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Tajani e le tasse: delle panzane portentose da smontare in dettaglio

Qualche giorno fa Antonio Tajani, il vicepremier e ministro degli Esteri che gli italiani si meritano, ha riproposto in un’intervista a Libero le ricette economiche liberiste che dai tempi di Reagan arricchiscono i ricchi, impoveriscono il ceto medio e distruggono il welfare, tanto il popolo bue applaude qualunque cosa.

Nell’ottica padronale di Tajani la patrimoniale, la tassa di successione, la revisione catastale e le imposte sugli extraprofitti sono modi per “mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Una panzana portentosa che lascia di princisbecco i non cretini e che è il caso di smontare in dettaglio, non fosse altro che per dargli un dispiacere.

Per Tajani, “la patrimoniale tassa beni su cui si è già pagata una tassa”. Ma reddito e patrimonio sono basi imponibili diverse: il primo viene tassato quando è prodotto, il secondo quando è posseduto. Il fatto che un reddito sia già stato tassato non esclude che il patrimonio accumulato possa esserlo a sua volta.

Tajani: “Ci sono già 13 patrimoniali in Italia”. Ma definire imposte come il bollo auto o il bollo sui conti correnti come “patrimoniali” allarga il concetto in modo improprio. La patrimoniale di cui si discute è una tassa sui grandi patrimoni.

Tajani: “No all’aumento dell’imposta di successione”. Ma questo strumento serve a limitare la concentrazione ereditaria della ricchezza e a favorire l’uguaglianza delle opportunità. Fra l’altro, in Italia aliquote e franchigie sono tra le più favorevoli ai grandi patrimoni rispetto a molti altri Paesi sviluppati.

Tajani: “La revisione del catasto è una patrimoniale occulta”. Ma aggiornare i valori catastali non implica necessariamente un aumento delle tasse. Il catasto fotografa il valore degli immobili: oggi abitazioni di grande valore pagano imposte basate su rendite catastali molto basse, mentre immobili meno pregiati risultano, in proporzione, più tassati. Una revisione renderà il sistema più equo.

Tajani: “Tassare gli extraprofitti significa mettere le mani nelle tasche degli italiani”. Ma profitti straordinari generati da eventi eccezionali che alterano il mercato (crisi energetiche, guerre) possono essere tassati senza compromettere l’attività economica.

Tajani: “Il salario minimo è una scorciatoia ideologica”. Ma il salario minimo è presente nella maggior parte delle economie avanzate ed è stato adottato da governi di orientamento politico vario. L’idea che ogni nuova imposta sia una sottrazione indebita e che il cittadino debba essere difeso dallo Stato come da un nemico è una concezione così truffaldina della democrazia che ha del vandalico.

Le tasse finanziano diritti come scuola, sanità, giustizia e tutela sociale. Senza un contributo commisurato alle possibilità di ciascuno, quei diritti diventano privilegi per chi può permetterseli. La domanda giusta, quindi, non è “Come pagare meno tasse?”, ma “Come ripartire equamente il costo della vita collettiva affinché il privilegio di alcuni non si traduca nella subordinazione di altri?” Questa è la funzione politica e morale del fisco in una democrazia.

Se quelle di Tajani vi sembrano balle, insomma, è perché lo sono. Potrebbero appartenere a qualunque scorreggione di oggi. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo?

Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere

198) Non è vero che nell’inverno del 1956 Gino Bartali cadde in letargo dopo essersi rimpinzato di lardo, cotiche affumicate e birra.

199) Non è vero che quando Tajani va a cena da Marina Berlusconi il cane di casa lo fiuta sospettoso.

200) E’ vero che Brunello Cucinelli è pieno di sé, ma non è vero che si è fatto ricamare le sue iniziali sul pisello a punto raso imbottito, con contorno a cordoncino, in filo di seta.

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L’Italia è una Repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti

Ho capito la questione della patrimoniale parlando con una ragazza di romanzi rosa (in neolingua: romance). La ragazza mi stava spiegando che il romance era la ragione per cui era andata, il mese scorso, al Salone del libro di Torino.

Io annuivo pensando fortissimo a Wanna Marchi. Le avevo viste, al Salone, le indicazioni per il (chiedo scusa per le brutte parole) pop-up romance, ma non avevo approfondito cosa fosse. Era il trionfo di ciò che vuole il mercato: libri per lettrici semianalfabete che, invece di comprarsi gli Harmony all’edicola del mare come facevamo noialtre a dodici anni, si comprano a venticinque quelli che chiamano pretenziosamente romance e vanno a farseli autografare dalle autrici.

Ma lo sai, mi diceva la ragazza, che ci sono quelle che arrivano coi trolley? Lo sapevo, me l’avevano raccontato anni fa quando avevo scritto di non ricordo quale di queste autrici di romanzi rosa e nutrici di analfabetismo che hanno lettrici assatanate che arrivano con l’opera omnia per le foto e le dediche.

Ma mi par di capire, leggendo in ritardo sulla pagina del sito del Salone che informava le visitatrici (femminile sovresteso) circa le condizioni di accesso, che sia stato necessario arginare i trolley. «Quanti libri posso farmi autografare ad [sic] ogni firmacopie?», chiedeva la frequently asked question. «Potrai portare con te un massimo di 2 libri a [sic] ogni meet&greet a cui parteciperai», risponde il Salone, nell’evidente speranza che la domandatrice impari dalla risposta a non adoperare l’eufonica nella domanda.

Il meet&greet, lo dico casomai foste tra i quindici adulti rimasti sul pianeta, è un’usanza che si colloca all’incrocio di capitalismo, culto della personalità, mitomania e relazioni parasociali. Io – io lettore, io spettatore, io disperato qualunque – pago, e tu – tu cantante, tu scrittore, tu semidio da quando non crediamo più nell’aldilà ma crediamo nella fama – mi saluti, ti fai una foto con me, fingi di ascoltare come mi chiamo, mi fai splendere per cinque secondi di fama riflessa.

Per andare al romance pop-up (mi scuso per il lessico) le visitatrici pagavano 55 euro, ma la ragazza con cui ho parlato mi ha detto 90, perché evidentemente l’ha percepito più costoso, l’ha percepito un sacrificio economico, l’ha percepito un investimento quanto i 70 euro di non so che edizione di “Twilight” col dorso colorato che mi ha spiegato di aver dovuto proprio comprare, è stato più forte di lei, pur vergognandosi del suo consumismo.

Io non le ho detto, perché certe vergogne le confesso solo quando siamo in più di due, che una decina d’anni fa ho speso duecento euro per una tiratura limitata autografata da Gay Talese di “Frank Sinatra has a cold”, e che una quindicina d’anni fa, avevo rimosso ma purtroppo le transazioni delle carte di credito lasciano tracce, ho speso 460 sterline, mi vergogno anche solo a ricopiare la cifra, per un libro con le foto che Eric Meola aveva fatto a Bruce Springsteen per la copertina di “Born to run”. È arrivato, ho detto «che bello», l’ho messo su un ripiano e non l’ho mai più sfogliato.

Ora voi penserete io stia per dire che la patrimoniale non mi riguarderà mai perché spendo accuratamente tutto in stronzate, e se compri golfini di Prada e libri di fotografie poi non te li possono tassare come ti tasserebbero gli appartamenti, e vai a capire se questo ne faccia un investimento più sciocco o più saggio.

Ma no, la ragione per cui parlo della ragazza dei romance è che lei e le altre che racconta d’aver visto coi trolley al Salone sono coetanee di quelle (forse sono addirittura proprio loro) che vediamo sui social lamentarsi perché i libri costano troppo. Venti euro per leggere qualcuno di più intelligente di te no, ma cinquanta per l’autoscatto con un’analfabeta romantica allora sì? Quindi i soldi ce li hai, è che vuoi – giustamente – spenderli come pare a te. Meglio: i soldi non ce li hai, altrimenti non ti peserebbero dilatandosi nella memoria i 55 euro di biglietto, ma ce li hai, cioè hai la vita che avresti se i soldi li avessi. La vita in cui 55 euro li spendi senza esitazioni.

La tesi che volevo esporvi oggi riguarda non la patrimoniale in sé ma la patrimoniale in noi. Leggo continuamente polemiche sul fatto che i più contrari alla patrimoniale sono quelli che non hanno soldi, e quindi non si capisce perché difendano il fatto che i ricchi paghino meno tasse invece di fare, come sarebbe di loro competenza, la lotta di classe. Poiché quasi tutto ciò che so della politica l’ho imparato da “The West Wing”, pensavo c’entrasse quella puntata in cui i deputati afroamericani sono contrari alla tassa di successione, e qualcuno dice che è perché la prima generazione di milionari neri sta per morire, e qualcun altro risponde che il problema del sogno americano è che pensi sempre che riguardi anche te.

Ecco, non avevo capito quanto siamo diventati americani, ma non nel senso dell’ascensore sociale. Quelli che parlano della figura, non so se immaginaria o reale, dell’italiano squattrinato contrario alla patrimoniale, quelli dicono che il povero mitomane s’illude che diventerà ricco, e io ci avevo creduto.

Ma poi ho capito che il problema non è la convinzione che domani vincerò al Totocalcio (esiste ancora?), il problema è sempre il solito: che siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti.

Le generazioni precedenti pagano le scuole private ai nostri figli, le generazioni precedenti hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere, le generazioni precedenti non andavano al ristorante tutti i giorni e all’estero tutti i weekend, e quindi hanno messo da parte patrimoni.

E quindi le generazioni successive, che nei giorni pari frignano perché i boomer si compravano casa con venti milioni di lire e a noi diecimila euro neanche bastano come cauzione per l’affitto, gli stessi frignoni abituati a vivere al di sopra delle loro possibilità, loro nei giorni dispari non vogliono che lo Stato, quest’entità astratta e rapace, intacchi i patrimoni dei loro nonni, perché i patrimoni dei loro nonni sono quelli grazie ai quali vanno a Londra con la disinvoltura con cui i nonni andavano al paesello, i patrimoni dei loro nonni sono quelli che permettono loro di prendere lauree inutili con cui baloccarsi cercando il lavoro dei sogni, i patrimoni dei loro nonni sono la ragione per cui loro vivono una vita che non potrebbero mai permettersi. I patrimoni dei loro nonni guai a chi glieli tocca.

Ieri mi è apparso un tweet (o come si chiamano ora) in cui una tizia raccontava d’aver visto, al supermercato, una donna dire alla cassiera di smettere di passare le cose che aveva preso non appena raggiungeva i venti euro di prezzo. Mentre non era in grado di fare più di venti euro di spesa, questa figura simbolica avrebbe discusso con l’amica che era a favore della patrimoniale: lei e la sua carta di credito con meno di ventun euro di disponibilità erano contrarie.

Non importa che l’aneddoto fosse probabilmente inventato come i novanta euro del romance torinese, importa solo che la scena avrebbe una logica che chi la riportava su Twitter non ha individuato.

Un giorno la nonna di quella signora squattrinata morirà, e meno tasse avrà pagato, la nonna, più intatto sarà il patrimonio che le lascerà. Un giorno l’ex squattrinata potrà fare la spesa senza neanche ascoltare quant’è il totale mentre striscia la carta, e non potrà farlo perché gli stipendi in Italia saranno aumentati o il costo della vita sarà sceso: potrà farlo perché intanto nessuno sarà stato così scortese da far pagare delle tasse ai benestanti della cui elemosina ha vissuto per la prima metà della sua vita.

Io non vorrei scrivere sempre lo stesso articolo, ma il problema è sempre lo stesso: non quante tasse paghino i pochi veri ricchi (i quali peraltro hanno tutti soldi investiti in modi intassabili, perché la prima cosa che fai da ricco, prima ancora di far installare una risonanza magnetica in tavernetta, è procurarti ottimi commercialisti), ma come camperanno gli italiani quando, fra un paio di generazioni, i soldi delle generazioni precedenti saranno finiti, scialati in RyanAir e altri passatempi da poveri la cui frequenza farà un totale di spesa da ricchi.

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La proposta di Schlein sulla patrimoniale riguarda pochissimi super ricchi: ridicole le proteste della destra liberista

Recentemente la segretaria del Partito Democratico, in un’intervista, ha affermato piuttosto incautamente che un’imposta patrimoniale per i super ricchi non sarebbe uno scandalo, l’aggettivo super qui è importante.

Subito è stata messa al muro dal plotone d’esecuzione dei giornali della destra che hanno accusato, in maniera molto generica, la sinistra di mettere le mani nelle tasche dei cittadini. L’occasione polemica era molto ghiotta ed è stata subito colta.

Si tratta di un’idea brillante o di un colpo del sole quasi estivo? Potrebbe esser un colpo di sole, non di quello nostrano ma di quello della California, perché in questo Stato si sta dibattendo oggi vivacemente dell’introduzione di un’imposta sui super-ricchi, quelli che provengono in genere dalla Silicon Valley. Si tratta del Billionaire Tax Act che prevede un’imposta una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari, ripartita in cinque anni.

Dai calcoli di due economisti, Saez e Zucman, che da anni studiano il fenomeno dei super-ricchi e sostenitori della proposta, risulta che nel Golden State 250 famiglie, cioè lo 0,001% del totale, possiedano una ricchezza finanziaria pari alla metà del Pil californiano. D’altra parte, il disavanzo dello Stato per sostenere pensioni e cure sanitarie è diventato enorme. Da qui l’idea di una tassa una tantum sul patrimonio dei ricchissimi.

L’ingenuità della segretaria del Pd, come in altri casi, è stata quella di non aver difeso la sua tesi con i numeri, cioè con la verità dei fatti. Per capire il senso della proposta dobbiamo chiederci quanti siano i super ricchi in Italia e a quanto ammonti il loro patrimonio.

Rispondere a questa domanda non è facile perché bisogna incrociare varie fonti statistiche che usano classificazioni differenti. Per i nostri scopi è sufficiente consultare, come milioni di italiani, ChatGpt che disegna un’interessante piramide dei patrimoni italiani, anche se con qualche imprecisione, chiarendo i termini economici, ma anche morali, del problema della cosiddetta tassa patrimoniale per i super ricchi.

Intanto i veri miliardari, quelli con un patrimonio superiore al miliardo di euro, sono in Italia un’ottantina, con in testa imprenditori tradizionali e tecnologici che spesso hanno la residenza fiscale all’estero. Scendendo, i super ricchi con un patrimonio compreso tra i 500 milioni e il miliardo di euro sono 150-250 persone, ancora un numero piuttosto esiguo. Sopra i centro milioni troviamo 2.500 presone. Diciamo che, dato il contesto economico italiano, potremo considerare coloro che hanno un patrimonio superiore a questa cifra come i super ricchi nostrani.

Quando Schlein accenna alla tassazione dei super patrimoni, pensa a questo piccolo nucleo di destinatari. Se vogliamo scendere ancora più sotto, e considerare coloro che non sono super-ricchi ma sicuramente ricchi con un patrimonio che supera la soglia dei 30 milioni, allora troviamo circa 6.000 persone. Quindi, al massimo, la proposta di tassare i ricchi in Italia riguarderebbe una fascia piccolissima della popolazione.

Ritornando ai fortunati, o meritevoli, che possiedono in Italia un patrimonio superiore ai 100 milioni, la loro ricchezza finanziaria totale è stimata dalle varie fonti in circa 1.000 miliardi. Si tratta essenzialmente di ricchezza finanziaria e quindi di titoli, obbligazioni e prodotti finanziari vari. Una tassa californiana porterebbe nelle casse dello Stato 10 miliardi all’anno per cinque anni.

Guardando queste cifre, il solito e sguaiato coro di protesta della cosiddetta destra liberista sembra ridicolo. La tassa patrimoniale stile California, alla quale Schlein sembra pensare, non mette affatto le mani nelle tasche dei contribuenti, che sono milioni, ma chiede un modesto contributo al ridottissimo numero di coloro che, per sorte o per merito, hanno accumulato un patrimonio eccezionale, ad esempio sopra i 100 milioni. Credo che questo sarebbe molto gradito anche a un elettorato molto moderato, in tempi di difficoltà economiche come quello presente.

D’altra parte, tassare una tantum i paperoni d’Italia non risolve i cronici problemi della finanza pubblica italiana, dall’evasione e fino all’erosione fiscale dei bonus e le flat tax varie. Tassare gli ultra ricchi può essere un’idea, ma non certo quella principale per un programma economico-progressista.

E’ interessante però considerare come la rivoluzione dalla riduzione delle tasse, il mantra delle destre, sia cominciata negli anni Settanta proprio in California, e poi si sia diffusa nel mondo. Ora il pendolo, a livello internazionale, sta andando nella direzione opposta, e comincia quella dell’aumento una tantum delle tasse, per il manipolo dei super ricchi, ovviamente.

Che poi i nipotini di Einaudi parlino a questo proposito in termini dispregiativi di moralismo fiscale, credo faccia rigirare nella tomba il loro venerato maestro, che sarebbe sicuramente indignato di fronte alle sfacciate diseguaglianze create dal capitalismo finanziario e saprebbe come ridurle. Anche con una patrimoniale per i super ricchi.

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Patrimoniale, Meloni attacca Schlein: “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo per farlo avere agli italiani”

“Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici”. Intervenendo all’assemblea di Confcommercio a Roma, Giorgia Meloni chiama l’applauso facile ribadendo la sua contrarietà a una nuova imposta patrimoniale, in questi giorni oggetto di dibattito nel centrosinistra dopo l’apparente apertura della segretaria Pd Elly Schlein (di fatto rinnegata pochi giorni dopo). La premier rivendica di aver “lavorato molto per rafforzare il potere d’acquisto degli italiani”: “Abbiamo agito su più fronti, il primo dei quali è stato il taglio delle tasse sul costo del lavoro. Siamo partiti ovviamente dai redditi più bassi, via via abbiamo allargato il raggio d’azione, non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più, particolarmente per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio perché il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo”, afferma. Tra i risultati vantati da Meloni di fronte alla platea dei commercianti c’è la chiusura d’ufficio di 24mila attivitàapri e chiudi“, “ovvero quelle attività molto spesso gestite da extracomunitari che eludono il fisco. Un risultato importante per lo Stato e gli imprenditori onesti che non meritano di subire la concorrenza sleale di chi magari, dopo essere entrato illegalmente in Italia, si mette pure a farci concorrenza sleale. Non si può fare. Il messaggio che vogliamo lanciare a tutti è che questa non è la Repubblica delle banane. Qui si rispettano le regole”, arringa la leader di FdI.

Prima di salire sul palco dell’Auditorium della Conciliazione, la premier applaude e fa segno di convididere con ampi cenni un passaggio del discorso del presidente Carlo Sangalli, quando dice, in riferimento all’Italia, che “raccontarci peggio di come siamo è un danno per tutti”. “Davvero, presidente, devo ringraziarti per averlo detto”, afferma la premier. “Sarebbe chiaramente intellettualmente disonesto dipingere l’Italia come una nazione nella quale i problemi sono stati risolti. Però io considero ugualmente disonesto dover per forza sminuire il quadro incoraggiante che i dati macroeconomici ci restituiscono. A me dispiace quando questa nazione si dipinge come spacciata, perché il quadro macroeconomico e anche molti osservatori fuori dai nostri confini nazionali raccontano invece una nazione che, pur nella peggiore congiuntura degli ultimi decenni, non solo ha resistito ma ha rilanciato. Nonostante il pessimismo cosmico che domina il racconto, questa nazione non si è fatta spaventare. Ha invece tirato fuori il suo carattere, come sempre accade all’Italia. L’Italia è così. L’Italia è una nazione che tira fuori il carattere quando le cose vanno male”.

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In Italia 3mila Paperoni con più di 100 milioni hanno quasi un quinto della ricchezza finanziaria nazionale. Entro il 2030 saliranno a 4.700

In Italia circa 3.100 ultraricchi con patrimoni superiori ai 100 milioni di dollari possiedono il 18,6% della ricchezza finanziaria nazionale nel 2025. Entro il 2030 i Paperoni con fortune di quella grandezza saliranno a 4.700 e avranno in mano il 22,2% della torta. Nonostante guerre commerciali, dazi e tensioni geopolitiche, la ricchezza globale lo scorso anno ha continuato a crescere, conferma il nuovo Global wealth report del Boston consulting group, registrando anzi l’aumento maggiore dal 2021: +10,7%, per un totale di 333mila miliardi di dollari. Includendo gli asset reali, il patrimonio netto globale supera i 550mila miliardi, in aumento del 9,3% rispetto al 2024.

La ricchezza finanziaria degli italiani ha raggiunto intanto i 7.500 miliardi di dollari con una proiezione a 9.800 miliardi entro il 2030, con un tasso medio annuo di crescita del 5,4%. Il patrimonio netto complessivo, includendo asset reali (8.700 miliardi) e passività (900 miliardi), si attesta a 15.300 miliardi di dollari. I super ricchi con patrimoni superiori ai 100 milioni di dollari sono poco più di 3mila, ma “il cuore del mercato” rimane nelle tasche di altri due segmenti, come dichiarato da Valerio Napolitano, managing director e partner di Bcg. Si tratta degli individui che possiedono tra 250mila e 1 milione di dollari e quelli con un patrimonio tra 1 milione e 20 milioni: insieme sono circa 2,5 milioni di persone e rappresentano oltre un terzo della ricchezza nel Paese.

A livello globale, gli ultra high net worth individuals, ovvero gli individui con un patrimonio netto stimato tra i 100 e i 200 milioni di dollari, sono circa 18mila nel 2025 e diventeranno 26mila nel 2030. La quota di ricchezza passerà dal 9,3% dello scorso anno al 10,5% in 5 anni. C’è poi la clientela mass, con patrimoni fino a 250 milioni di dollari, che tiene per sé il 37,6% della ricchezza finanziaria totale: sono circa 47,9 milioni di individui. Questa categoria calerà leggermente entro il 2030 a 46,7 milioni di persone, registrando anche una diminuzione della quota di patrimonio finanziario a 32,1%. Segue in questa classifica il gruppo dei lower hnw (patrimonio tra uno e 20 milioni di dollari), con il 22,4% di ricchezza totale: nel 2030 saranno 3,2 milioni di persone.

In generale l’Italia riflette una propensione, almeno nel 2025, per azioni e fondi di investimento, in cui è riposto il 43% della ricchezza finanziaria nazionale (la media in Europa occidentale è del 32%). Secondo il report Bcg, la proiezione è del 50% entro il 2030. Depositi e valute pesano invece il 25%, depositi e valute il 25%, polizze vita e pensioni il 18% e infine le obbligazioni l’8%. Nel comparto della gestione patrimoniale indipendente, si registra un tasso di crescita dell’11% annuo. Nel mondo le azioni hanno guidato con un +13,2%, mentre l’oro ha segnato un +44%, sostenuto dagli acquisti delle banche centrali in un contesto di crescente instabilità valutaria. Gli asset reali sono avanzati del 7,4%, frenati dall’elevato livello dei prezzi nei principali mercati sviluppati. Il report poi prevede un’espansione della ricchezza finanziaria globale a un tasso medio annuo del 7% fino al 2030.

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“Bisogna tassare i ricchi, basta essere subalterni alla destra”: da Milano l’appello di Sinistra italiana con Podemos e la France Inosumise

Mentre nel campo progressista si torna a litigare sulla necessità o meno di una patrimoniale, Sinistra Italiana a Milano ha riunito una ventina di europarlamentari della European Left Alliance (Ela) per rilanciare la necessità di una tassa per i più ricchi. Sul palco della Santeria Toscana, zona Sud della città, sono intervenuti il segretario Nicola Fratoianni e l’eurodeputata Avs Ilaria Salis, ma anche l’europarlamentare spagnola di Podemos Irene Montero e la collega de la France Insoumise Manon Aubry. Sul palco del locale milanese campeggiava la scritta “Tax the rich”, proprio di fronte alla sede de “il Pane quotidiano”, l’associazione laica che ogni giorno distribuisce cibo a chi ne ha bisogno.

In Italia, ha esordito Fratoianni, “il 10% della popolazione detiene il 60% della ricchezza. Bisogna intervenire perché è inaccettabile che mentre la ricchezza complessiva cresce, aumenta anno dopo anno la povertà assoluta”. L’obiettivo, sostenuto dai partecipanti europei all’evento di Milano, è quello di recuperare risorse dalla fascia di popolazione più ricca.

Mikhail Maslennikov, membro di Oxfam, ha spiegato la loro proposta di introdurre una tassa sui grandi patrimoni che coinvolgerebbe lo 0,5% dei cittadini con un gettito stimato tra i 13 e i 16 miliardi di euro. Il leader di Avs ha affermato dal palco che con gli alleati di Ela verranno studiati gli strumenti migliori per portare avanti la proposta, avendo in mente diverse soluzioni. “Dalla tassa sui grandi patrimoni fino alla riforma, nel caso italiano, del sistema del prelievo sull’Irpef che è ormai anti-progressivo e in violazione della Costituzione – ha detto -. Si tratta di una proposta ragionevole, di buon senso e riformista”. Tra le idee però c’è anche quella di una tassa di successione che, ha continuato Fratoianni, “non esiste in Italia, con percentuali ridicole del 3-4% e con esenzioni di 1 milione di euro per ogni figlio: storture che vanno corrette”.

Proprio nell’ottica di un’alleanza internazionale, all’evento milanese hanno partecipato anche i membri dei principali partiti della sinistra europea. Sono i loro gli interventi più duri, in particolare quelli della europarlamentare spagnola di Podemos, Irene Montero, e dell’europarlamentare di La France Insoumise, Manon Aubrey. “La ricchezza non è onesta. La ricchezza è un grande furto – ha detto Montero -. Ci obbligano a guardare coloro che ci derubano. Non c’è proposta più giusta che possiamo fare per la nostra società che dire chiaramente ai ricchi di restituire ciò che è stato rubato”. Della stessa opinione anche la francese che dal palco ha parlato della necessità storica di “bandire i miliardari” per “salvare la democrazia”.

Dal palco non sono mancati i riferimenti alle divisioni con il campo largo. “Ogni volta che osiamo avanzare questa proposta – ha commentato Fratoianni – ricomincia la solita litania e ci accusano di essere radicali. Ai colleghi dell’ala progressista dico: la sinistra in questi anni ha subito una pesante subalternità culturale nei confronti della destra, soprattutto sul tema del fisco. È ora di dire basta”. Al leader di Sinistra Italiana ha fatto eco la deputata Elisabetta Piccolotti: “Siamo convinti che il tempo ci darà ragione e anche che i nostri alleati, che ora sono perplessi, nel tempo si convinceranno”. Poi un riferimento al governo: “La destra fa campagna brutale contro di noi dicendo che vogliamo tassare il ceto medio. Al contrario vogliamo dare sollievo ai lavoratori che pagano molte più tasse dei milionari. A Giorgia Meloni diciamo: scegliete voi la soglia da cui tassare, perché non ne esiste una incapace di ridistribuire ricchezze”.

Mentre dal palco di Milano si parlava di patrimoniale, quasi in parallelo, è arrivato un parziale stop da parte della segretaria del Pd, Elly Schlein:Non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista”, ha spiegato parlando al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, sottolineando però che “ne discuteremo” anche se “non è tra le cose condivise”. Proprio Schlein, intervistata sul Nove da Accordi&Disaccordi, solo il primo giugno aveva detto: “Tassare i super-ricchi non dev’essere un tabù”. Una frase che ha provocato le polemiche dentro lo stesso campo progressista.

Secondo Fratoianni, “i cittadini in larga maggioranza sono già favorevoli”. Dopo le parole di Schlein, a Piazza Pulita su La7 era intervenuto leader di Italia Viva, Matteo Renzi, a paventare il rischio della fuga dei capitali: “La patrimoniale funziona come slogan ma nella realtà dei fatti spinge i ricchi ad andare via: bisogna piuttosto diminuire le tasse ai poveri”. Sulla questione è intervenuta anche l’eurodeputata Ilaria Salis, presente a Milano: “Occorre impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi”.

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Tassare i super ricchi, Schlein frena dopo le polemiche: “La patrimoniale non è nel programma dell’alleanza progressista”

“La patrimoniale non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista, come ho detto sempre ne discuteremo ma non è all’ordine del giorno”. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ospite a Rapallo (Genova) al 55esimo convegno nazionale dei giovani imprenditori di Confindustria, frena sulla patrimoniale dopo le polemiche per le sue affermazioni sulla tassazione dei super ricchi.

Ospite ad Accordi&Disaccordi il 30 maggio scorso, la segretaria dem aveva parlato del tassare i super ricchi e i grandi patrimoni, sottolineando che non dovrebbe essere “un tabù” e di essere “sempre stata favorevole” a introdurre una tassazione a livello europeo. Parole che avevano fatto storcere il naso al centrodestra. Mentre la deputata M5s, Vittoria Baldino, aveva sottolineato che la patrimoniale, in questo momento, “è fumo negli occhi” e che non è inclusa nel programma in discussione.

“Ho letto le dichiarazioni che ha fatto ieri Elly Schlein: se il tema è che questo punto (la patrimoniale ndr.) non è ancora stato definito come un punto del programma – ha ribattuto Nicola Fratoianni a margine dell’assemblea di European Left Alliance – è vero, ci sono altre leggi, altre proposte che sono già definite, firmate da tutte le forze politiche, sono largamente assunte come un punto programmatico, dal salario minimo alla riduzione dell’orario di lavoro”. “Se il tema è che di questo non si deve discutere, allora non sono d’accordo, ma non credo che si tratti di questo – ha spiegato -. In ogni caso lo verificheremo, perché redistribuire la ricchezza è fondamentale e soprattutto è una questione su cui esiste una solida maggioranza nel Paese”.

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