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“Israele sta sabotando i negoziati con l’Iran. Netanyahu non vuole fermare la guerra, ma Trump sì”, parla l’analista

8 June 2026 at 17:01

Trump-Netanyahu, cresce la tensione. Morelli: “Israele non vuole fermare la guerra”

Mentre il fragile cessate il fuoco tra Israele e Iran mostra già i primi segnali di cedimento, crescono le tensioni tra Washington e Tel Aviv. Le indiscrezioni sulle dure parole rivolte da Donald Trump a Benjamin Netanyahu dopo i nuovi attacchi israeliani contro obiettivi iraniani alimentano infatti i dubbi sulla tenuta del rapporto tra i due storici alleati e sul futuro dei negoziati che gli Stati Uniti stanno cercando di portare avanti con Teheran.

La posta in gioco, però, va ben oltre il conflitto tra Israele e Iran. Sullo sfondo ci sono il controllo dello Stretto di Hormuz, gli equilibri energetici globali e le priorità strategiche di Washington, sempre più concentrate sul contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. In questo scenario si moltiplicano gli interrogativi: Israele sta sabotando il dialogo tra Stati Uniti e Iran? La tregua ha ancora possibilità di reggere oppure è destinata a trasformarsi in una lunga guerra di logoramento? E quanto è profonda la distanza che si sta creando tra Trump e Netanyahu?

A fare il punto è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega: “Gli Stati Uniti vorrebbero disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente”.

Trump ha detto a Netanyahu di non attaccare. Poche ore dopo Israele ha colpito l’Iran. È la prova che la tregua è già saltata o che Netanyahu non segue più Washington? Stiamo assistendo alla più grave frattura tra Stati Uniti e Israele degli ultimi anni? Israele sta sabotando il negoziato americano con l’Iran?

“Le dure parole rivolte dal presidente americano Donald Trump al premier Benjamin Netanyahu evidenziano una profonda divergenza tra Washington e Tel Aviv. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti nel conflitto con l’Iran a seguito dell’offensiva israeliana, ma la guerra ha mostrato i limiti dell’asse israelo-statunitense. L’obiettivo di indebolire in modo decisivo Teheran e il suo programma nucleare si è infatti trasformato in una guerra di logoramento con pesanti ripercussioni energetiche e finanziarie a livello globale.

Gli Stati Uniti vorrebbero ora disimpegnarsi da questo scenario, mentre Israele ritiene che il conflitto debba proseguire fino a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, consolidando la propria supremazia tecnologica e militare nella regione. Nonostante la storica alleanza strategica, l’attuale amministrazione americana considera il Medio Oriente un teatro da cui sganciarsi il prima possibile.

Negli apparati strategici statunitensi è diffusa la percezione che Israele abbia trascinato Washington in una guerra che non rientrava nelle priorità americane. Se i cosiddetti sionisti cristiani presenti nell’orbita trumpiana spingono per proseguire il confronto, il Pentagono è consapevole che un conflitto prolungato rischia di distogliere risorse e attenzione da aree considerate molto più strategiche, come l’Indo-Pacifico e il contenimento dell’ascesa della Cina.

In questo senso resta attuale una celebre frase di Moshe Dayan: ‘I nostri amici americani ci danno sempre molti soldi, armi e consigli. Noi di solito accettiamo i soldi e le armi, ma rifiutiamo i consigli'”.

Se Israele continua a colpire e l’Iran continua a rispondere, il cessate il fuoco è già morto oppure esiste ancora una via d’uscita diplomatica?

“Una via diplomatica continua a esistere soprattutto nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Washington punta a uscire da questa situazione di stallo cercando però di preservare un equilibrio strategico attorno allo Stretto di Hormuz, che rappresenta il vero nodo della contesa.

L’Iran, invece, esce da questa fase con una leadership interna rafforzata. L’offensiva israelo-statunitense ha consolidato le componenti più oltranziste del regime, che oggi si sentono in una posizione di maggiore forza negoziale. Teheran mira a riaffermare la propria influenza sullo Stretto di Hormuz, sfruttando una crisi energetica globale che, paradossalmente, ha finito per aumentare il proprio peso strategico. 

Israele, al contrario, sta cercando di ostacolare qualsiasi percorso negoziale tra Washington e Teheran. Per il governo israeliano questa viene percepita come una guerra decisiva, capace di ridefinire gli assetti regionali. Da qui la volontà di mantenere alta la pressione militare e di impedire un’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Per questo motivo ritengo molto difficile arrivare a una tregua complessiva. Potrebbe emergere una forma di distensione tra Washington e Teheran, ma appare assai più complicato immaginare una vera pace tra Iran e Israele. L’antagonismo tra i due Paesi resta infatti uno dei principali motori geopolitici delle tensioni che attraversano il Medio Oriente contemporaneo”.

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Il drone ucraino pilotato da 2mila km: come funziona Sting, l’arma che cambia la guerra nei cieli

Per oltre due anni la guerra in Ucraina è stata raccontata come il primo grande conflitto dominato dai droni. Oggi, però, il campo di battaglia sembra essere entrato in una nuova fase: quella della guerra tra droni. Non più soltanto velivoli senza pilota impiegati per colpire obiettivi terrestri, ma sistemi progettati esclusivamente per dare la caccia ad altri UAV, trasformando il cielo in una sorta di arena automatizzata.

In questo contesto si inserisce il risultato annunciato nelle ultime settimane dalla società ucraina Wild Hornets, uno dei gruppi di sviluppo tecnologico più attivi al fianco delle forze di Kiev. Nata come associazione di volontari, inclusi sviluppatori e ingegneri, che raccoglieva donazioni e comprava droni commerciali per i combattenti al fronte, è poi balzata verso la trasformazione in azienda produttrice. Committenti e consulenti? I soldati stessi assieme ai loro reparti.

Il suo drone intercettore Sting ("pungiglione") sarebbe riuscito a essere controllato operativamente da una distanza record di circa 2000 chilometri grazie al sistema di controllo remoto Hornet Vision Ctrl, con il pilota che si trovava addirittura fuori dal territorio ucraino. Secondo quanto comunicato dall'azienda e confermato da diversi media specializzati, il test rappresenta un passaggio cruciale nella trasformazione delle operazioni anti-drone.

Wild Hornets has donated ONE THOUSAND STING interceptors to Ukrainian forces

As part of the “One of a Thousand” initiative, we provided frontline crews with 1,000 STING interceptor drones equipped with the Hornet Vision digital communication system to strengthen Ukraine’s… pic.twitter.com/u3y6qpsFSo

— Wild Hornets (@wilendhornets) May 22, 2026

Il prezzo di partenza va da 1000 fino a 2.500 dollari, e ne vengono prodotti un po’ più di 10mila al mese. Lo Sting è alimentato con una batteria che gli consente di volare per 25 minuti, anche se necessita appena di cinque minuti. Viene pilotato mettendosi in coda al nemico per raggiungerlo, esplodere, in modo da investirlo con lo scoppio e farlo esplodere in volo.

La sfida degli Shahed e la risposta ucraina

L'evoluzione dello Sting è strettamente legata alla crescente minaccia rappresentata dai droni kamikaze Shahed, di progettazione iraniana e prodotti su larga scala anche dalla Russia con la denominazione Geran. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato l'impiego di questi sistemi, utilizzandoli in attacchi di saturazione contro infrastrutture energetiche, depositi militari e grandi centri urbani. Il loro costo relativamente contenuto e la capacità di essere lanciati in sciami hanno spesso messo in difficoltà le tradizionali difese antiaeree, molto più costose.

Per questo Kiev ha investito nello sviluppo di droni intercettori economici e altamente manovrabili. Lo Sting utilizza una testata esplosiva di piccole dimensioni e può neutralizzare il bersaglio sia con l'impatto diretto sia con una detonazione di prossimità. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il sistema ha registrato un tasso medio di successo compreso tra l'80 e il 90 %, con giornate operative nelle quali il rapporto è stato di "un lancio, una distruzione". La stessa Wild Hornets sostiene che oltre 3.000 droni nemici siano stati abbattuti nei primi sette mesi di impiego operativo.

L'interesse internazionale attorno a queste piattaforme è cresciuto rapidamente. Analisti occidentali e osservatori militari vedono infatti negli intercettori ucraini una possibile risposta anche alle minacce che arrivano dal Medio Oriente, dove gli Shahed hanno dimostrato la loro efficacia in numerosi teatri di crisi.

Il controllo da 2.000 km e la rivoluzione della guerra distribuita

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non riguarda soltanto il drone in sé, ma il modo in cui viene pilotato. Grazie al sistema Hornet Vision Ctrl e all'utilizzo di collegamenti satellitari, gli operatori possono controllare il velivolo a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dal punto di lancio. La Wild Hornets ha mostrato come un pilota situato in un altro Paese sia riuscito a gestire uno Sting impegnato nei cieli dell'Ucraina settentrionale, stabilendo il nuovo record operativo dei 2.000 chilometri.

L'obiettivo è soprattutto quello di proteggere il personale. I piloti di droni sono diventati uno dei bersagli prioritari della ricognizione russa e spesso vengono individuati e colpiti poco dopo l'avvio delle operazioni. Allontanare fisicamente gli operatori dalla linea del fronte significa quindi ridurre drasticamente i rischi e, allo stesso tempo, ampliare la copertura difensiva del territorio. Secondo fonti dell'industria ucraina, in prospettiva i droni potrebbero essere pilotati persino da un altro continente.

Il modello ricorda, su scala ridotta, quello già utilizzato dagli Stati Uniti per i grandi droni strategici come gli MQ-9 Reaper, controllati a migliaia di chilometri di distanza dai teatri operativi. La differenza è che qui si parla di sistemi dal costo di poche migliaia di dollari, pensati per essere prodotti e impiegati in massa.

La nuova corsa globale agli intercettori

L'esperienza ucraina sta attirando l'attenzione di governi e industrie della difesa di tutto il mondo. Il motivo è semplice: la proliferazione dei droni d'attacco a basso costo sta rendendo sempre meno sostenibile l'impiego di missili antiaerei tradizionali, il cui prezzo può superare di decine o centinaia di volte quello del bersaglio da abbattere. Gli intercettori FPV rappresentano invece una soluzione asimmetrica e relativamente economica.

Parallelamente, la corsa tecnologica continua. Le aziende ucraine stanno lavorando a sistemi sempre più veloci e integrati con algoritmi di intelligenza artificiale, mentre la Russia sperimenta versioni più rapide dei propri droni Shahed e introduce contromisure elettroniche per eludere gli intercettori.

In questa prospettiva, il record dei 2000 chilometri annunciato dalla Wild Hornets va oltre il semplice primato tecnico. Segna l'ingresso in un'epoca in cui il combattimento aereo a corto raggio può essere gestito da operatori lontanissimi dal fronte, collegati attraverso reti satellitari e infrastrutture digitali globali. Una trasformazione che potrebbe influenzare non soltanto la guerra in Ucraina, ma il modo stesso in cui saranno concepite le difese aeree del futuro.

Trump: "Chiederò a Netanyahu di non attaccare"

Ieri era il giorno numero 100 della guerra in Iran, partita l'ultimo giorno di febbraio con l'attacco israelo-statunitense al regime teocratico, che ne è uscito decapitato. Pochi avrebbero immaginato che si sarebbe andati in tripla cifra quel sabato di fine inverno. Eppure per Donald Trump, il regista dell'operazione, "questa non è una guerra infinita, è in corso da tre mesi". Trump ha parlato ieri lungamente a Nbc News, lAnche se con pura non-logica trumpiana, il presidente nega di aver mai promesso di tenere fuori gli States dal contesto bellico. "Non ho garantito l'assenza di guerre - ha garantito il tycoon -. Perché mai altrimenti ho dovuto costruire la forza militare più potente del mondo?" Di certo The Donald ha assicurato di non voler ritirare i 50mila soldati impegnati nel conflitto in Medio Oriente prima che si giunga a una conclusione del conflitto. Trump si avventura in un parallelo numerico con la guerra del Vietnam, nella quale gli States persero oltre 58mila soldati. "Qui abbiamo perso 13 persone ed è un numero elevato. Tredici persone: trippe. Ma se guardiamo al Vietnam o una qualsiasi delle ultime sette o otto guerre che hanno causato moltissime vittime, noi ne abbiamo perse 13".

Ma ci sarà l'accordo con Teheran? Trump appare ottimista, le due parti sarebbero "molto vicine" alla firma. "Ci sono un paio di punti ancora da definire, non sono neanche questioni di grande entità" visto che l'Iran "ha accettato il fatto di non dotarsi di armi nucleari", ha detto Trump, precisando di aver voluto voler inserire una clausola che impedisca agli ayatollah anche la possibilità di acquistarle, che Teheran avrebbe accettato dopo un'iniziale riluttanza. E in serata Donald avverte Netanyahu della necessità di non rispondere al fuoco dopo il bombardamento iraniano che, dice, non ha causato vittime. Lo rivela lo stesso Trump, in un colloquio telefonico con il giornalista di Axios, Barak Ravid, riportata dallo stesso reporter su X. Secondo Ravid, Trump ha affermato che una risposta militare israeliana rischierebbe di alimentare ulteriormente il conflitto. "Se Bibi li colpisce di nuovo, tutto continuerà come negli ultimi 47 anni o negli ultimi 3mila". E che l'allarme resta alto lo dimostra anche il fatto che le scuole iraniane oggi rimarranno chiuse,

E a proposito di nucleare, a Nbc Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con l'Iran per recuperare e distruggere il suo uranio. "Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti, porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove". "Se invece - ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca - non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza". Infine Trump ha detto che in caso di accordo, non ci sarebbe automaticamente lo sblocco dei beni di Teheran congelati, pari a 24 miliardi di dollari. "Avverrà in un secondo momento".

I jet di Israele colpiscono Beirut. E l'Iran furioso lancia i missili

La nuvola di fumo non è stata grande, ma sta creando una possibile nebbia mondiale: a Dahiyeh, la base principale delle attività degli Hezbollah, ieri i caccia israeliani hanno colpito un edificio probabilmente parte delle strutture del comando dell'organizzazione. Si parla di due morti e 11 feriti, ancora niente è chiaro fuorché la rabbia iraniana, il terzo, indispensabile protagonista nella vicenda israelo-libanese. Mentre faticosi incontri di pace fra l'ambasciatore israeliano e l'ambasciatrice libanese negli Usa cercano una strada e il presidente Aoun seguita a rivendicare la sovranità dall'Iran, Teheran tiene i fili degli Hezbollah. Nella mattina di domenica, dopo una nottata agitata in cui di nuovo Hezbollah aveva bombardato Israele con razzi e droni, i missili sono stati indirizzati su due cittadine dell'Alta Galilea e sul Kibbutz Neot Mordechai in cui gruppi di bambini si avventuravano in una rischiosa gita scolastica, dopo tanti giorni di cautela e di rifugi. Hanno fatto in tempo a rifugiarsi, ma tutta Israele ha visto filmati i loro pianti e l'inutile tentativo delle maestre di calmarli.

Israele non ne può più, tutto il Nord è occupato dalla violenza del proxy dell'Iran, che però sta trattando con Trump. Il presidente americano nei giorni scorsi ha chiesto a Netanyahu in modo perentorio di lasciar stare Beirut. Ma la disperazione delle famiglie, mentre i soldati seguitano a cadere nel mezzo del cessate il fuoco (solo ieri due ventenni, più di 12 uccisi dalla tregua) non è più contenibile con promesse: Netanyahu, che alla riunione di gabinetto di prima mattina aveva annunciato che Israele non avrebbe sopportato oltre gli attacchi continui, ha dato l'ordine. Nella mattina un altro fronte aveva mostrato la sua faccia, quella del terrorismo interno, nel cuore di Israele, vicino ad Herzlya, pressso Tel Aviv, dove un arabo israeliano armato di un'arma "Carlo" ha attaccato i passanti in una stazione di benzina e poi ha dato loro la caccia durante l'inseguimento: un morto e quattro feriti. Lui, Omar Mandar Yassin, è stato eliminato.

Le conseguenze dell'attacco a Beirut possono diventare mondiali. L'Iran maneggia i suoi proxy come burattini. Dato che aveva imposto come prezzo della prosecuzione della trattativa con Trump che Israele non attaccasse gli Hezbollah, adesso si presenta come il grande vendicatore. Prima Ebraihim Rezai, portavoce del Comitato per la Sicurezza "darà una risposta ferma e dura all'attacco del regime sionista. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati". E già in serata sono scattate le sirene d'allarme in tutto il Paese: due i missili balistici intercettati dall'Iron Dome. Mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, pubblicava su X un'immagine che ritrae le bandiere di Iran e Libano unite. Segno dellasolidarietà di Teheran a Beirut contro gli attacchi israeliani.

Trump non sembra scandalizzato per l'intervento israeliano, ha solo chiesto "obiettivi precisi", ma è consapevole che Netanyahu ha stabilito da ieri una regola precisa: se Hezbollah attacca, Israele va a Dahiyeh. Vediamo se l'Iran si accontenterà di una risposta relativa per non destare l'ira degli Usa, ma ribadire il suo odio e la sua gestione degli Hezbollah, o decidere che di tornare in guerra anche con Trump.

Droni russi su Chernobyl. "Danni molto gravi". Ma non ci sono radiazioni

Tra parole, ipotesi di trattative e accuse incrociate, il conflitto in Ucraina è ben lontano dal fermarsi e, anzi, seguendo lo spartito ormai consolidato da settimane, rischia di avvicinarsi a quella escalation tanto temuta e da più parti evocata. La notte scorsa per esempio un drone russo ha colpito una struttura di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nei pressi della tristemente nota centrale nucleare di Chernobyl, causando un incendio che grazie al pronto intervento delle forze di sicurezza è stato domato evitando conseguenze ben più rischiose con i livelli di radiazione sono rimasti stabili. "Un attacco estremamente vile", secondo Zelensky. Il tutto mentre Kiev prosegue nella sua strategia di attacchi in profondità contro strutture energetiche e petrolifere per fiaccare le forze russe già impantanate sul campo.

"La Russia ha deliberatamente colpito un'infrastruttura nucleare, la sfrontatezza della Russia sia aumentata, superando da tempo ogni limite", ha denunciato Zelensky. "Danni strutturali significativi", riporta l'agenzia internazionale per l'energia atomica. "Attaccare una struttura che ospita grandi quantità di materiale nucleare è come giocare con il fuoco e non deve mai accadere", ha detto il direttore Rafael Grossi parlando di episodio "preoccupante". Un altro attacco è stato lanciato contro Zaporizhzhia, sede della più grande centrale nucleare europea che però non è stata danneggiata. Tre persone invece sono state colpite e uccise da un altro drone mentre aspettavano l'autobus alla fermata. Un'altra persona è rimasta ferita a Balabyne in quello stillicidio ormai quotidiano di raid contro obiettivi civili. Di contro, le forze speciali ucraine rivendicano di aver condotto una serie di attacchi con droni contro il deposito petrolifero di Semykolodezyanska e il terminal petrolifero di Feodosia in Crimea durante la notte. Rivendicati anche blitz nelle regioni occupate di Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhia oltre che nella regione russa di Bryansk.

Ma dopo l'ennesima chiusura al dialogo di Putin che ha rifiutato un confronto diretto con Zelensky per arrivare alla fine dalla guerra, dal Cremlino arrivano segnali discordanti. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, molto vicino allo Zar, ha fatto sapere che Mosca continua a mantenere "contatti sia pubblici sia privati con il regime di Kiev", contrariamente a quanto fatto intendere dallo stesso Putin. "Le comunicazioni pubbliche sono state mantenute quando abbiamo avuto diverse tornate di trattative", ha aggiunto il consigliere di Putin. Nessuna svolta, ma la conferma che sottotraccia qualcosa potrebbe comunque muoversi. Anche senza l'impegno sbandierato per mesi degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha liquidato la questione ucraina con un "se la vedano tra di loro", dopo aver benedetto e messo il cappello sull'ipotesi di un facci a faccia lanciata da Zelensky, Ma le parole del segretario di Stato Marco Rubio, che ha ribadito il sostegno americano a Kiev certificato anche dal via livbera a un nuovo finanziamento, non sono piaciute a Mosca. Rubio aveva dichiarato al Congresso che gli Stati Uniti non possono essere considerati un mediatore imparziale nel processo di pace ucraino perché Washington sostiene l'Ucraina. "Stiamo tenendo conto delle sua parole", ha detto il portavoce del Cremlino Peskov. "Ci sono diversi punti di vista tra i membri del team, alcuni cercano sinceramente di contribuire a una soluzione pragmatica, mentre altri sostengono una posizione diversa", ha detto. E così, tra un attacco, un'accusa e una polemica, la guerra va avanti.

Deficit alle stelle e sondaggi in calo, ma Putin non cede. La via è il petrolio

Un tre più uno scavalcato dai fatti e dai "niet" di Mosca. Difficile interpretare diversamente l'incontro di ieri sera a Londra tra il padrone di casa Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Un incontro al termine del quale i tre leader, auto-nominatisi avanguardia dell'Europa, avrebbero dovuto sottoporre al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivato in serata a Downing Street, le loro idee per una presunta trattativa con la Russia di Vladimir Putin. Un'idea che, come capita ormai dal febbraio 2022, non tiene conto delle reazioni del presidente russo. Un presidente che parlando al foro economico di Pietroburgo ha liquidato come carta straccia la missiva con cui Zelensky proponeva un incontro faccia a faccia. E così siamo alle solite. Il terzetto "europeo" continua a cullarsi in proposte inconcludenti il cui unico risultato è l'ennesima stretta di mano con un presidente ucraino.

Ma l'incontro di Londra è, forse, ancor più surreale. Dimentichi delle delusioni incassate tra il 2022 e 2023 quando una Russia data ormai per quasi sconfitta riprese a mangiarsi i territori del Donbass fino a controllare oggi tutto il Lugansk e l'85 per cento del Donetsk, i tre leader sembrano illudersi che qualche decina di droni arrivati a destinazione tra San Pietroburgo, la Crimea e i territori occupati stiano mettendo in ginocchio la Russia. Di certo quei colpi rendono più difficile gestire i costi di una guerra che, stando a un rapporto del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, spinge la Federazione verso un deficit di fine anno superiore ai 5mila miliardi di rubli (circa 59 miliardi di euro). E sicuramente quei colpi scuotono sia i vertici militari del Cremlino sia l'opinione pubblica. Ma non nel modo in cui li interpretiamo noi europei. Certo il consenso di Putin è per la prima volta in calo dopo tre anni. Ma la maggior parte dei russi pronti a rimproverargli qualcosa non vuole la fine della guerra bensì una risposta più decisa e determinata agli attacchi di Zelensky.

Dunque in questa situazione è assai difficile che le proposte di dialogo o tregua avanzate da un Europa, convinta di poter semplicemente congelare la linea del fronte, possano portare da qualche parte. La fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perché gli impedirebbe di venir ricordato come il presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Senza contare il disinteresse di Donald Trump distratto dalla questione iraniana. Dunque l'unica possibilità concreta per l'Europa sarebbe quella di riallacciare un dialogo partendo dall'alleggerimento di alcune sanzioni e dal riacquisto del petrolio e del gas russo. Una compromesso già abbozzato nelle scorse settimane da fonti del Cremlino, che ricordano come l'energia russa resti a disposizione degli europei rimasti in bolletta a causa della crisi energetica.

Ma in un Europa dove, nonostante la Brexit, torna a giocare da protagonista una Gran Bretagna forte del petrolio del mare del Nord l'argomento resta un autentico tabù. E così per ora al trio londinese non resta che accontentarsi dell'ennesima foto ricordo con Volodymyr Zelensky.

Fronte congelato e l'Ue al tavolo. Il messaggio di Zelensky a Londra

Dall'apparente disimpegno strategico di Trump all'impegno di una triade europea anglo-franco-tedesca che prova a far fruttare il lavoro degli sherpa militari e diplomatici delle ultime settimane. Come ha detto ieri Zelensky arrivando a Londra per "discutere e concordare i punti chiave", gli argomenti sono ancora una volta "la difesa in caso di guerra, maggiore cooperazione per la sicurezza di tutta Europa nella difesa aerea, e la visione condivisa sulle prospettive diplomatiche: l'Europa secondo il presidente ucraino deve partecipare ai negoziati e dev'essere forte". E dunque dovrebbe associare la propria industria militare sempre di più a quella ucraina. Per mostrarsi uniti ed efficienti. E arrivare all'obiettivo esplicitato ieri a Sky News: congelare le linee del fronte "è la via più rapida" per una tregua per poi spostarsi "in un contesto diplomatico", ha aggiunto Zelensky ribadendo che non cederà il Donbass.

Una spinta per rialzare la testa come Continente è giunta solo in parte ieri a Downing Street: dal padrone di casa Starmer, dal presidente francese Macron e dal cancelliere tedesco Merz. Zelensky ha rivendicato l'apertura al dialogo con Putin ("Io pronto a negoziare, deve rispondere alla mia lettera") e ha chiesto al formato E3 di archiviare la fase di rodaggio della Coalizione dei Volenterosi per avviare un'azione in favore di una pace giusta e duratura. Ma come? Al quadro immaginato da Starmer e Macron mesi fa, si sono aggiunte scelte pragmatiche di Kiev. E queste ha messo sul piatto ieri Zelensky, facendo intendere che, in caso di nuovi sostegni militari all'Ucraina come i 70 miliardi che potrebbero essere annunciati dai Paesi dell'Alleanza atlantica al vertice Nato di Ankara, i costi si abbatterebbero. Il riferimento è ai Drone Deals che prevedono la produzione e fornitura di droni, missili e munizioni, oltre a scambi tecnologici con i sistemi di difesa dei Paesi partner. Le intese con vari Paesi europei renderebbero più facile l'approvvigionamento. E risparmiare.

Nel Regno Unito dove l'agenda di Zelensky oggi prevede anche un incontro con Re Carlo III è già realtà l'apertura di una divisione di Ukrspecsystems vicino alla base aerea della Royal Air Force incastonata nel Suffolk, a Mildenhal, per produrre fino a mille droni al mese una volta a regime; si partirà con 200, attesi entro l'anno. Espansione dell'industria del droni ucraini prevista anche in Germania e Danimarca, entro il 27 con le aziende FirePoint e Skyfall. E c'è soprattutto l'idea di integrare nei sistemi europei a protezione dei cieli oggi schiavi di costosi jet l'intelligenza artificiale gialloblù; già testata sul campo per neutralizzare gli attacchi russi e contrattaccare in territorio della Federazione fino a colpire San Pietroburgo. "Non moriremo in silenzio, diventeremo ogni giorno più forti", la lettura ieri di Zelensky. Che esclude Mosca e Minsk per eventuali colloqui, ma "Putin può scegliere il formato che vuole: con Trump, gli europei o bilaterale". Gli E3, tra affari e diplomazia, cercano di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti0 nella ricerca di un'intesa con Mosca, mostrando capacità militare di ultima generazione (efficace e a basso costo con Kiev) e spiragli di dialogo. Dopo la lettera di Zelensky a Putin, questi potrebbero passare nelle mani di Macron, che ha già aperto un canale. O perfino dall'ex proprietario del Chelsea, Roman Abramovich. Zelensky ieri ha infatti confermato che il magnate è stato a Kiev per farsi tramite tra il presidente ucraino e quello russo.

Israel não cede à pressão de Trump e ataca complexo petroquímico iraniano

By: ZAP
8 June 2026 at 10:40
Israel e o Irão trocaram disparos esta segunda-feira. Os novos ataques, incluindo um ataque a um complexo petroquímico iraniano, ocorreram horas depois de Donald Trump ter apelado a Israel para não realizar novos ataques.  O Exército israelita anunciou ainda ter intercetado, esta madrugada, um míssil lançado a partir do Iémen. O lançamento ocorreu cerca de uma hora e meia depois de Israel ter afirmado ter atacado “alvos militares” no oeste e no centro do Irão, em resposta a ataques da República Islâmica e no contexto da escalada de tensões na região. Segundo o The Guardian, Teerão tem insistido que qualquer

Caccia Nato in volo sul Baltico: abbattuto un drone in territorio lettone

La guerra tra Russia e Ucraina torna ad allargare il fronte della tensione. La Nato ha abbattuto almeno un drone proveniente dalla Russia entrato nello spazio aereo lettone, mentre Kiev denuncia il lancio notturno di 155 droni russi, 124 dei quali intercettati. Mosca sostiene invece di aver abbattuto 310 droni ucraini e accusa Kiev di aver colpito un treno diretto in Crimea. Intanto depositi petroliferi sarebbero stati attaccati in Crimea e a Novorossiysk.

Ataque aéreo deixou jornalista presa. Morreu à espera de autorização para o seu resgate

8 June 2026 at 08:30
Um ataque israelita que teria como alvo dois operacionais do Hezbollah deixou Amal Khalil presa nos escombros de um edifício. Khalil conseguiu ainda telefonar à irmã. Foi a sua última chamada. Morreu enquanto as equipas de socorro aguardavam autorização para chegar ao local. Uma reconstituição do The Washington Post sobre as últimas horas da jornalista libanesa Amal Khalil concluiu que as equipas de socorro foram impedidas de chegar à repórter durante um período decisivo em que ainda estava viva, após uma sequência de ataques aéreos israelitas no sul do Líbano. Khalil, de 42 anos, morreu a 22 de Abril, na

I missili su Beirut poi lo scoppio dell'escalation: così è riesploso lo scontro tra Israele e Iran

Per quasi due mesi il Medio Oriente aveva vissuto in un equilibrio precario. La tregua raggiunta ad aprile tra Stati Uniti e Iran aveva contribuito a raffreddare lo scontro diretto tra Teheran e Israele, ma non aveva mai risolto il nodo più delicato: il Libano e il ruolo di Hezbollah. Proprio lì, nelle periferie meridionali di Beirut controllate dal movimento sciita, si è consumata la crisi che nelle ultime quarantotto ore ha fatto ripiombare la regione sull'orlo di una nuova guerra aperta.

I missili iraniani lanciati contro Israele e la successiva risposta delle Idf contro obiettivi militari nella Repubblica islamica non sono un episodio inatteso, ma il risultato di una tensione accumulata nelle ultime settimane. Da una parte Israele seguita a sostenere che la tregua non limiti la propria libertà di colpire Hezbollah in Libano; dall'altra, Teheran ritiene che l'intesa debba valere su tutti i fronti collegati al conflitto. Due interpretazioni inconciliabili che hanno trasformato Beirut nella miccia dell'ultima escalation.

Beirut, la tregua che nessuno interpretava allo stesso modo

Il punto di rottura è arrivato con il raid israeliano contro la periferia sud di Beirut, storica roccaforte di Hezbollah. L'operazione è stata ordinata dal governo di Benjamin Netanyahu come risposta ai lanci di razzi provenienti dal Libano e considerati una violazione degli accordi di cessazione delle ostilità. Per Israele, infatti, il cessate-il-fuoco non impediva di continuare a colpire le infrastrutture del gruppo sciita quando ritenute una minaccia diretta.

La posizione iraniana, diametralmente opposta. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri esponenti della leadership di Teheran avevano sostenuto pubblicamente che la tregua mediata dagli Stati Uniti riguardasse l'intero teatro regionale, compreso il Libano. Un eventuale attacco a Beirut sarebbe quindi stato interpretato come una violazione dell'intesa e avrebbe comportato una risposta diretta. Quando le bombe israeliane sono cadute su Dahiyeh, quella minaccia è diventata realtà.

La risposta di Teheran e il ritorno dello scontro diretto

Poche ore dopo il raid, l'Iran ha scelto di lanciare una decina di missili balistici verso il nord di Israele, nel primo attacco diretto contro lo Stato ebraico dalla tregua di aprile. Secondo le Forze di difesa israeliane, la maggior parte dei vettori è stata intercettata o è caduta in aree disabitate, ma il significato politico dell'operazione è stato inequivocabile: Teheran ha voluto dimostrare che qualsiasi azione contro Hezbollah può trasformarsi in uno scontro aperto con la Repubblica islamica.

I Guardiani della Rivoluzione hanno descritto il lancio come una rappresaglia per l'attacco su Beirut, mentre le autorità iraniane hanno lasciato intendere che ulteriori operazioni israeliane potrebbero provocare una risposta ancora più ampia, coinvolgendo anche droni e altri alleati regionali. La crisi ha così riportato il Medio Oriente allo scenario che Washington cercava di evitare da settimane: quello di un confronto diretto tra Israele e Iran, senza più il filtro delle rispettive forze alleate.

Il contrattacco dell'Idf

La risposta israeliana è arrivata nella notte, quando l'aviazione dell'Idf ha colpito diversi obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale. Secondo le informazioni diffuse dall'esercito israeliano e confermate da fonti statunitensi, i raid hanno preso di mira siti collegati al programma missilistico e alle infrastrutture utilizzate per gli attacchi contro Israele. Washington ha precisato di non aver partecipato all'operazione, pur ribadendo il sostegno al diritto israeliano di difendersi. Il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr è fra i siti colpiti da Israele.

Il presidente americano Donald Trump avrebbe tentato di convincere Netanyahu a evitare una controffensiva immediata, nel timore che una nuova escalation potesse compromettere definitivamente il dialogo con Teheran. Ma il meccanismo della deterrenza reciproca sembra ormai essersi rimesso in moto. La vicenda di Beirut dimostra come il Libano sia diventato il principale punto di contatto tra la guerra contro Hezbollah e il confronto strategico tra Israele e Iran: un equilibrio tanto fragile che basta un singolo raid per trascinare l'intera regione sull'orlo di un conflitto più vasto.

Raid Idf contro Teheran, interrotte le comunicazioni tra Khamenei e i pasdaran. Trump: "Cessate immediatamente le ostilità"

La tregua tra Iran e Israele è sempre più fragile. Nella notte Teheran ha lanciato nuove ondate di missili verso lo Stato ebraico, facendo scattare le sirene a Gerusalemme, Tel Aviv, Beersheba e nell’area dell’aeroporto Ben Gurion. L’Idf ha risposto colpendo obiettivi militari nell’Iran centrale e occidentale, mentre esplosioni sono state segnalate a Teheran, Tabriz, Isfahan e Karaj. Trump però tira dritto sull’accordo con l’Iran e avverte Netanyahu.

Irão lança vaga de ataques a sobre Israel. “Teerão tem que arder esta noite”

By: ZAP
7 June 2026 at 23:30
Israel está a ser alvo de uma vaga de mísseis iranianos, em ataque reivindicado pelo Hezbollah. “Israel já fez o seu ataque e o Irão já fez o seu. Não precisamos de outro ataque. Vou ligar ao Bibi para lhe dizer para não retaliar”, disse Donald Trump. “Esta noite Teerão tem de arder”, diz ministro israelita. O exército israelita afirmou este domingo estar a ser alvo de disparos de mísseis iranianos pela primeira vez desde o cessar-fogo anunciado em 8 de abril, tendo o Hezbollah reivindicado ataques no norte do país. “Há pouco tempo, o Exército identificou mísseis lançados do

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