“Il Fatto a spicchi” è la rubrica dedicata a chi ama il rumore dei rimbalzi e il fischio delle suole sui parquet dei templi del basket o sul cemento dei campetti di quartiere, a chi non rinuncia a giocare con gli amici neppure se più vecchio e meno tutto di Lebron o a chi vorrebbe farlo senza rompersi le ossa, a chi sogna di diventare campionessa o campione, a chi si commuove quando la figlia o il figlio fanno canestro in palestra e poi nella vita. Perché il basket può essere una scuola di vita. Vediamo come con grandi personaggi che ne hanno fatto e ne fanno la storia in Italia.Settima puntata
Valerio Bianchini, 80 anni il prossimo 22 luglio, è sempre proiettato al futuro con una tenacia che, mentre parla, pare ancora di vederlo a bordo parquet mentre dirige come un direttore d’orchestra il suo quintetto. É talmente proiettato al futuro che è stato scelto per “posare la prima pietra” della nuova società che si propone di riportare Roma in Serie A (con il titolo sportivo acquisito dalla Vanoli Cremona dalla cordata americana di Donnie Nelson e LukaDoncic) e, soprattutto, di aprirle le porte della nuova massima competizione continentale Nba Europe che dovrebbe cominciare nell’autunno 2027. Infatti, è una sorta di senior advisor della nuova compagine, proprio Bianchini che da coach negli anni Ottanta tra Cantù e Roma (Virtus) vinse ben due volte la vecchia Coppa dei Campioni.
Come si chiamerà la nuova squadra di Roma? Roma Basket Club. Forse ci sarà un suffisso, un nickname, come da tradizione americana. Ma siccome non vogliamo neppure fare un’americanata, può anche essere che rimanga solo Roma Basket Club, è allo studio. In ogni caso il 25 giugno ci sarà la presentazione e sarete invitati. Saranno svelati anche i colori delle canotte.
I colori? Giallorossi? Biancocelesti? Lupi? Aquile? Assolutamente no. Niente di questo. É tutto ancora allo studio, ma ci siamo quasi.
C’è un po’ di affollamento attorno all’idea di Nba Europe per Roma: c’è anche il progetto di Paul Matiasic che si è aggiudicato già il PalaEur per giocare… La differenza è che il nostro gruppo è tutto di gente di sport. Donnie Nelson, figlio di Don, è stato il general manager dei Mavericks che ha portato a Dallas prima Dirk Nowitzki e poi Luka Doncic. Insomma, uno che se ne intende sia di Nba sia di pallacanestro europea direi… e quel che mi ha convinto a partecipare e metterci il mio impegno è l’interesse primario per approdare a Nba Europe, ma soprattutto un’idea di sviluppo della pallacanestro romana e di tutte le sue risorse che condivido e sposo in pieno. Faremo un accordo con una realtà esistente e di pregio per far crescere anche un settore giovanile. Rispetto al PalaEur che dire… è stato fermato con cifre vertiginose dall’avvocato Matiasic per una squadra che presto sapremo se ci sarà veramente o no. Noi partiremo al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano.
Dove adesso gioca la Virtus Roma, la storica squadra della capitale, che sta provando a risalire dalla B nazionale alla A2 proprio in questi giorni con le finali dei playoff. Non ci sarebbero poi troppe squadre? Tre sarebbero troppe, due sarebbe perfetto e l’altra per quel che mi riguarda dovrebbe essere la Virtus con il nome e la storia che porta avanti. E sarebbe preziosa, anzi, una collaborazione di ampio livello tra noi e la Virtus.
Avete già pensato al coach? Matiasic, si legge, cerca Ettore Messina… Mi auguro che ci riescano… Il mio preferito in assoluto sarebbe Luca Banchi, ma è il ct della nazionale. Bisogna vedere se arriverà dal bacino americano o da quello europeo. Probabile alla fine sia un italiano, che conosca bene l’ambiente. Anche se ricordatevi di Dan Peterson, è vero che prima di venire qua ebbe un’esperienza in Cile, ma era pur sempre americano. E che allenatore è stato…
Per Nba Europe si parla di due squadre per nazione, quindi Milano e Roma. Certo alla Virtus Bologna avrebbero di che lamentarsi, no? Io penso che se la città produce pallacanestro e infrastrutture per la pallacanestro gli americani capiranno che potranno essere anche più di due per paese. Anche a Napoli, proprietà americana per altro, stanno provando a perseguire questo progetto e fanno bene. Il punto è non solo sognare più l’Nba, ma averla qui. Come richiamo e immaginario, perché il livello della pallacanestro in Italia e in Europa è già altissimo. Eppure provate a chiedere ai ragazzini delle scuole nomi di giocatori italiani, risponderanno Bargnani, Datome, Gallinari, Fontecchio… quelli che sono stati o sono in Nba, insomma.
A Milano si è parlato anche dei club di calcio ma alla fine dovrebbe essere l’Olimpia? L’Olimpia è molto legata all’Eurolega. Ma sarà importante un accordo di Nba con Eurolega e Fiba per avere una sola competizione europea di massimo livello e credo che ormai il tempo sia maturo perché ciò avvenga.
L’Olimpia Milano vincerà lo scudetto o ci sarà la sorpresa Reyer Venezia? (Gara 1 è giovedì 11 giugno). Venezia è stata una mina vagante per tutta la stagione. Ha rotto il duopolio Milano-Bologna. Ha Amedeo Tessitori, per cui stravedo e non a caso recuperato in ottica nazionale dal ct Banchi. Un pivot che sa giocare la pallacanestro con intelligenza, sapendo cosa fare, in un’epoca in cui in quel ruolo conta soprattutto la fisicità. Infatti, una delle cose più belle della finale sarà la sfida tra i due pivot, tra il talento di Tessitori e la fisicità di Josh Nebo.
Qual è il valore che il basket le ha dato? Enormi valori. Ero un ragazzino che si nascondeva dietro ai libri. Vivevamo a Milano. Avevo difficoltà ad avere amici, non volevo andare in cortile a giocare a calcio con gli altri, odiavo giocare a calcio. Invece, un giorno, verso i 10 anni credo, mia mamma mi portò in parrocchia dove c’era un campetto di pallacanestro. É stato subito amore. Poi arrivarono gli anni Sessanta, l’American Dream, prima fui un modesto giocatore e poi un allenatore, ma non è stata Milano ma Roma a farmi diventare un grande allenatore. Prima con la Stella Azzurra, in Serie B, quando la società ebbe il coraggio di riportare il basket al PalaEur. Ricordo di aver portato i ragazzi a vedere il parquet e ricordo cosa dissi loro: “Qui ci sono ancora le impronte di Jerry West” (la leggenda dei Lakers, l’uomo-logo dell’Nba, che a Roma nel 1960 vinse l’oro olimpico con la nazionale statunitense). E uno dei miei ragazzi ruppe la poesia rispondendo: “Per forza coach, non hanno più spazzato qui”. Luciano e Alberto Acciari, proprietari della Stella Azzurra, erano secoli avanti, s’inventarono gli spettacoli tra primo e secondo tempo, rivitalizzarono il movimento della pallacanestro a Roma. Poi arrivò la Serie A e poi, per me, anche scudetti e coppe Campioni prima con il passaggio a Cantù e poi col ritorno nella capitale alla Virtus.
Qual è l’errore che un genitore non deve fare portando al minibasket i figli? Pensare che nel basket sia più importante una prospettiva da professionista rispetto alla capacità formativa straordinaria che questo sport ha. Un giocatore timido impara a prendersi le sue responsabilità tirando quando è nella posizione migliore rispetto ai compagni e viceversa il cestista egoista per giocare bene deve imparare a passarla quando ha compagni in posizione migliore per il tiro. E s’impara il rispetto per l’avversario che nella pallacanestro comincia dall’essere un no contact game per definizione.
Après le coup d'Etat au Mali, le directeur de Microsoft pour l'Afrique, M. Cheick Modibo Diarra, a été nommé premier ministre. Google, dont certains employés se sont illustrés dans le « printemps arabe », recrute des militants des droits humains, et la secrétaire d'Etat américaine Hillary Clinton soutient des projets humanitaires mêlant affaires et technologie : voici venue l'ère de la diplomatie numérique.
Dans les heures qui suivent le tremblement de terre du 12 janvier 2010 en Haïti, plusieurs initiatives permettent de cartographier les besoins, les demandes d'aide, les appels de familles de disparus… Enseignant-chercheur spécialisé dans la cartographie de crise, Patrick Meier s'associe au programmeur kényan David Kobia, qui, en 2007, avait fondé le système Ushahidi, destiné à permettre à des citoyens de signaler les affrontements postélectoraux. De façon inattendue, cet outil va offrir une plate-forme à l'information d'urgence en Haïti : Meier et Kobia mettent en effet sur pied un système d'alertes géolocalisées transmises par téléphone mobile. L'opérateur Digicel leur emboîte le pas et fournit aux Haïtiens un numéro d'urgence unique, le 4636. Des centaines de vies seront sauvées.
A l'aide du service de messagerie (SMS) des téléphones portables et d'instruments de géolocalisation, Ushahidi permet d'organiser la réponse avec très peu de moyens. De tout le pays affluent des signalements : disparitions, manque de nourriture ou d'eau dans les orphelinats, personnes rescapées, etc. Traduits en français, anglais et créole par deux organisations non gouvernementales (ONG) — Samasource et Crowdflower —, les textos sont localisés, vérifiés et catégorisés avant d'être publiés sur une carte par une équipe de volontaires rassemblés à la Fletcher School of Law and Diplomacy, basée dans le Massachusetts, où enseigne Meier.
Grâce à une passerelle SMS mise en place par Instedd, une start-up américaine spécialisée dans la gestion informatisée des situations de crise, la Croix-Rouge — mais également les marines américains — est en mesure de recevoir les alertes signalant une situation dangereuse et sa localisation.
Cette rencontre inédite entre informaticiens kényans et armée américaine a joué un rôle déterminant dans la redéfinition, sous l'impulsion de Mme Hillary Clinton, des méthodes du département d'Etat. Les Etats-Unis ont certes une longue tradition d'usage des technologies de communication, liée à la transmission de la Voix de l'Amérique — nom de la radio de diffusion internationale lancée durant la seconde guerre mondiale et destinée à promouvoir les intérêts américains. Mais, ces dernières années, le smart power est devenu un axe stratégique de cette politique. Variante du soft power (« pouvoir doux ») de Joseph Nye — terme désignant le déploiement de moyens d'influence non coercitifs, structurels, culturels ou idéologiques —, ce « pouvoir de l'intelligence » théorisé en 2004 par Mme Suzanne Nossel, présidente de l'organisation Human Rights Watch, propose un catalogue d'outils — diplomatiques, économiques, militaires, politiques, légaux ou culturels — adaptés à chaque situation. Il s'agit aussi de favoriser les sociétés américaines de haute technologie dans le cadre d'une coopération renouvelée entre l'Etat, le marché et les ONG ou les fondations d'intérêt public. Avec cette doctrine, la diplomatie américaine favorise donc un modèle économique nouveau, hybridant les secteurs marchand et non lucratif.
Un outil pour déjouer la censure d'Internet
Les réseaux de télécommunication numériques et mobiles en sont les instruments privilégiés. « La communauté technique a mis en place la technologie des cartes interactives pour nous aider à identifier les besoins et à cibler les ressources, indique ainsi Mme Clinton dans son discours fondateur du 15 février 2011. Ce lundi [en Haïti], une fillette de 7 ans et deux femmes ont été retirées des décombres d'un supermarché qui s'était effondré par une équipe américaine de recherche et de sauvetage, après avoir envoyé un texto appelant à l'aide. » La secrétaire d'Etat insiste sur la nécessité de faire en sorte que le peuple s'approprie les technologies numériques afin de faire avancer la démocratie et les droits humains. Elle en appelle à un « partenariat entre l'industrie, le monde universitaire et les ONG afin d'organiser un effort permanent qui permettra d'exploiter la puissance des technologies de connexion et de les mettre au service de nos objectifs diplomatiques (1) ».
Financé à hauteur de 2 millions de dollars, Commotion est un projet typique de cette approche. Il s'agit d'un réseau cellulaire autonome qui fonctionne selon les mêmes principes qu'Internet et tient dans une valise. Il doit permettre aux militants de contourner la censure du réseau — on se souvient qu'en Egypte, en janvier 2011, juste avant la chute de M. Hosni Moubarak, Internet avait été coupé. A l'origine de ce projet, un militant du logiciel libre et des libertés numériques, M. Sascha Meinrath, qui envisage de relier par Wi-Fi des ordinateurs portables et des téléphones mobiles afin de constituer une infrastructure sans fil à haut débit (2), où des outils de sécurisation permettraient d'assurer l'anonymat des utilisateurs. Ainsi, paradoxalement, au moment même où WikiLeaks piratait le département d'Etat, la smart diplomacy rejoignait les problématiques « hacktivistes » (3).
L'Afghanistan fut l'un des premiers terrains d'expérimentation de cette techno-diplomatie. En 2009 déjà, le pays comptait plus de quinze millions d'abonnés mobiles, sur une population de trente millions de personnes. 65 % d'entre eux envoient des textos, et plus de la moitié utilisent leur téléphone pour écouter la radio. Mais l'armée américaine a aussi remarqué que les talibans étaient plus actifs dans les zones peu couvertes par le réseau mobile. Y voyant un lien de cause à effet, elle a investi 113 millions de dollars pour développer les communications civiles, dans une véritable stratégie associant propagande et développement économique. En outre, dans le cadre de la lutte contre la corruption, la police afghane paye désormais ses employés par l'intermédiaire du système mobile M-Paisa (lire « Une carte SIM en guise de porte-monnaie »), et non plus en argent liquide (4).
Des acteurs très divers multiplient ainsi les initiatives technopolitiques. On peut mentionner le programme des « Routes de la soie numériques » lancé par l'Internet Bar Organization. 85 % des Afghans vivent de leur terre ; après des années de guerre, il existe d'importants conflits de propriété foncière. Le programme utilise les fonctionnalités du GPS, les photographies et les textos pour envoyer des informations sécurisées dans une base de données. Un cadastre virtuel a ainsi été constitué, et une assistance juridique est proposée pour régler les conflits, en lien avec le droit coutumier.
Il arrive également que le smart power se concrétise dans la surveillance d'élections. C'est le cas en Afrique subsaharienne. L'ambassade des Etats-Unis en Guinée a appuyé la commission électorale du pays pour la mise en place, lors du scrutin du 27 juin 2010, le premier depuis 1958, d'un programme baptisé « I vote, I see, I send » (« je vote, j'observe, j'envoie »). Ce programme permettait de relayer des textos sur un site Web où ils pouvaient être analysés par les observateurs et les électeurs (5). L'ambassade de France a été associée à ce programme à travers la mise en place d'un centre de presse. Surveillance officielle et « sous-veillance » citoyenne (comme celle d'Ushahidi au Kenya) se complètent, utilisant parfois les mêmes plates-formes.
En 2010 et 2011, au Soudan, le contrôle citoyen des élections a également reçu l'appui des membres du département d'Etat, tandis qu'en Ethiopie, en Egypte, en Tanzanie, en Côte d'Ivoire et au Liberia des systèmes inspirés par Ushahidi ont été déployés (6). Les rapports envoyés pointent les fraudes (impossibilité de voter, bulletins manquants pour certains candidats…), mais aussi des irrégularités durant la campagne (harcèlements, illégalité de certaines actions, provocations racistes…) et permettent de signaler les violences postélectorales.
Signalés à la vitesse d'un texto — dans des situations d'observation sur le terrain, on a plus facilement sous la main un téléphone portable qu'un ordinateur —, les actes délictueux sont épinglés sur une carte. Cette approche relève du principe, difficile à traduire en français, d'accountability. Si le sens politique du terme évoque la responsabilisation des gouvernements, dans le vocabulaire de la sociologie l'accountability renvoie à un réseau conceptuel associant factualité, visibilité et responsabilité (7). Dans ce cadre, la transparence ressort d'une philosophie politique qui autorise à rendre visibles des éléments pour étayer un pacte de factualité — au sens où il est indéniable qu'« il s'est passé là quelque chose pour quelqu'un » — engageant la responsabilité de chacun.
Depuis la Silicon Valley, Mme Clinton a lancé un appel aux entrepreneurs ès technologies dans le monde : « Il faut soutenir les personnes qui sont derrière ces outils, les innovateurs et les entrepreneurs eux-mêmes. Nous savons que les chefs d'entreprise sont nombreux à vouloir consacrer une partie de l'expertise de leurs salariés à résoudre les problèmes dans le monde entier ; mais, souvent, ils ne savent pas comment faire. Quel est le point d'entrée ? Quelle idée va avoir le plus d'impact (8) ? » Discours assorti d'un appel à la coopération entre diplomates, entrepreneurs et organisations sans but lucratif pour soutenir l'espace d'innovation mobile que représente l'Afrique.
Application pour femmes enceintes
Un appel aux bonnes volontés ? Pas seulement. Deuxième marché régional après l'Asie, celle-ci connaît la plus forte croissance du monde, avec 649 millions de connexions à la fin de 2011 et 735 millions d'abonnés prévus à la fin de 2012, selon le rapport de l'Association mondiale des opérateurs mobiles (GSMA). Google, implanté en Afrique du Sud et au Kenya, a mis en place, en lien avec la Fondation Grameen (9) et l'opérateur MTN, une structure de développement d'applications — un « AppLab » — où ont été réalisés différents services mobiles : SMS Tips, qui répond aux questions sur la santé ou l'agriculture envoyées par texto, ou encore Google Trader, qui met en relation petites entreprises et acheteurs en temps réel.
Par le biais de concours comme Apps4Democracy, basé sur les données publiques ouvertes et librement utilisables que diffuse le gouvernement sur le site Data.gov, les acteurs du smart power recrutent de nouveaux partenaires. C'est sur ce modèle qu'une compétition baptisée Apps4Africa a été lancée, en juillet 2010 à Nairobi, par Mme Judith McHale, sous-secrétaire à la diplomatie et aux affaires publiques. Elle a suscité une vingtaine de propositions venues du Kenya, du Rwanda, de l'Ouganda et de la Tanzanie. L'application gagnante, Mamabika, est un dispositif qui propose aux femmes enceintes des bidonvilles de Nairobi d'épargner neuf mois durant sur un compte lié à leur téléphone, pour pouvoir accoucher dans une clinique (10). Autres concours et programmes soutenus par le smart power « féministe » et technologique de Mme Clinton : le mWomen BOP App Challenge (ou TechWomen), dont le but est de créer des applications spécifiques pour les femmes des pays pauvres. Son modèle : HarassMap, un système de cartographie qui rapporte des cas de harcèlement sexuel et de violence conjugale en Egypte.
Bon nombre de fondations américaines sont engagées dans cette voie. On peut s'interroger sur leur rôle, quand certains acteurs locaux clament, à l'instar du chanteur militant afro-américain Gil Scott Heron : « The revolution will be not funded (11) » (« La révolution ne sera pas financée »). Créée par le fondateur d'eBay, M. Pierre Omidyar — qui théorise son approche dans la Harvard Business Review (12) —, la Fondation Omidyar Network a ainsi ouvert un fonds doté de 2 millions d'euros pour favoriser, en Afrique subsaharienne, les initiatives axées sur « les technologies qui donnent aux citoyens des outils » contraignant les gouvernements à les prendre en compte. Une ONG néerlandaise, Hivos, administre le fonds basé à Nairobi. En septembre 2010, au sommet de la Clinton Global Initiative (fondée en 2005 par l'ancien président William Clinton), la Fondation Omidyar avait annoncé un versement de 55 millions de dollars au réseau Tech for Transparency, dont près de la moitié pour l'innovation dans le domaine mobile. La fondation soutient aussi FrontlineSMS, une passerelle consacrée à la communication des ONG et souvent associée à la plate-forme Ushahidi.
Pour M. Bill Gates, fondateur de Microsoft et acteur le plus en vue dans le monde de la technophilanthropie, il est peu efficace de vendre des ordinateurs dans les pays pauvres, mais il faut absolument utiliser les téléphones portables, qui permettent de sauver des vies (13). Il intervient donc dans le domaine du m-health (usage du mobile en santé), en organisant des concours pour des logiciels de lutte contre le virus de l'immunodéficience humaine (VIH/sida), le paludisme, la tuberculose, etc. En favorisant, naturellement, Windows Mobile, le système d'exploitation de Microsoft.
Créée en 1994, la Fondation Bill et Melinda Gates (BMGF) dispose d'un capital de 66 milliards de dollars. Pour bénéficier du régime d'exonération fiscale des fondations, au moins 5 % de ses avoirs doivent être consacrés à des donations. Restent 95 %, qui sont investis dans des activités lucratives et parfois bien peu philanthropiques (14). En 2009, la BMGF a fourni plus de 3 milliards de dollars de subventions et dépensé 409 millions de dollars en frais d'exploitation, principalement pour des projets visant à améliorer la vie des pauvres dans les pays en développement. Dans le domaine de la santé publique, à part le gouvernement des Etats-Unis, aucun bailleur de fonds n'est aussi influent (15). Grâce au don de 30 milliards de dollars de M. Warren Buffett, la fondation a plus que doublé son fonds initial, devenant ainsi l'institution caritative la plus importante.
Cette rencontre entre MM. Gates et Buffett a permis à M. Matthew Bishop, chef du bureau du journal The Economist à New York, de forger la notion de « philanthrocapitalisme (16) » pour désigner la convergence entre grandes causes et bonnes affaires. MM. Buffett et Gates imposent en effet un nouveau type de partenariat avec les organisations caritatives et les gouvernements. Il s'agit de montrer que l'entreprise peut être « la plus grande force du bien dans le monde », au moment où les Etats réduisent leurs budgets sociaux et prennent souvent moins de risques que ne peuvent le supporter ces nouvelles organisations philanthropiques.
Grandes causes et bonnes affaires
Selon MM. Gates et Buffett, « donner » pourrait ainsi devenir le plus grand levier du changement dans le monde. Mais « donner » de façon stratégique — et selon les modèles du monde des affaires. Ces nouveaux philanthropes doivent être compris comme des investisseurs sociaux au sens propre du terme. Ils se distinguent de l'action de charité qui animait les premiers industriels créateurs des fondations américaines, comme Andrew Carnegie ou John D. Rockefeller.
Dans la culture de ces acteurs, les technologies permettent aussi de scruter les retours sur investissement. Ainsi, le téléphone portable est au philanthrocapitalisme ce que le chronomètre est au taylorisme. Grâce à ses diverses fonctionnalités — textos, caméra vidéo et appareil photo, répondeur téléphonique, GPS… —, le portable est un bon outil de reporting, et donc de transparence. Les actions soutenues financièrement par ces fondations peuvent être présentées en détail aux donateurs. Chacun peut voir comment le projet est utilisé, et combien il est utile. L'action humanitaire technicise, la philanthropie se rationalise, le don charitable devient investissement.
Les nouveaux riches de la Silicon Valley, milliardaires de l'informatique qui ont parfois pris leur retraite des affaires, semblent bien décidés à conquérir les économies des pays émergents. Le téléphone portable, ce petit objet si efficace et rendant de réels services aux populations, constitue pour cela leur outil de prédilection.
(7) Cf. Harold Garkinkel, Recherches en ethno-méthodologie, Presses universitaires de France, Paris, 1967 (rééd. 2007), qui fait de l'accountability le ressort même de l'ordre social.
(14) Cf. Charles Piller, Edmund Sanders et Robin Dixon, « Les investissements bien peu philanthropiques de la Fondation Gates », Problèmes économiques, Paris, octobre 2008.
(16) Matthew Bishop et Michael Green, Philanthrocapitalism : How the Rich Can Save the World, Bloomsbury Press, New York, 2008. www.philanthro-capitalism.net.
O influenciador Mayk Leão, que ganhou repercussão após divulgar vídeos sobre um suposto OVNI em Campo Largo (PR), apareceu chorando em uma sequência de stories publicada nesta terça-feira (09/06). O desabafo ocorre após a polêmica envolvendo a destruição de um HD que, segundo ele, continha gravações relacionadas ao caso.
Mayk afirmou estar emocionalmente abalado com a repercussão e as mensagens recebidas nas redes sociais. “Gente, eu não aguento mais. Eu vou ter que ir pro hospital, sério. Eu tô sucumbindo”, declarou. O vídeo gerou preocupação entre seus seguidores.
Nos stories, Mayk voltou a falar sobre a pressão psicológica que tem enfrentado e os ataques virtuais recebidos nos últimos dias. Ele não detalhou se realmente procurou atendimento médico ou se mantém os planos de internação.
Lavaggio continuo con rullo, gestione del serbatoio dell'acqua e copertura dello spazio che non lascia nulla al caso: così l'ultimo robot Mova promette di rendere la pulizia dei pavimenti più semplice e autonoma
Artificial intelligence (AI) is addicted to money. The major labs developing AI models are intoxicated with the dollars that will finance the technology’s evolution. The three leading companies in the sector, Anthropic, OpenAI and SpaceX, have announced in recent days plans to go public to raise more funds in an endless race. Other long-established tech multinationals such as Google, Microsoft, Meta and Amazon have also launched financial operations in what is shaping up to be the biggest capital raising effort in the sector’s history.
Anthropic ha decidido no esperar más. La empresa que ha desarrollado la familia de modelos de inteligencia artificial (IA) generativa Claude desató todas las alarmas hace dos meses con la presentación de Mythos Preview, considerado lo suficientemente potente como para poner en jaque la ciberseguridad mundial. Anthropic decidió no comercializar el modelo, sino compartirlo con un grupo reducido de empresas y países, entre los que se cuenta España, con la idea de compartir su tecnología para mejorar la ciberdefensa global.
Concentrano tutte le loro attenzioni sul gaming, come delle vere e proprie console portatili: 5 smartphone con cui divertirti al massimo anche in mobilità
“TeleMeloni perde un altro volto di punta“, annuncia Dagospia confermando l’indiscrezione di Davide Maggio: “Milo Infante passa a Mediaset. Infante ha confermato, come già detto lunedì ai vertici Rai, le sue dimissioni da conduttore e vicedirettore degli Approfondimenti”, fa sapere la testata diretta da Roberto D’Agostino. “Faremo di tutto per trattenerlo”, aveva fatto sapere la Rai ma la soluzione, economica e non solo, non è stata trovata. La notizia infiamma il telemercato estivo, con il passaggio al Biscione per il giornalista è in arrivo un doppio ruolo. In primis dirigenziale come condirettore della struttura VideoNews, affiancando Siria Magri, in secundis come conduttore di una prima serata di cronaca. Con modalità e collocazione da definire.
Il tam tam mediatico ha favorito diverse ricostruzioni, rivelatesi errate: non sarebbero mai state sul tavolo delle trattative la conduzione di “Quarto Grado” e “Dentro la notizia“, titoli che saranno condotti da Gianluigi Nuzzi anche il prossimo settembre, e nemmeno l’ipotesi di una striscia quotidiana. Infante è reduce da una stagione record, al pomeriggio “Ore 14” si è avvicinato spesso al 10% di share e in prima serata ha ottenuto lo stesso risultato battendo, a sorpresa, proprio “Quarto Grado” di Nuzzi. “C’è una frase che mi ha sempre accompagnato, io amo molto i libri di Stephen King: ‘Ci sono altri mondi al di fuori di questo’. E quindi vedremo, quello che sarà lo vedremo. Grazie a tutti, grazie di cuore”, aveva detto il giornalista al momento dei saluti nell’ultima puntata.
Negli ultimi mesi, nonostante i numeri positivi, Infante era finito nel mirino di Bruno Vespa che in diretta tv aveva protestato per la messa in onda in contemporanea di “Porta a Porta” e “Ore 14 di Sera“. Al pomeriggio aveva accettato l’arrivo di una striscia informativa di Tommaso Cerno, “Due di picche” in onda dopo il Tg2 e prima di “Ore 14”. E per finire lo scontro con Roberta Bruzzone. La rottura tra la criminologa e il giornalista era avvenuta, dopo una lunga collaborazione, lo scorso novembre. Nei giorni scorsi Infante aveva segnalato il comportamento social di Roberta Bruzzone al Comitato etico della Rai oltre che ai direttori Rai di competenza.
E la Rai ha commentato l’avvenuto passaggio del conduttore al Biscione con una nota: “Si conclude la collaborazione professionale con Milo Infante, in seguito alla sua lettera di dimissioni formalizzata questa mattina al capo del personale. Nel ringraziarlo per l’attività svolta nel corso degli anni nelle strutture editoriali e produttive della Rai, l’Azienda gli rivolge i migliori auguri per il prosieguo del proprio percorso professionale”.
E a stretto giro, la conferma del Biscione: “Milo Infante entra a far parte del Gruppo Mediaset. Giornalista, autore e conduttore tra i professionisti più autorevoli e apprezzati della televisione italiana, Infante sarà da subito al lavoro con il vertice aziendale per sviluppare nuovi progetti editoriali e televisivi. Il giornalista avrà inoltre un ruolo di vertice nell’area dell’informazione del Gruppo, contribuendo alla definizione delle strategie e allo sviluppo dell’offerta news di Mediaset”.
Poi le parole del giornalista: “Mediaset per me è un punto di arrivo. Ringrazio Pier Silvio Berlusconi per la fiducia e per l’opportunità di entrare a far parte di una realtà che rappresenta da sempre un punto di riferimento per la televisione italiana. Affronto questa sfida con entusiasmo, curiosità e con la voglia di mettere la mia esperienza al servizio di nuovi progetti e nuove idee”.
Tutto quello che devi mettere in valigia prima di partire, dai gadget indispensabili per sopravvivere a quelli per perfetti per ingannare il tempo durante gli spostamenti
Creato da Dima Nassar e Dania Omari, Haki w Hitan trasforma Ramallah in un tabellone attraversato da checkpoint, raid e interruzioni improvvise: un gioco politico e sarcastico per raccontare cosa significa vivere in uno spazio dove il controllo non è mai davvero nelle proprie mani