Reading view

Nordio e il caso Minetti: “Pd caduto nel tranello. Non ce l’avevano con me, il bersaglio era Mattarella”

“L’attacco che ha fatto il Fatto, l’avrebbe capito un bambino, non era contro di me, era contro il capo dello Stato”. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ritorna così sul caso Nicole Minetti e la grazia concessa dal Quirinale. Che non verrà revocata dopo che la procura generale di Milano ha valutato di non avviare una rogatoria per approfondire gli elementi emersi dall’inchiesta giornalistica e dopo che il Colle aveva chiesto approfondimenti urgenti. Alla Festa dell’Innovazione organizzata dal Foglio a Venezia il Guardasigilli tenta un affondo che arriva pochi giorni dopo la chiusura dell’istruttoria sull’ex consigliera regionale lombarda, protagonista delle vicende giudiziarie legate al caso Ruby e alle serate di Arcore, e condannata in via definitiva.

“Mentre l’attacco a un ministro da parte dell’opposizione può essere anche comprensibile e prevedibile, quello che ho trovato indecoroso e intollerabile è stato proprio l’attacco al Capo dello Stato”, ha continuato. “Avevo letto tutti gli atti” e “si capiva benissimo che era tutto regolare. Però bene e doverosamente ha fatto il Quirinale a chiedere a noi un supplemento di istruttoria”, ha continuato Nordio ricordando che “le indagini si fanno attraverso la procura generale. Così è stato e, dopo quasi un mese di intensa e molto competente indagine, i risultati sono quelli che avete visto“.

Per Nordio, la vicenda sarebbe ormai archiviata. “A questo punto la questione è risolta, forse ci sarà qualche piccolo seguito di istruttoria ma credo che sia risolta“, ha affermato. E ha riservato parole particolarmente dure al Partito democratico, che aveva chiesto le dimissioni del ministro sulla gestione della pratica anche se solo dopo la richiesta di chiarimenti del Colle: “Rimane il fatto che è stupefacente come un partito serio come il Pd sia caduto nel tranello di queste sconsiderate accuse che si sono rivelate infondate e che ora penso li stiano coprendo di ridicolo”. Le parole del ministro arrivano al termine di una vicenda che, però, ha avuto una genesi più complessa di quanto oggi lasci intendere il governo.

La grazia a Nicole Minetti era stata concessa da Sergio Mattarella nel febbraio scorso per ragioni umanitarie legate alle condizioni di salute del figlio adottivo della ex consigliera regionale. Successivamente un’inchiesta del Fatto Quotidiano aveva sollevato dubbi su alcuni degli elementi contenuti nell’istanza di clemenza, a partire dalla procedura di adozione del minore in Uruguay e da altri aspetti della situazione personale dell’ex collaboratrice di Silvio Berlusconi.

Le rivelazioni avevano provocato la reazione del Quirinale con la richiesta al ministero della Giustizia e agli uffici competenti ulteriori verifiche sulla fondatezza delle informazioni emerse sulla stampa, per accertare che non vi fossero state falsità o omissioni nella pratica che aveva portato alla concessione della grazia.

Da quel momento la Procura generale di Milano ha svolto accolto le indagini difensive e svolto approfondimenti, ritenendo di aver verificando la regolarità dell’adozione, le condizioni sanitarie del bambino (affetto da una patologia curabile in Italia) e l’assenza di procedimenti giudiziari a carico di Minetti all’estero. Al termine degli accertamenti, i magistrati hanno concluso che non erano emersi elementi tali da mettere in discussione il provvedimento di clemenza. Sulla base di queste conclusioni, il Quirinale ha fatto sapere di non ravvisare motivi per una rivalutazione della grazia e ha confermato la fiducia nell’operato della magistratura.

È a questo punto che Nordio ha scelto di trasformare la chiusura dell’istruttoria in una polemica politica. Secondo il ministro, le accuse rivolte alla gestione del dossier si sarebbero rivelate infondate e avrebbero finito per coinvolgere impropriamente il presidente della Repubblica. Senza gli articoli del Fatto Quotidiano e senza i dubbi sollevati dalla stampa, non ci sarebbe stata la richiesta di nuovi accertamenti da parte del Quirinale. Ed è stato proprio Mattarella, non l’opposizione, a ritenere necessario un supplemento di verifiche su una pratica che portava la sua firma. Accertamenti che alla fine avrebbero confermato la correttezza formale della procedura, ma che hanno trasformato una grazia concessa nel più assoluto riserbo in uno dei casi politici più discussi degli ultimi mesi.

L'articolo Nordio e il caso Minetti: “Pd caduto nel tranello. Non ce l’avevano con me, il bersaglio era Mattarella” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Morto a 38 anni dopo la missione in Kosovo: ex militare riconosciuto vittima del dovere per possibile esposizione a uranio impoverito

Non fu solo una malattia, ma il possibile esito di anni vissuti in scenari operativi ad alto rischio. La Corte d’Appello di Lecce ha riconosciuto lo status di vittima del dovere a un militare originario di Grottaglie, morto nel 2015 a 38 anni per una grave patologia ematologica insorta dopo la missione in Kosovo. I giudici hanno così ribaltato la decisione del Tribunale di Taranto, che in primo grado aveva respinto la richiesta dei familiari di accesso ai benefici previsti dalla normativa. Con la nuova sentenza, la Corte ha invece riconosciuto il diritto dei parenti alle provvidenze economiche, accogliendo integralmente l’appello.

Il militare aveva prestato servizio nel 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, prima di entrare nei ruoli della Polizia di Stato. Durante la missione internazionale nei Balcani, avrebbe operato in un contesto caratterizzato da possibile esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle, elementi al centro delle valutazioni del collegio giudicante.

Per i giudici, proprio quel contesto operativo avrebbe avuto un ruolo concausale nell’insorgenza della patologia che ha portato al decesso. Una ricostruzione che ha consentito di riconoscere il legame tra servizio e malattia, elemento decisivo per l’applicazione dello status di vittima del dovere.

Dopo la morte del militare, i genitori avevano avviato un lungo contenzioso giudiziario per ottenere il riconoscimento dei diritti previsti dalla legge, sostenendo il nesso tra la missione all’estero e l’aggravarsi delle condizioni di salute del figlio. La vicenda è stata seguita dagli avvocati Massimo Spagnulo, Ciro Santoro e Maria Santoro, che hanno sottolineato come la sentenza confermi un principio rilevante nei casi di patologie multifattoriali: il nesso con il servizio può essere riconosciuto anche in termini di concorso di cause, quando emergano elementi significativi legati all’esposizione operativa e alle condizioni del teatro di impiego. Per la difesa, la decisione non ha solo valore giuridico ma anche umano, perché chiude una lunga battaglia dei familiari e riapre l’attenzione sulle condizioni di rischio affrontate dai militari italiani nelle missioni internazionali.

Foto di archivio

L'articolo Morto a 38 anni dopo la missione in Kosovo: ex militare riconosciuto vittima del dovere per possibile esposizione a uranio impoverito proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano

Era pronto alla fuga con un pullman e per questo motivo c’è un secondo uomo fermato per caporalato nell’inchiesta della Procura di Milano sullo sfruttamento dei manovali indiani pagati 1,50 euro l’ora nel cantiere del nuovo Consolato statunitense, realizzato da Caddell Construction, in piazzale Accursio nel capoluogo lombardo. Nella notte fra venerdì e sabato il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il fermo di Aji Appukuttan, il 51enne indiano che nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri viene definito il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni ed è ritenuto dagli inquirenti il “caporale operativo” e l’intermediario del sistema di “sfruttamento” scoperto.

È accusato di aver imposto ad almeno 50 lavoratori l’apertura di un conto corrente in Italia, attraverso la firma su pratiche in una lingua a loro sconosciuta, con cui ogni mese sarebbero stati prelevati automaticamente i 500 euro sottratti alla busta paga per remunerare l’alloggio nei Residence le Groane e Residence Ripamonti destinati agli immigrati giunti in Italia con la formula distacco intra-societario internazionale che invece prevede l’obbligo di garantire vitto e alloggio ai lavoratori impiegati all’estero. Così come è sempre Appukuttan, come viene indicato nei verbali, ad aver imposto il pagamento dei 350 euro mensili in “contanti” per il “pranzo e la cena” da consumare in cantiere durante i lavori edili della maxi struttura diplomatica. Lo avrebbe fatto con “reiterate minacce di licenziamento e rimpatrio” in India, in particolare nei confronti di chi, dopo essersi infortunato, avrebbe chiesto di “potersi assentare” per il “riposo”. Intimidazioni, come quella di “essere rispediti” nella nazione asiatica, che costano al 51enne l’accusa di caporalato aggravato.

“Da quello che ho visto con i miei occhi in tante occasioni, tratta gli operai indiani come schiavi, come si vede nei film che parlano degli schiavi. Io quando vedevo quelle scene in cui trattava male gli operai gridando e mandandoli via chiedevo a qualche operaio che parla inglese cosa avesse detto, mi rispondevano che li aveva minacciati dicendo che li avrebbe licenziati e mandati in India”, ha detto un testimone dell’inchiesta, il cui verbale è riportato nel decreto di fermo di Appukuttan. Ha detto di non conoscere tutti i “nomi” dei lavoratori coinvolti (con picchi di 500 persone in cantiere) ma “tutti quelli con cui ho parlato mi dicevano di avere paura di lui”. Il 51enne avrebbe tenuto i “contatti con la società indiana che li porta in Italia e da quello che mi hanno detto pagano soldi per venire”, circa 500mila rupie (5-6mila euro) per ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’uomo in Italia “li spaventa” e “quando è successo che alcuni di loro hanno protestato o per qualsiasi problema tra Caddell e gli operai” lui si sarebbe occupato della risoluzione dei problemi. Il testimone ha fornito agli inquirenti ulteriori informazioni sul sistema di sfruttamento dietro il progetto di rigenerazione urbana dei 40mila metri quadrati dell’ex Tiro a segno che potrebbero portare a sviluppi giudiziari nelle prossime settimane.

Il fermo, che dovrà essere convalidato dal gip, è stato disposto per il pericolo di fuga dell’indagato che inoltre si sarebbe adoperato per tentare di depistare l’inchiesta: a partire dal 29 maggio, quando i carabinieri hanno dato esecuzione al decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società statunitense indagata per la legge 231, Appukuttan avrebbe “inviato” messaggi “nella chat di gruppo” degli operai “intimando di non parlare e di non riferire all’esterno quanto accadeva in cantiere” e chiedendo di sapere cosa avessero riferito sulla sua figura. Lo stesso giorno avrebbe cambiato il “domicilio” in Italia, allontanandosi dal precedente alloggio di Garbagnate, nel Milanese.

“Voleva scappare dall’Italia – ha messo a verbale un operaio 41enne in una delle testimonianze – solo che ha capito che con l’aereo è pericoloso così si sta organizzando con la Caddell per farlo scappare via”. “Sono a conoscenza – ha aggiunto – del fatto che gli operai indiani hanno parlato di lui da voi. Vogliono fargli prendere un pullman o qualche altro mezzo che non si può controllare, perché sanno che al 100% se prende l’aereo lo scoprite e lo potete arrestare”. Nei giorni scorsi era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio Ulas Demir, il cittadino turco indagato come manager di Caddell Construction nella sede secondaria italiana. Aveva acquistato un volo per Istanbul il giorno dopo il commissariamento d’urgenza dell’azienda. Elemento che, assieme alle intercettazioni telefoniche, ha fatto ipotizzare il pericolo di fuga alla base del provvedimento. Il fermo è già stato convalidato dal gip di Bergamo che ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare.

L'articolo “Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌