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OpenAI verso un nuovo corso: ChatGpt diventerà una super app destinata all’utenza aziendale

8 June 2026 at 14:37

OpenAI potrebbe rilasciare prima del previsto la sua “super app”, una versione aggiornata di ChatGpt, destinata prevalentemente all’utenza aziendale. Secondo le informazioni del Financial Times, l’aggiornamento sarà reso disponibile nelle prossime settimane invece che per la fine dell’anno, e verrà implementato inizialmente attraverso modifiche mirate all’interfaccia del sito web e delle applicazioni mobili. La nuova architettura incoraggerà un utilizzo che va oltre la semplice interazione conversazionale, offrendo l’integrazione di strumenti di programmazione, sistemi per la generazione di immagini e applicazioni sviluppate da partner commerciali esterni, tra cui Canva e Booking.com.

“Secondo quanto riferito da oltre una dozzina di dipendenti ed ex dipendenti”, scrive il Financial Times, “i cambiamenti fanno parte di una più ampia riorganizzazione di OpenAI, che sta spostando le proprie risorse per cercare di acquisire clienti aziendali redditizi e tenere il passo della rivale Anthropic“. Un consolidamento finanziario che diventa centrale nella strategia di espansione di OpenAI, che sta valutando un’offerta pubblica iniziale già per il mese di settembre.

Anthropic, fondata dai fratelli Amodei, ha annunciato l’intenzione di procedere con la quotazione in borsa. I recenti sviluppi confermano e ampliano le dinamiche già evidenziate a marzo dal Wall Street Journal e dalla Cnbc, secondo cui OpenAI era al lavoro per unificare ChatGpt, le estensioni per browser e l’applicazione desktop Codex in un unico ecosistema. L’azienda aveva inoltre già introdotto in passato la possibilità di connettere al suo chatbot servizi e applicazioni di terze parti, come Spotify e Dropbox.

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Roccella: “Primi sulla tutela dei minori online”. Ma il divieto su pornografia e intelligenza artificiale resta inapplicato

8 June 2026 at 07:05

Mentre negli Usa sono citati in tribunale i giganti di Big Tech per i danni ai più giovani, la ministra della famiglia Eugenia Roccella rivendica i risultati del governo sulla tutela dei minori online. Ma le leggi italiane sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Oggi i bambini possono accedere ai siti di pornografia, con un dispositivo e una connessione internet, malgrado il decreto Caivano del 2023 ponga il divieto d’ingresso ai minorenni. E sin dalla tenera età si può usare liberamente l’intelligenza artificiale, sebbene ci sia l’obbligo del consenso dei genitori, grazie alla legge n.132 del 25 settembre 2025. C’è un eccezione: dal 5 giugno ChatGPT inaugura funzioni di verifica dell’età disattivando alcune impostazioni per gli adolescenti. Ma il movente potrebbe essere la causa civile mossa dallo Stato della Florida, più che le leggi italiane in vigore da tempo: il consenso dei genitori infatti non è previsto sulla pagina del sito che informa sui controlli. Del resto, il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi.

Roccella, il 4 giugno in Parlamento per il question time, ha esultato: “L’Italia è stata tra i primi Paesi a porsi il problema della tutela dei minori in ambiente digitale”. Sì, ma con risultati quantomeno discutibili. “Siamo il primo Paese europeo – ha ricordato la ministra – che si è dotato di una disciplina specifica per impedire ai minori di accedere a siti pornografici attraverso sistemi di verifica dell’età”. Peccato che i controlli siano ancora in alto mare e lo abbia ammesso anche Roccella: “Una recente sentenza del Tar del Lazio, nel marzo 2026 pur confermando la validità dell’impianto elaborato dall’Agcom, è intervenuta con ulteriori e complesse richieste procedurali che dovranno essere espletate prima di rendere la verifica dell’età pienamente efficace”. La ministra omette due dettagli, sul decreto Caivano. Il primo: le “complesse richieste procedurali” sono le notifiche ai Paesi e alla Commissione che ospitano le sedi legali delle piattaforme hard, in omaggio alla direttiva europea “e-commerce”. Dunque, probabilmente, bastava avvisare Cipro e Bruxelles per obbligare Pornhub ad escludere i minori dai video pornografici, disinnescando ricorsi al Tar. Roccella, al question time, non ha neppure spiegato il mancato appello al Consiglio di Stato da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) di fronte alla bocciatura del tribunale amministrativo. In questo modo, l’obbligo della verifica dell’età per le piattaforme pornografiche potrebbe restare in vigore, nell’attesa del pronunciamento definitivo. Invece, ad oggi, Onlyfan ha rispettato il divieto e quasi nessun altro. Con un paradosso: i giganti stranieri con sede in Europa proseguono indisturbati senza controlli sull’età, mentre i piccoli siti italiani sono stati oscurati. Dunque porno sì, ma solo d’importazione.

“La situazione italiana è folcloristica, perseveriamo ad approvare leggi sulla tutela dei minori online che non vengono rispettate”, dice Nicola Bernardi a ilfattoquotidiano.it. Il presidente di Federprivacy ricorda il Gdpr europeo approvato nel 2018: “Stabilisce il limite dei 16 anni per l’accesso autonomo alle piattaforme tecnologiche, prima serve il consenso dei genitori”. Da otto anni tuttavia i vincoli di Bruxelles sono ignorati dai colossi. L’Europa ha lasciato facoltà ai Paesi di abbassare la soglia fino ai 13 anni. L’Italia ha fissato l’asticella a 14, con il decreto legislativo n. 101 del 2018, modificando il codice della privacy risalente al 2003. Dunque la legge per tutelare i minori online c’è già. Eppure ne vengono sfornate altre, parimenti destinate a cadere nel vuoto. “Non è una vittoria ma pura propaganda politica, dovremmo far rispettare le leggi già esistenti senza tirarne fuori altre dal cilindro”, ammonisce il presidente di Federprivacy. “Mi chiedo se ci sia la volontà politica di rafforzare la tutela dei minori, oppure se si strizza l’occhio alle multinazionali tecnologiche”. All’origine dei “divieti fantasma” c’è la mancanza di un sistema collaudato per la verifica dell’età, sino ad oggi un vero rebus, tra rischi per la privacy e di sicurezza. Anche se Bernardi e diversi addetti ai lavori coltivano un dubbio: “Come è possibile che i giganti tecnologici, l’avanguardia globale dell’innovazione con più miliardi in cassa degli Stati, non abbiano strumenti per verificare l’età degli utenti?”.

In attesa di un sistema a prova di riservatezza, senza rischi di furto dell’identità, di fatto ogni divieto per i minori sembra un’illusione. Come l’obbligo di accedere ai servizi dell’intelligenza artificiale solo con il consenso dei genitori, fino a 14 anni. Lo stabilisce la legge n. 132 del 25 settembre 2025, nata da un ddl governativo. Ma fino ad ora inapplicata, perché i chatbot sono a disposizione senza vincoli di età, su una miriade di piattaforme e servizi digitali.

Da allora, un cambiamento c’è: il 5 giugno ChatGPT ha avviato nuove procedure per la verifica dell’età. Leggiamo sul sito: “Per aiutare gli adolescenti ad avere un’esperienza adeguata alla loro età, utilizziamo segnali per prevedere se un account possa appartenere a una persona sotto i 18 anni”. Quali segnali? “Ad esempio, argomenti generali di cui parli o i momenti della giornata in cui utilizzi ChatGPT”. Se il sospetto è che l’utente sia minorenne, “alcuni argomenti vengono trattati con maggiore attenzione per ridurre i contenuti sensibili, come la violenza esplicita o scene cruente; sfide virali che potrebbero indurre comportamenti rischiosi o dannosi; giochi che parlano di sesso, amore o violenza, contenuti che spingono a seguire ideali di bellezza impossibili, diete poco sane o a criticare il proprio corpo”. Giova ricordare come OpenIa sia sotto processo penale e civile, contro lo Stato dello Florida negli Usa.

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Ai, il consumo di acqua ed elettricità per raffreddare i data center si sta trasformando in un disastro ecologico

8 June 2026 at 06:33

di Serena Poli

Capannoni industriali sterminati stipati di server che lavorano senza sosta per elaborare miliardi di dati. Queste immense infrastrutture sono i data center; sprigionano un calore così devastante che, se non venissero costantemente raffreddati, i circuiti fonderebbero in pochi minuti. Per evitarlo, necessitano di una continua refrigerazione che richiede quantità astronomiche di energia elettrica e di acqua, fatta evaporare per sottrarre calore alle macchine.

Con il boom dell’intelligenza artificiale generativa, questo consumo si è trasformato in un disastro ecologico. Negli Stati Uniti intere comunità fanno i conti con un inquinamento idrico e acustico senza precedenti. Per costruire questi data center sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate, come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango si sono mischiati all’acqua pulita. Come se non bastasse, le acque con trattamenti chimici usate per disinfettare i circuiti vengono sversate. A questo si aggiunge il ronzio continuo e sordo dei ventilatori, che distrugge la fauna locale e logora la salute fisica e mentale dei residenti.

Alle crescenti proteste di molte comunità locali si è unita recentemente la mobilitazione di Erin Brockovich, che ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini di tracciare l’espansione di queste strutture. I dati emersi sono spaventosi: un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove un mastodontico progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è già stato travolto da proteste e cause legali per il devastante impatto che avrebbe sul territorio.

E mentre le big tech liquidano le proteste parlando di Ong finanziate dalla Cina per rallentare il progresso statunitense, questa stessa bomba ambientale sta per esplodere anche a casa nostra. L’Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di questa espansione è al momento l’area metropolitana di Milano, dove si concentra il 90% dei data center italiani. E, se gli Stati Uniti hanno impiegato dieci anni per vedere i danni ambientali, l’Italia rischia di subirli molto prima.

Eppure la tecnologia per fare le cose diversamente esisterebbe, ma si tratta di soluzioni che hanno costi maggiori e richiedono tempo, dunque sarebbe rallentata la folle corsa al profitto. Ed è qui che il discorso si fa politico: l’intelligenza artificiale ha potenzialità straordinarie ed è una risorsa che ridefinirà la società, che lo si voglia o no.

Il punto non è combattere il futuro, ma regolamentarlo affinché non venga edificato sulle macerie del bene comune. Da anni assistiamo alla distruzione sistematica dell’ambiente con guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse e ora i data center, mentre la politica si è limitata a mettere in atto nei confronti dei cittadini una colossale operazione di ‘gaslighting’, quella manipolazione che ribalta la colpa sulla vittima. Per decenni la politica ha spostato il peso della crisi ecologica sulle persone comuni (riciclo, alimentazione, consumi), tutelando deliberatamente sistemi industriali e produttivi da sempre responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali.

Sì, anche le nostre ‘piccole azioni’ possono essere importanti, ma non se i colossi industriali possono vanificarle in un secondo. Serve una dura regolamentazione politica che imponga vincoli severi: la responsabilità deve partire da chi ha l’impatto maggiore, altrimenti continuiamo a incolpare i cittadini perché le loro azioni quotidiane non bastano ad arginare il disastro dei giganti.

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