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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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Healey si dimette, ma è Starmer a pagare il prezzo politico del riarmo britannico

La decisione di John Healey di lasciare l’incarico di ministro della Difesa è destinata a collocarsi tra gli episodi più significativi degli ultimi venticinque anni della politica britannica. Il confronto con precedenti crisi di governo, dall’Affare Westland in poi, appare quasi inevitabile: ma questa volta, a differenza di allora, non si tratta di contratti o di equilibri industriali. Il punto è se il Tesoro britannico stia davvero garantendo la sicurezza del Paese in un contesto di guerra europea e competizione strategica globale.

La scelta che Healey ha comunicato ieri a metà giornata si colloca al centro di una frattura politica che coinvolge direttamente il primo ministro Sir Keir Starmer e la capacità del governo di tradurre le ambizioni strategiche in risorse reali. Nella sua lettera di dimissioni, Healey accusa esplicitamente Downing Street di non essere «in grado» – e il Tesoro di non essere «disposto» – a fornire le risorse necessarie alla difesa nazionale in una fase di crescente instabilità internazionale. Una frase che, specie se considerato il fatto che il primo ministro è anche First Lord of the Treasury – è la chiave delle pesanti critiche di Healey a Starmer che riguardano le sue capacità politiche.

Dietro la rottura c’è il nodo mai risolto del nuovo Defence Investment Plan, rimasto per mesi in sospeso tra ministero della Difesa e Tesoro. Le ultime ipotesi parlano di circa 13 miliardi di sterline aggiuntive su quattro anni, una cifra giudicata insufficiente rispetto alle esigenze operative delle forze armate e ben al di sotto delle richieste avanzate dallo stesso ministero. Il divario complessivo per la modernizzazione dello strumento militare britannico è stato indicato da diverse fonti fino a circa 28 miliardi. Il punto non è solo quanto si spende, ma come si distribuisce nel tempo. Il piano avrebbe dovuto dare sostanza alla Strategic Defence Review, costruendo una traiettoria di riarmo coerente con gli impegni Nato, il sostegno all’Ucraina e la crescente esposizione britannica in teatri come il Medio Oriente e l’Artico. Ma la struttura del piano è stata progressivamente indebolita da un problema politico di fondo: la difficoltà di finanziare contemporaneamente tutte le ambizioni strategiche senza compiere scelte esplicite di riduzione delle priorità.

È in questo contesto che si inserisce la frattura tra Difesa e Tesoro, con il piano di spesa rinviato e risorse concentrate nella parte finale del decennio, proprio mentre le esigenze operative richiederebbero un rafforzamento immediato di prontezza, munizionamento e capacità industriale. Una scelta che, secondo Healey, rende il piano non credibile rispetto allo scenario di rischio, incluso quello di un possibile confronto diretto tra Nato e Russia entro la fine del decennio.

La crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale: da un lato la crescente militarizzazione del contesto internazionale, dall’altro la rigidità delle scelte fiscali interne. In mezzo, un processo decisionale frammentato tra Downing Street, Tesoro e Difesa, incapace di ricomporre il disallineamento tra strategia e bilancio. Anche il vertice militare ha iniziato a segnalare pubblicamente il problema. Il capo delle forze armate britanniche, il maresciallo dell’aria Sir Richard Knighton, ha scritto direttamente al primo ministro per esprimere preoccupazione sul livello di finanziamento previsto, come rivelato da Sky News.

A complicare il quadro vi è anche la dimensione politica interna. Il governo Starmer si trova stretto tra la necessità di mantenere la credibilità fiscale e la pressione crescente degli alleati Nato per un aumento sostanziale della spesa militare, fino al 3,5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Il Regno Unito, oggi intorno al 2,3%, ha indicato come obiettivo il 2,5% entro il 2027, una traiettoria che appare sempre più insufficiente rispetto alla velocità del deterioramento del contesto strategico.

Sul piano politico interno la crisi non riguarda più soltanto la difesa. Le dimissioni di Healey si inseriscono in una sequenza che segnala una crescente instabilità nel governo. Il primo ministro Starmer è ora esposto a tensioni politiche interne e a scenari di leadership contest sempre meno teorici. Il sindaco di Greater Manchester Andy Burnham potrebbe entrare a Westminster – condizione necessaria per aspirare alla leadership del partito – nel caso vincesse le elezioni suppletive di giovedì per il seggio di Makerfield, e ha già dichiarato la disponibilità a partecipare a un’eventuale sfida per la guida del Labour.

Healey è il sesto ministro a lasciare il governo nell’arco di un mese. L’ultimo prima di lui è stato Wes Streeting, che ha lasciato la guida del ministero della Salute criticando la «deriva» e la mancanza di visione del governo. L’ondata di uscite, pur con motivazioni diverse, contribuisce a delineare un quadro di crescente logoramento politico interno.

Proprio ieri il Financial Times aveva pubblicato un ritratto di Healey descrivendolo come una figura centrale del Labour, moderata e profondamente inserita nell’establishment politico e militare. Una posizione che rende le sue dimissioni ancora più significative: non si tratta di un tecnico marginale, ma di uno dei principali garanti della credibilità del governo in materia di difesa e Nato.

Il punto politico che emerge è quindi duplice. Da un lato, la crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale tra ambizioni strategiche e vincoli fiscali. Dall’altro, la sequenza di dimissioni apre interrogativi sulla stabilità politica dell’esecutivo stesso. Il risultato è una doppia fragilità: sul piano della sicurezza nazionale e su quello della leadership politica. E la domanda che si apre con l’uscita di Healey non riguarda più soltanto il futuro della difesa britannica, ma la tenuta complessiva del governo Starmer in una fase di crescente pressione esterna e logoramento interno.

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Il problema delle sanzioni Ue alla Russia non è quello che raccontano i pro Putin

Tre settimane fa, quando il nome di Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa russa, è comparso nelle anticipazioni di Euronews su un nuovo pacchetto di sanzioni europee, la notizia era ancora sospesa tra indiscrezione diplomatica e test politico. Oggi quel passaggio si è trasformato, come ha rivelato sempre Euronews, in un elemento del 21° pacchetto sanzionatorio dell’Unione europea contro la Russia: un insieme ampio e strutturato di misure che colpisce banche, reti crypto, attori energetici e infrastrutture finanziarie legate all’evasione delle restrizioni.

Il fatto che Kirill sia entrato nel perimetro delle sanzioni non è un dettaglio marginale. È un caso emblematico della natura ormai consolidata del regime sanzionatorio europeo: una macchina sempre più estesa e sofisticata, ma anche sempre più visibile mentre si costruisce.

Il nuovo pacchetto, presentato dalla Commissione europea e dall’Alto rappresentante, prevede misure contro circa 170 individui ed entità, con un impatto particolarmente significativo sul settore bancario russo e sulle reti finanziarie alternative, incluse piattaforme crypto e soggetti in Paesi terzi coinvolti nell’aggiramento delle restrizioni. È, nelle parole della Commissione, un ulteriore passo nella strategia di «erosione progressiva della capacità russa di finanziare la guerra».

È anche qui che si inserisce il punto politico più rilevante.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, presentando il pacchetto, ha ribadito che le sanzioni europee stanno producendo l’effetto atteso: colpire in modo strutturale la capacità economica e finanziaria della Russia di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. L’obiettivo non è un singolo shock, ma un logoramento cumulativo, che agisce su banche, energia, tecnologie dual use e infrastrutture finanziarie globali. Il sistema sanzionatorio non è dunque un gesto politico simbolico, ma una strategia di lungo periodo. Ed è proprio questa natura sistemica a costituirne la forza.

Eppure, proprio questa stessa struttura contiene una contraddizione meno discussa: la sua crescente prevedibilità.

Il ritorno del nome di Kirill è in questo senso paradigmatico. Il Patriarca era già stato oggetto di tentativi di sanzioni nel 2022, bloccati allora dal veto ungherese, e la sua figura era rimasta per anni un punto sensibile del confronto intra-europeo. La sua inclusione odierna non arriva in un vuoto informativo, ma al termine di settimane di anticipazioni, negoziati tra capitali, posizionamenti pubblici e indiscrezioni diplomatiche. Euronews aveva già segnalato la riemersione del suo nome nella lista in discussione tre settimane fa, in una fase in cui il pacchetto era ancora oggetto di negoziazione tra gli Stati membri. Questo tipo di dinamica non è un’eccezione. È ormai parte integrante del processo sanzionatorio europeo.

Secondo fonti diplomatiche della Commissione europea a conoscenza del dossier, uno dei problemi ricorrenti del sistema sanzionatorio è che Mosca riesce spesso a ottenere un preavviso significativo sulle misure in preparazione. Questo avviene per due ragioni principali.

La prima è strutturale. Il processo decisionale europeo – basato su consultazioni tra 27 Stati membri, necessità di unanimità e costante interazione con il dibattito pubblico – produce inevitabilmente un elevato grado di esposizione informativa. Indiscrezioni, posizionamenti nazionali e copertura mediatica finiscono per rendere progressivamente leggibile l’orientamento delle misure già durante la fase negoziale. È un fenomeno che, in filigrana, era già stato colto nell’Ottocento da Astolphe de Custine, quando descriveva, nelle sue “Lettera della Russia” (Adelphi) l’asimmetria tra un’Europa «che cammina in piena luce» e una Russia che «avanza al sicuro», protetta dalla segretezza delle proprie decisioni.

La seconda ragione riguarda invece la dimensione politica interna dell’Unione. In passato, contatti diretti o indiretti tra rappresentanti di Stati membri e la diplomazia russa hanno alimentato il sospetto che la riservatezza del processo non sia uniforme. Episodi e interlocuzioni note tra esponenti politici europei e Mosca – come nel caso dell’allora ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó e l’omologo russo Sergey Lavrov – hanno contribuito a rafforzare questa percezione.

Il risultato, secondo le stesse fonti, è che la Russia non si limita a subire le sanzioni: spesso è in grado di anticiparne la logica e adattarsi in anticipo.

Questo vantaggio temporale non annulla l’impatto delle sanzioni, ma ne modifica la natura. Mosca ha progressivamente sviluppato un ecosistema di adattamento che include la riallocazione preventiva degli asset finanziari, l’uso di circuiti bancari secondari, l’intermediazione attraverso Paesi terzi e l’espansione di reti commerciali alternative per aggirare le restrizioni su energia, tecnologia e componentistica. È una forma di resilienza che non elimina il costo delle sanzioni, ma ne attenua lo shock iniziale, trasformandolo in una pressione più graduale e distribuita nel tempo.

Il punto, allora, non è stabilire se le sanzioni funzionino o meno. La risposta politica della Commissione è chiara: funzionano, e lo fanno proprio perché sono cumulative, multilivello e sempre più invasive. Il paradosso è un altro: il sistema sanzionatorio europeo è efficace anche perché è pubblico, negoziato e trasparente. Ma questa stessa trasparenza lo rende, in una certa misura, prevedibile.

Kirill, in questo senso, non è un caso isolato. È un sintomo. Il sintomo di un’architettura politica in cui la forza delle democrazie europee – la discussione pubblica, il pluralismo, la necessità del consenso – diventa anche il punto attraverso cui l’avversario può intravedere la direzione del colpo prima che venga sferrato.

Non è una debolezza nuova. È una tensione antica. E, come ricordava Custine quasi due secoli fa, è proprio in questa asimmetria tra luce e ombra che si gioca una parte essenziale della competizione politica tra Europa e Russia.

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Il Cremlino sta trasformando il diritto in strumento di guerra ibrida

Mosca sta sempre più utilizzando il diritto internazionale come uno strumento di pressione geopolitica. Non si tratta di una semplice strategia difensiva nei contenziosi legali, ma di un vero e proprio impiego del sistema giuridico come arma: la cosiddetta lawfare. È questo il quadro delineato da un recente rapporto del servizio di intelligence lettone Satversmes aizsardzības birojs (Sab), che analizza come la Russia stia integrando strumenti legali, politici e comunicativi nella più ampia architettura della guerra ibrida contro l’Occidente.

Secondo il rapporto, la lawfare russa si manifesta attraverso un uso sistematico di ricorsi, contenziosi e iniziative giuridiche a livello internazionale, spesso con l’obiettivo di rallentare, delegittimare o complicare le decisioni di governi occidentali e organizzazioni sovranazionali. Non si tratta soltanto di vincere una causa, ma di produrre effetti politici: pressione diplomatica, costi reputazionali e frizioni tra alleati. In questa logica, il diritto non è più uno spazio neutrale di risoluzione delle controversie, ma un’estensione del confronto strategico tra Stati.

Per affinare questa strategia, Mosca guarda a Teheran. Secondo il rapporto del Sab, funzionari russi hanno analizzato in dettaglio il ricorso presentato dall’Iran nel 2016 alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli Stati Uniti, relativo alle sanzioni e ai beni finanziari congelati. La conclusione degli esperti russi è che le sanzioni possono essere contestate come illegittime nei casi in cui esistano accordi bilaterali tra i Paesi in questione – un precedente che Mosca intende replicare nei propri contenziosi contro i Paesi occidentali. L’obiettivo non è solo ottenere ragione in giudizio, ma costruire una giurisprudenza alternativa in cui le sanzioni occidentali appaiano violazioni del diritto internazionale, non strumenti legittimi di pressione.

Il documento sottolinea come questa strategia si inserisca in un disegno più ampio di indebolimento della coesione euroatlantica. L’uso del contenzioso legale e delle istituzioni internazionali mira a generare attrito tra i Paesi membri dell’Unione europea e della Nato, alimentando divergenze politiche e rallentando i processi decisionali, in particolare su dossier sensibili come le sanzioni, il sostegno all’Ucraina e le politiche di difesa. La lawfare, in questa prospettiva, non agisce mai in isolamento, ma come parte di un ecosistema di strumenti ibridi: disinformazione, operazioni cyber, pressione energetica e campagne di influenza.

Il caso più avanzato riguarda i Paesi baltici. Il Sab rivela che la Russia ha già preparato un ricorso contro Estonia, Lettonia e Lituania da depositare alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, formalmente fondato sull’accusa di discriminazione dei cittadini russi e russofoni in violazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Il ricorso è pronto: Mosca si sta preparando al deposito. L’intelligence lettone nota che, indipendentemente dall’esito giudiziario, la sola presentazione della domanda servirà scopi propagandistici, consentendo alle narrative russe sui Baltici di entrare nell’agenda delle corti internazionali. Il precedente storico è esplicito: anche la guerra in Ucraina fu presentata come protezione dei residenti del Donbas. La lawfare, in questo schema, non è alternativa all’aggressione militare: può esserne il prologo.

Il concetto chiave del rapporto è l’integrazione. Le azioni legali vengono combinate con campagne narrative e mediatiche, creando un effetto moltiplicatore: un ricorso internazionale non è solo un atto giuridico, ma diventa anche un messaggio politico amplificato nei media e nei canali di propaganda. A questo si aggiunge una dimensione più strutturale: secondo il Sab, la Russia starebbe costruendo un registro di giudici internazionali e stranieri considerati favorevoli a Mosca, promuovendo al contempo magistrati russi nelle corti internazionali e intensificando lo scambio di pratiche con giudici ritenuti affidabili. Non si tratta di corruzione in senso stretto, ma di un tentativo sistematico di modellare dall’interno le istituzioni che si intende utilizzare come strumento.

La forza della lawfare risiede nella sua asimmetria. Mentre gli Stati occidentali tendono a considerare il diritto internazionale come un insieme di regole condivise, attori come la Russia lo interpretano anche come uno spazio competitivo, in cui è legittimo utilizzare ogni strumento disponibile per ottenere vantaggi strategici. Questo squilibrio crea una zona grigia: azioni formalmente legali possono produrre effetti sostanzialmente destabilizzanti. Il risultato è un logoramento progressivo dei processi decisionali occidentali, più che uno scontro frontale.

Il segnale più inquietante è arrivato a fine maggio 2026, quando Putin ha firmato una legge che lo autorizza a inviare le forze armate all’estero per proteggere cittadini russi soggetti a procedimenti legali stranieri. L’obiettivo dichiarato è rispondere ai mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale e al Tribunale speciale istituito per i crimini di aggressione contro l’Ucraina. Ma l’effetto pratico è trasformare un atto giuridico – un procedimento penale contro un cittadino russo – in potenziale casus belli. È il momento in cui la lawfare smette di essere solo deterrenza reputazionale e diventa copertura normativa per l’uso della forza.

Il rapporto del servizio di intelligence lettone evidenzia infine una sfida più ampia per le democrazie europee: come difendersi da un uso strumentale delle proprie stesse regole. La risposta non può essere la rinuncia ai principi dello Stato di diritto, ma una maggiore consapevolezza del loro potenziale sfruttamento in chiave strategica. In altre parole, la lawfare obbliga l’Occidente a ripensare il confine tra diritto e sicurezza nazionale. Non più due sfere separate, ma dimensioni sempre più intrecciate.

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L’aereo franco-tedesco non decollerà, e anche quello di Italia, Uk e Giappone fatica

La crisi del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas (Future Combat Air System o Scaf, alla francese, cioè Système de combat aérien du futur) non è solo l’ennesimo episodio di frizione industriale europea. È il primo segnale di una più ampia fragilità strutturale nei grandi progetti di difesa del continente. Mentre Parigi e Berlino avrebbero deciso di non proseguire con la componente centrale del caccia di sesta generazione, il sistema europeo di combattimento aereo rischia di ridursi alla sola architettura digitale e alla combat cloud, svuotando di fatto il pilastro aeronautico del programma.

La rottura tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron conferma un pattern già noto: la difficoltà europea nel tradurre ambizioni strategiche in piattaforme industriali condivise. Il conflitto tra Airbus e Dassault Aviation su controllo tecnologico e ripartizione del lavoro ha progressivamente eroso la fiducia reciproca, fino a rendere il programma ingestibile nella sua forma originaria.

In questo contesto, l’Economist ha introdotto un elemento chiave: il problema non è isolato all’Europa continentale. Anche il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto trilaterale tra Regno Unito, Italia e Giappone, mostra segnali di vulnerabilità simili, seppur di natura diversa. Il programma, noto nel Regno Unito come Tempest, punta a realizzare entro il 2035 un caccia stealth integrato con sistemi senza pilota e una rete di combattimento avanzata. Ma il suo equilibrio si regge su una condizione fragile: il finanziamento britannico.

Il nodo è il ritardo nella pubblicazione del Defence Investment Plan, legato a un deficit di bilancio stimato in circa 28 miliardi di sterline. Il governo di Sir Keir Starmer ha finora garantito solo fondi ponte, insufficienti per trasformare il Gcap in un contratto multinazionale stabile. Questa incertezza sta già producendo effetti politici: il Giappone, guidato da Sanae Takaichi, considera il programma centrale per la sostituzione dei propri F-2 e osserva con crescente irritazione i ritardi britannici.

La prossima settimana, la visita di Takaichi a Londra e a Roma si svolgerà dunque in un clima tutt’altro che celebrativo. Tokyo potrebbe portare il tema Gcap in cima all’agenda, mentre dietro le quinte emergono accuse al governo britannico di essere un partner formalmente impegnato ma finanziariamente incerto. Anche Roma segue con attenzione: il programma rappresenta uno dei pilastri della sua proiezione industriale nel settore difesa.

Secondo l’Economist, il rischio non è solo il ritardo, ma la possibile trasformazione del Gcap in un progetto sempre più ampio e quindi più instabile. L’ipotesi di aprire il programma a nuovi partner – dal Canada alla Germania stessa – potrebbe fornire risorse aggiuntive, ma riaprirebbe inevitabilmente la negoziazione su requisiti e quote industriali, replicando in forma diversa la crisi del Fcas.

Il risultato è un paradosso strategico: mentre l’Europa continentale vede il proprio progetto di caccia implodere per eccesso di complessità politica, l’asse anglo-italo-giapponese rischia di indebolirsi per eccesso di incertezza finanziaria. Due modelli diversi, ma un destino simile: la difficoltà strutturale dell’Occidente nel sostenere programmi di difesa di lunga durata, ad alto costo e con governance multinazionale.

Sul fondo, entrambe le crisi pongono una domanda più ampia sulla capacità europea e alleata di competere in un’era di riarmo globale. Se il Fcas si sta svuotando dall’interno e Gcap il rischia di rallentare prima ancora di consolidarsi, il 2035, data simbolica per entrambi i programmi, potrebbe segnare meno l’arrivo di una nuova generazione di caccia e più il limite politico della cooperazione industriale occidentale. Il quadro che emerge è quello di un’Europa destinata ad avere almeno tre caccia di nuova generazione separati, più che un unico sistema condiviso.

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L’Armenia è diventata il banco di prova delle campagne di influenza russe

Okay Deprem non è un nome noto fuori dai circuiti della propaganda online. Ma secondo un’inchiesta di NewsGuard è diventato uno dei principali vettori di una campagna di disinformazione russa contro il primo ministro armeno Nikol Pashinyan in vista delle elezioni parlamentari di domenica prossima.

Autodefinitosi giornalista freelance turco, Deprem avrebbe contribuito a circa il 40% delle false affermazioni diffuse nell’ambito dell’operazione Storm-1516, una delle campagne di influenza attribuite a reti filorusse. I suoi contenuti spaziano da accuse di corruzione a narrazioni personali costruite per delegittimare il premier armeno, spesso rilanciate da siti reali ma politicamente schierati, prima di essere amplificate da reti di account e canali pro-Cremlino.

Il suo ruolo, secondo l’analisi, non è quello del creatore unico delle narrazioni, ma di un «moltiplicatore»: un intermediario che pubblica contenuti su testate esistenti, soprattutto in Turchia, rendendo più difficile distinguere tra informazione e propaganda. Da lì, le storie entrano in circuiti di rilancio che includono reti di siti e account che imitano la stampa internazionale.

Ma Storm-1516 è solo una delle componenti dell’ecosistema informativo che si sta concentrando sull’Armenia in vista del voto. Un secondo schema, identificato sempre da NewsGuard e noto come «Matrioska», ha prodotto in pochi giorni decine di contenuti falsi costruiti per sembrare servizi giornalistici di media internazionali come Euronews, France 24 o Politico. In una sola settimana di maggio, sarebbero state rilevate 31 notizie false contro Pashinyan, molte delle quali diffuse simultaneamente su X da account anonimi e amplificate da video manipolati con strumenti di intelligenza artificiale. Le narrazioni seguono schemi ricorrenti: il premier accusato di brogli elettorali, di comportamenti violenti o di preparare un conflitto con la Russia, fino a falsi scandali personali e problemi di salute. Alcuni video avrebbero raggiunto centinaia di migliaia di visualizzazioni prima di essere smentiti, contribuendo a un ambiente informativo saturo e polarizzato.

Il contesto è quello di un Paese che, dopo la Rivoluzione di velluto del 2018, ha progressivamente riallineato la propria politica estera. Il governo di Pashinyan ha avviato un percorso di avvicinamento all’Unione europea e agli Stati Uniti, mentre i rapporti con Mosca si sono deteriorati, tra pressioni economiche, tensioni energetiche e accuse reciproche di ingerenza.

Per il Cremlino, l’Armenia rappresenta un punto sensibile nella propria sfera d’influenza nel Caucaso meridionale. Le elezioni di domenica sono quindi diventate un banco di prova non solo interno, ma geopolitico. Il leader russo Vladimir Putin ha più volte avvertito Yerevan dei rischi di un avvicinamento all’Occidente, evocando scenari simili a quello ucraino, mentre Mosca mantiene leve economiche e politiche significative sul Paese.

La disinformazione non appare, dunque, come un fenomeno isolato: è parte di una strategia più ampia che combina pressione economica, narrativa politica e operazioni digitali coordinate. L’obiettivo non è soltanto influenzare il risultato elettorale, ma modellare il contesto in cui quel risultato viene percepito.

Pashinyan resta il favorito secondo i sondaggi. Ma il livello di incertezza e la frammentazione dell’elettorato rendono il voto tutt’altro che scontato. E, soprattutto, mostrano come l’Armenia sia diventata uno dei laboratori più avanzati delle nuove guerre dell’informazione nello spazio post-sovietico.

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Sir Alex Younger, l’anti James Bond di cui avremmo ancora bisogno

Sir Alex Younger si era detto pubblicamente «combattuto» su James Bond. Il personaggio nato dalla penna di Ian Fleming è stato un ottimo testimonial per il Secret Intelligence Service (o MI6), ma ha anche consolidato stereotipi lontani dalla realtà di chi lavora per l’intelligence di Sua Maestà. Era di questo che parlava circa dieci anni fa, quando da due anni Sir Alex era C, cioè chief, capo di MI6 (nella saga letteraria, invece, è M). E lo sarebbe rimasto per altri quattro anni, diventando il C più longevo degli ultimi cinquant’anni.

Bastava guardarlo camminare e sentirlo parlare per cogliere la distanza con l’Agente 007. È vero che le spie di MI6, o del Service come lo chiamava lui, viaggiano in luoghi lontani e pericolosi. Ma, secondo Sir Alex, una figura sconsiderata e senza scrupoli come James Bond, che infrange la legge a ripetizione, non sarebbe vista di buon occhio all’interno del Servizio. Sir Alex era, o quantomeno appariva, agli antipodi dell’Agente 007. Era certamente un gentleman, ma non spaccone: «piacevole, divertente e modesto, e sembrava piuttosto rilassato», come lo descrive il Times. Il suo modo di parlare era leggero: poche parole, quasi sussurrate, ma dense di contenuto, accompagnate da molti sorrisi. Gli occhi curiosi. La presenza, invece, era discreta. Era «il meglio di MI6», ha scritto il suo successore come C, Sir Richard Moore citando caratteristiche sempre più rare: «grande intelligenza, umiltà, grande determinazione; dietro il suo aspetto affabile, era una persona con grandi valori morali, gentile, divertente e schietta. E una spia eccezionale».

Dietro quella naturalezza c’era anche una difficoltà con cui aveva convissuto per tutta la vita: la dislessia. Ne era abbastanza consapevole da preoccuparsi, in occasione del suo primo discorso pubblico da capo di MI6, che qualche errore potesse finire nelle registrazioni diffuse dai media. Per questo fece distribuire ai media una versione preregistrata dell’intervento. Col tempo sarebbe diventato uno dei comunicatori più efficaci mai passati dal Servizio, convinto che il talento e l’intelligenza assumano forme diverse e che l’intelligence dovesse impegnarsi di più per riconoscerle e valorizzarle.

È morto martedì all’età di 62 anni, ucciso da un tumore alla prostata, che lui aveva ribattezzato “Putin”, su un corpo già segnato dal dolore per ciò che di peggiore può accadere a un genitore: sopravvivere ai propri figli. Sam aveva 22 anni quando, nel 2019, morì in un incidente in moto.

Dopo aver servito nelle Guardie Scozzesi e concluso una carriera trentennale al Six, Younger aveva lavorato nei Balcani durante le guerre in Jugoslavia, poi a Vienna, Dubai e Afghanistan. A Londra era stato capo del reparto antiterrorismo, delle operazioni e poi vicedirettore, prima di assumere la guida del Servizio in un periodo segnato dalla Brexit e da una Russia più aggressiva tanto da tentare di avvelenare su suolo britannico Sergej Skripal, un ex spia sovietica passata dalla parte di Londra.

Sir Alex era un leader amato dai suoi, già una leggenda, e un partner rispettato all’estero. Tra le tante dimostrazioni di stima e affetto, anche quella del principe William, l’erede al trono, che ne ha lodato «integrità, coraggio e impegno incrollabile nella protezione» del Paese e «e della sua gente».

Prima di lasciare l’incarico di C, aveva scelto di tornare all’Università di St. Andrews, la sua alma mater. Era il 2018. L’intelligenza artificiale era già molto efficace in compiti specifici, ma ancora lontana da forme avanzate o conversazionali come quelle odierne. In quel contesto, in un discorso pubblico rarissimo per un capo del SIS, Younger aveva parlato delle minacce ibride, della «quarta generazione di spionaggio» e della crescente integrazione tra capacità umane e tecnologiche: «Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, l’intelligenza umana rimane indispensabile; anzi, in un mondo sempre più complesso, assumerà un’importanza ancora maggiore». La traduzione di artificial intelligence e human intelligence rischia qui di far perdere parte dell’ambiguità del suo intervento, che riguardava tanto lo spionaggio quanto la società nel suo insieme.

Quei due interventi pubblici hanno indicato una direzione per il Service nell’ultimo decennio. Una linea inaugurata dal predecessore, Sir John Sawers, e poi seguita, se non incarnata, dai successori. Sir Richard ha ereditato e rafforzato la spinta verso una maggiore apertura del Servizio, sia sul piano della comunicazione pubblica sia su quello del reclutamento, fondamentale oggi anche in un’organizzazione tradizionalmente votata alla discrezione. In un’occasione, il Servizio ha anche inviato alla BBC Radio due funzionari, uno nero e uno asiatico, per contribuire a scardinare gli stereotipi legati all’immaginario di James Bond. «Lavorare per MI6 può essere più eccitante di un film di James Bond», ha spiegato uno di loro, raccontando di aver visto cose «che lasciano a bocca aperta», «ben oltre quelle che si vedono nei film di spionaggio». Blaise Metreweli, invece, nominata a ottobre prima donna alla guida del Servizio, nel suo primo discorso pubblico ha scelto di parlare di human agency e del ruolo dei valori nella legittimazione dell’azione dell’intelligence.

Dopo aver lasciato il Servizio, Sir Alex ha unito il lavoro da consulente per aziende e think tank e all’impegno per la promozione della cultura della sicurezza. Era convinto che per affrontare le minacce esterne, incluse le campagne ibride, sia necessario creare resilienza. Come aveva spiegato al Financial Times nell’ultima intervista da C: «Non sono stati i russi a creare ciò che ci divide: siamo stati noi a farlo. Loro sono abili, anche se in modo piuttosto grossolano, nell’esacerbare le divisioni, e noi dovremmo impedirlo».

All’inizio dell’anno scorso era stato ascoltato dalla commissione Difesa della Camera dei Comuni nell’ambito dell’indagine “Defence in the Grey Zone”. «La realtà è che la nostra superficie d’attacco è molto più ampia rispetto a quella degli Stati autocratici», aveva spiegato. «In quanto democrazie, prendiamo decisioni in modo aperto e trasparente, e questo ci rende vulnerabili alla manipolazione da parte di avversari maligni». E ancora: «Dobbiamo organizzarci per resistere a queste minacce, ma senza cadere nella fallacia autocratica. La rigidità che vediamo nei regimi autocratici – le parate, i ranghi ordinati – è una debolezza intrinseca, non un segno di resilienza».

Era convinto che le democrazie, pur fragili, fossero più forti delle autocrazie: «Le autocrazie godono di alcuni vantaggi nel breve termine, come la capacità di pianificare a lungo periodo e di agire rapidamente, senza vincoli legali o morali. Tuttavia, sono fondamentalmente fragili, perché mancano di un meccanismo per il trasferimento pacifico del potere».

Poche settimane più tardi era ospite del programma Newsnight della BBC, dove dava l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza con cui guardava, capiva, spiegava e provava a proteggere il mondo. Parlava di «una nuova era in cui le relazioni internazionali non saranno più determinate da regole e istituzioni multilaterali, ma da uomini forti e accordi». «Penso alla Conferenza di Yalta del 1945, quando tre leader delle grandi potenze decisero il destino dei paesi più piccoli. Questa è la mentalità di Donald Trump. Sicuramente è quella di [Vladimir] Putin. Ed è la mentalità di Xi Jinping. Non è quella dell’Europa». E ancora: «Stiamo assistendo a una discussione sulle sfere di influenza. E temo che gli unici a non essersene ancora resi conto siamo noi, in Europa. Per questo non si tratta più di soft power o valori, ma di hard power».

Il tutto detto con quella calma e chiarezza di cui oggi si sente già la mancanza. Come quando, a una lunga domanda di Cipher Brief sul caos globale, aveva risposto semplicemente: «Penso che sia normale», lasciando l’intervistatrice sorpresa. Poi una pausa, quindi la spiegazione: «La nostra generazione è cresciuta in un’epoca insolita, quasi un’anomalia, in cui gli Stati Uniti erano una potenza unipolare con la capacità e la volontà di sostenere il sistema internazionale che avevano contribuito a creare». Oggi tutto è cambiato, ma per chi ha vissuto prima di quell’epoca, questo nuovo ordine sarebbe stato in realtà più «familiare».

Amava l’Italia. Si era sposato con la moglie Sarah a Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, vicino alla villa dei suoceri. Sull’Independent resta traccia del loro matrimonio. Era il 1994 e Younger veniva presentato semplicemente come civil servant. «Ma nonostante le pratiche burocratiche, sposarci in Italia è stato meglio di quanto avremmo mai potuto immaginare», scriveva. «Anche se il sindaco fosse stato ubriaco e io avessi dimenticato l’anello, la location e la cerimonia avrebbero compensato tutto».

In un ritratto pubblicato dal Times emerge anche un dettaglio privato che restituisce bene il contrasto tra la sua professione e la vita familiare. La moglie, figlia dei celebri architetti Michael e Patty Hopkins e dirigente nel mondo delle istituzioni culturali (tra Tate, National Gallery e Royal Opera House), rimase sorpresa dal fatto che Younger non avesse mai detto alla madre di essere una spia. Quando alla fine glielo rivelò, la risposta fu disarmante: «Yes, darling, so was I», «Sì, caro, anche io lo sono stata».

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Il punto non è il nucleare, ma la presenza militare americana in Europa

«Probabilmente è più preoccupante vedere il ritiro delle armi convenzionali americane dall’Europa». È da questa osservazione di Michal Onderco, professore di relazioni internazionale alla Erasmus University Rotterdam, che si può leggere la notizia riportata dal Financial Times sull’ipotesi di un possibile ampliamento della partecipazione europea alla condivisione nucleare della Nato. Un’ipotesi che riguarderebbe, secondo il quotidiano britannico, l’estensione ad altri alleati del sistema che consente a determinati Paesi di utilizzare aerei dual-capable, cioè in grado di trasportare armamenti nucleari statunitensi.

A prima vista, si tratta di una notizia che potrebbe suggerire un rafforzamento della postura nucleare americana in Europa. In realtà, la chiave di lettura è meno lineare: più che un’espansione imminente dell’ombrello nucleare, ciò che emerge è un tentativo di rassicurare gli alleati in una fase di crescente incertezza sul futuro della presenza militare degli Stati Uniti sul continente.

Come ricorda il professor Onderco, «esiste un dibattito più ampio e di lungo periodo sull’allargamento della partecipazione degli alleati europei alla deterrenza nucleare». Negli ultimi anni questo dibattito si è tradotto in richieste sempre più esplicite di un maggiore coinvolgimento degli alleati non nucleari nelle esercitazioni, oltre che in forme di supporto convenzionale alle missioni nucleari della Nato. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, queste pressioni si sono intensificate soprattutto da parte dei Paesi dell’Europa centro-orientale.

Ecco perché l’interesse di Paesi come Polonia e Stati baltici non è una sorpresa. «Soprattutto dopo l’invasione russa del 2022, si sono moltiplicate le richieste, in particolare dall’Europa centrale, di ampliare il gruppo di Paesi coinvolti nella condivisione nucleare almeno attraverso la certificazione degli aerei a doppia capacità», osserva ancora Onderco.

La novità, semmai, riguarda il contesto politico attuale. Negli ultimi mesi, diversi alleati europei hanno iniziato a interrogarsi con maggiore insistenza sulla solidità delle garanzie di sicurezza americane. Non tanto per una rottura dell’alleanza, quanto per la percezione di un possibile riequilibrio strategico degli Stati Uniti verso altre aree del mondo, a partire dall’Indo-Pacifico.

«Siamo in un momento particolare in cui gli alleati europei degli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dell’affidabilità delle garanzie americane», sottolinea il professore. È in questo clima che si inserisce la discussione sull’eventuale apertura a nuovi Paesi nel meccanismo di condivisione nucleare. Una discussione che, almeno nelle intenzioni di Washington, potrebbe servire a rafforzare la percezione di continuità dell’impegno americano nella difesa dell’Europa.

Secondo questa lettura, l’eventuale ampliamento della partecipazione nucleare avrebbe soprattutto una funzione politica: attenuare le preoccupazioni europee legate a possibili riduzioni della presenza militare convenzionale statunitense sul continente. «Questo può essere visto come un tentativo di rassicurare tali preoccupazioni», osserva ancora Onderco, pur avvertendo che la sua efficacia resta tutta da verificare.

Il punto centrale del ragionamento riguarda proprio la distinzione tra deterrenza nucleare e difesa convenzionale. Per molti governi europei, infatti, il problema non è la credibilità ultima dell’ombrello nucleare americano, ma la possibile riduzione degli strumenti militari tradizionali che garantiscono la sicurezza quotidiana del continente.

«Per gli europei è probabilmente più preoccupante vedere il ritiro delle armi convenzionali americane dall’Europa», afferma Onderco. È una frase che sintetizza un cambiamento più profondo nella percezione strategica europea. Le armi nucleari rappresentano la garanzia estrema, quella che interviene nello scenario più grave. Ma la deterrenza reale, quella che funziona ogni giorno, è fatta di presenza militare, capacità logistiche, difesa aerea, intelligence e prontezza operativa.

Da questo punto di vista, la discussione sul possibile allargamento del nuclear sharing appare meno come una svolta e più come un segnale politico in una fase di transizione. Gli Stati Uniti cercano di mantenere saldo il legame con gli alleati europei mentre rivedono la distribuzione globale delle proprie priorità strategiche. L’Europa, dal canto suo, si confronta con la necessità di aumentare il proprio peso nella difesa convenzionale.

Il risultato è un equilibrio ancora in costruzione: più visibilità della deterrenza nucleare americana, ma anche maggiore incertezza sul futuro della presenza convenzionale degli Stati Uniti sul continente europeo. Ed è proprio in questo scarto che si inserisce la lettura più rilevante della notizia.

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Che cos’è l’anonimizzazione e perché è al centro dello scontro tra Google e l’Europa

Quando si cerca qualcosa su Google, si lascia una traccia. Non necessariamente un nome, non necessariamente un indirizzo. Ma una serie di domande, nel tempo, in una certa zona geografica, con un certo ritmo, può dire molto di una persona — abbastanza, in alcuni casi, da identificarla. È esattamente questo il nodo tecnico attorno a cui si sta stringendo uno dei confronti più delicati tra la Commissione europea e il colosso di Mountain View, in applicazione del Regolamento sui mercati digitali, il cosiddetto Digital Markets Act (Dma).

La Commissione ha avanzato una proposta, ai sensi dell’articolo 6, comma 11 del regolamento, che obbligherebbe Google a condividere con terze parti i dati delle ricerche degli utenti, opportunamente anonimizzati. L’obiettivo dichiarato è favorire la concorrenza: se i concorrenti di Google Search potessero accedere a quei dati, potrebbero migliorare i propri algoritmi e competere su basi più eque. In teoria, i dati sarebbero privati dei riferimenti identificativi. In pratica, sostiene Google, non lo sarebbero affatto.

Che cos’è l’anonimizzazione, e perché è difficile
L’anonimizzazione è il processo con cui si rimuovono da un insieme di dati tutte le informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona. Il principio è semplice; l’applicazione, assai meno. La difficoltà nasce dal fatto che i dati, anche quando sembrano generici, tendono a diventare identificativi se combinati tra loro o con informazioni di contesto.

Nel caso delle query di ricerca, Sergei Vassilvitski, senior research director di Google, ha portato alcuni esempi concreti nel corso di un briefing organizzato da Google e a cui Linkiesta ha partecipato. Alcune persone aprono le loro ricerche scrivendo direttamente il proprio nome: «Mi chiamo [Nome Cognome] e voglio sapere…». Un comportamento meno raro di quanto si pensi. Altri usano Google come strumento di traduzione per comunicare con qualcuno che parla una lingua diversa, generando sequenze di domande che ricostruiscono una conversazione privata. Prese singolarmente, queste query sembrano innocue. Messe in fila, rivelano una persona specifica.

L’identificazione diventa ancora più precisa quando si aggiunge la localizzazione geografica.Vassilvitski ha citato il caso di qualcuno che cerca informazioni su una malattia cronica e sugli orari compatibili con il proprio lavoro, qualificandosi come parrucchiera in un’area rurale. In una piccola zona con pochi saloni, i candidati possibili si riducono a una manciata di persone. Senza bisogno di nome e cognome, l’identità emerge.

Su questo terreno si è mosso anche Łukasz Olejnik, ricercatore indipendente affiliato al King’s College di Londra, che in un’analisi pubblicata ad aprile ha definito la proposta della Commissione uno dei maggiori rischi per la riservatezza e la sicurezza nazionale in Europa degli ultimi decenni. Il criterio di soglia previsto – più di 50.000 utenti registrati nell’arco di tredici mesi – è talmente basso, ha scritto, da lasciare passare una quantità enorme di termini sensibili: sintomi medici, nomi locali, farmaci. Filtrerebbe solo ciò che è assolutamente unico.

Non è una questione di tempo
Google non chiede semplicemente più tempo. Il punto, come ha spiegato Vassilvitski nel briefing, è di metodo: le misure preliminari della Commissione sono uscite intorno alla metà di aprile, il periodo di consultazione pubblica è durato due sole settimane, e la decisione finale è attesa entro la fine di luglio. Un calendario stretto per problemi che sono, come ha detto lo stesso esperto, «al limite della ricerca attuale». Quello che si chiede è un confronto aperto, con esperti di anonimizzazione e riservatezza esterni all’industria, capaci di raggiungere un consenso condiviso su cosa significhi davvero rendere anonimi questi dati. Molti di questi esperti, ha aggiunto, non sapevano nemmeno che il procedimento fosse in corso, e quando lo hanno scoperto avevano già pochissimo tempo per rispondere.

Non è una posizione isolata. Il think tank ECIPE e l’Information Technology and Innovation Foundation hanno entrambi prodotto analisi critiche delle misure proposte. La fondazione, in un commento formale alla Commissione dello scorso maggio, ha sostenuto che le misure vanno ben al di là di quanto necessario, con effetti negativi sulla riservatezza degli utenti, sugli incentivi all’innovazione e sulla praticabilità commerciale dell’intero sistema.

L’altro fronte: Android e gli assistenti artificiali
Le divergenze con la Commissione non si esauriscono sulla ricerca. Un secondo procedimento, ai sensi dell’articolo 6, comma 7 del Dma, riguarda Android e impone a Google di garantire agli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Gemini, il proprio assistente. In concreto: accesso al microfono, alla fotocamera, al contenuto dello schermo, ai comandi vocali, ai sensori, alle impostazioni del dispositivo, all’esecuzione in background.

Dal punto di vista ingegneristico, spiega Google, si tratta di un livello di integrazione profondissimo, sviluppato con anni di lavoro e test di sicurezza specifici. Un agente di intelligenza artificiale che opera a livello di sistema non funziona come un normale assistente testuale: deve interpretare lo schermo in tempo reale, eseguire comandi, operare in ambienti variabili. Aprire queste interfacce indiscriminatamente, senza una validazione rigorosa, aumenta la superficie di attacco. L’esempio che circola nel dibattito è quello di Samsung, che ha integrato Perplexity su alcuni suoi dispositivi Android dopo un lungo lavoro di ingegneria della sicurezza dedicato: la prova che si può fare, ma non per decreto e non in poche settimane.

La revisione del Dma e le tensioni con le grandi piattaforme
Il Dma è entrato in vigore nel maggio del 2023 e si applica a un gruppo ristretto di grandi operatori digitali – Google, Apple, Meta, Amazon, ByteDance – classificati come gatekeeper, cioè controllori di infrastrutture digitali essenziali. La prima revisione formale del regolamento, pubblicata dalla Commissione lo scorso aprile aprile, lo ha dichiarato ancora valido nei suoi obiettivi. I risultati concreti per i cittadini ci sono – schermate di scelta per i browser, possibilità di installare app da fonti alternative, maggiore controllo sui dati – ma l’enforcement è stato lento e politicamente complicato.

L’anno scorso Apple è stata multata per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni, entrambe per violazioni del Dka. Molti osservatori hanno giudicato le cifre troppo basse, e si è diffusa l’ipotesi che Bruxelles stesse calibrando le sanzioni per non inasprire le tensioni commerciali con Washington, dove l’amministrazione Trump aveva minacciato ritorsioni contro le aziende europee che colpissero i colossi tecnologici americani. La Commissione ha smentito ogni condizionamento.

Ora tocca a Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, citando fonti interne alla Commissione, è in arrivo una sanzione nell’ordine delle centinaia di milioni di euro per il caso di auto-preferenziamento nei risultati di ricerca. Sarebbe la multa più alta mai inflitta sotto il Dma. Google si è già difesa in anticipo: le modifiche apportate alla ricerca in ossequio al regolamento europeo rappresentano, secondo un suo portavoce, «il peggioramento più grave nella storia del prodotto».

La dimensione geopolitica
Sullo sfondo di questa vicenda si staglia una tensione più ampia, che va oltre il diritto della concorrenza. Il Dma era stato concepito come uno strumento veloce, capace di imporre compliance rapida senza i tempi biblici dell’antitrust tradizionale. In parte lo è stato. Ma la sovrapposizione tra regolazione digitale europea e guerra commerciale transatlantica ha cambiato il contesto: ogni multa è diventata un potenziale casus belli, ogni procedimento un terreno su cui si misurano i rapporti di forza tra Bruxelles e Washington.

In questo scenario, Google critica la Commissione europea di non ascoltare. A niente è servito, dicono, inviare alcuni esperti di sicurezza Android per presentare all’esecutivo prove concrete di come certi obblighi possano consentire l’uso di spyware, registrazione audio e furto di foto. Il tutto, aggiungono, mentre il Parlamento europeo discute pubblicamente su come difendersi da sofisticati rischi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale (come Mythos di Anthropic), e il ramo normativo della Commissione europea che si occupa esclusivamente di concorrenza a Bruxelles (Dg Comp) sembra intenzionata a smantellare attivamente la sicurezza di base destinata a fermarli. La decisione finale è attesa per fine luglio.

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Se vuoi fare la spia, non studiare intelligence

«In realtà un corso universitario in intelligence studies è raramente un percorso verso una carriera nell’intelligence». Nigel Inkster, già capo delle operazioni del Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero), non è il solo a dirlo, ma lo sostiene con una chiarezza che vale la pena prendere sul serio. Perché dietro questa affermazione apparentemente controintuitiva c’è una delle tensioni più interessanti e meno discusse nell’ecosistema della sicurezza nazionale contemporanea: quella tra chi studia l’intelligence e chi la pratica.

Gli intelligence studies esistono come campo accademico riconoscibile almeno dagli anni Ottanta, con un’accelerazione significativa dopo l’11 settembre 2001. La proliferazione di corsi, master, centri di ricerca dedicati è stata rapida e, per certi versi, inevitabile: la domanda pubblica di comprensione del fenomeno era reale, i fallimenti dell’intelligence americana e occidentale avevano reso il settore improvvisamente visibile, l’apertura progressiva degli archivi storici aveva reso possibile una storiografia più solida. Il problema è che questa crescita ha generato una tensione strutturale che il campo non ha mai davvero risolto. Da un lato, gli studiosi hanno costruito un oggetto disciplinare autonomo: il ciclo dell’intelligence, le teorie del fallimento analitico, la governance comparata dei servizi, il diritto dell’intelligence, l’etica della raccolta. Dall’altro, le agenzie hanno continuato a reclutare secondo una logica sostanzialmente diversa, indifferente, quando non apertamente scettica, verso questi strumenti concettuali.

Il risultato è una doppia incomprensione. Gli accademici tendono a sopravvalutare la rilevanza pratica della loro produzione. Le agenzie tendono a sottovalutare il contributo che una cultura dell’intelligence diffusa potrebbe dare alla qualità del dibattito pubblico sul settore. Nel mezzo, una generazione di studenti che si iscrive a corsi con aspettative spesso mal calibrate rispetto a ciò che troverà sul mercato del lavoro.

Il problema epistemico
C’è una ragione più profonda per cui questo gap è difficile da colmare, ed è di natura epistemica. La letteratura accademica sull’intelligence è costruita prevalentemente su fonti declassificate, memorie di ex funzionari, inchieste parlamentari, documenti resi pubblici attraverso strumenti come lo statunitense Freedom of Information Act. È una letteratura inevitabilmente retrospettiva e parziale: racconta ciò che è già accaduto, su cui è già possibile fare luce, e spesso molti anni dopo. Le agenzie, invece, lavorano su informazioni correnti, lacunose, contraddittorie, in contesti operativi dove l’incertezza è la norma e non l’eccezione.

La distanza tra i due regimi di conoscenza è reale e probabilmente insuperabile. Un analista che ha studiato i fallimenti dell’intelligence americana prima dell’invasione irachena del 2003 ha acquisito strumenti cognitivi preziosi per riconoscere le patologie del processo analitico – il groupthink, il mirror imaging, l’eccessiva dipendenza da singole fonti. Ma non ha necessariamente acquisito la competenza sostantiva – linguistica, tecnica, geografica e settoriale – che le agenzie cercano quando assumono.

Quello che le agenzie vogliono, in sostanza, è qualcuno che sappia qualcosa nel senso più pieno del termine: che conosca davvero il Sahel, o i mercati dell’energia, o la crittografia post-quantistica, o il diritto islamico nelle sue varianti regionali. Il «ragionare come un analista» è una capacità che preferiscono formare internamente, su una base di expertise che considerano difficilmente replicabile in aula.

L’avviso italiano: una cartina di tornasole
Nessun documento rende questa logica più trasparente di un avviso di reclutamento. E quello lanciato a febbraio (oggi chiuso) dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (la campagna «Il tuo talento al servizio dell’Italia») è particolarmente eloquente.

L’intelligence italiana cercava profili eterogenei in settori ben definiti: high performance computing, crittografia, gestione di cluster, automazione di processi di scraping, cyber, economia e finanza, terrorismo interno e internazionale, open-source intelligence. I laureati di area umanistica o internazionalistica erano benvenuti, ma a una condizione esplicita: dovevano portare conoscenze concrete dei fenomeni di terrorismo jihadista, radicalismo religioso, criminalità internazionale, immigrazione e traffico di esseri umani, eversione brigatista o anarchica, estremismo e antagonismo.

Gli intelligence studies non compaiono nemmeno come categoria residuale. L’avviso non cerca chi sa cos’è il ciclo dell’intelligence o chi ha letto Sherman Kent, pioniere dei metodi d’analisi dell’intelligence. Cerca chi sa qualcosa che serve adesso, in domini operativi specifici, con competenze verificabili.

Inoltre, guardare soltanto agli analisti rischia di dare un’immagine incompleta delle agenzie. Un moderno servizio di intelligence assomiglia sempre più a una grande organizzazione complessa: oltre a linguisti, esperti regionali e tecnologi, servono psicologi, giuristi, specialisti delle risorse umane, esperti di logistica e professionisti capaci di sostenere il funzionamento quotidiano dell’organizzazione. Molte delle competenze richieste sono le stesse che permettono a qualsiasi grande istituzione di operare efficacemente.

Questo non è un caso italiano. È la norma nei principali sistemi di intelligence occidentali, che reclutano prevalentemente da percorsi generalisti (come giurisprudenza, scienze politiche, lingue, ingegneria, informatica, Stem, psicologia) e formano internamente le competenze specifiche. I programmi universitari con rapporti istituzionali diretti con le agenzie esistono, ma sono eccezioni legate a network specifici, non la regola del settore.

A questo si aggiunge una trasformazione organizzativa più ampia. Le agenzie occidentali dipendono sempre meno dal trasferimento di personale proveniente da difesa, forze armate e polizia e sempre più dal reclutamento diretto di profili civili specializzati. Anche in Italia, soprattutto dopo la riforma del 2007, il comparto ha progressivamente ampliato il ricorso a competenze provenienti dal mondo accademico, professionale e imprenditoriale.

Allora a cosa servono gli intelligence studies?
Sarebbe sbagliato concludere da tutto questo che i corsi universitari in intelligence siano inutili. Producono analisti per il settore privato, giornalisti specializzati, funzionari di polizia con ruoli analitici, consulenti per organizzazioni internazionali, ricercatori ovviamente. È un’utilità reale, con un mercato in espansione, in parte proprio perché la complessità geopolitica aumenta la domanda di competenze interpretative.

Ma c’è una funzione più importante, e meno frequentemente riconosciuta: quella di costruire una cultura della sicurezza. In democrazie che fanno della supervisione parlamentare e del controllo pubblico sull’intelligence un valore costituzionale, la qualità del dibattito su questi temi dipende dalla capacità della società civile di capire di cosa si parla. Magistrati, parlamentari, giornalisti, funzionari pubblici che hanno una comprensione anche solo elementare di come funzionano i servizi, di quali siano i loro limiti strutturali, di come si costruisce una stima analitica, sono un asset democratico non banale.

In questo senso, gli intelligence studies hanno una legittimazione accademica più solida come campo di riflessione sull’intelligence – sulla sua storia, sulla sua governance, sui suoi fallimenti – che come percorso professionale diretto verso le agenzie.

La spia che non ha studiato per diventarlo
C’è un paradosso finale che vale la pena nominare. Le agenzie non possono dire pubblicamente, con precisione, cosa cercano davvero nei candidati – per ragioni ovvie di sicurezza operativa. Questo mantiene strutturalmente aperto il gap tra offerta formativa e domanda istituzionale. I corsi proliferano in parte perché le agenzie non smentiscono mai esplicitamente la percezione che siano un percorso utile.

Nel frattempo, la spia che le agenzie cercano ha studiato fisica, o arabo, o economia dei mercati emergenti, o sicurezza informatica. Forse ha letto qualcosa sull’intelligence, per curiosità o per caso. Ma non ha scelto quel corso pensando che fosse il modo giusto per arrivarci. E probabilmente, proprio per questo, è il profilo che cercano.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Anche a Londra lo scontro con il Tesoro frena la Difesa, e ci interessa

Il ritardo del governo britannico guidato da Sir Keir Starmer nel presentare il Defence Investment Plan non è più una questione amministrativa interna a Whitehall, ma un fattore che sta iniziando a produrre effetti sistemici su alleanze, programmi industriali e credibilità strategica del Regno Unito. Le ultime indicazioni, riportate dalla stampa britannica, parlano di una pubblicazione attesa «nelle prossime settimane» e comunque entro il vertice Nato di inizio luglio ad Ankara, in Turchia. Ma il problema non è più solo la tempistica: è la capacità del sistema politico britannico di trasformare la spesa in programmazione militare coerente.

Lo scontro tra ministero della Difesa e Tesoro sulla traiettoria di bilancio – un fatto sempre più frequenti nelle economie in difficoltà, come testimonia anche recentemente l’Italia – sta infatti rallentando la traduzione operativa della Strategic Defence Review. In altre parole, Londra ha un obiettivo politico, ovvero rafforzare la postura Nato e modernizzare le forze armate, ma non ha ancora un quadro finanziario stabile che consenta di contrattualizzare in modo pluriennale i grandi programmi. Il risultato è una forma di sospensione strutturale che impatta direttamente sulle scelte industriali.

Il caso più evidente è il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto che coinvolge Regno Unito, Italia e Giappone per lo sviluppo del caccia di sesta generazione destinato a sostituire l’attuale Eurofighter entro la metà del prossimo decennio. Il programma formalmente procede – con un dimostratore atteso nei prossimi anni e una struttura industriale già definita attorno a BAE Systems per il Regno Unito, Leonardo per l’Italia e Mitsubishi Heavy Industries il Giappone – ma la sua traiettoria dipende in modo critico dalla stabilità dei flussi di finanziamento britannici.

È qui che il ritardo del piano diventa un problema anche per Roma. Il programma non è un semplice progetto di cooperazione industriale, ma una piattaforma strategica di lungo periodo che si regge su tre condizioni: certezza di bilancio, sincronizzazione dei partner e credibilità della tempistica (oggi fissata politicamente al 2035). Se uno dei tre pilastri – in questo caso il finanziamento britannico – oscilla, l’effetto immediato non è il collasso del programma, ma la sua “slittabilità”: ogni fase successiva tende a spostarsi in avanti per evitare rischi finanziari e industriali.

Il punto più delicato è che questa incertezza si inserisce in un contesto già complesso. Il Giappone, come racconta Nikkei Asia, spinge per rispettare rigidamente la scadenza del 2035, motivato da esigenze operative legate al teatro indo-pacifico. L’Italia, dal canto suo, ha interesse a preservare il carattere paritario del programma e a garantire ritorni industriali stabili nel lungo periodo. Il Regno Unito, invece, si trova intrappolato in una dinamica classica: ambizione strategica elevata e vincoli fiscali stringenti, con il Tesoro che tende a diluire gli impegni per mantenere margini di bilancio.

Il piano diventa, dunque una sorta di test di credibilità più che un documento di programmazione. Non è solo importante cosa conterrà, ma quando verrà pubblicato e quanto sarà vincolante. Le pressioni che arrivano anche dall’interno della Nato – con richiami espliciti alla distanza tra impegni finanziari e capacità effettive da parte dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del comando militare – rafforzano l’idea che il problema non sia la volontà politica di riarmo, ma la sua esecuzione.

Per l’Italia, la conseguenza principale è duplice. Da un lato, il Gcap resta il principale asse di accesso europeo alla sesta generazione, soprattutto in un contesto in cui il programma concorrente franco-tedesco-spagnolo (Fcas) procede tra difficoltà interne. Dall’altro, però, la dipendenza dalla stabilità britannica introduce un elemento di rischio temporale che Roma non controlla direttamente. È un classico problema di programmi multinazionali ad alta intensità tecnologica: la catena è forte quanto il suo anello fiscale più debole.

Il paradosso è che il Gcap, nato anche per ridurre la dipendenza europea e indo-pacifica dagli Stati Uniti, finisce per essere esposto a una vulnerabilità interna europea: la discontinuità dei cicli di bilancio nazionali. Finché il piano britannico non chiarirà risorse, tempi e priorità, il programma resterà formalmente stabile ma sostanzialmente elastico nei tempi. In questo senso, il nodo londinese non è una questione britannica: è un fattore che incide direttamente sulla traiettoria della difesa aerea europea del prossimo mezzo secolo.

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