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Un evento di arti marziali da 60 milioni di dollari alla Casa Bianca: l’ultima follia di Donald Trump per i suoi 80 anni

C’è un evento sportivo che in questi giorni negli Stati Uniti sta facendo parlare tanto quanto o addirittura più dei Mondiali di calcio. E si svolgerà alla Casa Bianca per la prima volta nella storia. Nel giorno del suo 80esimo compleanno (dove verranno celebrati anche i 250 anni dell’indipendenza americana, il cui anniversario però è il 4 luglio), Donald Trump ha infatti organizzato l’UFC Freedom 250, un evento di Ufc (arti marziali), all’interno della sua residenza ufficiale. Un’idea nata due anni fa con Dana White, CEO dell’UFC – quando il tycoon partecipò a una serata di Ufc al Madison Square Garden e venne accolto da applausi e cori “Usa, Usa” – e a cui adesso Trump ha dato seguito. L’evento – a spese della Ufc – è costato 60 milioni di dollari.

La serata vedrà lottatori affrontarsi in un ring montato all’interno di un enorme ottagono di 27 metri chiamato “The Claw” e – come dichiarato dall’amministrazione americana – sarà tutto esaurito, con oltre 4mila spettatori presenti. Si affronteranno Ilia Topuria, campione dei pesi leggeri, e Justin Gaethje, leggenda della MMA americana. Prima di loro invece si sfideranno Alex Pereira e Cyril Gane: in palio c’è la cintura dei pesi massimi. Gli atleti entreranno all’interno dell’ottagono direttamente dal famoso studio ovale, dove si trova la nota “resolute desk” di Trump. Al “Lincoln memorial”, invece, dove c’è la famosa statua di Abramo Lincoln seduto, si svolgeranno le conferenze stampa e le premiazioni.

Chi non è riuscito ad accaparrarsi un biglietto per l’UFC Freedom 250 – così è chiamato l’evento – è invitato a tentare la fortuna sul sito online Tickemaster, ma con poche speranze. Ma nessun problema, ha precisato Trump: chi non sarà presente potrà vederla in diretta tv e in streaming, anche sul maxischermo all’esterno della White House, con 85mila posti grauiti a disposizione. Il tutto organizzato grazie soprattutto all’amico da oltre 20 anni di Trump, Dana White, presidente della Ufc. Il programma di domenica prevede inoltre una cerimonia privata riservata all’élite del movimento trumpiano. C’è il rischio maltempo e non si esclude – come riportano alcuni media internazionali – una possibile invasione di zanzare. L’evento sarà trasmesso anche in diretta tv e streaming.

In un video pubblicato sui social ieri, 12 giugno, Donald Trump ha paragonato l’arena della Ultimate Fighting Championship (UFC) costruita davanti alla Casa Bianca alla Torre Eiffel di Parigi. Parlando della struttura dentro alla quale c’è il ring, Trump ha ricordato la storia del famosissimo monumento francese. Costruito inizialmente per l’Esposizione Universale del 1889, avrebbe dovuto essere smantellata subito dopo la manifestazione.

Intanto le prove dello spettacolo aereo organizzato in vista dell’evento UFC hanno provocato ritardi agli aerei in partenza, compresi anche quelli di alcuni membri del Congresso. Un volo Delta diretto da Washington a Detroit è rimasto fermo sulla pista a causa della temporanea chiusura dello spazio aereo attorno all’aeroporto Reagan National. Tra i passeggeri c’erano deputati democratici e repubblicani del Michigan.

Il pilota avrebbe spiegato ai passeggeri che il ritardo era legato alle prove per l’evento e avrebbe aggiunto, con ironia, che eventuali proteste andavano rivolte ai “loro rappresentanti al Congresso” (cioè loro stessi). La Casa Bianca ha poi confermato che le limitazioni al traffico aereo erano state pianificate per consentire le prove dello spettacolo previsto prima dell’evento di arti marziali.

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Spurs-Kniks, verso gara 5: Anunoby, lampi da MVP. Alcuni appunti sul gioco di Wembanyama | NBA Freestyle

Crollo Spurs, Cuore Knicks

Tante cose da dire. Tante cose già dette. Una serie finale strana. Finora. Più combattuta di quanto dica il 3-1 per New York. Ci sono troppi fattori da valutare. Sarebbe troppo semplicistico imputare l’andamento delle varie partite a pochi episodi o alle prestazioni di questo o quel giocatore. Il talento e la gioventù degli Spurs si stanno scontrando con la solidità e la determinazione dei Knicks. Questo è un dato di fatto. San Antonio viene da sette partite contro un colosso come Oklahoma City e prima ancora aveva assaggiato la dura difesa perimetrale di Minnesota per ben sei gare. New York si è sbarazzata di Cleveland con un 4-0 e ha incrociato le braccia. La stanchezza, la freschezza atletica va considerata. Sì, certo, ma non basta. I Knicks non hanno (quasi) mai sbagliato quando contava, nelle situazioni in cui “questo deve andare dentro oppure sono guai”. Vero, ma c’è dell’altro. Fare quello che ha fatto Fox in gara 4 è stupido perfino nelle serie minori? Si. Non tenti la conclusione in contropiede con un uomo addosso con quei pochi secondi da giocare, se sei in vantaggio. Fai melina, cerchi un fallo, sei un palleggiatore, che diamine! In più, nell’azione successiva fai un fallo tattico che ha solo l’effetto di permettere all’attacco di New York di organizzarsi. Però, come si fa ad arrivare con l’acqua alla gola dopo essere stati avanti anche di 18-19 punti (lasciamo perdere i 29 punti del massimo vantaggio…) a 9 minuti dal termine del quarto quarto? Gli Spurs hanno smesso di eseguire, non hanno saputo gestire bene il ritmo, hanno ribaltato poco il campo, hanno dimenticato di avere un giocatore alto 2.28 che ha un vantaggio enorme nei pressi del canestro contro chiunque. Mancanza di un palleggiatore in grado di dettare i tempi, forse. I Knicks ne hanno approfittato, in casa, con le urla del Madison Square Garden udibili perfino nel Connecticut. Sono stati bravi. E San Antonio ha perso via via ogni certezza. Inesperienza, pressione, certo. Nelle quattro partite di finale, i Knicks hanno segnato 107 punti di media, gli Spurs 105. Brunson e compagni hanno tirato da tre complessivamente con il 37,8%, mentre San Antonio col 34,2%. Dal campo? 43,6% New York e 42,7% San Antonio. Stoppate: 5,5 per gli Spurs e 5 per New York. Sostanzialmente, cifre allineate. La situazione è molto più complessa. Buona gara 5. Può succedere ancora di tutto (è una speranza…).

Che giocatore OG Anunoby

Un fisico michelangiolesco, una solidità estrema, una mano bella come il sole. Tre frasi per descrivere un giocatore che, al momento, nella Grande Mela potrebbe pure camminare sulle acque e nessuno accuserebbe l’Intelligenza Artificiale di aver modificato il video. In gara 4, ha segnato 33 punti con 7 su 9 da tre. Al di là del tap in che può potenzialmente riportare a New York un titolo agognato da troppo tempo, OG Anunoby in queste finali sta giocando un basket spettacolare. Tempismo perfetto. Definirlo un semplice 3&D (tiro da tre e difesa) è riduttivo, a tratti offensivo. Si, il “nuovo” idolo del Madison sta tirando da tre con il 55,6% e quando carica il tiro gli avversari recitano già le proprie preghiere. Si, il giocatore dei Knicks è un difensore eccellente, con mobilità laterale e capacità di reggere i contatti anche contro gente fisicamente imponente. Ma Anunoby sa fare anche altro, come puntare l’uomo in palleggio, virare a centro area e inchiodare a due mani a difesa schierata o riempire le corsie in contropiede come un levriero. Sta segnando 23,8 punti di media, è il secondo realizzatore di New York dopo Jalen Brunson. Un pensierino per l’MVP delle finali, in caso di vittoria Knicks, si può scommettere che lo faranno.

Dylan Harper non trema, mai!

Una gara 4, quella di Harper, con lampi di talento così abbagliante, che Ben Stiller e Timothée Chalamet hanno a un certo punto dovuto indossare occhiali da sole. Ah, sotto gli occhi anche del padre Ron, che ha abbastanza anelli al dito da poter aprire domani una gioielleria in centro a Milano. Forse il suo primo passo potrebbe essere un po’ più esplosivo, e lo stacco da terra non è quello di un Zach LaVine, per dire, ma ha giocato come se nella carta d’identità avesse scritto almeno 26 o 27 anni. E di anni ne ha appena 20. È fortissimo nella parte alta del corpo, gioca con grande personalità, freddezza, sembra non subire per nulla la pressione. Eppure, stiamo parlando delle finali NBA: se giochi a basket più in alto di così non puoi andare. Certo, a tratti, i pochi anni che ha si sono visti in modo lampante, soprattutto al capitolo selezione tiro. Per lui 21 punti con 3 su 6 dal perimetro e la sensazione che sia a un tiro da fuori per essere già un All Star il prossimo anno.

Wembanyama: stanchezza e stupidaggini

Che è un “dominatore dell’universo” è stato detto più volte, è innegabile, così è e così sarà. Però alcuni appunti sul gioco di Wembanyama in gara 4 ha senso fissarli nella mente. Uno: sicuramente ha avuto un calo fisico durante la gara, è stato in campo tanto tempo, è super utilizzato e viene da una traversata playoff non semplice. Due: il francese deve smetterla con i flagrant. Lo aveva fatto contro Gobert, è stato espulso. Lo ha rifatto contro Karl-Anthony Towns. E da quel momento in poi, ha smesso di giocare, si è spento, è calato. Queste sciocchezze contano anche per questi motivi. Deve abbassare i gomiti, controllarsi, non reagire e non cadere nelle provocazioni se vuole diventare un campione. Basta stupidaggini. Tre: Wembanyama si intestardisce troppo sul tiro da fuori. Ha giocato quasi esclusivamente con i movimenti da guardia. Avrebbe dovuto avvicinarsi di più al canestro, soprattutto nella seconda parte della partita in cui era chiaramente fuori ritmo al tiro e in generale in attacco. Inoltre, è stata corretta la scelta di andare in raddoppio su Brunson che doveva prendersi il tiro finale, con nessuno a tagliare fuori Anunoby per il tap in vincente?

Keldon Johnson: sesto uomo in calo

Qualcuno ha visto Keldon Johnson? Si, il sesto uomo dell’anno. Quell’ala che entrava dalla panchina e garantiva punti, difesa, contropiede, personalità. Se qualcuno lo vede, gli dica pure che i playoff sono iniziati da un pezzo e che addirittura c’è una finale in corso, dove la sua squadra si sta giocando il titolo. Clamoroso crollo di prestazioni rispetto alla stagione regolare, in cui aveva segnato 13,2 punti con 5,4 rimbalzi e il 36,3% da tre. In finale, Johnson è sceso a 3,8 punti con 2,5 rimbalzi e il 20% da oltre l’arco. La panchina degli Spurs, considerata lunga, è diventata lo stecco di un ghiacciolo se anche Kornet, che dava respiro a Wembanyama, con 6,5 punti, 6,1 rimbalzi e 1 stoppata a partita in stagione, si è ritrovato a segnare nemmeno un punto di media con 2,3 rimbalzi e zero stoppare. Quando si dice, quando il gioco si fa duro…

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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La grande confusione sotto il cielo del basket a Roma: così il fermento per Nba Europe rischia di diventare caos

Un campionato, e un movimento in generale, ridotto ai minimi termini. Società che traballano o saltano proprio, squadre che si spostano come soprammobili, e altre che spuntano come funghi dal nulla. C’è grande confusione sotto il cielo del basket italiano, e non è chiaro se si tratta di un fermento positivo, o semplicemente di caos. Tutto ruota intorno a Nba Europe, il lancio della nuova competizione targata Nba, che vorrebbe replicare anche nel Vecchio continente il successo americano: un campionato semi-chiuso, con 12 franchigie permanenti che in parallelo continueranno a giocare anche nei rispettivi campionati nazionali, e un numero molto limitato di posti (pare inizialmente quattro) per chi si qualificherà, probabilmente attraverso la Champions League. Un progetto non ancora ufficializzato, che dovrebbe partire nell’autunno 2027 nonostante molti punti interrogativi (a partire dalla convivenza con l’Eurolega, con cui da mesi si discute di un possibile, difficile accordo), ma che promette di essere una gallina dalle uova d’oro. Nelle intenzioni degli organizzatori, che guardano più alla piazza intesa come bacino d’utenza che alla tradizione sportiva, l’Italia avrà due squadre: una a Milano, che già da anni è leader del campionato con l’Armani, l’altra a Roma, dove una squadra di massima serie invece manca da tempo. Proprio per questo adesso nella Capitale stanno nascendo non una, ma ben due.

Per semplicità, ribattezziamole Roma1 e Roma2. Il primo progetto è quello che fa capo a Donnie Nelson, figlio del leggendario allenatore Nba Don, e che ha di fatto formalizzato l’iscrizione al prossimo campionato, acquistando il titolo da Cremona e poi spostandolo nella Capitale. Il secondo, invece, è la cordata di Paul Matiasic, imprenditore americano già patron della Pallacanestro Trieste. Roma1 fin qui è stata più reclamizzata, un po’ perché banalmente ha già una squadra acquisita senza particolari tensioni (Cremona conviveva da tempo con ristrettezze e difficoltà e in pochi si sono lamentati della scomparsa, a parte i suoi tifosi, ovvio). E poi, soprattutto, grazie anche al coinvolgimento in società della stella Nba Luka Doncic: alcune voci lo vorrebbero addirittura fisicamente presente alla conferenza del 25 giugno in Campidoglio. Un nome clamoroso, che da solo illuminerebbe l’intero movimento, chiaro che media e istituzioni stendano il tappeto rosso. Dimenticandosi di un piccolo dettaglio, che fin qui non è stato approfondito a dovere: le norme Nba vietano espressamente ai tesserati di detenere qualsiasi tipo di interesse finanziario, diretto o indiretto, in altre franchigie. Si potrà sostenere che quello europeo è un circuito a parte e non comunicante con quello americano, ma servirà comunque un chiarimento interpretativo per sdoganare il tanto sbandierato coinvolgimento di Doncic.

È solo una delle tante incognite di un progetto che fin qui è andato avanti a colpi di annunci sensazionali, non sempre rispettati. Come allenatore doveva arrivare Sasha Djordjevic, che però è andato in Turchia. Come impianto hanno ripiegato sul PalaTiziano, che nonostante la recente ristrutturazione non ha i minimi nemmeno per le coppe europee, figuriamoci per Nba Europe. Mentre il sogno del Foro Italico (dopo la copertura del Centrale del tennis, non prima del 2028) pare più che altro una chimera: il vero piano del Comune e del sindaco Roberto Gualtieri (che si tratti di Roma1 o 2), porta a Fiera di Roma, dove sono disponibili enormi cubature e trasporto pubblico, senza congestionare ulteriormente il centro.

Dall’altra parte, Matiasic si muove a fari spenti ma in maniera forse più concreta. Si è aggiudicato, ad esempio, il PalaEur con un’offerta faraonica di circa 170mila euro a partita, sbaragliando quella del rivale, a riprova della propria solidità. E si sente in vantaggio nei colloqui con Nba Europe, dove entrerà semplicemente chi avrà la maggior disponibilità economica (l’investimento iniziale è esorbitante, si parla di almeno mezzo miliardo). Certo, sconta un problemino non da poco, cioè non avere ancora una squadra a Roma. Matiasic è proprietario di Trieste, che però lascerebbe volentieri lì dov’è, anche per rispetto della realtà che lui stesso ha costruito con discreto successo: preferirebbe piuttosto venderla e acquisire un altro titolo, da portare nella Capitale. Per questo, in pieni playoff scudetto, era uscito il nome della semifinalista Brescia, che a sua volta avrebbe poi dovuto procurarsi un altro titolo magari in una categoria inferiore per sopravvivere: uno spettacolo desolante per il nostro campionato. Vedremo come andrà a finire: una data cerchiata in rosso sul calendario è quella del 26 giugno, per allora dovrebbero definirsi le iscrizioni al prossimo campionato.

La sensazione, come detto, è che alla fine, in un modo o nell’altro, entrambe giocheranno in Serie A. La vera partita, però, è l’ingresso in Nba Europe, e qui il posto rimane uno. Visto che è abbastanza evidente che sia Nelson jr. che Matiasic stiano facendo tutto ciò soltanto per quell’obiettivo, è legittimo chiedersi cosa ne sarà dell’esclusa: il rischio è di ritrovarsi una squadra fantasma nel giro di un paio d’anni. Così come, più in generale, sarebbe importante interrogarsi se sia questa la strada giusta per salvare il basket italiano. La Federazione del presidente Gianni Petrucci e tutto l’ecosistema Fiba guardano con favore all’avvento di Nba Europe perché promette di portare nuove risorse in un movimento agonizzante. E – dettaglio non trascurabile – di concedere i giocatori nelle finestre delle nazionali, cosa che non avviene con Nba, Ncaa, e sempre con maggior difficoltà anche con Euroleague, competizione che alla lunga si è rivelata poco sostenibile, se non per limitate realtà. Si tratta però anche di trapiantare in Europa un modello americano che poco ha a che fare con la nostra idea di sport, dove le squadre sono franchigie che si possono comprare e spostare a piacimento, proprio quello che sta accadendo in Serie A, e gli spettatori non sono necessariamente dei tifosi. Magari lo diventeranno.

X: @lVendemiale

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Choc a New York: tifoso degli Spurs massacrato di botte e costretto a togliere la canotta. Finisce in ospedale con il volto insanguinato

Un gruppo di tifosi dei New York Knicks, delusi per la sconfitta della loro squadra in gara 3 delle Finals Nba contro i San Antonio Spurs, ha aggredito un tifoso della squadra rivale con calci e pugni, rubandogli la maglia di Tim Duncan durante una violenta aggressione a Midtown Manhattan. Mercoledì la polizia ha diffuso le immagini di videosorveglianza degli aggressori che hanno assalito il tifoso degli Spurs di 39 anni, chiedendo la collaborazione di tutti per identificarli e rintracciarli.

Tutto ciò si è verificato mentre la polizia stava già per arrestare 21 tifosi dei Knicks, accusati di aver creato disordini durante una festa organizzata per guardare la partita a Bryant Park, bloccando il traffico sulla 42esima Strada Ovest, sradicando diversi alberi e ferendo almeno due agenti della polizia newyorkese dopo gli scontri. La vittima stava tornando in hotel intorno alle 00:15 di martedì, dopo gara 3 delle finali NBA, quando è stata circondato da un gruppo di giovani. Alcuni degli aggressori indossavano delle maglie dei Knicks.

Secondo quanto riferito dalla polizia e come si vede anche dai video, il gruppo ha picchiato e preso a calci la vittima, strappandogli la maglia numero 21 degli Spurs e scappando via. Il tifoso degli Spurs è stato trasportato all’ospedale Mount Sinai West, con diverse ferite e il naso sanguinante.

Tutto ciò mentre a New York c’è attesa per gara 4 delle finali NBA, in programma mercoledì notte al Madison Square Garden. Il sindaco Mamdani ha autorizzato una serata con biglietto d’ingresso all’esterno del MSG, ma ha messo tutti in guardia con un post su X. “Mentre ci prepariamo a guardare la partita insieme, vorrei essere chiaro: questo è un momento storico e gioioso per la nostra città ”, ha detto Mamdani su X. “Non permetteremo che venga rovinato dalla violenza. Fate attenzione e festeggiate responsabilmente”.

La polizia di New York ha annunciato che a partire dalle 16:30 verrà istituita una zona di sicurezza intorno al Madison Square Garden e l’accesso sarà consentito solo ai tifosi in possesso di biglietti per assistere alla partita all’interno o al watch party all’esterno.

It’s not safe to be a white Spurs fan in New York pic.twitter.com/4Jkgv38seF

— TaraBull (@TaraBull) June 10, 2026

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Fischi per Trump a New York in Knicks-San Antonio di Nba. Lui ribatte: “Credo che fossero per lo più applausi”

Prima i cori “U-S-A, U-S-A“, poi una bordata di fischi. Così il presidente americano Donald Trump è stato accolto quando è stato inquadrato al momento dell’esecuzione dell’inno nazionale americano al Madison Square Garden di New York. Il tycoon era infatti presente a gara 3 delle Finals Nba tra i Knicks, la sua squadra, e i San Antonio Spurs, vinta dai San Antonio Spurs. Match a cui ha assistito anche il sindaco di New York Zohran Mamdani. I fischi sono finiti quando l’immagine di Trump, ripreso durante il saluto militare, è sparita dal maxischermo. Secondo il resoconto del pool dei media al seguito della Casa Bianca e le foto diffuse, il tycoon era in compagnia, nella sua suite, di un gruppo di stretti collaboratori tra cui Dan Scavino, numero due dello staff, il proprietario dei Knicks e tra i finanziatori della sua compagna elettorale James Dolan, il segretario agli Interni Doug Burgum, il segretario ai Trasporti Sean Duffy e la nipote del presidente, Kai Trump.

Trump era seduto accanto a Dolan per il primo quarto e ha trascorso parte del secondo a parlare con il commissario dell’Nba Adam Silver e con Bruce Blakeman, candidato repubblicano alla carica di governatore. L’elicottero Marine One di Trump è decollato dalla sua casa nel New Jersey ed è atterrato vicino a Wall Street prima che il suo corteo di auto attraversasse Manhattan e raggiungesse l’arena circa un’ora prima dell’inizio della partita. Ha incontrato alcune persone che facevano gesti offensivi e, fuori dall’area, un gruppo esponeva cartelli con la scritta ‘Trump deve andarsene’. Una situazione che comunque non ha turbato il tycoon, che ai giornalisti prima di salire sull’Air Force One per tornare a Washington, ha detto: “Credo che fossero per lo più applausi, c’era molto rumore ed era un’atmosfera molto entusiasta“.

Nel pomeriggio alcuni gruppi di tifosi avevano chiesto di evitare che si presentasse allo stadio: ‘‘Non lo vogliamo”, hanno detto. Infatti la sua presenza ha rovinato la festa a migliaia di newyorkesi: per motivi di sicurezza la città ha deciso di cancellare la proiezione della partita all’esterno del Madison così molti tifosi si sono trovati a Central Park, dove era stato organizzato un altro watching party, e a Bryant Park, dove è stato spostato il party ufficiale che si sarebbe dovuto tenere fuori dall’arena.

Al match era presente anche il sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha pagato di tasca sua un migliaio di dollari per un posto in piedi . Lo ha detto lo stesso Mamdani, indicando che i biglietti sono stati comprati dall’organizzazione delle partite. Trump e Mamdani però non hanno seguito insieme l’incontro. Il sindaco di New York ha infatti sottolineato che lui e Trump si sarebbero trovati “in una sezione molto diversa dello stadio”.

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Addio a Stacey King, morto a 59 anni il tre volte campione Nba con i Bulls di Jordan: era la voce simbolo di Chicago

Stacey King, ex giocatore dei Chicago Bulls campioni Nba nei primi anni Novanta e per oltre vent’anni storico telecronista della franchigia, è morto all’età di 59 anni. La notizia è stata comunicata dai Bulls, che hanno spiegato di essere stati informati da un familiare. Al momento non sono state rese note le cause del decesso.

Per i tifosi di Chicago, King rappresentava molto più di un ex cestista. Era uno dei volti e delle voci più riconoscibili della storia recente della squadra, protagonista prima sul parquet accanto a Michael Jordan e poi dietro al microfono, dove aveva conquistato una nuova generazione di appassionati grazie al suo stile inconfondibile e alle sue celebri esclamazioni.

Scelto dai Bulls con la sesta chiamata assoluta del Draft Nba del 1989 dopo l’esperienza universitaria a Oklahoma, King giocò a Chicago per cinque stagioni. Con la maglia dei Bulls conquistò tre titoli consecutivi tra il 1991 e il 1993, entrando a far parte della squadra che diede il via alla dinastia guidata da Jordan. Nel corso della sua carriera Nba vestì anche le maglie di Minnesota, Miami, Boston e Dallas, chiudendo con medie di 6,4 punti e 3,3 rimbalzi a partita.

Dopo il ritiro tornò nell’universo Bulls in una veste diversa, diventando commentatore delle partite della squadra. Per oltre due decenni fu una presenza costante nelle trasmissioni dedicate al club, tanto da diventare una figura amatissima dal pubblico. Le sue telecronache erano caratterizzate da entusiasmo, ironia e da soprannomi diventati iconici tra i tifosi.

Il proprietario dei Bulls Jerry Reinsdorf lo ha ricordato come “un membro amatissimo della famiglia Bulls e una delle personalità più uniche della storia dell’organizzazione”. Nel messaggio diffuso dalla franchigia ha sottolineato come il legame di King con Chicago e con i tifosi sia durato oltre trent’anni, prima da giocatore e poi come voce capace di portare il basket dei Bulls nelle case di intere generazioni. Anche Michael Reinsdorf, presidente e amministratore delegato del club, ha evidenziato il rapporto speciale che King aveva con il pubblico: “Amava essere un Bull. Lo si percepiva dal modo in cui giocava, raccontava le partite e si relazionava con i tifosi”.

Fino a poche settimane fa King continuava a raccontare il basket con la passione di sempre. Nel suo podcast “Gimme the Hot Sauce”, nome ispirato a una delle sue esclamazioni più famose, spiegava così il suo approccio al lavoro: “Ci divertiamo in quello che facciamo. È un lavoro bellissimo. Non mi sembra mai di lavorare. Ogni sera, che si vinca, si perda o si pareggi, io mi sto divertendo“. Una frase che oggi assume il valore di un ultimo saluto per una delle figure più amate nella storia dello sport a Chicago.

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“Mi spiace per il calcio, ma è bello adesso vedere anche altri sport. Da quando è nata mia figlia non ho più pianto per Parigi 2024”: la rinascita di Tamberi

“Da quando è nata mia figlia non ho più pianto per Parigi 2024, prima succedeva“. Per Gianmarco Tamberi è un nuovo inizio. Lo ha scritto anche lui in un post Instagram dell’1 giugno, giorno del suo 34esimo compleanno, lo ha confermato anche nel corso di un’intervista a margine dell’evento di presentazione del nuovo spot del Gruppo Montenegro per il brand “Olio Cuore” svolto a Milano, alla Fondazione Riccardo Catella. Tamberi è infatti il testimonial della nuova campagna che ha come slogan “salti o non salti?”. “Mi spiace per il calcio, ma è bello vedere non solo calcio in tv. Auguro al calcio di riprendersi e a quel punto saremmo pronti su tutti i campi”, ha detto il campione olimpico di salto in alto a Tokyo 2021 a proposito dell’ottimo momento dello sport italiano e di quello complicato del calcio.

Cosa si prova a essere papà? Quali emozioni le trasmette sua figlia Camilla?
“La cosa più bella e grande che ti possa capitare, ti stravolge la vita. Io e Chiara stiamo insieme da 17 anni, non vedevamo l’ora arrivasse questo momento e diventare genitori. Spesso si dice che è la mamma che si prende cura della figlia, ma sono totalmente in disaccordo con questa cosa. Io voglio essere più presente possibile nella vita di mia figlia e negli anni passati, tipo il 2024 con le Olimpiadi di Parigi, sarebbe stato più difficile. Ora stiamo trovando un nuovo equilibrio ma è una cosa sensazionale. Dalla nascita di mia figlia non ho più pianto per Parigi 2024, prima succedeva spesso. Mi ha cambiato gli equilibri della vita, servirà del tempo per abituarci ma sono felicissimo”.

Da Tokyo 2021 sembra esserci stata la rinascita dello sport italiano, una nuova era. Bezzecchi e Antonelli nei motori, Sinner e altri nel tennis, la pallavolo e tanti altri sport. L’Olimpiade di Tokyo può esser stato un momento di svolta per lo sport italiano, anche inconsapevolmente ai suoi occhi?
“Non so, ma se dovesse esser così mi farebbe molto piacere. Sono molto contento di vedere lo sport italiano che sta dominando in lungo e in largo, è bello vederlo. Mi spiace per il calcio, ma è bello vedere non solo calcio. Sono molto contento per i miei colleghi, anche per gli altri sport. Auguro al calcio di riprendersi e a quel punto saremmo pronti su tutti i campi. Da amante dello sport è bello, c’è sempre qualcosa di interessante da vedere, è super stimolante, c’è sempre qualcuno che sta facendo bene ed è bello vedere colleghi che emergono in qualsiasi settore”.

Per lei i 34 anni, per Jacobs la prima volta sotto i 10 secondi a Roma dopo diverso tempo. Questo mese di giugno può essere un nuovo inizio per entrambi, guardando a Los Angeles 2028 e ripensando a Tokyo 2021?
“Sarà un nuovo inizio, ma le cose cambiano. Pensare che io e Jacobs a Los Angeles saremo quelli di Tokyo è una follia. Ma è una follia perché stiamo facendo un percorso diverso. ma io non faccio sport giusto per farlo. Voglio lavorare al massimo e tirare fuori il meglio di me. Magari uno dei due riuscirà a vincere, o magari tutti e due prenderemo il bronzo o non ci riusciremo neanche a qualificare. Ipotizzare un futuro che sia uguale al passato è la cosa più sbagliata che si possa fare. Devi cercare quanto più possibile di trovare la tua nuova dimensione, con tutti i cambiamenti che ci sono stati perché sia nella mia che nella sua vita ci sono stati stravolgimenti enormi, sia dal punto di vista personale che sportivo. Tutto quello che faccio personalmente è cercare sempre nuovi stimoli che mi spingono a cercare di dare il meglio di me, quindi un qualcosa che sia in grado visceralmente di dare il meglio. Dopo esser stato un atleta professionista, fare sport giusto per farlo non fa per me. Mi sentirei in colpa a farlo nella mia posizione, quindi ciò che voglio è spronarmi al massimo per tirare fuori il meglio di me. Quel che riuscirò a fare non posso saperlo, ma ci son delle possibilità per far bene e questo mi basta per dare il meglio di me ogni giorno”.

Cosa si sente di dire a Giovanni Malagò, tra i candidati per la presidenza della Figc?
“Sono contento per lui che abbia di nuovo la possibilità di fare qualcosa di importante. Gli ho scritto subito e gli ho fatto un in bocca al lupo e le congratulazioni per essersi messo in gioco di nuovo. Penso che con lo sport italiano abbia fatto un lavoro straordinario, non sono io a dirlo ma i risultati. Può fare altrettanto nel calcio. Ha le competenze e il carattere giusto per prendere in mano delle situazioni difficili. Se guardiamo a quando prese lo sport in mano, l’Italia e l’atletica erano in un momento disastroso, il nuoto non era quello di oggi, il tennis non era quello di oggi. Non siamo arrivati a questo punto solo grazie a lui, ma lui ha aiutato a crescere i vari movimenti. Quindi può far bene anche nel calcio se dovesse essere lui a prendere questo ruolo. È una persona che consiglio e suggerisco da atleta e anche in base al rapporto che abbiamo avuto”.

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“Fare sport giusto per farlo non fa per me, mi sentirei in colpa. Voglio spronarmi al massimo e tirare fuori il meglio di me”: parla Tamberi

“Sarà un nuovo inizio, ma le cose cambiano. Pensare che io e Jacobs a Los Angeles saremo quelli di Tokyo è una follia. Ma è una follia perché stiamo facendo un percorso diverso. ma io non faccio sport giusto per farlo. Voglio lavorare al massimo e tirare fuori il meglio di me”. Così Gianmarco Tamberi a ilfattoquotidiano.it in un’intervista a margine dell’evento di presentazione del nuovo spot del Gruppo Montenegro per il brand “Olio Cuore” svolto a Milano, alla Fondazione Riccardo Catella. Spot il cui testimonial era proprio il campione olimpico di salto in alto a Tokyo 2021 Gianmarco Tamberi, insieme alla mamma Sabrina. “Magari uno dei due riuscirà a vincere, o magari tutti e due prenderemo il bronzo o non ci riusciremo neanche a qualificare”, ha spiegato Tamberi parlando di lui e Jacobs.

Per entrambi infatti il mese di giugno è stato un nuovo inizio. Tamberi, nel giorno dei suoi 34 anni, ha raccontato la sua difficile annata ed è pronto per una nuova ripartenza. Jacobs, invece, è sceso sotto i 10 secondi a Roma per la prima volta dopo diverso tempo. “Ipotizzare un futuro che sia uguale al passato è la cosa più sbagliata che si possa fare. Devi cercare quanto più possibile di trovare la tua nuova dimensione, con tutti i cambiamenti che ci sono stati perché sia nella mia che nella sua vita ci sono stati stravolgimenti enormi, sia dal punto di vista personale che sportivo“.

Tamberi ora è pronto a tornare in gara a luglio, in vista poi degli Europei di agosto in programma a Birmingham. “Tutto quello che faccio personalmente è cercare sempre nuovi stimoli che mi spingono a cercare di dare il meglio di me, quindi un qualcosa che sia in grado visceralmente di dare il meglio. Dopo esser stato un atleta professionista, fare sport giusto per farlo non fa per me. Mi sentirei in colpa a farlo nella mia posizione, quindi ciò che voglio è spronarmi al massimo per tirare fuori il meglio di me. Quel che riuscirò a fare non posso saperlo, ma ci son delle possibilità per far bene e questo mi basta per dare il meglio di me ogni giorno”, ha concluso Tamberi.

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“Rischiare di morire non era nei miei piani per questa settimana. È stata l’esperienza più spaventosa della mia vita”: Simone Biles ricoverata d’urgenza

Rischiare di morire non era nei miei piani per questa settimana“. Con queste parole Simone Biles ha raccontato ai suoi follower di aver vissuto un’emergenza medica che l’ha costretta al ricovero in ospedale e che lei stessa definisce “una delle esperienze più spaventose, se non la più spaventosa in assoluto” della sua vita.

La ginnasta statunitense, una delle atlete più decorate di sempre, ha condiviso su Instagram una foto del polso con diversi braccialetti ospedalieri senza però spiegare cosa sia accaduto né fornire dettagli sulla diagnosi o sulle cure ricevute. “Di solito non condivido cose del genere perché tengo alla mia privacy”, ha scritto.

Nel messaggio pubblicato sui social, Biles ha raccontato anche di aver affrontato quei giorni senza il marito Jonathan Owens, impegnato negli allenamenti con gli Indianapolis Colts. “Sono rimasta a letto a riposare questa settimana”, ha spiegato, promettendo che prima o poi racconterà cosa è successo.

Per il momento la campionessa olimpica ha scelto di non entrare nei dettagli, limitandosi a ringraziare amici e familiari che le sono stati vicini durante il ricovero. “Un ringraziamento speciale a tutti coloro che mi hanno scritto, si sono informati sulle mie condizioni, mi hanno fatto visita e mi hanno mandato dei fiori”.

A 29 anni Simone Biles è considerata una delle più grandi ginnaste della storia. Dopo i quattro ori conquistati a Rio 2016, aveva sorpreso il mondo ritirandosi da diverse finali ai Giochi di Tokyo a causa dei cosiddetti “twisties”, una forma di blocco mentale che può compromettere la percezione del corpo nello spazio. Nel 2024 è poi tornata sul gradino più alto del podio olimpico a Parigi, aggiungendo altri tre ori a un palmarès già straordinario. Questa volta, però, a preoccupare i suoi fan non è stata una gara o un infortunio sportivo, ma un problema di salute di cui la campionessa, almeno per ora, preferisce non parlare.

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Brunson è inarrestabile, Towns è prezioso: così i Knicks si prendono a sorpresa il fattore campo | NBA Freestyle

Implacabile Jalen Brunson

Più che una mano sinistra, ha un cobra incantatore collegato al braccio. Che si piega, si attorciglia, si contorce in entrata per trovare la giusta angolazione di tiro, anche all’interno di fitte selve di braccia protese. Velenoso in palleggio arresto e tiro, velenoso in avvicinamento. In una finale NBA, non si vedeva un go to guy (giocatore a cui passare la palla quando il tiro conta per davvero…) con queste (ridotte) dimensioni dai tempi di Allen Iverson. Solo che The Answer saltava un metro e mezzo da fermo, cambiava direzione in palleggio alla velocità di uno Space Shuttle, correva i 100 metri tipo campione olimpico. Jalen Brunson invece non è particolarmente esplosivo, non ha un grande stacco da terrà, non palleggia come Kyrie Irving.

Eppure, per certi versi, è inarrestabile come marcatore. Ha esordito in finale portando i Knicks a una clamorosa vittoria in trasferta, appropriandosi del fattore campo. Sta tirando così e così in questi playoff da tre, circa 34%, cosa che non gli ha impedito di metterne 30 (con 2 su 9 da tre) in gara 1 e di decidere nei momenti finali la partita. Sa usare il piede perno quasi come un centro degli anni ’90, solo che è dotato di un senso del canestro sovraumano, che gli fa trovare comunque una soluzione accettabile, anche quando è in affanno e il difensore riesce a non farsi confondere dalle finte. Perde un po’ troppi palloni, ma dalle sue mani passa una mole di gioco impressionante. Ha un cuore grande così, per questo New York lo ama alla follia. Pensa se riuscisse a portare davvero il titolo nella Grande Mela dopo 53 anni.

Karl-Anthony Towns, era ora

Quando arrivò a Minnesota, prima scelta nel Draft del 2015, si pensava a un “modesto” incrocio tra il Chris Webber visto a Sacramento e il Brad Dougherty visto purtroppo per poco tempo a Cleveland. Ah, con l’aggiunta di un tiretto da fuori niente male, cosa buona e giusta per un lungo in una NBA già all’epoca ampiamente influenzata dagli “sparatutto” di Golden State. Invece le stagioni passavano, mentre Karl-Anthony Towns rimaneva sempre lì, in mezzo al guado. Troppo forte (e bravo tecnicamente) per essere un semplice secondo violino. Caratterialmente non adatto a fare la superstar e a trainare con sé un’intera franchigia.

Dilemmi ormai superati. Towns non è né l’una né l’altra cosa, dopo oltre dieci anni nella lega si può dire con ragionevole certezza. Towns è semplicemente un centro molto dotato, con una gran mano, che può mettere palla a terra, e che inserito in un sistema vincente, organizzato, con le giuste gerarchie, può fare spesso la differenza. In questi playoff, l’ex giocatore dei Kentucky Wildcats ha giocato un basket davvero molto solido. In gara 1 delle finali, è stato importante per la vittoria tanto quanto Brunson. Con la sua mano da fuori (46,8% in questi playoff), Wembanyama lo ha costantemente marcato faccia a faccia sul perimetro (allontanandosi da canestro). Il centro dei Knicks ha colto così tutte le occasioni che poteva per bruciare il francese in penetrazione, con partenza incrociata o stessa mano stesso piede, e finire quasi sempre al ferro. Ha chiuso la partita con 18 punti e 12 rimbalzi. Molto prezioso.

Victor Wembanyama: c’è spazio per migliorare

È lungi dall’essere ancora un giocatore completo. Ci mancherebbe, ha appena 22 anni. Ha ampi margini di miglioramento e tanti aspetti del gioco su cui deve lavorare alacramente. Proprio per questo, Victor Wembanyama fa così tanta paura. Attenzione, parliamo sempre di un giocatore che – salvo disgrazie – dominerebbe la lega nel corso dei prossimi dieci anni così com’è. Senza aggiungere una virgola. Ma perché negarsi l’opportunità di dominare anche l’Universo? Nella prima gara persa contro i Knicks, Wembanyama ha segnato 26 punti, tirando non benissimo sia dal campo (6 su 21) che da fuori (2 su 9).

Tra le cose su cui lavorare, emerse anche in questi playoff, potrebbe esserci per esempio il gioco in post basso. Al momento, il francese predilige attaccare da posizione frontale e anche quando riceve spalle a canestro sfrutta il perno per girarsi. Poi cerca di tirare in testa al difensore, fare jab step, oppure penetrare dal palleggio, quando non riceve sull’arresto a due tempi e la spara da fuori. Sviluppare un gioco più solido e meno occasionale in post, gli permetterebbe di aggiungere un’ulteriore dimensione al proprio basket, di essere meno prevedibile, di rifugiarsi (lui, che è 2.26) nei pressi del canestro tutte le volte che magari non trova ritmo al tiro.

Potrebbe studiarsi, per dire, i video di Alonzo Mourning. Capirebbe come l’ex centro di Charlotte e Miami riusciva a prendere posizione, muoversi sul perno in base alle reazioni del difensore, e tirare un semigancio di rara bellezza ed efficacia, dando un punto di riferimento costante ai passatori sul perimetro. Altro aspetto migliorabile? Beh, anche rinforzare la parte bassa del corpo non gli farebbe certo male. Talvolta, infatti, in penetrazione, se l’avversario riesce a limitarlo verticalmente, Wembanyama sembra faticare fisicamente a concludere e sembra che gli manchi un po’ di potenza nelle gambe. Dettagli, eh. Ma questo qui ha la testa, la serietà e l’atteggiamento giusto per andare avanti e non lasciare nulla al caso.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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A Marano dei ragazzini giocano a basket senza canestro: il video simbolo di passione e degrado

Non c’è il ferro. Non c’è la rete. Del canestro a Marano di Napoli c’è solo la base e il tabellone. Eppure ogni pomeriggio, nel campetto in questione, un gruppo di ragazzi continua a giocare a basket come se nulla mancasse. Palleggiano, costruiscono azioni e tirano verso un bersaglio invisibile, affidando all’immaginazione ciò che il degrado ha portato via. Ha fatto il giro del web il video che mostra 7 ragazzi palleggiare e tirare a canestro, ma senza il ferro: “Abbiamo una regola: per segnare si colpisce la parte interna del quadrato nero”, dice uno de ragazzi. È stato condiviso da “La Giornata Tipo”, pagina social che si occupa di basket.

Immagini che sono il simbolo della passione e dei campetti degradati, ma che fanno riflettere: si dice spesso che i giovani non giochino più per strada – calcio, basket o qualsiasi altro sport che sia -, ma poi le condizioni in cui sono costretti a giocare sono queste. “La loro passione per lo sport mi ha colpito. Per questo ho deciso di riprenderli e di diffondere il filmato: volevo mandare un messaggio di speranza“, riassume Francesco Calabrese, l’autore del video, in una dichiarazione pubblicata dal Corriere della Sera.

Da quel video, qualcosa si è mosso. Diversi i personaggi del mondo dello sport che si sono fatti avanti per capire se, e come, poter aiutare. Da Giovanni Malagò all’ex cestista Andrea Bargnani, fino alla Federazione Italiana Pallacanestro. E si è mosso anche qualcosa nel Comune, che in una nota ha comunicato “l’accelerazione ai previsti lavori di riqualificazione e ammodernamento“, che cominceranno il 10 giugno con un finanziamento di 200 mila euro.

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Riecco Marcell Jacobs: al Golden Gala di Roma torna sotto i 10 secondi. “So che posso dare ancora tanto”

Dopo due anni difficili, Marcell Jacobs torna sotto la barriera dei 10 secondi. Al Golden Gala di Roma il campione olimpico di Tokyo chiude i 100 metri in 9.99, quinto nella gara vinta da Noah Lyles in 9.88, ma soprattutto ritrova un tempo che mancava dall’agosto 2024. Più del piazzamento, conta il segnale lanciato dall’azzurro, che davanti al pubblico dell’Olimpico ha confermato i progressi mostrati nelle ultime settimane e rilanciato le proprie ambizioni. Una prestazione che rappresenta un passo importante nel percorso di rilancio iniziato con il ritorno a Roma e alla guida tecnica di Paolo Camossi.

Jacobs ritrova fiducia: “È un percorso, posso dare ancora tanto”

La gara regina è stata conquistata da Noah Lyles, oro olimpico a Parigi 2024, che ha chiuso in 9.88. Alle sue spalle il camerunense Eseme (9.94) e il botswano Letsile Tebogo (9.95). Jacobs ha terminato al quinto posto, ma il 9.99 rappresenta probabilmente la notizia più importante della sua serata. Il cronometro racconta una storia incoraggiante. Jacobs è tornato sotto la barriera dei 10 secondi, un risultato che fino a poco tempo fa sembrava lontano. Dopo il 10.01 corso a Savona, l’azzurro ha abbassato ulteriormente il tempo fermandosi a 9.99. A fine gara il velocista ha sottolineato soprattutto i progressi tecnici: “Sono contento fifty fifty. È stata una buona partenza, poi ho faticato a prendere il ritmo, l’ho preso dopo e ho fatto una discreta gara”. E ancora: “Ero qui per migliorare rispetto a Savona. Stiamo lavorando bene, passo dopo passo”.

Nel dopo gara Jacobs ha spiegato come il ritorno ad allenarsi a Roma stia contribuendo alla sua crescita: “Da quando ho deciso di allenarmi qui a Roma, mi sono auto-segregato e devo dire che sta funzionando”. Un percorso ancora all’inizio, ma che sta già dando risposte concrete. “Sono felicissimo di questo risultato e di averlo ottenuto qui a Roma: fa parte di un percorso che stiamo iniziando”, ha detto. Il campione olimpico guarda avanti con rinnovata fiducia: “So perfettamente che in passato il mio corpo non mi è stato sempre d’aiuto nel dimostrare la mia continuità ma io dentro di me so che posso dare ancora tanto e ho tanta velocità nelle gambe”. L’obiettivo dell’Olimpico era soprattutto uno: “Lo scopo a Roma era dimostrare di essere ancora competitivo e credo proprio di averlo dimostrato, non tanto agli altri ma a me stesso”.

Festa azzurra: vincono Sioli, Fabbri e Diaz

Il Golden Gala ha regalato anche altre soddisfazioni all’atletica italiana. Matteo Sioli ha conquistato la vittoria nel salto in alto con 2,28 metri, precedendo il messicano Erick Portillo e il giamaicano Romaine Beckford. Successo anche per Leonardo Fabbri nel getto del peso. Il fiorentino è stato l’unico atleta oltre i 22 metri grazie al lancio da 22,14 ottenuto al terzo tentativo. Nel salto triplo, infine, Andy Diaz ha firmato il suo terzo successo al Golden Gala. L’azzurro ha vinto con 17,59 metri, miglior misura europea stagionale, confermando di essere tra i protagonisti assoluti della specialità e diventando il primo triplista a conquistare per tre volte la manifestazione romana.

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Palline buttate in mare davanti ai Faraglioni di Capri: il video di LeBron James che gioca a golf sul suo yacht

LeBron James, terminata la stagione NBA, si sta godendo la sua vacanza in Italia. La star del basket ha pubblicato un video sui social mentre gioca a golf sul suo yacht davanti ai Faraglioni dell’isola di Capri.

Nelle immagini si vede LeBron James effettuare un paio di colpi: la pallina da golf viene scaraventata in mare. Si vede anche una cesta con all’interno altre palline, probabilmente tutte utilizzate per il suo allenamento da vip.

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Hrishikesh Koloth ucciso da un orso nero: il 27enne lottatore di MMA era in Canada per inseguire il suo sogno. “Non ha avuto scampo”

Era arrivato in Canada per inseguire il suo sogno di gareggiare nella UFC, la più famosa organizzazione di arti marziali miste al mondo. Oltre ad allenarsi, si era anche dovuto trovare un lavoro per mantenersi. E proprio mentre stava lavorando Hrishikesh Koloth è stato ucciso da un orso nero. Un’aggressione fatale per il 27enne lottatore di MMA, nato nello stato di Kerala, in India. “Non ha avuto scampo”, ha raccontato un civile che si trovava nella zona e che è intervenuto sparando all’animale: ha ucciso l’orso, ma per Hrishikesh Koloth era ormai troppo tardi.

L’atleta 27enne era al lavoro come tecnico subappaltatore in un sito di esplorazione di uranio vicino al lago Nordbye, in una zona disabitata e selvaggia del Canada. Hrishikesh Koloth viveva molto lontano da lì, a Penticton, dove si era trasferito con il fratello maggiore Arjun nel 2023: “Il sogno di Hrishikesh era combattere, ecco perché è venuto in Canada. Voleva combattere nell’UFC”, ha raccontato. Per questo si divideva tra lavoro e allenamento in palestra.

Nonostante fosse un atleta e un lottatore di alto livello, nulla ha potuto di fronte all’aggressione dell’orso nero. Un animale massiccio, che però raramente attacca l’uomo: l’ultimo caso noto nella zona risaliva al 2020 e complessivamente sono stati registrati solo 4 attacchi mortali nella storia in questa regione del Canada. L’orso nero infatti è molto meno aggressivo rispetto al bruno: tra Canada e Usa sono presenti oltre 800mila esemplari.

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Golden Gala 2026, Roma pronta per lo spettacolo: faccia a faccia tra Jacobs e Lyles al Colosseo | Programma, orari e diretta tv

Roma si prepara a una serata di grande atletica. Oggi, giovedì 4 giugno, lo stadio Olimpico ospita il Golden Gala Pietro Mennea, quarta tappa della Diamond League 2026 dopo gli appuntamenti disputati in Cina e a Rabat. L’attesa è soprattutto per la sfida regina dei 100 metri tra Marcell Jacobs e Noah Lyles, ma il meeting vedrà in gara anche numerosi campioni olimpici e mondiali, con diciotto azzurri pronti a confrontarsi con alcuni dei migliori atleti del panorama internazionale. L’antipasto dello spettacolo è andato in scena davanti al Colosseo, dove Jacobs e Lyles si sono ritrovati per una suggestiva anteprima della gara più attesa della serata. L’americano, campione olimpico a Parigi 2024, arriva nella Capitale forte di un 9”95 stagionale che conferma il suo ottimo stato di forma. Dall’altra parte c’è Jacobs, oro olimpico a Tokyo, chiamato a misurarsi con il rivale davanti al pubblico di casa nell’ultima prova del programma.

Gli azzurri protagonisti all’Olimpico

Riflettori puntati sui tanti protagonisti dell’atletica azzurra. In pista e in pedana ci saranno Nadia Battocletti, Andy Diaz, Leonardo Fabbri e Zane Weir, oltre a Elisa Molinarolo, Ayomide Folorunso, Alice Muraro, Matteo Sioli, Francesco Pernici, Giada Carmassi, Alessia Succo, Gabriele Chilà, Giovanni Frattini, Anna Polinari, Elisa Valensin, Ludovica Cavalli e Gaia Sabbatini. Oltre ovviamente al già citato Jacobs.

Tra gli ospiti internazionali più attesi figurano invece Lyles, Miltiadis Tentoglou, Julien Alfred, Letsile Tebogo, Ryan Crouser, Melissa JeffersonWooden, Jordan Anthony e Keely Hodgkinson.

Il programma: si parte con il giavellotto, chiusura con i 100 metri

Il sipario sul Golden Gala si alzerà alle 19.10 con il lancio del giavellotto maschile, che vedrà impegnato Giovanni Frattini. Alle 19.15 spazio al salto con l’asta femminile con Elisa Molinarolo, mentre alle 19.48 sarà la volta del triplo maschile con Andy Diaz.

Dalle 21 entrerà nel vivo il programma: i 400 ostacoli femminili con Folorunso e Muraro, l’alto maschile con Sioli, gli 800 metri di Pernici e il peso con Fabbri e Weir. In successione andranno in scena anche i 100 ostacoli femminili, il lungo maschile, i 5000 metri femminili con Nadia Battocletti, i 110 ostacoli maschili, i 400 e i 200 femminili e i 1500 metri con Cavalli e Sabbatini.

La chiusura, come da tradizione, sarà affidata alla gara più attesa: alle ore 22.52 sono in programma i 100 metri maschili, con Jacobs e Lyles pronti a infiammare lo stadio Olimpico in una delle sfide più prestigiose dell’intera stagione.

Dove vedere il Golden Gala 2026 in tv

Il Golden Gala “Pietro Mennea” 2026 viene trasmesso dalle ore 21 in diretta tv in chiaro su Rai 2. Si può inoltre seguire integralmente in diretta streaming su Rai Play.

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Il paradosso della ginnasta Tara Dragas, 7° agli Europei: “Non ammessa alla maturità anche per un 4 in discipline sportive. Non mi sostengono”

Quarta nella specialità palla agli Europei 2026 di ginnastica ritmica, settimo posto nel concorso generale individuale (l’unico format di gara previsto anche alle Olimpiadi), ma Tara Dragas non è stata ammessa agli esami di maturità nelle prossime settimane “anche a causa di un 4 in pagella nella materia Discipline Sportive“. Sembra un paradosso, ma a spiegare tutto è stata la stessa atleta nelle sue storie Instagram.

Dalla gioia di una “quasi” medaglia agli Europei a Varna (Bulgaria) alla delusione di una bocciatura a scuola, Tara Dragas ha raccontato: “Mentre questa settimana ero impegnata a rappresentare l’Italia ai Campionati Europei, ho ricevuto una notizia che non avrei mai voluto ricevere: quest’anno non sarò ammessa agli esami di maturità. Fa male, soprattutto dopo aver cercato per anni di conciliare sport e scuola con il massimo impegno“, ha esordito la 19enne atleta italiana.

E qui il paradosso: a contribuire alla non ammissione agli esami di maturità – secondo quanto ha spiegato Tara Dragas – anche un 4 in discipline sportive. “La mia ammissione è stata compromessa anche da un 4 in Discipline Sportive, la materia che più di tutte dovrebbe valorizzare il percorso di chi dedica la propria vita allo sport“. Tara Dragas non ha poi nascosto amarezza e delusione nei confronti del liceo a cui è iscritta e in cui studia da privatista: “Purtroppo negli ultimi mesi non ho trovato il sostegno, l’organizzazione e la preparazione che mi sarei aspettata da parte dell’Istituto Volta di Udine in vista di un traguardo così importante. Non scrivo queste parole con rabbia, ma con amarezza. Lo sport, però, mi ha insegnato che una sconfitta non è mai la fine del percorso“, ha concluso la 19enne.

Intanto l’anno prossimo dovrà tornare a scuola e disputare di nuovo il quinto anno: “L’anno prossimo concluderò la quinta, affronterò la maturità e inizierò l’Università. Oggi porto a casa una delusione, domani porterò avanti un obiettivo in più. Perché non è una caduta a definire chi siamo, ma la forza con cui scegliamo di rialzarci“.

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