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Financial Times: “Francia e Germania vogliono smantellare l’Azione Esterna dell’Ue e depotenziare il ruolo di Kallas”

11 June 2026 at 13:11

Radicale revisione o, perché no, anche l’eliminazione del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS), ovvero l’intera struttura diplomatica delle istituzioni Ue. Secondo il Financial Times, che cita funzionari europei, è questo il progetto in fase di valutazione sull’asse franco-tedesco. I colloqui andrebbero avanti tra Parigi, Berlino e altri Stati membri e sul tavolo, sostengono, ci sono anche la revoca dei poteri all’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, e la redistribuzione delle competenze del servizio, per un risparmio totale quantificato in circa 1 miliardo di euro tra Commissione Ue e Stati membri. Una correzione di una struttura che, si apprende, viene considerata “disfunzionale“.

Realizzare un progetto del genere, ovviamente, richiederebbe tempi lunghissimi e l’unanimità dei Paesi membri. In caso di eliminazione servirebbe una revisione dei Trattati, mentre per rivederne, anche radicalmente, le competenze si potrebbe procedere con modifiche all’accordo raggiunto in sede di Consiglio Ue che ne disciplina l’organizzazione. Una decisione, comunque, sottoposta al potere di veto di anche uno solo dei 27 membri.

Detto questo, se confermata l’indiscrezione ha un valore politico che non può essere ignorato. Innanzitutto dimostra come, nonostante si parli di maggiore autonomia strategica, almeno nel campo della diplomazia alcuni Stati membri, tra cui i due più importanti, preferiscano mantenere le discussioni a un livello nazionale e non comunitario. In più emerge anche un sentimento di sfiducia nei confronti della Lady Pesc Kaja Kallas. Scelta da Ursula von der Leyen per uno dei quattro top jobs dell’Ue proprio mentre la guerra tra Russia e Ucraina era nel vivo, l’ex primo ministro estone ha fin da subito mostrato un atteggiamento poco propenso al dialogo con Mosca che, a suo dire, “conosce solo il linguaggio della forza”. Una strategia fuori dagli schemi per chi ricopre il ruolo di vertice della diplomazia Ue. Anche se condivide la responsabilità sulla politica estera con il Consiglio europeo, ossia con i capi di Stato e di governo dell’Ue, è evidente come questi preferiscano depotenziare ulteriormente il suo incarico.

“Il problema è strutturale e richiede una risposta strutturale”, ha detto una fonte al Financial Times spiegando appunto che tra le ipotesi contenute in una valutazione elaborata dal governo francese e condivisa con gli altri Stati membri figura anche una riduzione dell’autonomia di Kallas e un alleggerimento del suo controllo sulla rete di oltre 140 delegazioni diplomatiche gestite dal Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) nel mondo. “Le capitali sono irritate e vogliono uno strumento più efficace per agire all’unisono sulla scena internazionale”, ha spiegato un altro funzionario avvertendo che “esiste un rischio concreto di smembramento dell’EEAS“. La riforma punterebbe inoltre a ridurre i costi e a eliminare le sovrapposizioni tra il servizio diplomatico europeo, i ministeri degli Esteri nazionali e la stessa Commissione europea, guidata da Ursula von der Leyen, che da tempo ormai è andata allo scontro con l’EEAS per la guida della politica estera dell’Ue, trovandosi in disaccordo anche su dossier importanti come, ad esempio, la situazione a Gaza.

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“Welfare, non guerra”: il 14 giugno mobilitazione a Bruxelles e in altre città europee contro i piani di riarmo dell’Ue e della Nato

11 June 2026 at 08:23

Un unico slogan, “Welfare, non guerra“, unirà il 14 giugno oltre 800 organizzazione della società civile, sindacati e movimenti sociali, che scenderanno in piazza a Bruxelles per marciare contro la politica di riarmo dell’Unione Europea e della Nato. Il presidio è stato organizzato dalla coalizione paneuropea, Stop ReArm Europe, in collaborazione con la piattaforma belga, Stop Militarisation, e coinvolge anche decine di altre città europee. Tutte hanno un unica richiesta: il denaro pubblico deve essere speso per il benessere sociale, non per armarsi.

La mobilitazione si terrà a pochi giorni dall’inizio dei negoziati tra i leader dell’Ue sul prossimo bilancio settennale dell’Unione. Il Consiglio europeo negozierà infatti il 18 e il 19 giugno il Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, che è in fase di riorganizzazione e potrebbe convogliare decine di miliardi di euro all’industria degli armamenti. Contro questa ipotesi, i manifestanti si raduneranno alle 15 alla stazione di Bruxelles Nord, seguirà una marcia pacifica per poi riunirsi alle 18 in un’assemblea pubblica presso la Biblioteca Reale del Belgio dove pianificheranno le fasi della campagna su tutto il continente.

“Bruxelles ha scoperto che non c’è limite a quanto l’Europa può prendere in prestito, purché sia ​​per le armi – ha commentato Amir Kiyaei, coordinatore delle politiche di DiEM25, una delle oltre 40 organizzazioni belghe che sostengono la manifestazione -. Le regole sul deficit che smantellano i nostri ospedali e congelano i nostri salari si dissolvono nel momento in cui l’industria delle armi si siede al tavolo”. Contro questa prospettiva, gli organizzatori hanno pensato un mese intero di mobilitazioni, incontri e azioni coordinate in Belgio, Paesi Bassi, Austria, Spagna, Finlandia, Germania, Italia e altri paesi. Ovunque si chiede ai responsabili politici dell’Ue di investire in sanità, istruzione, lavoro e in una transizione climatica equa, dando priorità al dialogo e alla diplomazia rispetto allo scontro. Per farlo occorre investire nella solidarietà e nella cooperazione internazionale, perseguendo il controllo degli armamenti come unico mezzo per garantire la pace.

“Il riarmo ci viene venduto come garanzia di sicurezza, ma l’unica cosa che garantisce davvero sono i profitti dell’industria bellica – afferma Katerina Anastasiou, portavoce di Stop ReArm Europe -. Una società con ospedali fatiscenti e un clima destabilizzato non è sicura. Spendere miliardi in armi, comprimendo al contempo sanità, istruzione e coesione sociale, rende l’Europa più povera e pericolosa, non più sicura. Chiediamo priorità diverse”.

La coalizione si oppone al piano ReArm Europe dell’Ue, annunciato nel marzo 2025, che prevede lo stanziamento di 800 miliardi di euro per gli armamenti. Tutti fondi, come specificano i manifestanti, sottratti a sanità, istruzione, lotta al cambiamento climatico e protezione sociale. Ma la proposta di bilancio della Commissione per il prossimo anno va persino oltre, prevedendo di stanziare circa 131 miliardi di euro per il settore difesa, sicurezza e spazio del nuovo Fondo europeo per la competitività. Si tratta di una cifra cinque volte superiore rispetto ai circa 26 miliardi di euro previsti per il periodo 2021-2027. Come spiegano gli organizzatori della mobilitazione, è una somma tale da poter finanziare gli stipendi di circa 300.000 infermieri o costruire circa mezzo milione di alloggi sociali.

Inoltre, prosegue la coalizione nel comunicato, in questo modo anche i programmi civili per la ricerca, la mobilità e la coesione verrebbero aperti all’uso militare. Gli attivisti invitano quindi a riflettere su come l’Europa si stia aprendo a un’economia di guerra permanente che non risolve i conflitti ma li acuisce e li alimenta. Tra le conseguenze dirette e più evidenti, i promotori citano il rinnovo della coscrizione, l’ampliamento delle riserve alla sorveglianza e la riduzione dello spazio democratico. Viene anche sottolineata la crescente influenza della lobby delle armi che, secondo Stop ReArm Europe, viene favorita dalla Commissione europea. L’organo esecutivo dell’Unione ha incontrato i rappresentanti dell’industria delle armi 89 volte sul tema del riarmo nel 2025 (fino a ottobre), a fronte di soli 15 incontri con Ong, sindacati o scienziati sugli stessi argomenti. Una scelta anche sconveniente dal punto di vista economico, perché l’industria bellica, dipendendo da capitali e importazioni, crea meno posti di lavoro dell’alternativa civile che invece produce dal 30% al 50% di impieghi in più.

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