Putin recusa encontro com Zelenskyy. “Que fraco”

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.
In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.
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“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.
L'articolo “Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano proviene da Il Fatto Quotidiano.
«Lo spirito da leader martire» ha impedito ad Ali Khamenei di «rifugiarsi nei bunker». Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta ad Al Mayadeeen, una tv libanese vicina ad Hezbollah, la scomparsa della Suprema Guida dilaniata dalle bombe israeliane la mattina del 28 febbraio scorso. Un racconto in prima persona, visto che quel giorno Araghchi era nel bunker della Suprema Guida in attesa di riferirgli i risultati delle trattative con gli americani condotte a Ginevra. Ma proprio l'essere stato messo in attesa ha salvato Araghchi. «Nel momento del martirio di Ali Khamenei, mi trovavo nel suo ufficio, ma l'ala in cui eravamo è rimasta illesa. Quando sono uscito dalle macerie, il mio solo pensiero è stato per lui. Continuavo a chiedermi se fosse stato colpito o si fosse salvato». Quel colpo fatale sulle prime non diede i risultati sperati. Anzi la nomina di Mojtaba Khamenei, il figlio della Suprema Guida sopravvissuto all'attacco nonostante le gravi ferite, è sembrata irrigidire il regime e regalare maggior potere a pasdaran e falchi ultra conservatori.
Oggi però l'apparente monoliticità sembra sul punto di sfaldarsi. Il primo ad ammetterlo è proprio Mojtaba Khamenei. «I nemici dell'Iran dopo la sconfitta sul campo - scrive in una lettera la Suprema Guida - cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». A chi si rivolge? Capirlo non è difficile. Il primo ad aver creato «divisioni interne» opponendosi prima alla nomina del figlio di Ali Khamenei e poi all'egemonia dei pasdaran è stato il presidente Masoud Pezeshkian. Eletto nonostante la passata fede «riformista», Pezeshkian è ormai un presidente di facciata. Non a caso, in una lettera di fine maggio indirizzata all'invisibile Suprema Guida, ha offerto le proprie dimissioni motivandole con l'impossibilità di svolgere il proprio ruolo. Una proposta che non è stata presa in considerazione per non rendere evidente la profondità dello scontro interno. L'uscita di Pezeshkian gli è valsa però numerosi attacchi. Tra i più duri quello del deputato Kamran Ghazanfari, un superfalco pronto ad accusarlo di aver trattato il cessate il fuoco e accettato il negoziato con gli Usa senza l'autorizzazione della Suprema Guida.
Ma gli strali dell'ala dura evidenziano anche le crepe interne al gruppo conservatore. Nei giorni scorsi l'ayatollah Jafar Sobhani, vicino ai vertici del potere, ha elogiato la trattativa con Washington. «Dobbiamo appoggiare i negoziati ed ottenere dei buoni risultati», ha detto l'ayatollah spiegando che una «buona trattativa» risponde all'interesse nazionale. Ma quel che fa più paura a Mojtaba e ai pasdaran suoi alleati sono i motivi di queste divisioni ovvero i timori di un tracollo economico. Chi, come Pezeshkian, punta a negoziare teme il collasso economico di un Paese dove il contro-blocco americano di Hormuz e le mancate vendite di petrolio hanno azzerato le entrate e dove oltre un milione di iraniani hanno perso il lavoro e dove mezzo chilo di formaggio - venduto a marzo a 4 milioni e 500mila rial (meno di 3 euro) - si compra oggi a circa 8 milioni di rial. Tra due mesi Teheran non avrà più petrolio da vendere alla Cina. Una situazione da incubo che rischia di portare il Paese al collasso se, come previsto, le scorte di valuta estera si esauriranno entro due mesi. Del resto Pezeshkian lo ripete da settimane. «La guerra principale si combatte sul fronte dell'economia».
Accordo respinto. La milizia sciita che rappresenta il "gioiello della corona" dell'asse filo-Iran, Hezbollah, boccia l'intesa di cessate il fuoco raggiunta fra il governo di Beirut e quello di Tel Aviv. E in Libano non si vede tregua all'orizzonte. Nonostante gli annunci ottimistici, le speranze di pace sono totalmente contraddette dai fatti. I razzi e i droni di Hezbollah continuano a martellare il nord di Israele, con le sirene di allarme che sono tornate a suonare appena pochi minuti dopo la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyanu nell'area tartassata dai terroristi sciiti. Allo stesso tempo, le bombe israeliane non smettono di colpire il Sud del Paese dei cedri. Il Libano si conferma fronte di guerra ancora aperto e caldissimo nel conflitto fra Israele ed Hezbollah, ma soprattutto il vero pomo della discordia nelle trattative per un'eventuale pace fra Stati Uniti e Iran. Tutto ciò a dispetto dell'intesa raggiunta a Washington fra governo libanese e israeliano
Dopo l'ennesimo round di negoziati a Washington, durato altre 9 ore, nella notte fra mercoledì e giovedì, il governo di Beirut e quello di Tel Aviv hanno infatti annunciato di aver raggiunto un accordo per il rinnovo del cessate il fuoco del 16 aprile, anche se il fuoco fra le due parti non si è mai fermato in questi due mesi. L'intesa è subordinata alla "cessazione completa" degli attacchi di Hezbollah e all'allontanamento di tutti i suoi membri dal Libano meridionale, a nord del fiume Litani. L'accordo prevede inoltre la creazione di "zone pilota" in cui le forze armate libanesi "assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo qualsiasi attore non statale", leggasi proprio Hezbollah, il "Partito di Dio", contro il quale Israele ha avviato un'escalation militare, che dal 2 marzo ha già provocato oltre 3500 morti.
Appena poche ore dopo l'annuncio gravido di speranze, l'esercito libanese ha effettivamente iniziato a entrare nelle aree da cui l'esercito israeliano dovrebbe ritirarsi. Ma i droni israeliani hanno continuato a martellare il Sud del Paese. E i razzi e i droni di Hezbollah hanno proseguito a puntare sul nord di Israele. Ai combattenti islamisti è arrivato l'ordine di scuderia del leader Naim Qassem, che ha definito i negoziati "vergognosi", "una resa e una sconfitta" e ha chiesto il ritiro completo delle forze israeliane da tutto il territorio libanese. Un rifiuto del cessate il fuoco previsto e coordinato proprio con il grande regista del disordine e del terrorismo mediorientale: l'Iran. Non a caso il regime degli ayatollah, tramite i Guardiani della Rivoluzione, ha ribadito che "la richiesta di base della resistenza è il ritiro del regime occupante alla posizione che deteneva prima dell'inizio della guerra dei 40 giorni". "Non ci sarà pace nella regione - dicono - senza il ritiro di Israele dal Libano".
Di contro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha spiegato che "Israele continuerà per il momento le proprie operazioni di terra nel sud del Libano e non consentirà il ritorno dei residenti libanesi sfollati dalle aree interessate dalle attività militari". Tra i due contendenti è un'escalation anche di minacce. Hezbollah avverte che colpirà Tel aviv e Haifa, se Israele attaccherà di nuovo Beirut. Israele minaccia di bombardare la capitale libanese se i terroristi attaccheranno. La tregua è solo sulla carta.
"L'attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall'approvazione definitiva", ha specificato fiducioso il presidente libanese Joseph Aoun, convinto che il cessate il fuoco rappresenti "l'ultima opportunità" prima di un accordo complessivo da concordare nei nuovi colloqui del 22 giugno.
A sei mesi dalla fine della missione Onu in Libano, il Paese resta nel caos e sotto le bombe. Un soldato serbo di Unifil è rimasto ucciso, secondo gli israeliani da un colpo di mortaio di Hezbollah, e due militari spagnoli feriti.
Anche nella Striscia di Gaza si continua a morire. Almeno nove le vittime, fra cui quattro bambini, in un raid delle Idf sulla città di Gaza. Un incontro tra Hamas e i mediatori per la tregua, previsto per ieri in Egitto, è stato rinviato a domenica. I terroristi chiedono a Israele di fermare gli attacchi.
Una tregua sembra una chimera. La pace ancor di più. E allora, nel momento in cui il conflitto in Ucraina sembra non poter finire mai, scendono in campo i leader. Vladimir Putin prova il bluff e si dice aperto al negoziato nonostante le sue pretese rimangano su posizioni massimaliste. Volodymyr Zelensky decide di "vedere" e gli scrive una lettera aperta proponendo un faccia a faccia per concludere immediatamente la guerra. Un botta e risposta serrato e nel giro di poche ore che potrebbe rappresentare la tanto attesa svolta mentre il conflitto va avanti secondo uno spartito chiarissimo: Kiev colpisce in profondità le infrastrutture energetiche russe forte di uno sviluppo tecnologico notevole, la Russia replica con attacchi indiscriminati sulle città colpendo sempre più spesso obiettivi civili, anche per nascondere quella difficoltà sul campo ormai palese.
Lo Zar, dalla sua San Pietroburgo colpita nei giorni scorsi dai droni ucraini, è tornato a parlare di un possibile negoziato, spiegando che Trump avrebbe sollecitato la Russia a compiere alcune concessioni. "Mosca è disponibile a fare compromessi, purché anche l'Ucraina accetti di farne", ha detto Putin, pur sostenendo che le forze russe stiano avanzando "lungo tutto il fronte" e che il Paese disponga di tutte le risorse necessarie per i propri obiettivi militari. Dichiarazioni che, dopo oltre quattro anni di conflitto, sono smentite dai fatti, al punto da arrivare ad ammettere che le difese aeree russe sono da migliorare. Ma le parole di Putin sono già state sentite e risentite più volte senza mai arrivare a reali concessioni da parte di Mosca. Con lo Zar che tra l'altro ribadisce: "Non siamo contrari a Kiev nell'Ue, siamo contrari alla trasformazione dell'Ue in un blocco militare" e ribadisce di volere l'impresentabile Schroeder come mediatore. Passa pochissimo e Zelensky replica con una lettera aperta: "Ora la scelta è tua. Basta con la guerra. L'Ucraina propone di porre fine a questa guerra con dignità e con garanzie", scrive il leader di Kiev che chiede "un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro", dice Zelensky ipotizzando Svizzera, Turchia o Paesi arabi come campo neutro. "Sono i leader a risolvere le questioni chiave. È sempre stato così e lo sarà sempre. Propongo di fissare una data precisa - incalza - L'Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati", ipotesi già esclusa dallo Zar. Zelensky poi spiega che "dobbiamo stabilire quale futuro attende le generazioni di ucraini e russi che verranno dopo di noi" e attacca frontalmente: "Se non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza. Non è una minaccia, è un fatto. Puoi fermare la tua guerra". Con il Cremlino che replica provocatoriamente: "Ok, venga a Mosca quando vuole", ipotesi già esclusa da Zelensky.
Una possibile svolta benedetta anche da Donald Trump, che mette in parte Putin spalle al muro in caso di bluff: "Sono contento che stiano parlando di incontrarsi. Credo che il mio contributo in tal senso sia stato notevole - ha detto il tycoon - Entrambi dovranno scendere a compromessi, l'ho suggerito io e ho avuto un ruolo determinante nella vicenda". Il tycoon poi lancia l'ennesima frecciata all'Europa: "Non abbiamo bisogno di loro, non ci hanno aiutato in Iran".
Nel quadro di dialogo potenziale, cozzano le parole del ministro degli Esteri russo Lavrov: "Siamo pronti a negoziare, ma non troviamo con chi parlare, non vediamo disponibilità al dialogo dall'altra parte. Non riusciamo a trovare interlocutori con cui poter dialogare". Lavrov che rilancia gli improponibili accordi di Anchorage tra Russia e Usa che prevedevano di fatto una resa incondizionata di Kiev e il consigliere presidenziale russo Dmitriev che riferisce di aver avuto una conversazione telefonica con l'inviato Usa Witkoff e con il genero del presidente Kushner, più che per un dialogo, per accordi relativi a un tunnel che colleghi la Russia e gli Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering che Dmitriev definisce imminente. Ma in campo, ora ci sono i leader. Se Putin prova a bluffare, Zelensky cerca di stanarlo. Ma finché al tempo delle parole non seguirà il tempo dei fatti, resterà il tempo della guerra, delle bombe, dei missili e dei droni.
Le Forze Armate ucraine stanno rafforzando in modo progressivo il proprio sistema di sicurezza interna, con un’attenzione crescente alla gestione della disciplina, alla protezione delle infrastrutture militari e al contenimento delle vulnerabilità che possono emergere nelle retrovie operative. In questo processo s’inserisce la creazione della nuova unità speciale Scorpion, pensata per garantire capacità di intervento rapido all’interno del dispositivo militare.
L’annuncio è stato diffuso dalla Vijskova sluzhba pravoporyadku ZSU, organismo della polizia militare incaricato del mantenimento dell’ordine e della disciplina nelle Forze Armate ucraine. La nascita del nuovo reparto risponde all’esigenza di disporre di uno strumento in grado di intervenire con tempestività nelle situazioni critiche che interessano la sicurezza interna, in particolare nei casi di sabotaggio, violazioni disciplinari gravi e minacce rivolte alle infrastrutture militari.
Secondo fonti ufficiali la Scorpion è stata concepita come unità di pronto impiego integrata nei distaccamenti zonali della polizia militare, con una struttura flessibile e una capacità di reazione rapida su scala territoriale. Il suo impiego è previsto nei casi in cui si verifichino eventi che richiedono un intervento immediato e non gestibile attraverso i normali canali di controllo disciplinare.
Il mandato include la prevenzione e la repressione dei reati militari, il monitoraggio delle violazioni del regolamento interno e la tutela del patrimonio delle Forze Armate ucraine. Particolare attenzione è rivolta alla protezione di asset considerati strategici, come armamenti, mezzi, depositi e infrastrutture logistiche, elementi essenziali per la continuità delle operazioni sul terreno.
Questa forza speciale è inoltre chiamata ad agire in presenza di possibili azioni di sabotaggio o di minacce dirette contro installazioni militari sensibili. In questi casi, l’obiettivo è ridurre i tempi di risposta e contenere l’impatto di eventuali vulnerabilità interne sul funzionamento complessivo del sistema difensivo.
Con l’attivazione della legge marziale o dello stato di emergenza, il raggio d’azione viene ampliato. Il reparto può essere impiegato anche nel supporto alle operazioni di contrasto a gruppi di ricognizione e sabotaggio, operando in coordinamento con le strutture già responsabili della sicurezza e della difesa territoriale.
Sotto questi auspici, l’unità non si limita alla gestione delle emergenze interne, ma contribuisce anche al contenimento di minacce ibride che si sviluppano al di fuori del fronte tradizionale e che incidono direttamente sulla stabilità delle retrovie.
Nel contempo, la nuova creatura di Kiev svolge anche un ruolo nel mantenimento della disciplina interna delle Forze Armate, intervenendo nei casi in cui sia necessario ristabilire rapidamente condizioni di ordine e garantire la continuità funzionale delle unità.
La decisione di costituire questa unità riflette il rafforzamento della dimensione interna della sicurezza militare ucraina, in risposta a un quadro in cui la gestione delle minacce non si limita più alla sola dimensione frontale.
Secondo analisti, in questa condizione, la polizia militare assumerà un ruolo più strutturale nella stabilità del sistema difensivo, mentre unità specializzate come la Scorpion rappresenteranno uno strumento per garantire tempi di reazione più rapidi, maggiore controllo delle situazioni critiche e rafforzamento della resilienza complessiva delle Forze Armate.
La guerra in Ucraina torna al centro della giornata con nuovi attacchi russi nella notte: tre le vittime in diverse regioni del Paese, mentre Kiev riferisce l’abbattimento di 198 droni su 216 lanciati da Mosca. Negli Stati Uniti la Camera approva un pacchetto di aiuti e sanzioni contro la Russia. Intanto Londra lancia l’allarme sui rischi di escalation e in Romania un drone navale esplode nel porto di Costanza senza causare feriti. La Nato monitora la situazione.
Per ora è solo un’apertura a parole: una lettera da Kiev, una replica del Cremlino e l’invito russo a eventuali colloqui a Mosca. Difficile capire tempi, formato e reale possibilità di arrivare a incontri di alto livello. Ma il punto politico è un altro: perché Putin apre proprio ora?
La risposta va cercata non solo nella diplomazia, ma nell’escalation militare e psicologica che Mosca sta costruendo attorno all’Ucraina. Nei giorni della “Davos russa” di San Pietroburgo, colpita da droni ucraini, mentre un drone russo violava lo spazio Nato cadendo in Romania, il Cremlino ha iniziato ad alternare segnali negoziali e pressioni sempre più aggressive. Non è una contraddizione: è una strategia. Colpire Kiev, intimidire il fianco orientale della Nato, mostrare l’asse con la Cina e presentarsi al tavolo da una posizione di forza, anche se il contesto reale è molto meno comodo per Mosca.
L’ultima accelerazione russa non può essere letta solo come l’ennesima fase brutale di una guerra ormai entrata nel suo quinto anno. Dietro i raid su Kiev, il linguaggio sempre più aggressivo verso i Paesi baltici e il viaggio di Vladimir Putin da Xi Jinping c’è una strategia di pressione multilivello: colpire l’Ucraina dove è più vulnerabile, intimidire il fianco orientale della Nato e mostrare che Mosca non è isolata, perché può ancora contare sulla profondità economica e politica della Cina.
Ma questa escalation racconta anche un’altra cosa: il Cremlino non si muove in un contesto comodo. Sul fronte, l’avanzata russa si è fatta più lenta e costosa, mentre l’Ucraina ha migliorato la capacità di colpire retrovie, logistica e nodi militari russi con una produzione sempre più ampia di droni. La guerra che Mosca voleva trasformare in logoramento dell’Ucraina sta diventando anche logoramento russo. E il bilancio federale, già piegato dalle spese militari, mostra crepe sempre più evidenti.
La novità non è che l’Ucraina stia ribaltando improvvisamente il conflitto con una grande offensiva convenzionale. La novità è più sottile: Kiev sta lentamente modificando il rapporto tra costi e risultati. Le forze russe continuano a premere lungo più assi, ma con guadagni territoriali ridotti, perdite elevate e una logistica sempre più esposta agli attacchi ucraini.
Negli ultimi mesi, la produzione di droni ucraini e l’uso sistematico di strike a medio raggio hanno reso meno sicure le retrovie russe. Depositi, centri di comando, linee ferroviarie, basi e concentrazioni di truppe sono diventati bersagli più frequenti. Non è una svolta spettacolare, ma è una trasformazione operativa: Mosca deve spendere di più per ottenere meno, deve arretrare asset logistici, disperdere le forze, proteggere infrastrutture che prima considerava relativamente al riparo.
È in questo quadro che l’escalation russa assume un significato politico. Quando il fronte non produce vittorie nette, il Cremlino cerca di produrre shock altrove: nei cieli di Kiev, nella comunicazione nucleare, nelle minacce verso i diplomatici stranieri, nella pressione sui confini Nato. La violenza diventa messaggio. Serve a dire agli ucraini che la capitale resta vulnerabile, agli europei che la guerra può allargarsi, agli americani che ogni trattativa avrà un prezzo.
I giorni di raid violenti su Kiev si inseriscono in questa logica. Gli attacchi combinati con missili e droni non mirano soltanto a distruggere obiettivi militari o infrastrutture. Mirano a saturare le difese aeree, logorare psicologicamente la popolazione e mandare un segnale agli alleati occidentali: senza nuove batterie, nuovi intercettori e nuove forniture, l’Ucraina resterà esposta.
La minaccia russa di continuare a colpire centri decisionali e la richiesta ai diplomatici stranieri di lasciare Kiev hanno alzato ulteriormente il livello dello scontro. È una comunicazione studiata per trasformare la capitale ucraina in un problema internazionale permanente. Mosca vuole mostrare che può colpire anche mentre si parla di negoziati, che può imporre il calendario dell’escalation e che nessun sostegno occidentale è privo di rischio.
Lo stesso vale per la querelle con i Paesi baltici. Estonia, Lettonia e Lituania sono da anni il punto più sensibile del fianco orientale della Nato: piccoli territori, memoria storica dell’occupazione sovietica, confini diretti o prossimi alla Russia e alla Bielorussia, altissima esposizione a guerra ibrida, cyberattacchi, provocazioni aeree e pressione migratoria. Le tensioni di questi giorni, alimentate anche dalle accuse russe e dagli incidenti legati ai droni, servono a Mosca per testare i nervi europei.
Il messaggio è duplice. Da una parte, la Russia cerca di rappresentarsi come potenza assediata, circondata da un’Europa ostile e militarizzata. Dall’altra, prova a dividere gli alleati Nato tra chi chiede fermezza e chi teme l’escalation. È una vecchia tecnica del Cremlino: spostare il conflitto dal campo militare alla sfera psicologica, costringendo gli avversari a discutere non solo di come aiutare Kiev, ma anche di quanto rischio siano disposti ad assorbire.
Secondo Lauri Hussar, presidente del Parlamento estone, la Russia rappresenterà una minaccia strutturale per l’Europa ancora per molti anni, ben oltre il conflitto ucraino, puntando a ricostruire una sfera d’influenza paragonabile a quella dell’ex Unione Sovietica. In un’intervista all'Adnkronos, Hussar ha ribadito la necessità di rafforzare la sicurezza europea attraverso una deterrenza credibile e una maggiore capacità di difesa. L’Estonia, che ha portato le spese militari al 5,4% del Pil, considera questo investimento una risposta diretta all’aggressione russa contro l’Ucraina e non una scelta simbolica.
Il viaggio di Putin a Pechino va letto dentro questa stessa cornice. La Cina non è solo un partner diplomatico: è la retrovia economica più importante della Russia. Compra energia, offre sbocchi commerciali, garantisce una sponda politica contro l’Occidente e permette a Mosca di attenuare l’effetto dell’isolamento. Ma il fatto stesso che Putin abbia bisogno di rafforzare continuamente l’asse con Xi rivela una dipendenza crescente.
Secondo un’analisi del Financial Times, la spesa russa per la guerra rischia di superare il budget previsto di almeno 2.000 miliardi di rubli nel 2026, con scenari ancora peggiori negli a venire. Il ministero delle Finanze avrebbe, infatti, chiesto di congelare spese non militari per coprire i costi del conflitto, mentre difesa e sicurezza assorbono ormai una quota enorme del bilancio pubblico. Anche l’aumento del prezzo del petrolio può dare ossigeno, ma non basta a cancellare il problema: la guerra costa sempre di più, mentre crescita, investimenti e spesa sociale vengono compressi.
È qui che l’escalation diventa anche una corsa contro il tempo. Putin deve dimostrare ai russi che la guerra resta sostenibile, agli ucraini che la resistenza sarà punita, agli europei che il prezzo del sostegno a Kiev aumenterà, e ai cinesi che Mosca è ancora un partner utile, non un alleato in declino da mantenere artificialmente in piedi.
La visita da Xi, con nuovi accordi e una retorica comune contro l’ordine dominato dagli Stati Uniti, serve quindi a proiettare solidità. Ma dietro la scenografia del fronte anti-occidentale c’è un rapporto sempre più asimmetrico. La Russia porta energia, materie prime, tecnologia militare e disponibilità geopolitica; la Cina porta mercato, liquidità, componenti, copertura diplomatica e una posizione negoziale molto più forte.
Mosca colpisce Kiev perché non riesce a piegare rapidamente il fronte. Minaccia i Baltici perché vuole spaventare l’Europa. Cerca Xi perché ha bisogno di profondità economica. E aumenta la spesa militare perché, senza la guerra, l’intero impianto politico putiniano perderebbe il suo principale strumento di mobilitazione. È un sistema che ha trasformato la guerra in motore politico, industriale e identitario. E quando quel motore comincia a costare troppo, il Cremlino non rallenta: accelera.
La situazione in Medio Oriente continua a rimanere instabile. Lo spiraglio per una possibile tregua in Libano si è chiuso, dopo che gli Hezbollah hanno respinto il cessate il fuoco con lo Stato ebraico. Il porto di Al-Fahal in Oman è stato scosso da esplosioni, probabilmente dovute ad un attacco di droni. E Trump sostiene di non aver bisogno dell'aiuto degli europei per vincere la guerra contro l'Iran.