Normal view

L’Ue appoggia il dialogo Kyiv‑Mosca, ma il Cremlino resta ambiguo

5 June 2026 at 14:59

Nessuno sa se, dopo quattro anni di guerra, sia finalmente giunto il momento di chiuderla con un vertice tra Putin e Zelensky. Ma intanto è l’Ue a fare un passo deciso verso la strutturazione di un tavolo diplomatico che sia il più largo possibile. Bruxelles sostiene che la lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati” e “sosteniamo” la richiesta di Zelensky di un incontro. Due le strade percorribili, al momento: l’utilizzo dell’E3 al tavolo dei negoziati o l’appalto “diretto” al mediatore che andrà individuato. Mosca, come è noto, vorrebbe l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uomo di punta in Gazprom, ma proprio per questa ragione lontano dall’essere super partes.

La lettera aperta

Nella lettera aperta indirizzata al leader del Cremlino, Zelensky aveva chiesto un incontro a Putin nelle stesse ore in cui lo zar si mostrava (per l’ennesima volta) favorevole a nuovi colloqui di pace con l’Ucraina e proponendo come mediatore l’ex cancelliere tedesco. Una mossa che va letta in relazione alla contingenza russa, fatta di soldati in affanno, scarsezza di risorse e mezzi, ma che è stata seguita dal consueto prologo “diplomatico”, con l’attacco a Washington da parte del ministro degli Esteri russo. Serghei Lavrov infatti si è lamentato del fatto che gli Usa non avrebbero rispettato i patti del vertice in Alaska con Donald Trump dello scorso agosto. In parallelo Mosca sarebbe disposta a sedersi al tavolo con l’Unione europea: “La Russia non rifiuta i contatti con la Ue. L’Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”, ha precisato lo zar, aggiungendo che Mosca “non è contraria all’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma è contraria al fatto che la Ue diventi un blocco militare”.

Bastone, carota, bastone: la tattica russa

Come spesso accade da quattro anni a questa parte, Putin sceglie di usare bastone, carota e poi ancora bastone. Dopo il sì al tavolo diplomatico ha ribadito che le sue truppe avanzano sul campo di battaglia ogni giorno, aggiungendo che le proposte di pace del presidente statunitense potrebbero far cessare i combattimenti se Kyiv fosse disposta a scendere a compromessi. Trump ha detto che sarebbe fantastico se i due leader si incontrassero. Ma le notizie dal campo riportano che l’avanzata russa ha subito un fortissimo rallentamento che ha impedito alla Russia di raggiungere i propri obiettivi militari. La narrazione putiniana però va in senso opposto: “L’offensiva è in corso quotidianamente – ha dichiarato lo zar – Attualmente, la Federazione Russa ha assunto il pieno controllo della Repubblica Popolare di Luhansk, al 100%. E la Russia ha portato sotto il suo controllo oltre l’85% del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. (E) l’80% del territorio della regione di Zaporizhzhia”. Infine una frase che vorrebbe essere una concessione, ma che secondo alcuni analisti cela solo un’altra grande debolezza russa: la Russia non ha ancora utilizzato il suo missile ipersonico Oreshnik contro l’Ucraina in condizioni di combattimento reali, ma lo ha solo testato per osservarne i risultati al fine di prendere decisioni sul suo futuro impiego su vasta scala, anche contro obiettivi urbani. Teatro o realtà?

L’altra lettera

Il giro di missive si completa con quella scritta da 11 Paesi membri dell’Unione europea, preoccupati dai flussi di rifugiati che arrivano in Europa a causa della guerra in Ucraina. A guidare il gruppo i paesi scandinavi, baltici e polacchi, con l’adesione di Repubblica Ceca, Olanda, Islanda e Norvegia (queste ultime extra Ue) che hanno inviato una lettera all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, e al commissario all’Interno, Magnus Brunner. “È preoccupante vedere turisti russi svagarsi sulle spiagge europee mentre missili e droni colpiscono i civili in Ucraina”, osservano, per cui chiedono a gran voce una politica restrittiva e uniforme sui visti per i russi.

Maccio Capatonda vs He-Man: escono al cinema ‘Smart Working’ e ‘Masters of the Universe’

5 June 2026 at 14:20

Opera seconda di Svevo Moltrasio, questo Smart Working affila tante battute facili che raccontano il nuovo fenomeno lavorativo globale dal punto di vista di una piccola comunità di colleghi esuli dall’ufficio. Siamo a Torino e il personaggio, serio questa volta, di Maccio Capatonda è un impiegato ligio e preciso, amorevole con la moglie incinta Sara Lazzaro e paziente col figlioletto che in estate lo guarda spesso lavorare al pc in casa.

La bolla inizia a ingrandirsi quando proprio il collega Moltrasio più un altro, il delizioso commediante senatore Maurizio Nichetti, s’installeranno a casa del nostro per lavorare insieme alla faccia dello smart working. La commedia si gonfia con il classico meccanismo dello slowburn, dove tutto per i personaggi andrà sempre peggio fino alla fine. Scoppierà?

Capatonda non comico ma spalla funziona bene dal punto di vista cinematografico, ma al suo pubblico basterà? Moltrasio, autore della commedia e collega coattone nel cast, una ne pensa e cento ne fa. Un po’ greve in vari momenti il suo smart worker bullo e incapace con le donne, infarcisce tutto con battute da cinepanettone d’annata sì, ma narrativamente si rende funzionale a questo tutto così grottesco. Non è un grande film ma se la cava. Osservando i personaggi e la piega surreale che si prenderà ad un certo punto, è pure difficile non pensare a certe commedie francesi di follia e non-sense, dove l’umorismo passa per vie ben diverse da quelle nostre.

Però il film non è un remake, ma un’opera originalissima in sala dal 4 giugno. Chissà invece se i francesi se ne accorgeranno un giorno, rifacendolo magari un per il loro mercato. Anche i remake successivi al film, in fondo, sono una vittoria artistica e di botteghino.

Forse ci avrà giocato pure Maccio con i Masters negli anni Ottanta. Diventò comunque famoso in questo millennio con un cappuccio di saio in testa, nel video YouTube su Padre Maronno. Indossa un cappuccio simile, ma viola, Skeletor, iconico villain in Masters of the Universe. Ed è interpretato da un Jared Leto totalmente irriconoscibile, foderato da un fisicaccio blu posticcio e da una faccia a teschio tutta digitale. Il Premio Oscar interpreta a perfezione il potere distruttivo quanto certe improvvise frivolezze dello storico cattivissimo.

Quarant’anni fa il cartone animato era stato creato per vendere gli omonimi giocattoli Mattel, oggi però quanto potrebbero contare quei pupazzetti, seppur nuovi nei giochi dei bambini, infinitamente più digitalizzati di quelli che ne decretarono il successo? Ci sono anche orde di videogame e social a ostacolarne oggi il cammino verso un posto d’onore negli immaginari dei nati nel 2020 o poco prima.

Eh sì, io ad esempio conobbi e frequentai i Masters dalla prima alla quinta elementare, e come me milioni di ragazzini nel mondo. Nel marketing il binomio tv-giocattoli non aveva ostacoli mediatici né concorrenti particolari, a parte i fratelli coltelli Guerre Stellari. In quegli anni non li si chiamava ancora Star Wars. Ed erano entrambe collezioni infinite di giocattoli affiancate a cartoni e film iconici.

Alcuni gridano già al flop da prima dell’uscita di questo film pacioccone e costosissimo, 200 milioni di dollari, cifra che non sarà facile moltiplicare. Ma Travis Knight, che di miracoli già fece il suo Bumblebee (seppur spin-off il migliore della saga Transformers), e soprattutto Kubo e la Spada Magica (capolavoro d’animazione), stavolta si cimenta in un campo nuovo dove demascolinizza i muscolosi eroi originali calcando il trend dell’epoca.

La serie d’animazione Masters era popolata di soggetti rudi e palestratissimi con alcuni innesti queer, dal caschetto in rosa del Principe Adam alla codardia della tigre Cringer, nome che oggi risuona in modo del tutto diverso rispetto a prima. A parte He-Man e Skeletor, tutti gli altri hanno fisici non da culturisti, ma da rudi scaricatori.

Riproponendo la linea comica, Knight osa molto di più di Gunn nei Guardiani della Galassia. Ma a parte il confronto, questa vena di commedia nell’adventure cappa e spada magica, anzi del potere, non sempre convince. C’è pure un simpatico e inossidabile Dolph Lungren, primo fallimentare He-Man al cinema del 1987, in un cameo con il nuovo Adam Nicholas Galitzine.

Quindi sarà un successo? Per ora un grande boh, è uscito il 4 giugno e in Italia è al quarto posto, subito dopo Backrooms, ma val la pena di divertirsi con molta leggerezza ricordando i vecchi tempi con questa nuova giostra coloratissima e un po’ kitsch che farà sorridere tanti quarantenni e cinquantenni pensando alla fantasia che quei giocattoli sprigionavano nel tardo Novecento. #PEACE

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Sea drone explodes in the Romanian port of Constanta, raising fear of Ukraine war spillover

5 June 2026 at 12:43
A sea drone exploded Friday near Romania's Black Sea port of Constanta without causing casualties. The incident prompted authorities to evacuate more than 1,000 people amid heightening concerns over the spillover effects of Russia's war in Ukraine just a week after a separate drone incident injured two civilians.

La fatica sul fronte, i costi della guerra e i droni di Kiev sulla sua Davos: cosa c'è dietro l'apertura di Putin

Per ora è solo un’apertura a parole: una lettera da Kiev, una replica del Cremlino e l’invito russo a eventuali colloqui a Mosca. Difficile capire tempi, formato e reale possibilità di arrivare a incontri di alto livello. Ma il punto politico è un altro: perché Putin apre proprio ora?

La risposta va cercata non solo nella diplomazia, ma nell’escalation militare e psicologica che Mosca sta costruendo attorno all’Ucraina. Nei giorni della “Davos russa” di San Pietroburgo, colpita da droni ucraini, mentre un drone russo violava lo spazio Nato cadendo in Romania, il Cremlino ha iniziato ad alternare segnali negoziali e pressioni sempre più aggressive. Non è una contraddizione: è una strategia. Colpire Kiev, intimidire il fianco orientale della Nato, mostrare l’asse con la Cina e presentarsi al tavolo da una posizione di forza, anche se il contesto reale è molto meno comodo per Mosca.

L’ultima accelerazione russa non può essere letta solo come l’ennesima fase brutale di una guerra ormai entrata nel suo quinto anno. Dietro i raid su Kiev, il linguaggio sempre più aggressivo verso i Paesi baltici e il viaggio di Vladimir Putin da Xi Jinping c’è una strategia di pressione multilivello: colpire l’Ucraina dove è più vulnerabile, intimidire il fianco orientale della Nato e mostrare che Mosca non è isolata, perché può ancora contare sulla profondità economica e politica della Cina.

Ma questa escalation racconta anche un’altra cosa: il Cremlino non si muove in un contesto comodo. Sul fronte, l’avanzata russa si è fatta più lenta e costosa, mentre l’Ucraina ha migliorato la capacità di colpire retrovie, logistica e nodi militari russi con una produzione sempre più ampia di droni. La guerra che Mosca voleva trasformare in logoramento dell’Ucraina sta diventando anche logoramento russo. E il bilancio federale, già piegato dalle spese militari, mostra crepe sempre più evidenti.

Il fronte non corre più per Mosca: Kiev avanza poco, ma cambia il ritmo della guerra

La novità non è che l’Ucraina stia ribaltando improvvisamente il conflitto con una grande offensiva convenzionale. La novità è più sottile: Kiev sta lentamente modificando il rapporto tra costi e risultati. Le forze russe continuano a premere lungo più assi, ma con guadagni territoriali ridotti, perdite elevate e una logistica sempre più esposta agli attacchi ucraini.

Negli ultimi mesi, la produzione di droni ucraini e l’uso sistematico di strike a medio raggio hanno reso meno sicure le retrovie russe. Depositi, centri di comando, linee ferroviarie, basi e concentrazioni di truppe sono diventati bersagli più frequenti. Non è una svolta spettacolare, ma è una trasformazione operativa: Mosca deve spendere di più per ottenere meno, deve arretrare asset logistici, disperdere le forze, proteggere infrastrutture che prima considerava relativamente al riparo.

È in questo quadro che l’escalation russa assume un significato politico. Quando il fronte non produce vittorie nette, il Cremlino cerca di produrre shock altrove: nei cieli di Kiev, nella comunicazione nucleare, nelle minacce verso i diplomatici stranieri, nella pressione sui confini Nato. La violenza diventa messaggio. Serve a dire agli ucraini che la capitale resta vulnerabile, agli europei che la guerra può allargarsi, agli americani che ogni trattativa avrà un prezzo.

I raid su Kiev e il fronte baltico: colpire la capitale, spaventare la Nato

I giorni di raid violenti su Kiev si inseriscono in questa logica. Gli attacchi combinati con missili e droni non mirano soltanto a distruggere obiettivi militari o infrastrutture. Mirano a saturare le difese aeree, logorare psicologicamente la popolazione e mandare un segnale agli alleati occidentali: senza nuove batterie, nuovi intercettori e nuove forniture, l’Ucraina resterà esposta.

La minaccia russa di continuare a colpire centri decisionali e la richiesta ai diplomatici stranieri di lasciare Kiev hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro. È una comunicazione studiata per trasformare la capitale ucraina in un problema internazionale permanente. Mosca vuole mostrare che può colpire anche mentre si parla di negoziati, che può imporre il calendario dell’escalation e che nessun sostegno occidentale è privo di rischio.

Lo stesso vale per la querelle con i Paesi baltici. Estonia, Lettonia e Lituania sono da anni il punto più sensibile del fianco orientale della Nato: piccoli territori, memoria storica dell’occupazione sovietica, confini diretti o prossimi alla Russia e alla Bielorussia, altissima esposizione a guerra ibrida, cyberattacchi, provocazioni aeree e pressione migratoria. Le tensioni di questi giorni, alimentate anche dalle accuse russe e dagli incidenti legati ai droni, servono a Mosca per testare i nervi europei.

Il messaggio è duplice. Da una parte, la Russia cerca di rappresentarsi come potenza assediata, circondata da un’Europa ostile e militarizzata. Dall’altra, prova a dividere gli alleati Nato tra chi chiede fermezza e chi teme l’escalation. È una vecchia tecnica del Cremlino: spostare il conflitto dal campo militare alla sfera psicologica, costringendo gli avversari a discutere non solo di come aiutare Kiev, ma anche di quanto rischio siano disposti ad assorbire.

Secondo Lauri Hussar, presidente del Parlamento estone, la Russia rappresenterà una minaccia strutturale per l’Europa ancora per molti anni, ben oltre il conflitto ucraino, puntando a ricostruire una sfera d’influenza paragonabile a quella dell’ex Unione Sovietica. In un’intervista all'Adnkronos, Hussar ha ribadito la necessità di rafforzare la sicurezza europea attraverso una deterrenza credibile e una maggiore capacità di difesa. L’Estonia, che ha portato le spese militari al 5,4% del Pil, considera questo investimento una risposta diretta all’aggressione russa contro l’Ucraina e non una scelta simbolica.

Putin da Xi: l’urgenza di chi ha bisogno di soldi, tecnologia e profondità strategica

Il viaggio di Putin a Pechino va letto dentro questa stessa cornice. La Cina non è solo un partner diplomatico: è la retrovia economica più importante della Russia. Compra energia, offre sbocchi commerciali, garantisce una sponda politica contro l’Occidente e permette a Mosca di attenuare l’effetto dell’isolamento. Ma il fatto stesso che Putin abbia bisogno di rafforzare continuamente l’asse con Xi rivela una dipendenza crescente.

Secondo un’analisi del Financial Times, la spesa russa per la guerra rischia di superare il budget previsto di almeno 2.000 miliardi di rubli nel 2026, con scenari ancora peggiori negli a venire. Il ministero delle Finanze avrebbe, infatti, chiesto di congelare spese non militari per coprire i costi del conflitto, mentre difesa e sicurezza assorbono ormai una quota enorme del bilancio pubblico. Anche l’aumento del prezzo del petrolio può dare ossigeno, ma non basta a cancellare il problema: la guerra costa sempre di più, mentre crescita, investimenti e spesa sociale vengono compressi.

È qui che l’escalation diventa anche una corsa contro il tempo. Putin deve dimostrare ai russi che la guerra resta sostenibile, agli ucraini che la resistenza sarà punita, agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev aumenterà, e ai cinesi che Mosca è ancora un partner utile, non un alleato in declino da mantenere artificialmente in piedi.

La visita da Xi, con nuovi accordi e una retorica comune contro l’ordine dominato dagli Stati Uniti, serve quindi a proiettare solidità. Ma dietro la scenografia del fronte anti-occidentale c’è un rapporto sempre più asimmetrico. La Russia porta energia, materie prime, tecnologia militare e disponibilità geopolitica; la Cina porta mercato, liquidità, componenti, copertura diplomatica e una posizione negoziale molto più forte.

Mosca colpisce Kiev perché non riesce a piegare rapidamente il fronte. Minaccia i Baltici perché vuole spaventare l’Europa. Cerca Xi perché ha bisogno di profondità economica. E aumenta la spesa militare perché, senza la guerra, l’intero impianto politico putiniano perderebbe il suo principale strumento di mobilitazione. È un sistema che ha trasformato la guerra in motore politico, industriale e identitario. E quando quel motore comincia a costare troppo, il Cremlino non rallenta: accelera.

Paul Celan, il tedesco come scelta poetica (Traduzione di Gino Chiellino)

5 June 2026 at 06:11

Le poesie qui tradotte sono tratte dalla raccolta Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria) del 1952, pubblicata a seguito della partecipazione di Paul Celan (Černivci 1920 – Parigi 1970) a un incontro del Gruppo 47. Il gruppo era composto di scrittori di lingua tedesca che intendevano riumanizzare la loro letteratura dopo gli scempi perpetrati dal nazismo. Paul Celan era stato invitato a leggere dalle sue poesie su insistenza di Ingeborg Bachmann.

Le reazioni scomposte dei presenti al suo modo di recitare testi così lontani da quelli dei presenti hanno fatto discutere per anni. Da parte mia, ritornando alla sua prima raccolta, sono del parere che l’incomprensione era inevitabile. Lo era a causa della diversità così marcata tra il progetto estetico di un gruppo culturalmente omogeneo e la poesia di uno scrittore di per sé interculturale qual era Paul Celan.

Di madrelingua tedesca, di appartenenza alla diaspora ebraica, ma cresciuto nel contesto culturale rumeno della Bucovina, e quindi di una lingua neolatina, Paul Celan fisserà il centro della sua esistenza a Parigi (1948), dove continuerà a scrivere poesia e solo in tedesco, per diventare uno dei poeti più determinanti della letteratura in lingua tedesca del Novecento.

G. C.

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.

Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

*

Corona

Nel palmo della mia mano l’autunno consuma docile le foglie: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci per farlo andare:
il tempo rientra nel guscio.

Allo specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca è veritiera.

L’occhio mi cade sul sesso dell’amata:
ci scrutiamo,
ci diciamo cose oscure,
ci amiamo come papavero e memoria,
dormiamo come vino in conchiglie,
come il mare nel raggio di sangue della luna.

Stiamo avvinghiati nella finestra, ci osservano dalla strada:
è tempo, che si sappia!
È tempo che la pietra fiorisca,
che l’inquietudine colpisca un cuore.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

***

Ich hörte sagen

Ich hörte sagen, es sei
im Wasser ein Stein und ein Kreis
und über dem Wasser ein Wort,
das den Kreis und den Stein legt.

Ich sah meine Pappel hinabgehn zum Wasser,
ich sah, wie ihr Arm hinuntergriff in die Tiefe,
ich sah ihre Wurzeln gen Himmel um Nacht flehn.

Ich eilt ihr nicht nach,
ich las nur vom Boden auf jene Krume,
die deines Augen Gestalt hat und Adel,
ich nahm dir die Kette der Sprüche vom Hals
und säumte mit ihr den Tisch, wo die Krume nun lag.

Und sah meine Pappel nicht mehr.

*

Sentii dire

Sentii dire che nell’acqua
c’era una pietra e un cerchio,
e sopra l’acqua una parola
a posare il cerchio e la pietra.

Vidi il mio pioppo chinarsi verso l’acqua,
vidi il suo braccio calarsi in profondità,
vidi le sue radici verso il cielo a implorare notte.

Non gli corsi dietro,
presi da terra soltanto quella briciola,
che ha la forma del tuo occhio e la nobiltà,
ti sfilai la collana di sentenze dal collo
e ne incorniciai il tavolo, dove ora giaceva la briciola.

E non vidi più il mio pioppo.

***

Lob der Ferne

Im Quell deiner Augen
leben die Garne der Fischer der Irrsee.
Im Quell deiner Augen
hält das Meer sein Versprechen.

Hier werf ich,
ein Herz, das geweilt unter Menschen,
die Kleider von mir und den Glanz eines Schwures:

Schwärzer im Schwarz, bin ich nackter.
Abtrünnig erst bin ich treu.
Ich bin du, wenn ich ich bin.

Im Quell deiner Augen
treib ich und träume von Raub.

Ein Garn fing ein Garn ein:
wir scheiden umschlungen.

Im Quell deiner Augen
erwürgt ein Gehenkter den Strang.

*

Elogio della lontananza

Nella fonte dei tuoi occhi
vivono i lacci dei pescatori dell’Irrsee.
Nella fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la promessa.

Qui getto via,
un cuore, vissuto tra gli uomini,
i vestiti e lo splendore di un giuramento:

più nero nel nero, sono più nudo.
Da traditore sono fedele.
Io sono te quando sono io.

Nella sorgente dei tuoi occhi
compio e sogno una rapina.

Un laccio catturò un laccio:
ci separiamo avvinghiati.

Nella fonte dei tuoi occhi
un impiccato strangola il laccio.

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Chissà che pensavano del razzismo contro i bianchi i migranti arsi vivi

5 June 2026 at 06:11

In questi giorni in Gran Bretagna il governo di Keir Starmer è sotto attacco per il caso del diciottenne Henry Novak, accoltellato a dicembre da un giovane indiano, Vickrum Digwa, che subito dopo chiama la polizia raccontando di essere stato vittima di un’aggressione razzista ed essersi quindi dovuto difendere, e così Novak muore mentre gli agenti lo ammanettano, nonostante le sue richieste di aiuto. Con la condanna dell’assassino e le immagini delle bodycam rese pubbliche, la destra populista di Nigel Farage e la destra fascista di Tommy Robinson hanno lanciato la campagna «white lives matter», giudicando scandaloso che la polizia abbia creduto alla denuncia di un uomo di colore anziché alla parola di un ragazzo bianco, prova definitiva, ai loro occhi e a quelli dell’intera internazionale sovranista, a cominciare ovviamente da Elon Musk, che in Gran Bretagna, come in tutta Europa, la vera emergenza sociale ormai è il razzismo contro i bianchi.

Nel frattempo, in Italia, quattro braccianti di cui non ci sforziamo nemmeno di ricordare i nomi venivano bruciati vivi in un’auto dai loro caporali. Chissà che ne pensavano, loro, del razzismo contro i bianchi. Quanto la piaga sia diffusa anche in Italia lo testimonia del resto il fatto che sul Corriere della sera di martedì, come ricorda Guia Soncini su Linkiesta, il catenaccio in prima pagina era «La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati». Una sintesi che a Soncini fa tornare in mente una vecchia striscia di Pericoli e Pirella: «Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”».

Soncini cita anche un podcast di Luca Bizzarri, secondo cui di questa storia non ci frega niente perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Io però penso che non sia nemmeno questo il problema, o almeno non il problema principale. Il ragionamento di Bizzarri è fin troppo sofisticato. Non ce ne frega niente, anzitutto, perché non ce ne frega niente. Politici, giornalisti e twittatori di destra ripeteranno allo sfinimento slogan come «White lives matter» a proposito di quanto accaduto l’anno scorso in Inghilterra (e qui la mia insopprimibile vocazione al martirio mi obbliga a farvi notare che tale disgustosa strumentalizzazione della tragedia in chiave ritorsiva contro Black lives matter è perfettamente speculare a quella di chi non può trattenersi dal ritorcere l’accusa di «genocidio» contro gli ebrei), mentre ben pochi politici si sogneranno di farla tanto lunga su quei quattro braccianti senza nome, come non lo faranno i giornali, né le trasmissioni televisive, neanche a sinistra, perché la verità è che a parlare di immigrati come vittime, a riconoscerne i diritti, ad attribuire loro un ruolo nella società che non sia quello del carnefice, si perdono voti, si perdono copie e si perdono ascolti, motivo per cui non lo fa nessuno, e infatti quando finiscono in prima pagina perché uno dei Caronte che li tengono in quegli inferni a cielo aperto che noi non vogliamo vedere dà loro fuoco, o li lascia senza un braccio a morire dissanguati davanti alla porta di casa, li definiamo «invisibili», con una formula che vorrebbe essere autocritica ma è di fatto autoassolutoria, perché il significato letterale prevale di gran lunga su quello figurato.

E il primo politico così ingenuo da dire mezza parola al riguardo si sentirà subito domandare dal giornalista, di rimando, se ritenga dunque che gli italiani siano razzisti, e dovrà affrettarsi a giurare e spergiurare di no, assolutamente, ma nemmeno per un momento, se vorrà avere la minima speranza di essere rieletto, foss’anche solo al congresso di Rifondazione comunista.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La luna di miele, il litigio con il fratello, l’intervista. Le lettere che svelano un lato inedito di Lady Diana

Lady Diana ha lasciato ai posteri un’eredità preziosa. Non si tratta di gioielli, né di abiti, bensì di qualcosa di ancora più intimo e personale: le lettere che ha scritto a familiari e amici nell’arco della sua breve vita. Sono quei fogli la chiave per tentare di comprendere la personalità, i desideri e le paure della principessa. Negli ultimi giorni i tabloid hanno dato ampio spazio a tre missive in particolare, due delle quali verranno presto vendute all’asta, in cui Diana racconta particolari del suo matrimonio, ma soprattutto cosa pensava davvero dell’ormai famosa intervista concessa alla Bbc nel 1995.

“La lettera della luna di miele”

Il prossimo 7 luglio, riporta il Telegraph, la casa d’aste Gorringe metterà in vendita lettere e foto riguardanti Lady Diana, stimate tra i 5.400 dollari e gli 8.000 dollari. Tra queste vi è una missiva che Diana inviò a Katherine Hanbury, con la quale aveva frequentato la West Heath Girls’ School tra il 1973 e il 1977. “La lettera della luna di miele”, ribattezzata così proprio perché scritta durante il viaggio di nozze dei principi di Galles, per la precisione il 27 settembre 1981, svela dettagli sorprendenti sulla vita di Carlo e Diana: “È stata una luna di miele meravigliosa con un sole sempre splendente e mari fortunatamente calmi…Ora siamo in Scozia fino alla fine di ottobre, un grande piacere per noi. Adoro stare fuori tutto il giorno e odio Londra”. I principi, infatti, trascorsero i primi 12 giorni dell’agosto 1981 in crociera sul Royal Yacht Britannia, toccando diverse destinazioni tra l’Europa e il Nord Africa, poi si recarono a Balmoral, in Scozia.

“Meraviglioso”

Diana aggiunse: “È meraviglioso essere sposati. Penso che dopo due mesi si possa dire con sicurezza…”. Nella lettera la principessa fece intuire di non avere particolari problemi ad adattarsi ai ritmi e alle consuetudini di corte: “Si tratta di giocare con i grandi”, scrisse probabilmente in modo ironico, forse persino spensierato. Diana avrebbe messo in relazione la sua giovanissima età, appena vent’anni e il piccolo universo della corte, plasmato da regole secolari, portate avanti da persone che, al contrario della principessa, avevano più esperienza e una scarsa, quasi inesistente dose di ingenuità.

La confessione e il braccialetto

La lettera, in qualche modo, demolisce tutto ciò che credevamo di sapere sulla fase iniziale del matrimonio tra Carlo e Diana. Le biografie raccontano di una principessa già amareggiata dal legame tra l’allora erede al trono e Camilla. Nel documentario “The Diana Interview. Revenge of a Princess” (2020), citato dal People, l’amica di Lady D, Penny Thornton, dichiarò che alla vigilia delle nozze, avvenute il 29 luglio 1981, il principe avrebbe rivelato alla futura sposa di non amarla. In più proprio Diana raccontò al biografo Andrew Morton (autore del discusso memoir “Diana. La Sua Vera Storia”, del 1992) di aver trovato per caso, due giorni prima delle nozze, un bracciale su cui erano incise le iniziali “G” e “F”, cioè “Gladys” e “Fred”, i nomignoli che Carlo e Camilla si sarebbero dati nei primi tempi della loro storia d’amore.

Balmoral e i gemelli con la doppia “C”

Esquire ricorda anche che durante il soggiorno a Balmoral Carlo avrebbe indossato due gemelli decorati con una doppia “C”, regalo di Camilla. Questa storia, chiarisce la rivista, venne confermata da Lady Diana in un video trasmesso vent’anni dopo la sua morte, nel documentario di Channel 4 “Diana In Her Own Words”. Nella lettera alla Hanbury, poi, la principessa scrisse di amare la vita all’aperto in Scozia: stando a quanto dichiarato dall’ex maggiordomo Paul Burrell a Marie Claire US nel luglio 2025, però, la principessa avrebbe definito “soffocante” l’atmosfera della tenuta e considerato la stessa Balmoral un “mondo arcaico”, bloccato in un tempo che non esisteva più. Stando a quanto riferito da Burrell fin dall’inizio del suo matrimonio Lady D avrebbe accettato di trascorrere le vacanze nella dimora scozzese solo per “far piacere a Carlo”. Inoltre i biografi reali sostengono che durante la luna di miele la principessa avrebbe faticato non poco per ottenere l’attenzione del marito, a quanto pare più interessato alla lettura e alla pittura.

Dov’è la verità?

Nella lettera all’amica d’infanzia Lady Diana disse la verità, oppure cercò di addolcire la realtà, magari sperando che le cose potessero cambiare in meglio? Gli aneddoti relativi alle difficoltà che avrebbero ostacolato l’unione dei principi già prima del royal wedding furono superate, almeno per un breve periodo, tanto da giustificare l’apparente entusiasmo mostrato da Diana nella lettera? Forse non lo sapremo mai.

Garden House

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è stata catturata anche da una seconda lettera scritta da Diana ma, al contrario di quella indirizzata a Katherine Hanbury, ben nota al pubblico grazie al libro “A Royal Duty” (2003), di Paul Burrell. Nel volume, citato da Yahoo Entertainment, l’ex maggiordomo sostiene che dopo la separazione dall’allora principe Carlo Lady Diana avrebbe voluto affittare una casa in campagna dove trascorrere i fine settimana estivi. In un primo momento il fratello della principessa, Charles Spencer, le avrebbe offerto Garden House, una piccola residenza situata ad Althorp, la tenuta di famiglia. Due settimane dopo, però, il conte Spencer ci avrebbe ripensato, affidando a una lettera indirizzata a Diana i motivi del suo gesto: “Mi dispiace, ma ho deciso che il trasferimento a Garden House non è più possibile. Ci sono molte ragioni, la maggior parte delle quali include le inevitabili interferenze della polizia e della stampa”. Infine, rammaricato, avrebbe proseguito: “So che sto facendo la cosa giusta per mia moglie e i miei figli. Mi dispiace di non poter aiutare mia sorella!”.

La lettera mai aperta

Secondo quanto riportato da Burrell Charles Spencer avrebbe dato in affitto Garden House a un suo collaboratore. Diana, racconta l’ex maggiordomo nel libro, “lesse e rilesse quella lettera, stupita dal voltafaccia. ‘Come può farmi questo?’, disse furiosa, per poi scoppiare a piangere”. Sembra che alcuni giorni dopo Charles Spencer abbia telefonato alla sorella per chiarire la situazione, ma Diana, ancora delusa e adirata, “gli sbatté il telefono in faccia. ‘Non riesco a sopportare di sentire la sua voce’, disse”. Subito dopo la principessa avrebbe “riversato la sua rabbia sulla sua carta da lettere intestata, dal bordo rosso, dicendo al conte esattamente cosa pensava di lui come fratello e quanto si sentisse ferita”. Charles, però, avrebbe rispedito la lettera al mittente, allegando un biglietto: “Conoscendo lo stato in cui eri l’altra sera, quando mi hai riattaccato il telefono in faccia, non so se leggere [la tua lettera] sarà di aiuto al nostro rapporto. Quindi te la rimando, senza averla aperta, perché è il modo più rapido per ricostruire la nostra amicizia”.

La terza missiva

Il prossimo 9 giugno, segnala il People, la casa d’aste Reeman Dansie’s “Royalty, Antiques & Fine Art” metterà in vendita una lettera scritta a mano da Diana e indirizzata a un fan, Michael Barratt. Quest’ultimo, infatti, aveva inviato un messaggio alla principessa per dimostrarle il suo sostegno dopo la celebre intervista a Panorama, Bbc, del 20 novembre 1995. Diana, a sorpresa, lo ringraziò con una missiva di due pagine, datata 27 novembre 1995, in cui scrisse “quanto fosse colpita dal contenuto [del messaggio] e dalle parole profonde [di Barratt] e in particolare si identifica nei suoi sentimenti di conoscenza di sé e capacità di andare avanti nella vita”, fanno sapere dalla casa d’aste.

Per William e Harry

La parte più interessante della lettera, stimata tra i 4.040 e i 5.385 dollari, è quella in cui la principessa “spera che l’intervista a Panorama possa aiutare altre donne in difficoltà simili”, spiegano ancora alla Reeman Dansie e, in qualche modo, essere d’ispirazione anche per i suoi figli. Diana non avrebbe dimenticato, né sottovalutato l’impatto che le sue rivelazioni alla Bbc avevano avuto sui giovani principi. Non avrebbe trascurato il loro dolore, ma nello stesso tempo sottolineava di “non vedere l’ora di insegnare a William e a Harry l’importanza di una comunicazione a un livello più profondo”. Le buone intenzioni di Diana evidenziano ancora meglio i contorni dell’infimo inganno con cui venne ottenuta l’intervista.

“Semplice e sfuggente”

A proposito della “lettera della luna di miele” lo specialista della Gorringe Albert Radford ha fatto un’affermazione che, in realtà, può essere applicata a tutta la vita di Lady Diana, perché riguarda un sentimento che ha caratterizzato ogni sua scelta, nel bene e nel male: “In queste piccole, fragili tracce persiste…una quieta, tenace fede in qualcosa di semplice e sfuggente come l’amore”.

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