre, sfruttamento e controllo sociale esistevano prima del capitalismo digitale. Il papa moralizza fenomeni storici complessi invece di analizzarne le cause materiali, geopolitiche e istituzionali. Le guerre, per dire, possono nascere anche da scarsità di risorse, deterrenza, sicurezza strategica, equilibrio di potenza, interessi materiali.

13) L’enciclica disegna scenari inquietanti: IA che domina; sorveglianza totale; perdita dell’umano; manipolazione; nuove schiavitù; guerra automatizzata; disgregazione sociale. Questi rischi esistono, ma il papa li accumula creando una pressione emotiva. “Se non adottiamo questa visione etica/spirituale, andremo verso la disumanizzazione.” E’ un classico sofisma ad baculum (impaurire per convincere).

14) L’enciclica sostituisce all’analisi empirica una narrazione salvifica: dalla Babele tecnologica si esce con una conversione morale che porta all’armonia, alla civiltà dell’amore, alla fraternità universale, all’umanità riconciliata. Ma alcune visioni del mondo sono incompatibili fra loro, per esempio il liberalismo, la teocrazia, il relativismo, la legge naturale cattolica. Il papa minimizza conflitti irriducibili.

15) L’enciclica usa concetti vaghi (es.: il bene comune) senza darne una definizione operativa, per cui le affermazioni diventano tautologiche. “La tecnologia deve servire il bene comune”: ma chi definisce il bene comune? Con quali criteri? E in caso di conflitto tra beni?

16) L’enciclica implica che l’umano autentico è aperto a Dio, rifiuta il dominio, è relazionale e vive la fragilità. Chi non è d’accordo è meno umano?

17) L’enciclica equivoca spesso tra descrizione e prescrizione. Per esempio passa da “la società è interdipendente” a “quindi dobbiamo essere solidali”. Ma l’interdipendenza non implica solidarietà. Anche i mercati sono interdipendenti.

18) L’enciclica scredita idee in base alla loro presunta origine spirituale: la tecnologia nasce dall’orgoglio prometeico; l’individualismo dall’egoismo; il transumanesimo dal rifiuto del limite. Il giudizio negativo non viene fondato sugli effetti concreti.

19) L’enciclica idealizza la comunità come intrinsecamente buona. Ma le comunità possono essere oppressive, conformiste, violente. Il papa sottovaluta il ruolo positivo del conflitto e del dissenso radicale.

20) L’enciclica rappresenta la Chiesa come orientata al servizio, all’ascolto, al bene comune. Ma le istituzioni religiose hanno anche interessi, potere, strategie; conflitti interni. Le intenzioni dichiarate non coincidono con la realtà storica.

21) L’enciclica assume che autorità morali, educatori, istituzioni, Chiesa e Stato debbano guidare le persone verso il “vero bene”. Ma questo presuppone che alcuni sappiano meglio di altri cosa sia il “vero bene”. Ed ecco che il riconoscimento del pluralismo e dell’autonomia individuale va a farsi friggere. (2. Continua)

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