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L’IA convince le imprese italiane, ma molte non si sentono ancora pronte

L’intelligenza artificiale è uscita dalla fase della curiosità tecnologica per entrare stabilmente nelle strategie delle imprese. Il punto, però, è che riconoscerne il potenziale non significa necessariamente essere pronti a sfruttarlo. E proprio qui emerge il principale nodo che il sistema produttivo italiano deve affrontare nei prossimi anni. Secondo l’Osservatorio “Pronti a competere?”, realizzato da Lenovo in collaborazione con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria e presentato al Convegno di Rapallo 2026, oltre otto imprese su dieci non ritengono di possedere oggi le competenze necessarie per utilizzare pienamente l’intelligenza artificiale. L’82,4 per cento delle aziende intervistate dichiara infatti di non disporre di risorse interne adeguate per governare questa trasformazione.

Il dato appare ancora più significativo se confrontato con il livello di consapevolezza ormai raggiunto dal mondo imprenditoriale. Il 43,3 per cento degli intervistati considera già oggi l’AI un fattore di crescita “fondamentale” o “molto importante”, mentre il 67,5 per cento ritiene che diventerà indispensabile per la competitività entro i prossimi tre anni. Eppure soltanto il 18,7 per cento delle imprese utilizza attualmente l’intelligenza artificiale in modo strutturato all’interno dei propri processi.

La distanza tra intenzioni e realtà è il vero elemento che emerge dall’indagine. Da una parte cresce la convinzione che l’intelligenza artificiale rappresenti una leva strategica per la competitività; dall’altra, le aziende faticano ancora a tradurre questa consapevolezza in organizzazione, competenze e processi concreti.

«I dati dell’Osservatorio “Pronti a competere?” evidenziano un nodo centrale per il futuro del sistema produttivo italiano: oggi la competitività delle imprese non è limitata dalla tecnologia, ma dalla capacità di adottarla e governarla», osserva Enza Truzzolillo, amministratore delegato di Lenovo Italia. «La vera sfida oggi non è introdurre l’intelligenza artificiale, ma renderla una leva concreta di competitività: e questo è un tema di leadership, metodo e governo del cambiamento».

Secondo Truzzolillo, la questione assume un’importanza ancora maggiore in una fase di crescente competizione internazionale. «In un contesto globale sempre più competitivo, la capacità di governare l’adozione dell’intelligenza artificiale diventa decisiva anche per il futuro del Made in Italy: senza un’integrazione efficace dell’intelligenza artificiale nei processi industriali e decisionali, il rischio è una progressiva perdita di competitività sui mercati internazionali».

L’indagine mostra comunque un atteggiamento tutt’altro che ostile verso la tecnologia. Il 79,5 per cento degli imprenditori associa all’intelligenza artificiale sentimenti positivi come opportunità, fiducia ed entusiasmo, mentre il 60,7 per cento prevede di aumentare gli investimenti nel settore nei prossimi 12-24 mesi. Circa il trenta per cento ritiene inoltre che l’intelligenza artificiale cambierà in modo profondo o radicale il proprio settore entro i prossimi tre anni.

Le difficoltà emergono soprattutto in un contesto economico che le imprese continuano a percepire come complesso. Tra le principali criticità vengono citate l’incertezza macroeconomica, l’aumento dei costi e la difficoltà nel reperire competenze specializzate. Non sorprende quindi che il 38,2 per cento degli intervistati individui nella perdita di competitività il principale rischio legato a una mancata adozione dell’intelligenza artificiale, davanti alla minore efficienza e alla ridotta capacità di innovazione.

Il tema delle competenze è centrale anche per il sistema dei Giovani Imprenditori di Confindustria. «Come Giovani Imprenditori Confindustria siamo impegnati, a livello nazionale e territoriale, a diffondere conoscenza e consapevolezza sull’intelligenza artificiale quale leva fondamentale per la crescita futura», spiega Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Per Anghileri, l’Italia parte comunque da una base solida. «L’Italia dispone di un patrimonio unico di dati industriali, competenze, filiere e saperi: dobbiamo innestare l’intelligenza artificiale in questo patrimonio per generare valore, produttività e nuovi spazi di mercato». E aggiunge: «Partendo dai bisogni concreti delle imprese, stiamo mostrando applicazioni reali e favorendo connessioni tra startup, grandi imprese, Pmi e ricerca. Costruiamo ecosistemi abilitanti mettendo le persone – chiave di volta di ogni cambiamento – al centro».

La sfida, conclude la presidente dei Giovani Imprenditori, è trasformare una rivoluzione tecnologica in un vantaggio competitivo reale: «Nel nostro Sistema abbiamo le intelligenze e le capacità per affrontare i rischi e cogliere le opportunità: dobbiamo impegnarci al massimo per governare questa rivoluzione e trasformarla in un motore concreto di efficienza e trasformazione industriale».

La fotografia che emerge da Rapallo è quindi quella di un sistema imprenditoriale che ha ormai compreso la portata dell’intelligenza artificiale, ma che deve ancora colmare il divario tra consapevolezza e capacità di esecuzione. Un passaggio decisivo, soprattutto considerando che l’ottantuno per cento delle imprese intervistate ritiene che l’Italia sia oggi in ritardo rispetto ai principali Paesi europei sul fronte dell’intelligenza artificiale.

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Chissà che pensavano del razzismo contro i bianchi i migranti arsi vivi

In questi giorni in Gran Bretagna il governo di Keir Starmer è sotto attacco per il caso del diciottenne Henry Novak, accoltellato a dicembre da un giovane indiano, Vickrum Digwa, che subito dopo chiama la polizia raccontando di essere stato vittima di un’aggressione razzista ed essersi quindi dovuto difendere, e così Novak muore mentre gli agenti lo ammanettano, nonostante le sue richieste di aiuto. Con la condanna dell’assassino e le immagini delle bodycam rese pubbliche, la destra populista di Nigel Farage e la destra fascista di Tommy Robinson hanno lanciato la campagna «white lives matter», giudicando scandaloso che la polizia abbia creduto alla denuncia di un uomo di colore anziché alla parola di un ragazzo bianco, prova definitiva, ai loro occhi e a quelli dell’intera internazionale sovranista, a cominciare ovviamente da Elon Musk, che in Gran Bretagna, come in tutta Europa, la vera emergenza sociale ormai è il razzismo contro i bianchi.

Nel frattempo, in Italia, quattro braccianti di cui non ci sforziamo nemmeno di ricordare i nomi venivano bruciati vivi in un’auto dai loro caporali. Chissà che ne pensavano, loro, del razzismo contro i bianchi. Quanto la piaga sia diffusa anche in Italia lo testimonia del resto il fatto che sul Corriere della sera di martedì, come ricorda Guia Soncini su Linkiesta, il catenaccio in prima pagina era «La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati». Una sintesi che a Soncini fa tornare in mente una vecchia striscia di Pericoli e Pirella: «Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”».

Soncini cita anche un podcast di Luca Bizzarri, secondo cui di questa storia non ci frega niente perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Io però penso che non sia nemmeno questo il problema, o almeno non il problema principale. Il ragionamento di Bizzarri è fin troppo sofisticato. Non ce ne frega niente, anzitutto, perché non ce ne frega niente. Politici, giornalisti e twittatori di destra ripeteranno allo sfinimento slogan come «White lives matter» a proposito di quanto accaduto l’anno scorso in Inghilterra (e qui la mia insopprimibile vocazione al martirio mi obbliga a farvi notare che tale disgustosa strumentalizzazione della tragedia in chiave ritorsiva contro Black lives matter è perfettamente speculare a quella di chi non può trattenersi dal ritorcere l’accusa di «genocidio» contro gli ebrei), mentre ben pochi politici si sogneranno di farla tanto lunga su quei quattro braccianti senza nome, come non lo faranno i giornali, né le trasmissioni televisive, neanche a sinistra, perché la verità è che a parlare di immigrati come vittime, a riconoscerne i diritti, ad attribuire loro un ruolo nella società che non sia quello del carnefice, si perdono voti, si perdono copie e si perdono ascolti, motivo per cui non lo fa nessuno, e infatti quando finiscono in prima pagina perché uno dei Caronte che li tengono in quegli inferni a cielo aperto che noi non vogliamo vedere dà loro fuoco, o li lascia senza un braccio a morire dissanguati davanti alla porta di casa, li definiamo «invisibili», con una formula che vorrebbe essere autocritica ma è di fatto autoassolutoria, perché il significato letterale prevale di gran lunga su quello figurato.

E il primo politico così ingenuo da dire mezza parola al riguardo si sentirà subito domandare dal giornalista, di rimando, se ritenga dunque che gli italiani siano razzisti, e dovrà affrettarsi a giurare e spergiurare di no, assolutamente, ma nemmeno per un momento, se vorrà avere la minima speranza di essere rieletto, foss’anche solo al congresso di Rifondazione comunista.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Silicon Valley e intelligence, la linea che si assottiglia nei conflitti digitali

La National Security Agency degli Stati Uniti starebbe utilizzando il modello di intelligenza artificiale Mythos, sviluppato da Anthropic, per supportare attacchi cyber contro reti di Paesi considerati avversari, tra cui Cina e Iran. È quanto riporta il Financial Times, che descrive anche un livello di integrazione particolarmente profondo tra l’azienda e l’agenzia di signals intelligence americana: circa sei ingegneri di Anthropic sarebbero stati inseriti direttamente all’interno dell’apparato per adattare la tecnologia a esigenze operative.

Il dato più rilevante non è solo l’utilizzo del modello in contesti di sicurezza nazionale, ma la forma della collaborazione. Gli ingegneri dell’azienda non si limitano a fornire supporto esterno, ma lavorano a stretto contatto con gli operatori dell’intelligence per modificare e ottimizzare il sistema in funzione di obiettivi specifici. In altre parole, lo sviluppo del modello e il suo impiego operativo tendono a sovrapporsi.

Secondo fonti citate dal quotidiano, Mythos sarebbe utile in attività di intrusione e analisi delle vulnerabilità informatiche, con possibili applicazioni contro infrastrutture digitali di Stati terzi. Una fonte vicina alla vicenda ha descritto il principio alla base di questo approccio in termini semplici: la capacità di attacco sarebbe parte integrante della costruzione di una difesa efficace, in un contesto in cui anche gli avversari stanno sviluppando strumenti analoghi.

Questa impostazione riflette una lettura ormai consolidata nel dibattito sulla sicurezza digitale: la guerra informatica non è più un ambito separato dalla ricerca tecnologica, ma uno dei suoi principali motori. Tuttavia, nel caso di Anthropic, la situazione è resa più complessa da un contesto di tensione istituzionale. L’azienda è infatti coinvolta in una disputa legale con il Pentagono, dentro il quale rientra la stessa Nsa, sulle modalità di utilizzo dei suoi sistemi e sui limiti imposti all’impiego in ambito militare. Anthropic ha in passato cercato di limitare l’uso dei propri modelli per finalità come la sorveglianza di massa o sistemi d’arma autonomi. Il Pentagono ha reagito classificando l’azienda come possibile rischio per la catena di fornitura, una definizione rara che ha aperto uno scontro legale ancora in corso. Il paradosso è che, mentre si sviluppa questo conflitto, la stessa tecnologia viene integrata in attività operative sensibili.

Parallelamente, Anthropic ha ampliato la distribuzione del modello Mythos a un numero crescente di organizzazioni in diversi Paesi, ampliandone rapidamente la disponibilità. Questo ha alimentato interrogativi tra governi e settore privato sulla possibilità che strumenti progettati per la sicurezza o l’analisi del codice possano essere impiegati anche per individuare e sfruttare vulnerabilità nei sistemi informatici.

Il quadro che emerge è quello di una progressiva fusione tra industria dell’intelligenza artificiale e apparati di sicurezza statali. Non si tratta più soltanto di forniture tecnologiche, ma di una collaborazione diretta nella definizione e nell’esecuzione di capacità operative.

La distinzione tra sviluppo civile e uso militare, dunque, appare sempre meno netta. La vicenda di Anthropic e della Nsa mostra come i grandi modelli linguistici stiano diventando infrastrutture centrali non solo per l’economia digitale, ma anche per le strategie di sicurezza nazionale. E proprio questa centralità rende più difficile tracciare un confine stabile tra innovazione, difesa e attacco.

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Addio vuvuzela, la Fifa le bandisce dal Mondiale 2026

Per molti tifosi era un rumore insopportabile. Per altri, il suono stesso del Mondiale. Sedici anni dopo aver accompagnato ogni partita in Sudafrica, la vuvuzela scompare dagli stadi: la Fifa ha deciso di vietarla durante il Mondiale 2026 che inizierà giovedì prossimo e si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico.

La celebre trombetta di plastica, diventata il simbolo dell’edizione del 2010, compare infatti nell’elenco degli oggetti proibiti contenuto nel nuovo regolamento per gli spettatori. Insieme alle vuvuzela saranno vietati anche fischietti, trombe ad aria compressa e altri dispositivi considerati eccessivamente rumorosi.

Per chi ricorda il torneo sudafricano, è difficile pensare a una decisione più simbolica. Per un mese il ronzio continuo delle vuvuzela accompagnò ogni partita, entrando nelle telecronache, nelle polemiche e persino nelle discussioni tra giocatori e allenatori. C’era chi sosteneva che rendessero impossibile comunicare in campo e chi le difendeva come espressione autentica della cultura calcistica locale. La Fifa allora resistette alle richieste di vietarle, sostenendo che facessero parte della tradizione dei tifosi sudafricani.

Oggi il clima è diverso. Il primo Mondiale a 48 squadre sarà anche il più grande e complesso mai organizzato, distribuito tra tre Paesi e sedici città ospitanti. La federazione punta a standardizzare il più possibile l’esperienza negli stadi, introducendo regole comuni per tutti gli impianti.

La stretta non riguarda soltanto il rumore. Nel codice di condotta aggiornato compaiono anche il divieto di puntatori laser e altre limitazioni pensate per ridurre i rischi per spettatori e giocatori. Nelle stesse ore la Fifa ha inoltre deciso di vietare l’ingresso delle borracce riutilizzabili, una scelta motivata con ragioni di sicurezza ma che ha già suscitato critiche tra i tifosi, preoccupati per le temperature elevate previste in alcune sedi del torneo.

Dietro il caso delle vuvuzela c’è però qualcosa di più di una semplice norma organizzativa. La loro esclusione segna il tramonto di uno degli ultimi simboli di un Mondiale profondamente legato alla cultura del Paese ospitante. Se nel 2010 la Fifa aveva accettato che il torneo si adattasse alle tradizioni locali, nel 2026 sembra prevalere la logica opposta: sono le tradizioni a doversi adattare al format globale della competizione.

E così, dopo aver monopolizzato l’attenzione del mondo intero per un’estate, il suono che più di ogni altro evocava il Mondiale sudafricano resterà fuori dai cancelli degli stadi.

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Sir Alex Younger, l’anti James Bond di cui avremmo ancora bisogno

Sir Alex Younger si era detto pubblicamente «combattuto» su James Bond. Il personaggio nato dalla penna di Ian Fleming è stato un ottimo testimonial per il Secret Intelligence Service (o MI6), ma ha anche consolidato stereotipi lontani dalla realtà di chi lavora per l’intelligence di Sua Maestà. Era di questo che parlava circa dieci anni fa, quando da due anni Sir Alex era C, cioè chief, capo di MI6 (nella saga letteraria, invece, è M). E lo sarebbe rimasto per altri quattro anni, diventando il C più longevo degli ultimi cinquant’anni.

Bastava guardarlo camminare e sentirlo parlare per cogliere la distanza con l’Agente 007. È vero che le spie di MI6, o del Service come lo chiamava lui, viaggiano in luoghi lontani e pericolosi. Ma, secondo Sir Alex, una figura sconsiderata e senza scrupoli come James Bond, che infrange la legge a ripetizione, non sarebbe vista di buon occhio all’interno del Servizio. Sir Alex era, o quantomeno appariva, agli antipodi dell’Agente 007. Era certamente un gentleman, ma non spaccone: «piacevole, divertente e modesto, e sembrava piuttosto rilassato», come lo descrive il Times. Il suo modo di parlare era leggero: poche parole, quasi sussurrate, ma dense di contenuto, accompagnate da molti sorrisi. Gli occhi curiosi. La presenza, invece, era discreta. Era «il meglio di MI6», ha scritto il suo successore come C, Sir Richard Moore citando caratteristiche sempre più rare: «grande intelligenza, umiltà, grande determinazione; dietro il suo aspetto affabile, era una persona con grandi valori morali, gentile, divertente e schietta. E una spia eccezionale».

Dietro quella naturalezza c’era anche una difficoltà con cui aveva convissuto per tutta la vita: la dislessia. Ne era abbastanza consapevole da preoccuparsi, in occasione del suo primo discorso pubblico da capo di MI6, che qualche errore potesse finire nelle registrazioni diffuse dai media. Per questo fece distribuire ai media una versione preregistrata dell’intervento. Col tempo sarebbe diventato uno dei comunicatori più efficaci mai passati dal Servizio, convinto che il talento e l’intelligenza assumano forme diverse e che l’intelligence dovesse impegnarsi di più per riconoscerle e valorizzarle.

È morto martedì all’età di 62 anni, ucciso da un tumore alla prostata, che lui aveva ribattezzato “Putin”, su un corpo già segnato dal dolore per ciò che di peggiore può accadere a un genitore: sopravvivere ai propri figli. Sam aveva 22 anni quando, nel 2019, morì in un incidente in moto.

Dopo aver servito nelle Guardie Scozzesi e concluso una carriera trentennale al Six, Younger aveva lavorato nei Balcani durante le guerre in Jugoslavia, poi a Vienna, Dubai e Afghanistan. A Londra era stato capo del reparto antiterrorismo, delle operazioni e poi vicedirettore, prima di assumere la guida del Servizio in un periodo segnato dalla Brexit e da una Russia più aggressiva tanto da tentare di avvelenare su suolo britannico Sergej Skripal, un ex spia sovietica passata dalla parte di Londra.

Sir Alex era un leader amato dai suoi, già una leggenda, e un partner rispettato all’estero. Tra le tante dimostrazioni di stima e affetto, anche quella del principe William, l’erede al trono, che ne ha lodato «integrità, coraggio e impegno incrollabile nella protezione» del Paese e «e della sua gente».

Prima di lasciare l’incarico di C, aveva scelto di tornare all’Università di St. Andrews, la sua alma mater. Era il 2018. L’intelligenza artificiale era già molto efficace in compiti specifici, ma ancora lontana da forme avanzate o conversazionali come quelle odierne. In quel contesto, in un discorso pubblico rarissimo per un capo del SIS, Younger aveva parlato delle minacce ibride, della «quarta generazione di spionaggio» e della crescente integrazione tra capacità umane e tecnologiche: «Anche nell’era dell’intelligenza artificiale, l’intelligenza umana rimane indispensabile; anzi, in un mondo sempre più complesso, assumerà un’importanza ancora maggiore». La traduzione di artificial intelligence e human intelligence rischia qui di far perdere parte dell’ambiguità del suo intervento, che riguardava tanto lo spionaggio quanto la società nel suo insieme.

Quei due interventi pubblici hanno indicato una direzione per il Service nell’ultimo decennio. Una linea inaugurata dal predecessore, Sir John Sawers, e poi seguita, se non incarnata, dai successori. Sir Richard ha ereditato e rafforzato la spinta verso una maggiore apertura del Servizio, sia sul piano della comunicazione pubblica sia su quello del reclutamento, fondamentale oggi anche in un’organizzazione tradizionalmente votata alla discrezione. In un’occasione, il Servizio ha anche inviato alla BBC Radio due funzionari, uno nero e uno asiatico, per contribuire a scardinare gli stereotipi legati all’immaginario di James Bond. «Lavorare per MI6 può essere più eccitante di un film di James Bond», ha spiegato uno di loro, raccontando di aver visto cose «che lasciano a bocca aperta», «ben oltre quelle che si vedono nei film di spionaggio». Blaise Metreweli, invece, nominata a ottobre prima donna alla guida del Servizio, nel suo primo discorso pubblico ha scelto di parlare di human agency e del ruolo dei valori nella legittimazione dell’azione dell’intelligence.

Dopo aver lasciato il Servizio, Sir Alex ha unito il lavoro da consulente per aziende e think tank e all’impegno per la promozione della cultura della sicurezza. Era convinto che per affrontare le minacce esterne, incluse le campagne ibride, sia necessario creare resilienza. Come aveva spiegato al Financial Times nell’ultima intervista da C: «Non sono stati i russi a creare ciò che ci divide: siamo stati noi a farlo. Loro sono abili, anche se in modo piuttosto grossolano, nell’esacerbare le divisioni, e noi dovremmo impedirlo».

All’inizio dell’anno scorso era stato ascoltato dalla commissione Difesa della Camera dei Comuni nell’ambito dell’indagine “Defence in the Grey Zone”. «La realtà è che la nostra superficie d’attacco è molto più ampia rispetto a quella degli Stati autocratici», aveva spiegato. «In quanto democrazie, prendiamo decisioni in modo aperto e trasparente, e questo ci rende vulnerabili alla manipolazione da parte di avversari maligni». E ancora: «Dobbiamo organizzarci per resistere a queste minacce, ma senza cadere nella fallacia autocratica. La rigidità che vediamo nei regimi autocratici – le parate, i ranghi ordinati – è una debolezza intrinseca, non un segno di resilienza».

Era convinto che le democrazie, pur fragili, fossero più forti delle autocrazie: «Le autocrazie godono di alcuni vantaggi nel breve termine, come la capacità di pianificare a lungo periodo e di agire rapidamente, senza vincoli legali o morali. Tuttavia, sono fondamentalmente fragili, perché mancano di un meccanismo per il trasferimento pacifico del potere».

Poche settimane più tardi era ospite del programma Newsnight della BBC, dove dava l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza con cui guardava, capiva, spiegava e provava a proteggere il mondo. Parlava di «una nuova era in cui le relazioni internazionali non saranno più determinate da regole e istituzioni multilaterali, ma da uomini forti e accordi». «Penso alla Conferenza di Yalta del 1945, quando tre leader delle grandi potenze decisero il destino dei paesi più piccoli. Questa è la mentalità di Donald Trump. Sicuramente è quella di [Vladimir] Putin. Ed è la mentalità di Xi Jinping. Non è quella dell’Europa». E ancora: «Stiamo assistendo a una discussione sulle sfere di influenza. E temo che gli unici a non essersene ancora resi conto siamo noi, in Europa. Per questo non si tratta più di soft power o valori, ma di hard power».

Il tutto detto con quella calma e chiarezza di cui oggi si sente già la mancanza. Come quando, a una lunga domanda di Cipher Brief sul caos globale, aveva risposto semplicemente: «Penso che sia normale», lasciando l’intervistatrice sorpresa. Poi una pausa, quindi la spiegazione: «La nostra generazione è cresciuta in un’epoca insolita, quasi un’anomalia, in cui gli Stati Uniti erano una potenza unipolare con la capacità e la volontà di sostenere il sistema internazionale che avevano contribuito a creare». Oggi tutto è cambiato, ma per chi ha vissuto prima di quell’epoca, questo nuovo ordine sarebbe stato in realtà più «familiare».

Amava l’Italia. Si era sposato con la moglie Sarah a Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, vicino alla villa dei suoceri. Sull’Independent resta traccia del loro matrimonio. Era il 1994 e Younger veniva presentato semplicemente come civil servant. «Ma nonostante le pratiche burocratiche, sposarci in Italia è stato meglio di quanto avremmo mai potuto immaginare», scriveva. «Anche se il sindaco fosse stato ubriaco e io avessi dimenticato l’anello, la location e la cerimonia avrebbero compensato tutto».

In un ritratto pubblicato dal Times emerge anche un dettaglio privato che restituisce bene il contrasto tra la sua professione e la vita familiare. La moglie, figlia dei celebri architetti Michael e Patty Hopkins e dirigente nel mondo delle istituzioni culturali (tra Tate, National Gallery e Royal Opera House), rimase sorpresa dal fatto che Younger non avesse mai detto alla madre di essere una spia. Quando alla fine glielo rivelò, la risposta fu disarmante: «Yes, darling, so was I», «Sì, caro, anche io lo sono stata».

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L’era dei tecno predatori, chi sono e cosa vogliono

C’è una foto destinata a essere ricordata. Non perché sia uno scatto di rara fattura, né perché rappresenti un momento di straordinaria importanza per la Storia. Non si tratta del Muro di Berlino che crolla, né di un aereo che si schianta sulle Twin Towers, eppure quella foto è significativa. Cristallizza un segno dei tempi, incornicia una sottomissione imprevista fino a poco prima, inquadra un’alleanza nell’interesse di pochi e a danno di moltitudini. È il 20 gennaio 2025, Donald Trump presta giuramento come presidente degli Stati Uniti per il suo secondo mandato e in prima fila, uno a fianco dell’altro, ci sono Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg. Cioè, il fondatore di Tesla e SpaceX, quello di Amazon e il ceo di Meta: i tre uomini più ricchi del pianeta, secondo la classifica che da trentanove anni Forbes stila con pedante applicazione.

In mezzo ai tre, a disarticolare la graduatoria fa capolino Sundar Pichai, l’amministratore delegato di Alphabet. Che ci fa lì? Con i suoi 1,3 miliardi di dollari è un lillipuziano rispetto a patrimoni personali da duecento miliardi in su, ma nelle file successive, preferiti persino ai ministri del nascente Gabinetto, la lista si allunga: da Tim Cook (Apple) a Sergey Brin (padrone di Google), a Sam Altman (OpenAI) per citare alcuni. Insieme valgono il Pil dei Paesi Bassi, metà di quello italiano.

C’è anche Joe Biden (come è ovvio che sia), l’inquilino della Casa Bianca uscente, costretto a rinunciare alla ricandidatura dai timori dell’opinione pubblica per le sue condizioni di salute. «In America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia letteralmente l’intera democrazia, i nostri diritti», avverte Biden. Trump per tutta la campagna elettorale lo ha deriso, chiamandolo Sleepy Joe (l’addormentato), ma la sua frase col senno del poi è un lucido grido d’allarme. Una Cassandra malmessa, ma presaga.

Adesso un’altra immagine. È trascorso poco più di un anno e a Nuova Delhi si svolge l’India AI Impact Summit: il premier Narendra Modi chiama intorno a sé i partecipanti per la tradizionale photo opportunity, tra loro alcuni dei più influenti manager del pianeta. Si tengono mano nella mano, a braccia alzate, quasi a significare un’alleanza in nome del progresso, ma Sam Altman e Dario Amodei, ceo di Anthropic, finiti ironia della sorte uno accanto all’altro, rifiutano di farlo. Anthropic è stata fondata cinque anni prima proprio da un gruppo di ricercatori, guidati da Amodei e dalla sorella Daniela, fuoriusciti da OpenAI per ragioni etiche, già allora timorosi dei pericoli che l’intelligenza artificiale avrebbe posto in materia di sicurezza e in disaccordo con le scelte di Altman.

La sfida tra le due aziende si è fatta sempre più decisa e con essa sono giunte all’acme le divergenze su come sviluppare la tecnologia in potenza più trasformativa della storia dell’uomo. OpenAI ha dato vita a ChatGPT, il primo chatbot basato sull’intelligenza artificiale generativa reso gratuito a centinaia di milioni di utenti, per poi continuare a sviluppare funzioni rivolte al “grande pubblico”. Anthropic ha invece elaborato il concorrente Claude – orientato verso la gestione di carichi di lavoro complessi – e le sue rapide evoluzioni hanno finito per superare ChatGPT, facendolo preferire dalle aziende e persino dal Pentagono, eppure senza rinunciare all’attenzione per la sicurezza dei dati: fedele al mantra che ne aveva ispirato la nascita, addestrando Claude su un insieme di regole etiche (Constitutional AI) ispirate alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Claude è così avanti da essere l’unico modello di intelligenza artificiale ammesso nei sistemi classificati dell’esercito, ma i rapporti con l’amministrazione Trump – che già non erano idilliaci – deflagrano quando a febbraio la sua IA viene utilizzata nella cattura di Nicolás Maduro in Venezuela.

Non si creda che la startup californiana disdegni di mettersi al servizio del complesso militare in cambio di contratti milionari. Lo ha già fatto, ma pone condizioni. Chiede che il bolide del progresso lanciato a folle velocità sia dotato di un pedale del freno: la garanzia che Claude non sia usato per la sorveglianza di massa degli americani e per droni e robot in grado di uccidere senza l’intervento umano.

La richiesta viene accolta come un atto di lesa maestà. Trump chiama Amodei e soci «pazzi di sinistra», definisce Anthropic «prigioniera di vincoli ideologici», ordina che sia dichiarata un «rischio per la catena di approvvigionamento». Un nemico della nazione.

La vicenda resta in evoluzione ed è ben nota (qui serviva solo riassumerla), ma quel che ci interessa sono le parole di Amodei. «La vera ragione per cui non ci apprezzano è che non abbiamo fatto donazioni a Trump – scrive alla squadra di Anthropic in quei giorni –. Non abbiamo elogiato Trump in stile dittatoriale (mentre Sam lo ha fatto)…», e in un’intervista dice: «Essere in disaccordo con il governo è la cosa più americana del mondo».

Appunto. Dove va l’America? E aveva ragione la Cassandra-Biden? Siamo di fronte a un signorotto circondato da feudatari che garantiscono fedeltà in cambio del proprio arricchimento oppure di un’élite convinta del proprio ruolo salvifico che usa Trump e nel frattempo ne prepara la successione? The Oligarchy individuata da Robert Reich, i conquistadores digitali narrati da Giuliano da Empoli, i tecnofascisti protagonisti del recente “Onnipotenti”? Classe miliardaria che propugna «un fascismo che si potrebbe definire di “stampo anglosassone” – dice Irene Doda, l’autrice –, sostenitore della libertà individuale, specialmente quella di fare impresa senza regole».

Per capire la tech-oligarchia che sta ridefinendo il concetto di democrazia in America, bisogna partire dai soldi come spesso accade, dalle enormi fortune che si possono associare ai protagonisti elencati finora e che quel 20 gennaio (come oggi) facevano di Musk l’uomo più ricco della storia umana. Il patrimonio dei super-ricchi nel 2026 ha raggiunto un livello mai visto prima: 20.100 miliardi di dollari detenuti da appena 3428 persone, di cui 989 sono americani. Conteggi perfettibili (anche perché fortune simili non sono mai statiche) come quelli di Oxfam International, per i quali in cinque anni il patrimonio dei dieci americani più ricchi, tutti o quasi tecnocrati della Silicon Valley, è lievitato da settecento a oltre duemiladuecento miliardi.

Una concentrazione che non è solo economica. Il settanta per cento del traffico internet globale transita dalle infrastrutture di Amazon, Microsoft e Google. Meta raggiunge ogni giorno oltre tre miliardi di utenti attivi e X dopo l’acquisizione di Musk ha ridotto sì, ma non perso, il ruolo di piattaforma privilegiata del dibattito politico che aveva Twitter. Per non parlare dei satelliti della sua Starlink, che operano in regime di quasi monopolio, capaci di influenzare persino le sorti di una guerra.

In molti hanno ipotizzato un parallelo con i robber baron della Gilded age che dominarono l’economia accentrando nelle proprie mani tutte le fasi industriali. Gli oligarchi tech controllano qualcosa di ben più pervasivo: l’infrastruttura delle reti di comunicazione, dei media e ora dell’intelligenza artificiale. Il loro potere è qualitativamente diverso da qualsiasi concentrazione precedente perché si fonda (e al tempo stesso trae profitto) sulla capacità di modificare il comportamento umano in modo sistematico. È ciò che Shoshana Zuboff in un saggio famoso e profetico ha chiamato “Il capitalismo della sorveglianza”. L’esperienza umana come accumulazione di dati: materia prima gratuita e inesauribile, utile non solo a prevedere quei comportamenti, ma a orientarli e condizionarli.

Capitalisti e sorveglianti, come i due tech-miliardari che ancora mancano alla lista. Assenti dalle nostre foto, ma decisivi.

Uno è Larry Ellison, cofondatore di Oracle, colosso del software, quarto in quella classifica dei più ricchi e considerato il vero consigliere ombra di Trump. «Il Ceo di un po’ di tutto», ama definirlo l’amico Donald. La famiglia Ellison sta ridisegnando il panorama mediatico: ha acquisito il controllo di Paramount (a sua volta proprietaria di Cbs), è entrata con Oracle nella cordata che ha rilevato le attività americane di TikTok e dopo aver messo le mani su Warner Bros. rischia di arrivare alla Cnn, il più efficace dei canali all news nel fare opposizione.

L’altro è Peter Thiel, nato in Germania, negli Stati Uniti dall’adolescenza, l’anima più nera del tecno-cesarismo, un intreccio di contraddizioni: libertario ma teorico del monopolio, gay ma acceso anti-woke, vetero-cattolico odiatore delle donne ma munifico finanziatore di studi sull’allungamento della vita (terrena, ovvio). Thiel è il proprietario di Palantir, la società che raccoglie informazioni su tutto e tutti, le aggrega in un’enorme banca dati e le offre a chi abbia bisogno di identificare, individuare, tracciare. Sostenitore di Trump da un decennio, è lo sponsor principale di J.D. Vance. In Italia lo abbiamo conosciuto meglio quando a metà marzo è sbarcato a Roma per parlare di Anticristo. Ciò che, però, può inquietare di più sono i suoi legami con Elon Musk o Roelof Botha. Tutti diventati ricchi con l’intuizione di PayPal, tutti con legami familiari nel Sudafrica bianco e segregazionista, tutti affascinati dall’epica del “Signore degli Anelli”: pochi esseri superiori (gli elfi) investiti dal “dovere“ di salvare l’Occidente (la Contea) dalle forze del Male di Mordor.

Ellison e Thiel, gli ideali punti di collegamento tra la generazione pioniera, quella degli smanettoni nei garage diventati Re Mida vendendo software e telefonini, e quella che adesso prepara una superintelligenza pervasiva che tutto saprà, tutto vedrà. Magari tutto deciderà.

La Silicon Valley è cresciuta intrisa di utopia liberal-libertaria, convinta della forza buona di Internet, favorevole al multiculturalismo, al commercio globale, ma tutto è cambiato da quelle parti. Il punto di non ritorno è documentabile con precisione: è il 15 luglio 2024, la convention repubblicana è in corso a Milwaukee ed Elon Musk ufficializza il suo sostegno a Trump. Da lì in poi sosterrà la campagna elettorale con almeno 277 milioni di dollari. È il contributo singolo più alto nella storia delle elezioni presidenziali americane. Musk è in buona compagnia, a Milwaukee i rappresentanti delle Big Tech sono in fila.

Gente come Marc Andreessen e Ben Horowitz, venture capitalist che hanno fatto la fortuna di aziende come Facebook o Airbnb, mette per iscritto il perché della scelta: sono contrari alla regolamentazione delle criptovalute e alle politiche bancarie di Biden, entusiasti delle promesse dal candidato Maga. Il loro è un sostegno programmatico. Proprio in quei giorni prende forma Project 2025, un documento di 922 pagine stilato dalla Heritage Foundation, think tank ultraconservatore, in cui si prevedono non solo lo smantellamento sistematico della burocrazia federale e la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del presidente, ma si recepiscono molte delle proposte care alla tecno oligarchia, dalla deregolamentazione dell’intelligenza artificiale alla riduzione dei poteri della Federal Trade Commission, l’antitrust statunitense. Uno degli architetti di Project 2025 è Russell Vought. Tra i primi atti di Trump (appena sedici giorni dopo l’insediamento) ci sarà la sua nomina a capo dell’agenzia che gestisce il bilancio federale.

Lo smantellamento, in realtà, è già cominciato all’indomani della vittoria su Kamala Harris con l’annuncio della creazione del Department of Government Efficiency, acronimo Doge: non a caso il nome della criptovaluta preferita da Musk, che ne assume il comando. L’avventura di “consigliere del presidente” durerà pochi mesi e si rivelerà un fallimento, con evidenti violazioni costituzionali, ma il buon Elon tra un post su X e un saluto romano farà in tempo a costringere trecentomila dipendenti pubblici alle dimissioni, nonché ad accedere ai database che contengono informazioni riservate su decine di milioni di americani. Un enorme conflitto di interessi, visti i contratti governativi di cui beneficiano le sue aziende.

Un do ut des che raggiunge il suo picco, ma in atto da tempo: la distorsione del sistema di finanziamento della politica affonda le radici nella sentenza della Corte Suprema che nel 2010 liberalizza i versamenti attraverso comitati elettorali, da lì una sempre maggiore dipendenza dei candidati dai grandi finanziatori. I cinquanta maggiori donatori individuali nell’ultima corsa a Capitol Hill hanno contribuito per più di 1,8 miliardi di dollari, e guarda un po’, almeno ventitré erano tecnocrati e ras delle crypto. Risultato? Il meccanismo di ritorno sull’investimento è visibile: Musk ottiene il Doge e la nomina di un “amico” della sua SpaceX alla Nasa; Thiel i contratti militari per Palantir; le piattaforme di criptovalute un allentamento dei controlli; le Big Tech che nel 2020 avevano sostenuto Biden la promessa di archiviazione dei procedimenti antitrust.

La sovrapposizione di ruoli, le governance opache, la saldatura tra antica ed emergente classe di tecno miliardari trovano ora terreno di coltura nella dirompenza dell’intelligenza artificiale. Nessun settore è più rilevante per il futuro della democrazia, in nessun altro la concentrazione del potere nelle mani di pochi privati è più avanzata e, al tempo stesso, nessun altro richiederebbe una regolamentazione superpartes, guardrail etici, mentre gli stessi suoi inventori mettono in guardia dalle evoluzioni future, soprattutto in campo militare. Eppure quello stesso 20 gennaio, appena insediato, Trump firma un ordine esecutivo col quale revoca le linee guida che imponevano di notificare al governo lo sviluppo di sistemi potenzialmente pericolosi, dopo aver nominato David Sacks suo consigliere speciale per l’intelligenza artificiale e le criptovalute. Tabula rasa. La delega di Sacks, anche lui sudafricano, ex PayPal, amico di Musk e socio di Thiel, è tanto ampia da meritargli il nomignolo di “zar dell’IA”. «Trump – ha scritto Giuliano da Empoli in “L’ora dei predatori” – ha affidato pezzi interi della sua amministrazione ai più sfrenati accelerazionisti della Silicon Valley. Sotto la loro guida, il mondo si sta trasformando in un mosaico di territori in corsa verso un futuro postumano, senza la minima barriera di sicurezza». Una bestia vorace, quella dell’IA, che ha bisogno di essere nutrita da un’enorme quantità di denaro. OpenAI nel solo 2026 punta a finanziamenti per 100-110 miliardi di dollari; il concorrente Anthropic stima cifre simili, e poi ci sono Google Deepmind, xAI… Disposti a tutto o quasi, come Ellison capace di licenziare ventimila dipendenti di Oracle con una semplice mail arrivata all’alba dello scorso 31 marzo («Oggi è il suo ultimo giorno di lavoro»), in cerca di soldi per finanziare la costruzione di nuovi data center, e nonostante i conti aziendali migliori degli ultimi 15 anni.

Per quanto si provi a distillare purezza, è col Dio denaro che bisognerà venire a patti, senza nascondersi che quanto non faranno gli americani, potrebbe farlo la Cina. Così, se da una parte i soci di Anthropic donano alla no-profit GiveWell, dall’altra Thiel scrive «non credo più che libertà e democrazia siano compatibili», giudica «mostruoso» il multiculturalismo e affida Palantir ad Alex Karp, uno che dice: «Siamo qui per rivoluzionare e rendere le istituzioni con cui lavoriamo le migliori al mondo, spaventare i nemici e, all’occorrenza, ucciderli»

È Trump a dare le carte e i miliardi ad assecondarlo, dunque, oppure il contrario? La domanda resta e fa la differenza tra l’autarchia competitiva teorizzata da Steven Levitsky e Daniel Ziblatt in “Come muoiono le democrazie” e un oligarchia tecnocratica. Nell’attesa di risposta, tocca alla società civile statunitense ricordare (con Amodei) che essere in disaccordo con chi comanda è la cosa più americana del mondo. Per ora.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Il corridoio economico che sfida la Via della seta cinese

La visita ufficiale in Italia del Primo ministro dell’India Narendra Modi dello scorso 19-20 maggio a Roma, gli incontri con il Presidente Sergio Mattarella, e l’ampio incontro bilaterale con la Premier Giorgia Meloni hanno sancito una nuova fase dei rapporti fra Italia e India, elevando la relazione fra i due Paesi al livello di un partenariato strategico speciale. È stata la prima missione in Italia di un Primo ministro dell’India da ventisei anni e, accanto al rilancio a tutto campo delle relazioni politiche, economiche e commerciali, il vertice è stato anche l’occasione per fare il punto sul grande progetto strategico di connessione fra Europa, Golfo e India, di cui ci occupiamo in questo numero speciale de Linkiesta: il progetto di Imec.

Il progetto del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec) nasce durante il summit del G20 di New Delhi del 9-10 settembre 2023 su iniziativa di un gruppo di Paesi promotori: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, India, Italia, Stati Uniti e Unione europea.

L’idea è semplice e rivoluzionaria: creare una grande connessione mare-ferrovia-mare fra l’Indo-Pacifico e il Mediterraneo unendo l’India con i Paesi del Golfo, Israele e l’Unione europea con il suo ampio sistema portuale, a cominciare dai porti del Pireo e di Trieste.

Il progetto si fonda su alcuni fatti già concreti oggi e su alcune scommesse strategiche: il partenariato strategico fra India ed Emirati Arabi Uniti; l’Accordo di Libero Scambio e la Partnership su Difesa e Sicurezza fra Unione europea e India siglati a Delhi il 27 gennaio 2026; l’ulteriore estensione degli Accordi di Abramo e un accordo di pace duraturo fra Israele e Arabia Saudita, fondamentali per la realizzazione della connettività e delle infrastrutture previste dal progetto; pace e sviluppo nel Grande Medio Oriente come alternativa all’esportazione sistematica di instabilità e terrorismo dell’Iran; bypassare le «strozzature» degli stretti di Bab el-Mandeb e Hormuz, costantemente minacciati; costruire un’alternativa al progetto della Via della Seta di Pechino e all’asse strategico fra le autocrazie di Cina, Iran e Russia.

Imec nasce all’interno della cornice politica di I2U2, il mini-Quad fra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti nato nell’ottobre del 2021, noto anche come Alleanza Indo-Abramitica (l’acronimo «I2U2» deriva dalle iniziali dei quattro Paesi: India e Israele – due «i» – più Stati Uniti (Usa) e Emirati Arabi Uniti (Uae) – due «u»).

I2U2 è un formato il cui punto di forza è la combinazione di capitale arabo, tecnologia israeliana, capacità produttiva indiana e influenza statunitense.

I progetti già messi in cantiere spaziano dal Corridoio alimentare India-Uae, con un investimento emiratino di oltre due miliardi di dollari per sviluppare catene di approvvigionamento e infrastrutture agricole in India, a progetti di energia rinnovabile, a cominciare dal parco solare da trecento megawatt (MW) in Gujarat, finanziato dagli Emirati con know-how tecnico israeliano, fino alla progettazione di quei corridoi multimodali di porti e ferrovie tra India, Medio Oriente e Mediterraneo che sono stati la base concettuale sulla quale è poi nata Imec nel 2023.

Ma il Corridoio India-Medio Oriente-Israele-Europa è qualcosa di più di un brillante progetto geo-economico: è uno spin-off degli Accordi di Abramo, quello straordinario accordo di pace fra Israele, Marocco, Emirati e Bahrein che sta già cambiando l’intera regione, mutando anche in profondità i paradigmi con i quali eravamo abituati a interpretare il Medio Oriente.

Il confronto storico fra sciiti e sunniti non è più sufficiente per spiegare la nuova realtà di un mondo islamico sempre più diviso tra «innovatori» e «conservatori»: da una parte chi vuole riformare l’Islam e renderlo pienamente compatibile con lo stato di diritto e la democrazia, dall’altra chi vorrebbe cancellare la presenza ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo e mantenere il Medio Oriente in una condizione di perenne conflitto fra Islam e Occidente.

L’alleanza fra sunniti di Hamas e sciiti di Hezbollah è l’altra faccia di questa medaglia, e gli Accordi di Abramo – da Avraham/Abramo/Ibrahim, patriarca del monoteismo per ebrei, cristiani e musulmani – rappresentano un incubo per chi vorrebbe cancellare Israele dalla faccia della terra.

Il progetto di Imec è stato poi rafforzato dall’Accordo di Libero Scambio (Als) tra Unione europea e India, firmato il 27 gennaio 2026, che ha fatto nascere un mercato integrato che coinvolge oltre due miliardi di esseri umani e un quarto del Pil globale.

Già da molti definito come «la madre di tutti gli accordi», l’intesa euro-indiana potenzierà l’interscambio bilaterale fra India ed Europa che già oggi supera i centottanta miliardi di euro annui.

Gli effetti dell’accordo saranno molto ampi: riduzione dei dazi doganali su oltre il novanta per cento degli scambi commerciali; facilitazioni per le imprese europee nell’accesso al mercato indiano; semplificazione burocratica con la riduzione dei costi di import/ export e semplificazione doganale. In più, l’accordo permetterà un’ampia cooperazione strategica nello sviluppo congiunto dell’IA, nei semiconduttori, nel settore della difesa e della sicurezza.

Imec è molto di più di una serie di infrastrutture di trasporto: attraverso la creazione di una rete multimodale di 4.800 chilometri di connessioni navali e ferroviarie ad alta velocità è in grado di unire i porti indiani di Mundra e Kandla, quelli emiratini di Fujairah e Jebel Ali, quelli sauditi di Dammam e Ras al Khair per poi giungere attraverso la Giordania e i territori palestinesi al porto israeliano di Haifa, hub strategico per connettere l’intera rete con i porti europei, a cominciare dal Pireo e Trieste.

La guerra nel Golfo ha reso evidenti i pericoli rappresentati dalle storiche strozzature geopolitiche dello Stretto di Hormuz e di Bab el-Mandeb. Il progetto di integrazione e nuova connessione fra India, Golfo, Israele ed Europa permetterà di bypassare definitivamente i due choke point, che da secoli rendono fragile l’economia globale.

La realizzazione di una rete infrastrutturale nel Golfo permetterà di unire Europa e India eliminando il condizionamento iraniano sugli stretti.

Attraverso lo stretto di Hormuz passa ancora oggi circa il venti per cento del petrolio mondiale trasportato via mare e l’accesso al Mar Rosso tramite lo stretto di Bab el-Mandeb è condizionato da un mix di minacce che spaziano dalla pirateria alle milizie Houthi, il proxy di Teheran in Yemen.

La nuova rete non sarà solo ferroviaria e sull’asse di Imec verrà realizzata anche una connettività energetica (gasdotti, solare e idrogeno) e una connessione digitale in grado di rappresentare un’importante opportunità di integrazione delle economie europee, del Medio Oriente e dell’Indo-Pacifico, distante e libera dai condizionamenti geopolitici delle autocrazie di Cina e Iran.

Il corridoio fra India e Mediterraneo ha uno dei suoi terminali strategici nel porto di Haifa, nel quale il gruppo indiano Adani ha già investito 1,2 miliardi di dollari e la partnership strategica fra India e Israele, con ampie relazioni politiche, economiche e militari ha rafforzato l’intero progetto.

La prospettiva di una pace strutturale e duratura fra Israele e i Paesi arabi del Golfo aveva purtroppo molti nemici. Durante gli stessi giorni del G20 a New Delhi (9-10 settembre 2023) i negoziati fra Arabia Saudita e Israele stavano compiendo rilevanti progressi e la possibilità che l’Arabia Saudita, custode dei luoghi più sacri dell’Islam di Mecca e Medina, potesse raggiungere un duraturo accordo di pace con Gerusalemme rappresentava per l’Iran e per i suoi alleati una possibilità da escludere con ogni mezzo possibile.

Questo è il contesto in cui è anche nato l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, con un obiettivo preciso: far saltare le trattative di pace allora in corso fra Riyadh e Gerusalemme per includere l’Arabia Saudita negli Accordi di Abramo.

India, Unione europea, Paesi del Golfo e Israele per aprire nuove prospettive economiche riducendo la dipendenza da Russia e Cina. Integrandosi con il Medio Oriente e con i mercati emergenti dell’India, l’Europa può non solo diversificare le proprie capacità economiche e tecnologiche, ma anche rafforzare le proprie politiche in materia di sostenibilità, cambiamento climatico e connettività digitale. Le innovazioni europee nelle tecnologie di navigazione autonoma sviluppate, insieme agli esperimenti nei sistemi di trasporto intelligenti, nei droni e in altri settori avanzati, richiedono possibilità di applicazione su larga scala, e l’Imec potrebbe offrire proprio questo tipo di opportunità. Sebbene il Medio Oriente stia attraversando una fase di forte conflittualità, Paesi come Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita guardano con interesse a investimenti produttivi e a una riorganizzazione della finanza e dei mercati regionali. Pur avendo subito attacchi da parte dell’Iran, entrambi intendono rafforzare la connettività regionale attraverso l’I2U2, riprendere le esportazioni energetiche e rilanciare gli accordi di libero scambio. Per l’India, che negli ultimi anni ha mantenuto una crescita economica superiore al sei o sette per cento, l’Imec promette un aumento delle esportazioni e una maggiore integrazione con i mercati europei ad alta tecnologia, oltre ad attenuare le preoccupazioni energetiche in caso di chiusura di Hormuz. Tuttavia, l’Imec deve ancora affrontare diversi ostacoli, tra cui il conflitto in Medio Oriente, l’armonizzazione degli standard nei trasporti e nei sistemi logistici. Negli ultimi tempi gli stakeholder sembrano aver avviato discussioni su questi temi, anche se una riduzione delle tensioni in Medio Oriente resta una condizione necessaria per la realizzazione dell’Imec. hanno tutto l’interesse a rilanciare il progetto di Imec anche per favorire la ripresa del dialogo fra Arabia Saudita e Israele, una delle chiavi per la costruzione di una pace duratura in tutto il Medio Oriente.

Oggi quell’ipotesi di pace è resa molto più difficile anche dall’accresciuta competizione fra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, la cui divergenza strategica sta condizionando in modo significativo molti teatri del Grande Medio Oriente, dove emiratini e sauditi non solo competono, ma in alcuni casi sostengono indirettamente fazioni, milizie e gruppi armati antagonisti: in Sudan, nello Yemen, in Somalia e nel Corno d’Africa.

In conclusione, Imec può rappresentare una grande opportunità per Europa e India, ma anche per la rete delle democrazie europee e asiatiche, che otterrebbero beneficio da una crescente integrazione fra Mediterraneo e Indo-Pacifico e da un’accresciuta cooperazione fra Paesi che non condividono soltanto interessi economici e commerciali, ma anche valori fondamentali di libertà economica e politica.

In questo contesto, l’India può essere considerata una «chiave di volta» di quel nuovo Grande Gioco che sta mutando in profondità la nostra esistenza. Non c’è infatti un solo dossier nel quale non siano chiari i vantaggi di un’alleanza globale fra India e Occidente: la costruzione di percorsi alternativi alla Via della Seta di Pechino, a cominciare dal Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa; la libertà di navigazione nell’Indo-Pacifico; il de-coupling e il de-risking da Pechino; la partnership per costruire una nuova stagione di cooperazione congiunta euro-indiana in Africa e nel Sud globale; la cooperazione avanzata nel settore della sicurezza e della difesa.

L’India può rappresentare un nuovo e solido pilastro sul quale l’Occidente può poggiare le proprie strategie di lungo periodo in una crescente integrazione fra la sfera mediterranea e quella dell’Indo-Pacifico.

Questo è l’articolo di apertura del nuovo Linkiesta Paper – Speciale Imec. Si può comprare adesso, qui sullo store.

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Lasciare la quiete di Le Pertuis per un destino inatteso

La porta del palazzo si aprì sull’atrio risonante. Dalle stanze alte e ombrose spirava una frescura ammuffita che sapeva di oscurità, di bassotto bagnato e di naftalina, una frescura proveniente dai muri di calce impregnati dall’umidità monsonica e dai secchi d’acqua delle domestiche che lavavano le lastre di marmo dei pavimenti lasciando le impronte dei piedi nudi con le dita distanziate. Al piano terra, la vecchia Ms Bill era distesa a letto. Attraverso uno spiraglio della porta avevo intravisto baluginare le lenti dei suoi occhiali e scorto il cuscino bianco su cui poggiava la testa mentre, in balia del sentore umido, seguivo mia zia al piano superiore. 

Qui Mr Bill, il figlio di Ms Bill, avviluppato in una vestaglia di seta grigio elefante, il mento fasciato da una benda rosso ciliegia e in testa un cappellino da baseball con scritte gialle su fondo blu, se ne stava sul divano nel suo boudoir televisivo, un’intima stanza piena di poltrone, sedie e sgabelli in palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo. Dalle alte finestre di quella piccola sala penetravano il brusio del traffico, gli squilli dei clacson di auto e camion, il clangore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti. Nel rondeau del giardino fiorivano le bocche di leone. Mr Bill indossava pantofole a forma di gondola, e i suoi occhi scuri e lucenti fissavano lo schermo di un Hitachi 1080 che, dopo la morte della moglie, aveva sostituito l’altare domestico. 

Così com’era, Bhupinder Singh Bill dava a chiunque entrasse l’impressione che quei nuovi riti mattutini gli piacessero più dei precedenti, che per lui lo starsene sdraiato sul divano fosse cosa sacra. Nonostante l’educazione britannica, Mr Bill non si alzò dai cuscini per ricevere mia zia, la vedova di un Lord. Quando Lord Leslie, il quale, per una forma di modestia del tutto incomprensibile a Bhupinder, non aveva mai rivendicato quel titolo magnifico era ancora in vita, Bhupinder non si era mai permesso un simile comportamento, ma ora il Lord era morto, e Mr Bill considerava la zia come qualcosa di completamente inutile, una vedova, per l’appunto. 

In passato gli era servita perché poteva presentarla come Lady Leslie. Ma presentare una vedova! Non voleva forse dire presentare una morta? Con Lord e Lady Leslie Mr Bill era solito mettersi in mostra alle feste di nozze sikh, nei golf club, nei bar degli alberghi e ai garden party. Piccolo e disinvolto, faceva la sua comparsa tra gli amici con la coppia elegante, un bicchiere di Johnny Walker nella mano destra, la sinistra nella tasca dei pantaloni. «Nel XII secolo» raccontava poi in inglese, «un nobile fiammingo, Bartholomew, ottenne la baronia di Lesly. Sir Andrew Leslie fu tra i firmatari della lettera al papa del 1320, in cui si dichiarava l’indipendenza della Scozia.» Quella frase, che aveva imparato a memoria, fuoriusciva morbida e sommessa dalle sue piccole labbra carnose e gli donava quanto il turbante color prugna o lampone, il bicchiere di whisky, o il ventre gonfio e tondo come la sua fiabesca ricchezza. 

Come suonava mondana quella frase nell’aria afosa di un giardino indiano, tra i vapori di gamberetti fritti e di riso al limone! Alle cose che riguardavano la vita in società, i titoli, le antiche storie di famiglia, e a tutto ciò che avesse a che fare col denaro, Mr Singh Bill era indiscutibilmente sensibile. «He comes from a very good family»: un’affermazione di cui usava cingere di volta in volta il capo della persona premiata come di una corona di alloro, poiché per Bhupinder non c’era nella vita laurea più prestigiosa della provenienza da una buona famiglia. A parte questo, era l’emblema di un sikh privo di poesia, e se mio zio non fosse stato Lord, Mr Bill si sarebbe indignato per quell’uomo e per il suo modo di trascorrere la vita: leggendo, collezionando rarità e scrivendo. 

Ma ancor più si sarebbe indignato per mia zia, che a nessun party, matrimonio o aperitivo perdeva mai l’occasione di accusare l’intera famiglia di irresponsabilità sociale. Poi, con un’ampia gonna, una camicetta verde serpente, cerchi d’oro alle orecchie e bracciali tribali afghani, sedeva su una delle poltrone verde muschio del salotto di Mr Naranjan Singh e porgeva il suo bicchiere vuoto al servitore, affinché le versasse ancora un po’ di whisky, il cui effetto inebriante, in tarda serata, l’aiutava ad attaccare quella banda di fannulloni viziati: la signora Bina Singh Bill, che aveva sacrificato ogni possibilità di far qualcosa della sua vita alle strane concezioni della morale sikh, o suo fratello, talmente rimbambito dai propri privilegi che riusciva a valutare con sicurezza solo le condizioni meteorologiche. In quei frangenti, nessuno dei Bill rispondeva. Si scambiavano sorrisi con lo sguardo avvelenato. L’educazione ricevuta vietava loro di zittire una signora alterata. «Tu non capisci l’India.»

«Non la capisco, ma ho occhi per vedere i prati da golf ben curati davanti alle vostre fabbriche. Li avete allestiti per i vostri operai? E perché non sostituite le ruote dei carri trainati dai buoi con pneumatici di gomma?» «Troppo costoso» esclamava il vecchio Naranjan Singh, lisciandosi la barba con le dita sottilissime, lunghe e inanellate, «è compito del governo», al che le donne facevano tintinnare rumorosamente i loro braccialetti portando la conversazione su una partita di tennis, un modello di occhiali da sole, la ricetta di una torta di datteri o l’olio d’oliva italiano. «Olive oil is the best!» strepitava la vecchia signora Naranjan Singh, mentre Bhupinder raccontava di una caccia alla tigre nel 1971 e “uncle Zutshi”, il fabbricante di tovaglie, ricordava un’indimenticabile partita di polo a Kolkata. Ma poi ché all’epoca mia zia era ancora la moglie di Lord Leslie, le sue accuse venivano accettate con la stessa educazione con cui veniva tollerata l’irritante gentilezza che riservava alla servitù dei Bill. Solo una volta il vecchio Singh l’aveva guardata severamente e le aveva detto: «All is karma!».

Sullo sgabello davanti al divano, nello stesso stile indiano delle altre poltrone e sedie, quello stile unico del mobilio britannico-orientale che dopo il 1947 nelle grandi case non aveva più subito cambiamenti drastici, c’era un bicchiere di tè masala, un piatto con uova strapazzate schiumose e una fetta di pane un po’ troppo tostata per essere considerata un perfetto toast inglese.

Io e la zia eravamo entrate nella stanza proprio nel momento in cui Mr Singh Bill era in procinto di spalmare le uova sul toast con l’aiuto di un piccolo coltello d’argento. Un momento indubbiamente delicato, tanto che alla nostra vista gli sfuggì di bocca un sommesso «Ah».

La tigre nel giardino, Cover

Tratto da “La tigre nel giardino”, di Anna Katharina Fröhlich, 2026, 19€, 168 pagine

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Il cocktail in bottiglia cerca il terroir

Fino a pochi anni fa il cocktail pronto evocava soprattutto una promessa di praticità fatto di lattine, consumo impulsivo, distribuzione di massa. Un’alternativa veloce al bancone, più vicina alla logica della convenienza che a quella della miscelazione. Oggi qualcosa sembra cambiare.

Secondo il report 2024 di Federvini, la categoria degli aperitivi alcolici premiscelati ha chiuso l’anno con una crescita del 5,2 per cento a valore e del 6,4 per cento a volume. Un dato che acquista peso perché arriva in un mercato degli spirits che, in altre categorie, mostra segnali di rallentamento.

Anche sul fronte internazionale la tendenza è evidente. Secondo IWSR, i ready to drink sono tra le poche categorie ancora in crescita nel beverage alcolico globale, con un incremento del 2 per cento nel 2024 e prospettive di ulteriore espansione nei prossimi anni. Il punto, però, non sembra essere soltanto quantitativo. Gli analisti parlano di selective premiumisation: si beve meno, ma si cerca maggiore qualità, più identità, più racconto.

È dentro questo cambio di paradigma che si inserisce Allpossibledaiquiris, progetto che parte da un’idea tanto semplice quanto poco frequente nel mondo dei premix: in un cocktail il protagonista resta il distillato.

La formula è invariabile. Rum, succo di lime siciliano Igp biologico, sciroppo di zucchero di canna biologico, acqua di diluizione. A cambiare, ogni volta, è la materia prima alcolica. E con lei cambiano equilibrio, texture, intensità aromatica, identità sensoriale.

Dopo Haiti, Giamaica, Grenada e Messico, la quinta espressione della gamma guarda alla Martinica e nasce attorno a Distillerie Neisson, storica maison familiare di Le Carbet, ai piedi della Montagne Pelée, considerata da molti appassionati uno dei riferimenti assoluti del rhum agricole.

La nuova referenza, Esprit Daiquiri, utilizza L’Esprit Bio, distillato biologico imbottigliato alla gradazione naturale di distillazione, senza filtrazione né diluizione. Un rum che non porta soltanto aromaticità, ma territorio, materia agricola, metodo.

La domanda, allora, diventa più ampia del singolo prodotto: può un cocktail preparato in anticipo parlare lo stesso linguaggio di un grande distillato artigianale? Ci risponde Daniele Biondi, founder della gamma Allpossibledaiquiris e Global Export Manager di La Maison & Velier: «Il cocktail in bottiglia viene spesso percepito come un prodotto standardizzato. Con Allpossibledaiquiris abbiamo cercato di fare l’opposto: usare il cocktail come strumento per raccontare il carattere di un grande rum. Cambiando distillato cambia tutto — struttura, aromaticità, tensione, persistenza. In effetti la gamma nasce, prima ancora al solo fine di offrire la comodità del consumo anytime, anywhere, per trasmettere la stessa capacità narrativa del grande distillato. Un Daiquiri sembra semplice, ma in realtà è una lente d’ingrandimento: amplifica il carattere del rum e lo rende immediatamente leggibile. Con L’Esprit Bio di Neisson abbiamo voluto esaltare quella sensazione vegetale, minerale e quasi salina che rende unico questo rhum agricole e tutta l’identità territoriale della Martinica. È questo che oggi rende interessante la categoria: non più solo comodità, ma espressione».

Da prodotto di servizio a oggetto di ricerca, il ready to drink sembra voler abbandonare definitivamente la logica della scorciatoia per provare a entrare in un’altra categoria: quella dei liquidi che, oltre a essere bevuti, chiedono di essere raccontati.

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L’Antimafia Associata è stata sconfitta, ma le sue scorie hanno avvelenato la politica

È finito anche il secondo colpo di Stato a rilascio prolungato effettuato dal complesso mediatico-giudiziario ai danni del sistema politico italiano e della volontà maggioritaria degli elettori.

Il successo delle manovre giudiziarie fu completo nel caso di Mani Pulite, le cui inchieste a 360 gradi – con o senza notizia di reato – e gli arresti a strascico, spesso con finalità delatorie, portarono alla distruzione totale dei partiti di governo della Prima Repubblica. Oggetto dell’inchiesta fu l’ampia corruzione a scopo di finanziamento occulto eretta a sistema dai principali partiti italiani, Dc e Pci, poi dilagata nella maggior parte dei partiti minori, con particolare radicamento nel Psi. Ma i magistrati del pool di Milano non si accontentarono di fare il loro mestiere. L’inchiesta divenne il pretesto per affermare la necessità di un controllo morale del sinedrio dei magistrati sulla vita politica del Paese. Strumento dovevano esserne i partiti della sinistra, guidati dagli eredi del Partito Comunista Italiano e dal suo ultimo segretario Achille Occhetto.

Se la distruzione del sistema politico ebbe successo, le speranze del pool di poter cavalcare il futuro politico italiano furono frustrate dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi e dall’imprevisto successo elettorale di Forza Italia.

Il secondo colpo di Stato si avviò quasi immediatamente. La base delle operazioni si spostò da Milano alla Sicilia, colpita negli anni precedenti da una serie tragica di delitti di mafia. All’assassinio dei due procuratori più abili, coraggiosi ed esposti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, aveva fatto seguito la cattura dei vertici della mafia corleonese, fra cui il cosiddetto Capo dei Capi Totò Riina, arrestato dai carabinieri del Ros sotto il comando del colonnello Mario Mori. Cosa Nostra reagì con una serie di sanguinosi attentati a Firenze, Milano e Roma.

Su questa base di delitti mafiosi si avviò, da parte di diversi rami della magistratura riuniti in una sorta di Antimafia Associata, il tentativo di coinvolgere Berlusconi nell’attività dell’associazione criminale: prima ipotizzando un coinvolgimento di Riina e dei suoi compari nella fondazione di Forza Italia, poi accusando direttamente Berlusconi di essere il mandante politico delle stragi. Una strategia della tensione bis attuata dal fondatore della Fininvest allo scopo di – allo scopo di? Ecco, quello che è sempre restato misterioso nel labirinto di accuse di cui mai si è verificata la consistenza, è quale fosse il movente, se non la generica presunzione di volersi sostituire ai partiti soppressi da Mani Pulite nella protezione di Cosa Nostra.

L’inconsistenza degli elementi raccolti nel sottobosco dei pentiti di mafia non ha però limitato la fantasia di pattuglie di magistrati, prima in Sicilia poi, in ultimo, in Toscana. Sconfitta più volte nei tribunali, l’Antimafia Associata ha mantenuto vivo il dubbio per decenni, sostenuta e promossa da una serie di quotidiani e cronisti giudiziari – capofila il Fatto e la Repubblica – e da testate televisive, capofila La7 dell’editore del Corriere della Sera Urbano Cairo con i suoi talk show serali, arricchiti dalla presenza costante di Marco Travaglio, affiancati da Report di Sigfrido Ranucci sulla Rai, dai programmi di Massimo Giletti qua e là e da una varietà di sedicenti giornalisti d’inchiesta. Sul versante politico, una parte della sinistra – primo fra tutti il Movimento 5 Stelle – ha mantenuto accesa la polemica, dando risalto e ospitalità ai magistrati protagonisti delle inchieste non solo negli eventi pubblici ma anche in Parlamento.

Tutti costoro faranno ancora riecheggiare il loro boia chi molla, ma la partita si è conclusa.

Il secondo colpo di Stato è finito. Dopo le plurime assoluzioni di Mario Mori – coinvolto in incredibili processi dove la sua colpa sembrava quella di aver sconfitto Cosa Nostra senza l’autorizzazione dell’Antimafia Associata – la sentenza fiorentina che proscioglie Silvio Berlusconi a tre anni dalla sua morte disarma definitivamente il teorema. Forza Italia e Berlusconi sono stati indeboliti, non affondati. Ma contributo dell’Antimafia Associata all’ondata populista che ha investito le istituzioni italiane, e al generale deterioramento del sistema politico, non potrà essere ignorato.

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Le mille voci con cui i Radicali hanno reso migliore l’Italia

Il Presidente di Europa Radicale, Igor Boni, ha pubblicato con la casa editrice Edizioni Lindau: “RADICALISSIMAMENTE, dizionario di un metodo”, con la prefazione di Matteo Marchesini. In quasi mille voci si ricostruisce il complicato puzzle di un metodo politico che ha cambiato la faccia dell’Italia e non solo. Neologismi, slogan, modi di dire, modalità di organizzazione e di azione, ossessioni lessicali, temi, battaglie, protagonisti delle lotte: il libro ricostruisce il dizionario di un’idea di politica nobile e alta.

Come hanno fatto i Radicali a produrre grandi riforme? Come è stato possibile per un piccolo gruppo politico conquistare la moratoria sulla pena di morte nel mondo, la Corte Penale internazionale o il bando alle mutilazioni genitali femminili? Come si è riusciti a ottenere in Italia divorzio, aborto, obiezione di coscienza, nuovo diritto di famiglia, chiusura dei manicomi e come oggi si può arrivare alla eutanasia legale, alla legalizzazione delle droghe, a una federazione europea e alla costruzione di una alleanza globale delle democrazie? Perché i Radicali hanno fatto iniziative in oltre 100 paesi del mondo? Come è stato possibile su economia e giustizia essere anticipatori di decenni, di riforme che sono tardivamente e solo parzialmente divenute realtà? E come possono, ora, i Radicali orfani di Pannella trovare nuove strade per essere altrettanto incisivi e continuare il cammino?

Il libro – costruito in forma di dizionario – offre una lettura di un metodo politico alternativo rispetto alla politica ufficiale, fatto di nonviolenza e di tenacia, di fantasia e di passione, che ha saputo costruire nel tempo diritto e diritti, vittorie per tutti, acquisizione di conoscenza e responsabilità da parte dei cittadini.

In anteprima per Linkiesta pubblichiamo venti delle quasi mille definizioni contenute nel testo.

A subito!
Oltre a essere un documentario sugli ultimi cento giorni di vita di Marco Pannella, descrive la misura di tempo e luogo dell’urgenza politica. Indica la necessità di agire e di farlo insieme. Senza rimandare, senza scuse, senza restare con le mani in mano. Resta nella storia un manifesto con Marco che manda un bacio a tutti e ciascuno, sul quale campeggia la scritta “A subito!”.

Africa
«Se non ci occuperemo dell’Africa, sarà l’Africa a occuparsi di noi». Questa frase di Marco Pannella contiene un concentrato di verità tanto preziosa quanto inascoltata. I rapporti politici dei Radicali con l’Africa sono stati innumerevoli, dalla battaglia contro lo sterminio per fame nel modo fino alla conquista di consenso degli Stati africani per la moratoria mondiale sulla pena di morte, dall’impulso a riforme democratiche in molti Paesi come il Burkina-Faso alla difesa di personalità incarcerate per le loro opinioni; dalla battaglia contro le mutilazioni genitali femminili alla denuncia della nuova Shoah che si sta compiendo nel Mediterraneo con decine di migliaia di morti annegati tra gli immigrati di origine africana.

Bancarotta fraudolenta
Dall’inizio degli Anni 80 fino ai giorni nostri i Radicali hanno denunciato la bancarotta fraudolenta italiana dovuta a un debito pubblico insostenibile che opprime ciascun cittadino, colpendo inevitabilmente le generazioni future. Un debito costruito dalla partitocrazia e dalla sindacatocrazia di regime in decenni di spesa pubblica a pioggia e di bonus di ogni natura che hanno portato più volte l’intero Paese dinanzi al collasso economico.

Cicciolino
Ilona Staller, in arte Cicciolina, entrò in Parlamento nelle fila del Partito Radicale nel 1987. Fu uno sberleffo alla partitocrazia e al bigottismo, che si riassume tutto nel modo in cui Staller si rivolse in un suo intervento in Aula al più potente di tutti, mentre prende vita il suo sesto Governo nel 1989: “Cicciolino Andreotti”.

Compagni
Il termine compagni per i Radicali deve essere utilizzato nell’accezione etimologica originale: “cum” significa “insieme con” e “panis” è il “pane”. Mangiare insieme il pane, dividere il pane con altri. Questo sono i “compagni radicali”: vivere insieme la lotta, le sconfitte e le vittorie; le stesse passioni e urgenze, pur nelle diversità di ciascuno. I comunisti e i loro eredi hanno sempre contestato ai Radicali l’utilizzo della parola “compagni”, come se vi fosse una sorta di esclusiva.

Emettere silenzio
Un classico della retorica pannelliana è sempre stato ribadire che i radicali “emettono silenzio”. La lungimiranza e la ragionevolezza radicali non hanno voce per molti anni, per decenni, per divenire poi consapevolezza comune della maggioranza. La battaglia per la libertà di parola, per la libertà di informazione è un mantra radicale proprio in virtù della necessità di rompere il muro di silenzio che circonda la lotta radicale.

Esempio
Fare ciò che si dice e dire ciò che si fa. Non proprio comune nella politica italiana. I Radicali assai spesso hanno mostrato con il loro esempio un modo altro di essere e fare politica.

Famiglie
Da declinare sempre al plurale a indicare la necessità di pari diritti per ciascuna tipologia di famiglia, che sia quella legata da un vincolo di matrimonio o meno, che sia di coppie eterosessuali od omosessuali, che sia di qualsiasi tipo.

Globalizzare la democrazia
Nell’era della globalizzazione economica e commerciale i Radicali propongono la globalizzazione della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti civili e umani.

Idee vs ideologie
Contro ogni ideologia politica e religiosa, i Radicali contrappongono la forza delle idee, delle proposte, delle lotte, che camminano sempre sulle gambe e sull’amore civile delle persone che le conducono. Idee di libertà, laiche e liberali, democratiche e nonviolente.

Kamasutra
A differenza di altre forze politiche i Radicali non hanno posizioni su tutto ma azioni specifiche per conquistare cambiamenti e riforme. Marco Pannella denunciava con ironia quello che definiva il «Kamasutra delle posizioni politiche» di partiti che prendono posizione su tutto ma non fanno nulla.

Ladri di verità
Accusa radicale rivolta al regime in generale e alla informazione di regime in particolare.

Libertà
Fondamento della vita e dell’azione radicale. Ogni battaglia radicale in settant’anni di storia è fatta in nome della libertà. “Radicalmente liberi. A partire da Marco Pannella” è un libro a cura di Leonardo Caffo e Luca Taddio. «La libertà è terapeutica» diceva Franco Basaglia.

Marciapiedi
Sono questi le vere sedi radicali. I marciapiedi sui quali sono stati organizzati milioni di tavoli di raccolta firme in tutto il Paese. I marciapiedi percorsi durante manifestazioni e marce, quelli sui quali i radicali si sono stesi o hanno messo in atto sit-in, quelli dove offrire ai passanti un volantino e dove si svolge il dialogo incessante con i cittadini che si fermano per sapere, per discutere, per criticare.

Odio
Ormai celebre – almeno in casa radicale – il motto pannelliano “l’odio è degli stronzi”. Non si tratta solo di una frase, di uno slogan, ma di un approccio politico che tenta sempre di vedere in chi non la pensa come te un avversario con il quale dialogare e non un nemico da abbattere.

Parola
La parola, il dialogo, lo scambio di opinioni, il confronto e lo scontro. La forza della parola e delle parole, la forza del con-vincere, si contrappongono alla violenza del potere e alla sopraffazione del più forte.

Sacralità delle Istituzioni
Per i laicissimi radicali esiste una sacralità, quella delle Istituzioni. Le Istituzioni, il loro rispetto, la pretesa del rispetto delle leggi da parte delle stesse Istituzioni, sono cardini della democrazia e dello Stato di diritto. L’attacco al regime che i Radicali portano avanti da sempre è fatto in nome proprio del rispetto del ruolo delle Istituzioni.

Sono innocente!
«Io sono innocente. Io spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi». Si chiude con queste parole indimenticabili l’intervento di Enzo Tortora, nel 1986, al processo presso la Corte d’appello di Napoli, che lo vedeva ingiustamente imputato con l’accusa infamante di far parte della Nuova Camorra Organizzata ed essere uno spacciatore di cocaina.

Tempi futuri
«Con Leonardo Sciascia ci lascia un uomo d’altri tempi, speriamo futuri» aveva scritto Marco Pannella all’indomani della morte dell’amico; «siamo gente d’altri tempi, tempi futuri» è divenuta la definizione di sé e dei Radicali.

Vita del Diritto
Il binomio “vita del Diritto e diritto alla vita” è un filo conduttore di oltre settant’anni di storia. Non si tratta di uno slogan ma di una regola, un ammonimento. Dove avviene strage di diritto, immancabilmente si arriva alla strage di vite, di persone, di popoli. In nome della vita del Diritto sono state fatte le più belle battaglie della storia radicale.

Tratto da “Radicalissimamente, dizionario di un metodo”, di Igor Boni, Lindau, 360 pagine, 24 euro

 

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Cos’è e come funziona la guida dei gastronomi più fissati del mondo

Quando escono le classifiche di Opinionated About Dining, meglio conosciuta con l’acronimo OAD, una parte del mondo della ristorazione si ferma a guardare. Chef, addetti ai lavori e appassionati scorrono le posizioni per capire chi sale, chi scende e quali nuovi indirizzi entrano nel radar della gastronomia internazionale. Eppure OAD non è una guida nel senso classico del termine, perché non ha ispettori stipendiati, non assegna stelle, non pubblica giudizi anonimi. La sua forza nasce proprio da ciò che per molti rappresenta il suo principale limite: l’opinione dichiaratamente soggettiva di una comunità di mangiatori seriali.

Il progetto nasce nel 2004 da Steve Plotnicki, ex dirigente dell’industria musicale statunitense e appassionato frequentatore di ristoranti d’alta cucina. L’idea di base è semplice: raccogliere le valutazioni di persone che dedicano una parte significativa della propria vita a viaggiare per mangiare nei migliori ristoranti del mondo.

Il nome stesso, Opinionated About Dining, chiarisce l’approccio. Non si tratta di cercare una presunta oggettività, ma di valorizzare il giudizio di chi ha accumulato esperienza diretta. Per OAD non tutte le recensioni hanno lo stesso peso. Un utente che visita pochi ristoranti all’anno conta meno di chi ne frequenta centinaia. Il sistema attribuisce quindi maggiore rilevanza alle valutazioni dei cosiddetti frequent diners, ossia coloro che dimostrano una conoscenza approfondita del panorama gastronomico internazionale. Da questa enorme banca dati nascono classifiche geografiche e tematiche che coprono Europa, Nord America, Asia, America Latina e numerose categorie specifiche. Ogni anno vengono elaborate migliaia di recensioni che confluiscono in ranking molto attesi dagli appassionati.

Ciò che distingue OAD dalle guide tradizionali è anche il modo in cui viene valutata l’esperienza. Il cibo resta centrale, ma non è l’unico parametro. Contano l’atmosfera, il servizio, la personalità del luogo, la capacità di lasciare un ricordo duraturo. Un ristorante può quindi ottenere risultati eccellenti pur non aderendo ai codici più classici dell’alta cucina. Questa impostazione ha contribuito a rendere OAD particolarmente sensibile alle trasformazioni della ristorazione contemporanea. Negli anni ha premiato con rapidità indirizzi innovativi, formule informali e progetti gastronomici che talvolta hanno impiegato più tempo a essere riconosciuti dalle guide storiche.

Naturalmente non mancano le critiche. Il campione dei votanti è composto prevalentemente da una ristretta élite internazionale di viaggiatori gastronomici con disponibilità economiche, abitudini e riferimenti culturali molto specifici. La fotografia che emerge racconta quindi soprattutto il gusto di una comunità altamente specializzata, non necessariamente quello del pubblico generale.

Proprio questa caratteristica, però, rappresenta il motivo del suo successo. OAD non pretende di dire quali siano i ristoranti migliori in assoluto ma riesce a raccontare quali sono i luoghi che entusiasmano maggiormente una tribù globale di appassionati disposti a prendere un aereo per una cena. In un’epoca in cui le recensioni online hanno moltiplicato le voci ma spesso ridotto la profondità del giudizio, OAD ha costruito la propria autorevolezza su un principio quasi controcorrente: dare più peso a chi ha visto, mangiato e confrontato di più. Una formula discutibile, certamente. Ma anche una delle ragioni per cui, ogni anno, il mondo dell’alta ristorazione continua a guardare le sue classifiche con attenzione. Tra gli italiani, si confermano molti dei grandi nomi dell’enogastronomia ma anche qualche outsider, meno considerato dalle guide più paludate e qui invece ben posizionato: l’ingresso più recente è quello di un brillante e giovane chef, Alberto Quadrio del ristorante L’Aurum a L’Albereta in Franciacorta. La sua cucina, ricercata ed elegante, trova spazio nel ristorante che è stato del signor Marchesi, proprio dove Quadrio ha mosso i suoi primi passi e dove trova oggi la sua meritata affermazione. 

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I diritti sono di tutti (anche dei palestinesi e dei senegalesi)

L’organizzazione del Roma Pride, previsto per il 20 giugno, ha negato la partecipazione del carro dell’associazione Lgbtqia+ ebraica Keshet Italia per «non aver preso e non intendere prendere le distanze dal genocidio in corso a Gaza ma, anzi, […] fare un non condivisibile distinguo lessicale». A quanto pare, la questione chiave è proprio la parola genocidio: un genocidio che, al momento, è ipotesi nelle prime fasi di istruttoria all’Alta corte di giustizia dell’Onu, mentre è escluso dall’impianto accusatorio della Corte penale internazionale contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della difesa Yoav Gallant. Sembra che, invece, postulare che non solo vi sia stato un genocidio, ma che sia ancora “in corso”, senza dubbi o sfumature, sia il necessario requisito di accettabilità per accedere a spazi condivisi.

Tutto questo, mentre la repressione delle persone Lgbtqia+ continua ovunque, anche a opera di chi dice di rappresentare la causa palestinese. Che a Gaza, dove Hamas governava e nelle zone in cui ancora impone il suo regime, l’omosessualità sia vietata e le persone omosessuali imprigionate, torturate e assassinate è ampiamente noto. Ma anche in Cisgiordania la situazione è molto difficile: come risulta dal rapporto presentato dalla Ong Un Watch al Consiglio Onu per i diritti umani il 3 marzo 2021, pur non essendovi specifiche disposizioni di legge, le persone omosessuali subiscono violenze e intimidazioni tanto in ambito famigliare quanto da parte delle autorità e delle forze di polizia. Né sembra che la situazione sia destinata a migliorare: l’ultima bozza di costituzione della Palestina, approvata dall’Anp nel febbraio scorso, stabilisce che la Sharia è una fonte primaria del diritto (art. 4.2) e, anche se proclama la non discriminazione per genere, non fa parola dell’orientamento sessuale. L’articolo 59.1 stabilisce esplicitamente che «la famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna è l’unità primaria della società».

Chiaramente, notare questi comportamenti da parte delle autorità palestinesi non implica affatto che non si possa essere solidali con la popolazione di Gaza e Cisgiordania. Ma se, come nel documento politico del Pride Roma 2026, si esprime solidarietà «a tutt3 coloro che nel mondo vivono sotto guerra, repressione e oppressione», questa solidarietà non può essere cieca di fronte alla repressione e oppressione che viene esercitata verso le persone Lgbtqia+. Sintomatica, anche, la completa omissione sulla terribile situazione in Senegal, dove l’omosessualità è messa fuori legge e le persone omosessuali vengono imprigionate o persino linciate, in nome di una purezza dei costumi locali contro le nefaste influenze occidentali.

La rimozione strumentale di queste diffuse, gravi e persistenti violenze, in fondo, manifesta la riedizione di un complesso di superiorità verso popoli considerati a un livello di sviluppo inferiore, tale da non rendere necessaria l’adesione agli stessi standard morali e il rispetto degli stessi diritti fondamentali.

Basterebbe, per chiarire che i diritti sono universali, aggiungere un paragrafo di questo tenore: «Denunciamo anche il fondamentalismo e la criminale discriminazione delle persone Lgbtqia+ da parte di molte organizzazioni che sostengono di rappresentare il popolo palestinese e la sua causa, nonché l’omotransfobia diffusa, che in molti casi ha forza di legge e si spinge fino all’assassinio sistematico di persone Lgbtqia+».

Il fatto che non vi sia traccia di questi temi mostra che il Pride 2026, nella sua edizione romana, è ostaggio di una visione dogmatica e settaria, che ha rinunciato all’inclusività e che, ormai, non è più il posto per chi vuole difendere davvero i “diritti di tutt3”.

Nane Cantatore
Valerio Federico
Enzo Cucco
Anna Paola Concia
On. Benedetto Della Vedova
On. Roberto Giachetti
Sen. Ivan Scalfarotto
Gastone Breccia
Marco Taradash
Mauro Suttora
On. Mauro Del Barba
On. Enrico Borghi
Davide Romano
Nicola Bergoglio, tesoriere di Certi Diritti

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Un Paese che si indigna per qualsiasi stronzata, ma non per i braccianti bruciati vivi

Questo non è un articolo sui problemi miei di donna, anche se so che i problemi miei di donna – cioè: l’illusione di conoscermi – sono la ragione per cui lo leggerete. Questo è un articolo sulla tizia di quella canzone di Carboni, quella che «vuole fragole buone buone, vuole fragole più mature». Ma dopo. Prima, mercoledì.

Vi illustrerò ora abbastanza in dettaglio la mia giornata di mercoledì, che è stata una giornata piena dei problemi miei di donna, problemi che somigliano ai vostri. Innanzitutto, sono andata a procurarmi un cappuccino, che non prendo più nel bar sotto casa perché hanno ridotto la misura della tazza. Far pagare quanto prima un cappuccino che è intanto diminuito d’un terzo della quantità mi pare una truffa inaccettabile: occorre che come città ci ribelliamo alle vessazioni.

Visto che c’ero, ho portato giù il vetro, perché non ero in una città civile ma a Bologna, dove non vengono a prenderti la spazzatura nel capanno in cortile come nel mondo avanzato ma ci sono i cassonetti. Forse. Mercoledì mattina, il cassonetto del vetro era sparito. È inaccettabile, il sindaco organizza festival con messaggi video di Mamdani, pensando che se la gente è disposta a tenersi una città senza gestione della spazzatura a New York, lo sarà anche a Bologna. Torno a casa borbottando contro le vessazioni che l’amministrazione comunale impone ai bolognesi.

Poco dopo scendo in attesa del taxi che ho prenotato, e che è in ritardo. Io non so come mai non facciamo la rivoluzione, neanche prenotando i taxi non rischi di perdere il treno. Arrivo in stazione, e tutti i treni sono in ritardo. Io non so cosa aspettiamo a prendere la Bastiglia, non ci sono più treni puntuali.

In treno di solito leggo i quotidiani, sono le uniche occasioni in cui li leggo invece di pagare abbonamenti di cui poi non usufruisco. Ma sono stanca per queste giornate di lavoro usurante a promuovere un libro, e quindi no. Leggo invece il libro del momento negli Stati Uniti, il memoir d’una divorziata che spiega che le donne sono sempre vessate economicamente dai mariti, anche il suo non ha fatto la comunione dei beni e quindi lei si è ritrovata a doversela cavare coi soli 66 milioni di dollari che le avevano intestato i suoi genitori.

Arrivata a Roma, vado a prendere un taxi al posteggio di via Marsala, che è stato riorganizzato rispetto a quando vivevo a Roma e funzionava male, e quindi ora funziona malissimo. Ci metto venti minuti a prendere un taxi, e poi ce ne mettiamo dieci a uscire da via Marsala. È inaccettabile, viviamo ormai in condizioni di disagio che ci vorrebbe non so bene chi per raccontare, forse Pasolini, forse Primo Levi.

Sto a tavola solo due ore e mezza a spettegolare, mi tocca tagliar corto perché devo andare in uno studio televisivo, io francamente non credo che nessuno abbia mai sofferto quanto me, guardami che lavoratrice indefessa, guarda quanti sacrifici. Telefono a Roberto Gagnor, perché ho letto su Instagram che Topolino ha revocato la sua collaborazione dato che si era messo a baccagliare con alcuni lettori su un forum denominato Papersera a proposito di Paperinik. La cancel culture causata da Paperinik? È forse questa la rinascita della commedia all’italiana?

Prima che possa capire se voglio occuparmi di questo gravissimo caso di violazione dei diritti d’un lavoratore, mi chiamano al trucco, e purtroppo il restauro di quella Cappella Sistina che è la mia faccia ha la priorità sui diritti del fumettista lavoratore. Mentre sono seduta al trucco, si sente il programma nel quale interverrò tra un po’ e dove ora ci sono altri ospiti. Stanno parlando di un caso di caporalato: hanno dato fuoco a una macchina dentro la quale c’erano quattro lavoratori clandestini. Hanno dato fuoco a una macchina con quattro persone dentro? Ho sicuramente capito male.

Aspetto cinque minuti un taxi sotto il sole: è praticamente una tortura, dove sono i miei diritti. Arrivo in stazione e incontro un brillante intellettuale con cui lavorai trent’anni fa. Ci lamentiamo dei nostri treni entrambi in ritardo, del paese che va a rotoli, ci ripromettiamo di vederci non appena saremo meno stanchi a causa dei nostri lavori usuranti.

In treno guardo i social. Protestano tutti per i violati diritti dei lavoratori: pare che gli animatori d’un cartone di Zerocalcare siano stati pagati poco. L’internet si mobilita, diamine. Mica si può sfruttare il ragazzo che insegue il suo sogno di fare cartoni animati.

Il tempo di qualche pettegolezzo sullo Strega, qualche battuta sul licenziamento causa forum di Papersera che ci precipita in un rifacimento di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, qualche lamentela perché il vino sul Frecciarossa non è quello che avrei scelto io, ed eccoci arrivati. Per fortuna c’è un autista che mi porta a casa, perché sono proprio stanchissima, domani voglio stare a letto tutto il giorno per riprendermi, che giornata sfiancante.

La mattina dopo, eroica, mi alzo dopo aver dato un’occhiata al Financial Times. C’è un pezzo di Nigella Lawson sul grave problema di quando le fragole non sono buone come te le aspettavi. Finalmente una che capisce le mie afflizioni: non c’è niente di peggio della frutta estiva attesa tutto l’anno e poi insapore, e ha ragione lei, l’aceto balsamico non è una soluzione.

Eroica mi alzo e preparo le cose che deve venire a ritirare il lavasecco, sto ben attenta a non dimenticare niente altrimenti poi mi tocca la somma fatica di dover portare lì qualcosa io, per carità, senza fattorini la mia vita sarebbe insostenibile. Mentre lo faccio, metto su il podcast di Luca Bizzarri.

Racconta la storia dei quattro braccianti cui hanno dato fuoco in provincia di Cosenza. Ma quindi è successo davvero. Non ce ne frega niente, dice Luca, perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Buone buone, più mature, e pure a prezzi stracciati.

Vado ad aprire i miei abbonamenti, ed effettivamente la storia sta sulle prime pagine da tre giorni, forse ogni tanto non dovrei fidarmi che ciò che serve sapere mi arrivi filtrato dai social, cioè dall’opinione pubblica che questo secolo può permettersi.

Martedì, sul Corriere, il catenaccio in prima pagina era “La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati”. C’era una striscia di Pericoli e Pirella, una cinquantina d’anni fa. Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”.

Ma questo non è un articolo sui giornali che il primo giorno sbagliano interpretazione (escono tutti i giorni proprio per poter aggiustare il tiro, oltre che per dare ai perdigiorno dell’internet occasione d’insultarli). Questo è un articolo su quella cosa che diceva Canetti, quell’osservazione sull’essere uno dei segni d’una forte personalità l’amore per l’impersonale. Siamo un tempo senza forti personalità, e quindi tutto dev’essere personale. Cianciamo continuamente di empatia, che dovrebbe essere il mettersi nei panni dell’altro, ma ci avviciniamo al sentire l’ingiustizia subita da altri solo se l’altro siamo noi. Se l’altro è nostro figlio, nostro nipote, il nostro vicino di pianerottolo che da grande vuole fare lo Zerocalcare, e allora guai a violarne i diritti, anzi i sogni.

Se l’altro è uno dei nuovi schiavi, dei braccianti che facciamo arrivare da qualche terzo mondo e dormire negli slum in zone nelle quali non andremo mai neppure a fare un safari, beh, non abbiamo proprio lo spazio mentale per occuparcene: siamo occupati coi diritti dei fattorini della pizza, quelli li vediamo tutti i giorni e non vogliamo saperli sfruttati ché poi non digeriamo la doppia bufala.

Ieri ho passato la giornata a chiedere a tutti quelli con cui ho parlato come sia possibile vivere in un paese in cui succede che dei caporali diano fuoco a quattro poricristi, gli diano fuoco, santiddio, dar fuoco a qualcuno è una tale iperbole che io la uso cinquanta volte al giorno in ogni conversazione, dare fuoco a qualcuno è un’ipotesi dell’irrealtà, dare fuoco a qualcuno è un film di quelli che io non vedo perché io i poveri non li voglio vedere – com’è possibile che sia successo e non ci siano cento manifestazioni per le strade, mille scioperi, nessuna di quelle cose che poi proclamiamo appena qualcuno ci mette gli hashtag giusti e la colonna sonora emotiva su una buona causa? Com’è possibile che, per una cosa così, un paese decente non si fermi, percosso e attonito?

Mi state dicendo che un referendum sulle mansioni dei magistrati o sulle loro carriere o su cosa cazzo era, mi state dicendo che quella roba lì valeva più partecipazione popolare e risveglio delle coscienze e sussulto della cittadinanza di quattro poricristi cui hanno, santiddio mi fa impressione pure scriverlo, dato fuoco?

Io non lo so come si risolva una roba così, con una guerra civile, commissariando l’intera provincia di Cosenza, riformando il codice penale e punendo il caporalato col 41 bis così vediamo se vi passa la voglia, vietando il commercio di fragole.

Però so che, finché siete me che vivo una vita di rigorosa superficialità, finché siete me che penso che il problema delle fragole sia che non sono abbastanza dolci, finché siete me che ho come unica priorità me stessa, nessuno si aspetta niente.

Ma se siete di quelli che si mobilitano per i diritti dei fumettisti, se siete di quelli che si preoccupano dei problemi dell’umanità, se siete di quelli che pensano agli altri, che pensano ai più deboli, che pensano al mondo, voialtri che scusa avete per non essere da quattro giorni per strada con dei cartelli grandi il doppio di quelli che sventolate per qualunque stronzata per cui vada di moda protestare?

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Caroline Fiot e la nuova generazione del vino

Dal gennaio 2026 Caroline Fiot è ufficialmente Chef de Caves di Maison Ruinart, prima donna a ricoprire questo ruolo nella più antica Maison de Champagne. Succede a Frédéric Panaïotis, scomparso nel 2025 dopo quasi vent’anni alla guida stilistica della maison. 

La sua nomina non rappresenta soltanto un cambio di vertice e segna una precisa direzione culturale: agronoma ed enologa formata a Montpellier, con esperienze tra Saint-Émilion, Stati Uniti e Vietnam, Fiot appartiene a una generazione che considera impossibile separare qualità, sostenibilità e ricerca scientifica. 

Entrata in Ruinart nel 2016, ha lavorato su alcuni dei dossier più delicati per il futuro dello Champagne: l’adattamento climatico, la gestione delle fermentazioni, la ricerca sulla conservazione aromatica e persino gli studi sul “lightstrike”, il difetto causato dalla luce che altera il profilo del vino. È stata inoltre coinvolta nello sviluppo di Blanc Singulier, cuvée nata per interpretare le conseguenze del riscaldamento globale sul gusto della maison. 

Durante il Ruinart Sommelier Challenge, tenutosi a Roma, Fiot ha guidato una masterclass dedicata ai vini rosé della maison e alle strategie con cui Ruinart cerca di preservare freschezza ed equilibrio in un contesto climatico sempre più instabile. Un tema che oggi riguarda tutta la viticoltura europea ma che nello Champagne assume un valore quasi identitario. Se aumentano gli zuccheri e diminuisce l’acidità, cambia il linguaggio stesso del vino. La risposta passa da pratiche agricole meno invasive, attenzione alla biodiversità, monitoraggio della maturazione e nuove tecniche di vinificazione. Parliamo di un cambio di approccio tecnico ma anche una ridefinizione del concetto di tradizione, visto che conservare uno stile, oggi, significa accettare che il contesto in cui quel gusto è nato non esiste più.

Dentro questo scenario si inserisce anche la vittoria di Elisa Ying Yu: classe cosmopolita e formazione trasversale, è una figura che racconta bene come stia cambiando la sommellerie italiana. Dopo gli studi in Viticoltura ed Enologia all’Università di Milano e il master alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha lavorato tra marketing, export e comunicazione del vino in Cina, sviluppando uno sguardo internazionale sul settore. La sua vittoria sembra quasi coerente con il tema della giornata, che ha voluto non la celebrazione del sommelier enciclopedico, costruito sulla memoria delle etichette, ma una professionalità capace di leggere il vino come fenomeno culturale, agricolo e ambientale insieme.

Anche per questo il Ruinart Sommelier Challenge appare oggi meno come una gara e più come un osservatorio sul futuro del vino: da una parte una maison storica che prova a ripensare sé stessa senza perdere identità, dall’altra una nuova generazione di professionisti chiamata a raccontare vini che cambiano insieme al mondo che li produce.

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Barilla mette i numeri alla sostenibilità

La sostenibilità è entrata stabilmente nei bilanci delle grandi aziende alimentari. Non più come capitolo accessorio, ma come elemento da misurare, rendicontare e sottoporre al giudizio di investitori, consumatori e istituzioni. Il nuovo Rapporto di Sostenibilità 2025 di Barilla si inserisce in questo scenario e offre uno spaccato interessante su come una multinazionale del cibo stia cercando di trasformare gli impegni ambientali e sociali in dati verificabili. 

Tra i numeri più rilevanti emerge l’investimento di trenta milioni di euro destinato nel 2025 all’efficientamento energetico e allo sviluppo delle fonti rinnovabili. Cinque nuovi impianti fotovoltaici installati negli stabilimenti di Foggia, Melfi, Ascoli Piceno, Cremona e Thiva, in Grecia, hanno portato la capacità installata oltre gli 8 MW, più di quattro volte il livello registrato nel 2022. Parallelamente cresce anche l’attenzione verso la gestione dell’acqua, con un incremento del 196 per cento dei volumi riciclati e riutilizzati negli impianti situati in aree soggette a stress idrico. 

Un altro capitolo riguarda l’agricoltura rigenerativa, uno dei temi più discussi negli ultimi anni. Nel 2025 Barilla ha acquistato 4.160 tonnellate di grano tenero proveniente da filiere che adottano pratiche orientate alla tutela della fertilità del suolo e della biodiversità. Il risultato più visibile è l’arrivo sugli scaffali di Buongrano, biscotto Mulino Bianco prodotto con farina certificata da agricoltura rigenerativa. Dietro il prodotto si trovano quasi duemila agricoltori coinvolti nel programma Carta del Mulino e un sistema di pratiche agronomiche che comprende rotazioni colturali, riduzione delle lavorazioni e aree dedicate alla biodiversità. 

Il report dedica spazio anche al profilo nutrizionale dei prodotti. Secondo l’azienda, l’89 per cento dei volumi venduti contiene meno di 5 grammi di zuccheri per porzione e il 90 per cento non supera 0,5 grammi di sale. Dati che si inseriscono nella tendenza, ormai diffusa nell’industria alimentare, verso la riformulazione delle ricette per rispondere alle richieste di consumatori e autorità sanitarie. 

Accanto agli aspetti ambientali trovano posto quelli sociali. Nel corso del 2025 Barilla dichiara di aver donato quattromila tonnellate di prodotti alimentari e due milioni di euro a sostegno di iniziative sociali. Tra queste figurano le collaborazioni con PizzAut e diversi progetti di inserimento lavorativo per persone con autismo negli stabilimenti italiani e francesi del gruppo. 

Numeri che raccontano una direzione, ma che evidenziano anche la complessità del tema. Per le grandi aziende alimentari la sfida non consiste più soltanto nel dichiarare obiettivi di sostenibilità. Il passaggio decisivo è dimostrare che tali obiettivi producano effetti misurabili lungo l’intera filiera, dal campo allo stabilimento fino alla comunità in cui operano. È su questa capacità di trasformare le promesse in risultati verificabili che si giocherà una parte crescente della reputazione dell’industria alimentare nei prossimi anni.

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L’ortografia al tempo della sua riproducibilità tecnica

Il settimanale tedesco Die Zeit apre con una domanda che non è proprio l’equivalente delle tette in copertina con cui hanno campato i settimanali italiani per decenni, ma per gli appassionati del genere forse è anche meglio: «L’ortografia è ancora importante?». Tra l’altro, se buttate un occhio all’immagine qui sopra, vi prego di notare la finezza del refuso nella testata sottolineato in rosso (io ovviamente ci ho messo ore ad accorgermene).

Ad ogni modo, il punto è questo: grazie all’intelligenza artificiale e ai correttori automatici, non è mai stato così facile scrivere senza fare errori. Dunque, perché dovremmo preoccuparci di studiare come scrivere correttamente? Si tratta ovviamente di una domanda retorica, cui seguono varie buone ragioni per non delegare anche questo compito alle macchine (o almeno non del tutto). Io però non riesco a non pensare al fatto che ogni volta che apro Netflix ci trovo una serie americana, «The Lincoln lawyer», il cui titolo in italiano – o meglio, in quello che vorrebbe essere italiano – recita così: «Avvocato di difesa». Il titolo. Su Netflix. Dove evidentemente, tra quelli che si occupano del mercato italiano, non c’è nessuno – un dirigente, uno scrittore, un correttore di bozze, un manovale, un facchino, un usciere, un parente o un amico di uno qualsiasi di questi qui – che abbia abbastanza dimestichezza con la nostra lingua da sapere che in italiano si dice «avvocato difensore» e non «avvocato di difesa» (sì, il fatto che il romanzo da cui è tratta la serie sia stato pubblicato in Italia con quel titolo vent’anni fa non è un’attenuante, per Netflix, semmai un’aggravante, per l’Italia; d’altra parte, se gli uffici del Quirinale funzionano come funzionano quando si occupano di questioni leggermente più delicate come il potere di grazia, posso io prendermela con chi decide i titoli delle serie tv?).

In realtà, non penso che un caso del genere si possa definire neanche un errore di ortografia, è evidente che qui non si tratta della correttezza della scrittura, che il problema è a monte, ma comunque, insomma, forse in Italia con l’intelligenza artificiale dovremmo essere un po’ meno schizzinosi dei tedeschi.

P.S. Volendo inserire il link all’articolo, che avevo letto sull’ipad in pdf, ho messo il titolo su google – Ist Rechtschreibung noch wichtig? – e come capita ormai sempre più spesso alla domanda ha risposto direttamente l’intelligenza artificiale: «Sì, l’ortografia è ancora fondamentale. Garantisce chiarezza, professionalità e rispetto nella comunicazione. Anche nell’era della correzione automatica e dell’intelligenza artificiale, testi corretti rimangono importanti per evitare malintesi e per lasciare una buona impressione sul lettore». Decida dunque il lettore se la risposta conferma o smentisce la tesi di cui sopra.

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Il caso Minetti e l’errore di andare appresso a vongola75 e torquemada76

La procura generale di Milano, dopo il supplemento di indagine sollecitato dal Quirinale, conferma il parere favorevole alla Grazia per Nicole Minetti e smentisce ogni dettaglio dell’inchiesta pubblicata dal Fatto. In sintesi: nessuna irregolarità nell’adozione del bambino, nessuna battaglia legale per ottenerlo, conferma del «grave quadro sanitario del minore», nessuna bugia sull’attività di volontariato svolta da Minetti.

Quanto all’avvocata dei genitori biologici del bambino morta in circostanze misteriose, non era l’avvocata dei genitori, bensì del figlio, ed era pure favorevole all’adozione. Infine «risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni».

Come si vede, una ricostruzione piuttosto circostanziata, che a questo punto suona inevitabilmente come una smentita non solo degli articoli del Fatto, ma anche dell’irrituale iniziativa del Quirinale, che avrebbe avuto mille possibilità per consultare la stessa procura, e al limite altri apparati, in modi più discreti e informali. L’idea che il capo dello stato abbia agito solo ed esclusivamente sulla base degli articoli del Fatto – e magari, ancora peggio, dei conseguenti tweet di vongola75 e torquemada76 – non suona per niente rassicurante.

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