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La crisi di Hormuz ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa

di Roberto Iannuzzi *

L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.

Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli Usa hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.

Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.

Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).

A prima vista, l’Europa sembra posizionata meglio di altri per sostenere lo shock energetico ed economico derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene una porzione rilevante del fabbisogno europeo di fertilizzanti provenga dal Golfo, solo il 6% del greggio e meno del 10% del gas di cui necessita il vecchio continente passavano attraverso lo Stretto.

Ma l’aumento dei prezzi energetici è globalizzato, e la crisi attuale si somma ai danni prodotti da quelle precedenti, dal Covid-19 allo scontro con la Russia. Dal 2023, inoltre, l’insicurezza nel Mar Rosso ha costretto buona parte dei traffici commerciali a circumnavigare il continente africano superando il Capo di Buona Speranza, allungando così i tempi di navigazione e accrescendo i costi di trasporto.

Se lo scontro armato con Teheran dovesse riprendere, Ansarallah, gruppo alleato dell’Iran nello Yemen, ha promesso di chiudere lo Stretto di Bab el-Mandeb che dà accesso al Mar Rosso, accrescendo ulteriormente costi energetici e di navigazione.

La guerra contro l’Iran ha poi ulteriormente dilapidato gli arsenali americani, già messi a dura prova dai conflitti in Ucraina, a Gaza e nello Yemen, assottigliando così le risorse militari (in particolare gli essenziali intercettori per la difesa aerea) che possono essere fornite a Kiev.

Il presidente americano Trump ha inoltre minacciato gli europei che li avrebbe aiutati ancor meno nello scontro con la Russia, poiché essi si sono rifiutati di intervenire direttamente al fianco di Washington contro l’Iran. Ciò acuisce il dilemma europeo tra la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina e a rafforzare il fianco orientale, e l’eventualità di schierare risorse militari nel Golfo a difesa delle petromonarchie.

Per il momento, paesi come Francia e Gran Bretagna hanno inviato alcune navi, caccia e sistemi di difesa aerea, che non modificano significativamente gli equilibri nel Golfo ma espongono tali risorse a un possibile coinvolgimento bellico qualora dovesse riesplodere il conflitto.

A ciò si aggiunge il dilemma energetico. Progetti infrastrutturali che bypassino lo Stretto di Hormuz, ad esempio aumentando la capacità dell’oleodotto saudita che dalla costa orientale giunge sul Mar Rosso, e sviluppando corridoi logistici lungo la penisola araba, richiedono investimenti e anni per essere realizzati.

La cooperazione economica tra Europa e monarchie arabe è esposta alla crescente instabilità nella regione, che può scoraggiare gli investitori e rallentare la realizzazione di importanti progetti Per altro verso, l’Europa è a corto di alternative energetiche. Dopo aver rinunciato alle fonti russe a basso costo, si è affidata al gas naturale liquefatto americano, inquinante e costoso da estrarre e trasportare. Gli Usa si avviano a diventare il primo fornitore di gas dell’Unione Europea.

L’Ue ha decretato lo scorso anno che tutti i paesi membri dovranno “derussificare” le proprie importazioni energetiche entro il 2028. Per molti paesi l’unica alternativa sta nel rivolgersi alla Turchia (escludendo il TurkStream che veicola gas russo) e alla regione del Caucaso. Ma anche qui gli Stati Uniti stanno assumendo un ruolo di controllo, stringendo rapporti sia con l’Armenia che con il vicino Azerbaigian, nel cui settore energetico gli Usa sono già presenti con ExxonMobil e Chevron.

Dopo la vittoria elettorale del partito guidato dal premier filo-occidentale Nikol Pashinyan in Armenia, dovrebbe procedere anche la cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp), corridoio di 43 km che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale. Tutti i lavori di sviluppo del corridoio, attraverso cui potrebbero passare anche delle pipeline, dovrebbero essere condotti da una joint venture armeno-americana controllata al 74% da Washington.

Con la Libia che resta uno stato fallito, e l’Algeria ormai al massimo delle sue capacità produttive, l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington.

*Autore del libro “Il 7 ottobre tra verità e propaganda. L’attacco di Hamas e i punti oscuri della narrazione israeliana” (2024).
Twitter: @riannuzziGPC
https://robertoiannuzzi.substack.com/

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Rheinmetall, la Germania sfida gli Usa sulla produzione di munizioni: ora punta ad assorbire i lavoratori dell’automotive

di Giacomo Gabellini

Recentemente, l’amministratore delegato del colosso tedesco della difesa Rheinmetall Armin Papperger ha dichiarato che la produzione tedesca di un certo tipo di munizioni ha superato quella statunitense.
Inondata di ordinativi pubblici a partire dall’invasione russa dell’Ucraina, Rheinmetall ha costantemente espanso la propria capacità produttiva costruendo nuovi impianti e dotandosi di macchinari di ultima generazione.

Come risultato, la produzione annua proiettili di artiglieria da 155 mm è aumentata da 70.000 a 1,1 milioni di unità; quella di munizioni per veicoli corazzati, da 800.000 a 4 milioni di unità; quella di camion militari, da 600 a 4.500 unità.

Allo stato attuale, gli Stati Uniti fabbricano circa 500.000 proiettili d’artiglieria da 155 mm all’anno.
All’aumento della produzione è naturalmente coincisa una crescita proporzionale della forza lavoro. Nel 2025 Rheinmetall ha ricevuto 350.000 candidature, di cui 250.000 provenienti dalla Germania, un cambiamento significativo per un settore che, come riconosciuto da Papperger, in passato faticava ad attrarre candidati.

L’azienda impiega attualmente 44.000 persone e prevede di raggiungere quota 70.000 entro il 2030, con un potenziale aumento di 210.000 dipendenti nelle sue filiere produttive.

Al centro di questa impennata produttiva c’è lo stabilimento di Unterlüß, nella Bassa Sassonia, inaugurato nell’agosto 2025 e progettato per produrre a pieno regime fino a 350.000 proiettili di artiglieria all’anno, affermandosi così come uno dei più grandi impianti di munizioni in Europa. Rheinmetall ha inoltre aperto nuovi stabilimenti in Ungheria, Romania, Lituania e Ucraina e ha acquisito il produttore spagnolo Expal Munitions nell’ambito di un’aggressiva campagna di espansione continentale.

Papperger ha affermato di non intravedere un rallentamento della forte crescita delle vendite e degli ordini prima del 2034, con l’azienda che prevede un fatturato di 14-15 miliardi di euro nel 2026 (+40% circa) nonostante l’attuale depressione del suo corso azionario.

L’espansione di Rheinmetall presenta profonde conseguenze per l’economia industriale tedesca nel suo complesso. Papperger ha previsto che la produzione per la difesa potrebbe sostituire circa un terzo dei posti di lavoro nell’industria automobilistica tedesca, che per temperare l’impatto della crisi sta gettando le basi per una conversione alla produzione bellica. Il caso paradigmatico è indubbiamente quello di Volkswagen, in trattative avanzate con l’azienda israeliana Rafael Advanced Defence Systems per la definizione di un accordo che sposterebbe la produzione in una delle fabbriche tedesche da automobili a difesa missilistica. Le due aziende prevedono di convertire l’impianto di Osnabrück, che impiega 2.300 lavoratori a rischio licenziamento, per fabbricare componenti del sistema di difesa aerea Iron Dome da rivendere eventualmente anche ai Paesi europei.

Del resto, l’azienda produce già camion militari, nell’ambito di una joint-venture tra la controllata Man e Rheinmetall. Il progetto, ha confidato al Financial Times una fonte interna a Volkswagen, richiederebbe investimenti minimi, e contempla l’integrazione della collaudata tecnologia di difesa israeliana alla produzione tedesca.

La partnership con Rafael rappresenterebbe per Volkswagen il ritorno in grande stile nel settore degli armamenti, in cui era entrata durante la Seconda Guerra Mondiale fabbricando veicoli militari e la bomba volante V-1 per conto della Wehrmacht.

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