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“L’ex principe Andrea pagava un ‘grano di pepe’ per vivere al Royal Lodge con 30 stanze e in più subaffittava 3 cottage incassando i canoni anche dopo esser stato cacciato”: il nuovo scandalo travolge Re Carlo

5 June 2026 at 15:44

Un recente rapporto della National Audit Office (NAO) ha riportato l’attenzione pubblica sulle modalità con cui vengono gestite le proprietà del Crown Estate, l’ente che amministra i beni della Corona e versa i propri profitti al Tesoro dello Stato. Al centro c’è l’accordo siglato nel 2003 da Andrew Mountbatten-Windsor, allora duca di York, per l’occupazione di Royal Lodge, la storica residenza di circa 30 stanze nel Windsor Great Park. Secondo i documenti analizzati dalla NAO e dal Public Accounts Committee del Parlamento, Andrew ottenne un contratto di locazione della durata di 75 anni versando un premio iniziale di un milione di sterline e impegnandosi a finanziare lavori di ristrutturazione per almeno 7,5 milioni di sterline, costo finale poi lievitato.

In cambio, l’affitto annuale fu fissato a un “peppercorn rent”, un grano di pepe, formula del diritto medievale per indicare un canone puramente simbolico. Grazie a questo meccanismo, per oltre vent’anni ha potuto occupare una proprietà di enorme valore con costi vivi molto contenuti. Il contratto autorizzava il subaffitto di fino a tre cottage presenti all’interno della vasta tenuta. Andrew ha utilizzato questa possibilità fino ad aprile 2026, incassando canoni privati dai locatari, prevalentemente membri del personale di servizio o ex dipendenti, somme mai confluite nelle casse del Crown Estate. Non sono emerse irregolarità di natura penale: tutto era conforme ai termini contrattuali. L’operazione però solleva legittimi interrogativi sul concetto di “value for money” per i contribuenti britannici. Il Crown Estate ha infatti rinunciato a canoni di mercato, stimati intorno alle 260.000 sterline annue, mentre Andrew godeva di un reddito privato parallelo.

I lavori di ristrutturazione del 2003-2005 furono interamente a carico di Andrew, finanziati con risorse private e familiari dell’epoca, in particolare con il sostegno della Regina Elisabetta II. Non, quindi, attigendo a fondi pubblici del Sovereign Grant, ma comunque a condizioni particolarmente vantaggiose nel lungo periodo in cambio di un investimento iniziale. La manutenzione ordinaria e altri costi sono stati in seguito sostenuti anche grazie ad aiuti privati del Re Carlo, mentre la sicurezza ha richiesto, in vario grado, risorse pubbliche.

La ristrutturazione trasformò una residenza che aveva bisogno di interventi importanti ed urgenti (fino alla sua morte nel 2002 era la residenza della Queen Mother) in una dimora di alto livello. Oltre ai lavori strutturali necessari, gli interventi furono lussuosi: una piscina, campi da tennis, una voliera, vasti giardini su circa 40 ettari di terreno e rilevanti migliorie interne, tra soffitti, impianti, pavimentazioni e sistemi di sicurezza. Interventi che permisero ad Andrew e alla ex moglie Sarah Ferguson, che pur divorziati dal 1996 hanno continuato a convivere a Royal Lodge dal 2008, di condividere uno stile di vita lussuoso in una delle residenze più prestigiose della Corona, con spazi ampi e servizi che andavano ben oltre le esigenze di base.

Un aspetto che rende particolarmente delicato il caso è il profilo reddituale di Andrew. Il suo unico reddito pubblicamente dichiarato e continuativo, oggi, è la pensione della Royal Navy, maturata per i 22 anni di servizio tra il 1979 e il 2001, che ammonta a circa 20.000 sterline annue. Quando era un “working royal” attivo, riceveva un appannaggio significativo ma non sufficiente per un tenore di vita da milioni. L’ultimo dato pubblico, del 2010, parla di 249.000 sterline annue, oltre ai costi per il suo ufficio. Dopo lo scandalo Epstein e l’estromissione dagli impegni ufficiali, nel 2019, questi finanziamenti pubblici sono cessati. Da allora ha ricevuto un sostegno privato dalla Regina Elisabetta prima e dal Re Carlo poi, stimato intorno al milione di sterline annue, poi ridotto e infine interrotto intorno al 2024. Non risultano redditi significativi da attività imprenditoriali o professionali autonome. Una situazione finanziaria che evidenzia il vantaggio dell’accordo su Royal Lodge e dei subaffitti.

Il rapporto NAO si occupa anche delle abitazioni concesse a Beatrice ed Eugenie, figlie di Andrew e non più working royals. Entrambe occupano proprietà all’interno di palazzi reali: Beatrice a St James’s Palace ed Eugenie a Ivy Cottage, all’interno di Kensington Palace: aree fra le più care della già carissima capitale britannica. Entrambe godono di affitti significativamente scontati rispetto al valore di mercato (tra il 55% e il 68% secondo le stime più recenti). Questi canoni ridotti sono coperti dal Privy Purse, cioè dai fondi privati del Re Carlo derivanti principalmente dal Ducato di Lancaster. Si tratta di un meccanismo distinto dal Sovereign Grant, ma che solleva comunque questioni di coerenza e trasparenza.

Sono disposizioni che non violano norme scritte, ma contribuiscono a delineare un quadro complessivo di scarsa trasparenza. Il Public Accounts Committee ha avviato un’inchiesta più ampia sui contratti di locazione del Crown Estate con vari membri della famiglia reale, inclusi quelli del Principe Edward a Bagshot Park. Fra i nodi problematici ci sono la regolarità delle ispezioni di manutenzione, le possibili penali per risoluzione anticipata del contratto e la necessità di regole più uniformi, trasparenti e vicine ai criteri commerciali. Il caso di Royal Lodge non configura uno scandalo giudiziario, ma rappresenta un esempio emblematico di come accordi stipulati decenni fa, in un contesto familiare e istituzionale diverso, possano apparire oggi anacronistici. La monarchia si trova di fronte a una scelta delicata: aumentare la trasparenza finanziaria e adottare regole più common, oppure mantenere una “flessibilità” da privilegiati che oggi rischia di erodere la fiducia pubblica.

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“La nostra piazza non è il tuo salotto”: scoppia la rabbia a Palermo contro le nozze blindate di Dua Lipa e Callum Turner

5 June 2026 at 15:16

“Palermo is not for rent”, “La nostra piazza non è il tuo salotto”, “Libertà di movimento” e “Palermo non è per i ricchi”. Sono gli slogan apparsi questa mattina sui muri di vicolo dei Corrieri e di piazza Croce dei Vespri per contestare le nozze da 1,5 milioni di euro tra la popstar Dua Lipa e l’attore Callum Turner. I volantini, redatti sia in italiano che in inglese, sono stati affissi dai giovani dell’assemblea permanente “Apro Palermo”, attiva contro l’overtourism, per rivendicare l’uso pubblico e libero degli spazi cittadini di fronte a eventi privati. I manifesti sono stati successivamente strappati dal personale addetto alla sicurezza della coppia.

Le misure di sicurezza e il patto di riservatezza per i residenti

I festeggiamenti hanno imposto rigide misure di sicurezza nel centro storico palermitano e a Bagheria, località che ospiterà il ricevimento. A Palermo, un’ordinanza comunale ha stabilito la chiusura al traffico di piazza Sant’Anna e piazza Croce dei Vespri, sbarrate con transenne e teli neri per tutelare la privacy degli sposi e dei loro invitati. La Galleria d’Arte Moderna (Gam) ha interrotto l’accesso al pubblico generale a partire dalle ore 14:00, consentendo la visita esclusiva delle sale agli ospiti della coppia e l’allestimento di un buffet. Le restrizioni hanno coinvolto direttamente anche i cittadini domiciliati nelle aree limitrofe: ai residenti è stato richiesto di firmare un patto di riservatezza (non disclosure agreement) che vieta severamente la pubblicazione di foto o video sui social network. Gli abitanti sono stati inoltre obbligati a comunicare preventivamente alle autorità quante persone sarebbero state presenti all’interno delle loro abitazioni durante l’evento. A Bagheria, la polizia municipale ha imposto divieti di sosta e transito in vie nevralgiche come corso Umberto, via Sturzo e viale Valguarnera; i blocchi resteranno in vigore ininterrottamente dalle ore 8:00 di giovedì 4 giugno fino alle ore 20:00 di lunedì 8 giugno.

Le reazioni tra la cittadinanza e i commercianti

Le chiusure hanno generato reazioni opposte in città. A fronte dello scontento di alcuni passanti per l’interdizione di piazza Croce dei Vespri, il sindaco Roberto Lagalla ha difeso l’iniziativa definendola un “ritorno pubblicitario eccezionale per Palermo”. Anche tra i titolari delle attività commerciali adiacenti alle zone interessate si registrano pareri discordanti. Francesco Costanzo, proprietario del locale “Rosalia”, ha evidenziato le difficoltà immediate causate dal blocco totale della circolazione pedonale, pur riconoscendo il potenziale impatto positivo sul turismo a livello globale nel lungo periodo. Nessuna anomalia invece per Francesca di Carlo, titolare del “Bar Timi”, la quale ha dichiarato che l’affluenza della clientela è rimasta invariata senza impatti né positivi né negativi. Ha espresso invece pieno supporto Caterina Rao dell’Osteria Santa Cecilia: la titolare ha confermato il regolare afflusso di clienti e ha sottolineato come la città abbia bisogno di un numero maggiore di eventi di questa portata per accendere l’attenzione internazionale su siti storici come Palazzo Gangi e l’area di Bagheria.

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“Ognuno deve poter fare ciò che vuole del proprio patrimonio”: il miliardario fondatore di Smartbox vuole diseredare i suoi 5 figli e chiede aiuto al Senato per salvare l’eredità da 1,4 miliardi

5 June 2026 at 13:24

Chissà come saranno felici i suoi figli di sapere che non vuole lasciare loro neanche un centesimo in eredità. Sì, Pierre-Edouard Sterin, cinquantaduenne fondatore del marchio Smartbox, ha formalmente chiesto al Senato di Parigi di modificare la legge per poter diseredare i suoi cinque figli. Il miliardario, che vanta un patrimonio stimato in 1,4 miliardi di euro, ha sollevato una questione legale che scuote la Francia dei grandi patrimoni e riapre il dibattito normativo sulla libertà di disporre della propria ricchezza senza vincoli familiari.

La vicenda, riportata dal quotidiano Corriere della Sera, vede al centro l’imprenditore francese e la sua cassaforte di famiglia, la Otium Capital. In collegamento video dal Belgio, dove risiede attualmente come esiliato fiscale, Sterin ha esposto le sue intenzioni ai parlamentari in modo inequivocabile: “Vorrei donare l’intero mio patrimonio a cause filantropiche”. A bloccare il suo progetto non sono le polemiche politiche legate alle sue posizioni vicine alla destra conservatrice, ma le norme in vigore. L’attuale legislazione d’Oltralpe prevede infatti che tre quarti del suo patrimonio debbano essere obbligatoriamente trasmessi alla prole. Di fronte a questo ostacolo normativo, la posizione dell’imprenditore resta netta: “Sono favorevole al fatto che ognuno possa fare ciò che vuole del proprio patrimonio”.

Il desiderio di Sterin si scontra contro il Codice Napoleonico del 1804, vero e proprio pilastro del diritto in gran parte dell’Europa continentale. Questo sistema è basato sulla successione necessaria e considera i figli come eredi legittimari, garantendo loro una quota intoccabile dei beni dei genitori, a prescindere da eventuali volontà espresse nel testamento. Si tratta di un principio diametralmente opposto a quello in vigore nei Paesi di Common Law, come il Regno Unito e gli Stati Uniti. Oltreoceano domina la libertà testamentaria totale: un individuo può decidere di lasciare i propri averi a una fondazione o a un perfetto estraneo, escludendo completamente i figli purché maggiorenni e finanziariamente indipendenti. È la strada percorsa da grandi miliardari e filantropi come Bill Gates e Warren Buffett, forti sostenitori della filosofia secondo cui la ricchezza accumulata non deve trasformarsi in una rendita garantita e incondizionata per la discendenza.

Se la vicenda si svolgesse in Italia, la richiesta dell’imprenditore francese si scontrerebbe con un impianto normativo altrettanto severo. Il nostro Codice Civile divide in modo netto l’eredità in due porzioni: la cosiddetta quota disponibile, che la persona può donare o assegnare liberamente a chiunque, e la quota di legittima, che spetta per legge ai familiari più stretti. Nel caso di un genitore che muore lasciando soltanto dei figli, a questi ultimi è riservata obbligatoriamente una fetta che varia dalla metà ai due terzi dell’intero patrimonio, da dividere in parti uguali.

L’unica eccezione legale che permette a un cittadino italiano di escludere un erede è l’indegnità a succedere. Si tratta però di una misura punitiva estrema che scatta esclusivamente in presenza di reati gravissimi e accertati, come l’omicidio o il tentato omicidio del genitore, la calunnia grave o la falsificazione del testamento. In tutti gli altri scenari, compresi quelli di totale rottura dei rapporti familiari, anche il diritto italiano impedisce la diseredazione, imponendo al patrimonio una funzione di protezione e solidarietà a cui il singolo individuo non ha modo di sottrarsi.

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I giovani fanno sempre meno se**o: perché nell’epoca delle app, del porno online e dell’AI il desiderio sembra essersi spento

5 June 2026 at 12:58

Di che cosa parliamo quando parliamo di desiderio? Di soldi, di oggetti (borse, scarpe, vestiti, orologi) di sesso, di potere, di amore, di successo? Di una vita lunghissima, quasi eterna (i miliardari ci stanno già lavorando). Di tutto, forse. ma anche di assenza, di crisi, in un mondo svogliato che delega alla tecnologia le emozioni umane. Kano, un’impiegata giapponese di 32 anni, ha sposato Lune Klaus, fidanzato creato con ChatGpt che esiste soltanto nel suo smartphone. Con una certa apprensione, diamo una sbirciatina a quello che le proiezioni ipotizzano, anche se è come guardare il paesaggio nella nebbia: in parte lo immaginiamo. Potremmo provare il brivido della sex-roulette, una lotteria, dove a ogni scelta corrisponde un incontro a sorpresa, con un uomo, una donna o chissà. Potremmo frequentare centri che offrono rilassanti pacchetti wellsex. Laura Berman, psicologa delle relazioni all’Università di Chicago, sostiene sul “Wall Street Journal” che in dieci-quindici anni riusciremo a “disegnare” l”anima gemella perfetta, con la voce giusta e l’AI creata per sussurrarci parole dolci:” La tecnologia trasformerà il sesso, spingendolo a un livello completamente nuovo. Avremo perfetti simulacri di tecno-amanti, con la formula soddisfatti o rimborsati”.

Quest’anno si parla tanto di desiderio, soprattutto nei Festival. C’è “Il desiderio e la Legge”, tema della Milanesiana di Elisabetta Sgarbi (fino al 22 luglio). C’è Seminare idee a Prato (5-7 giugno) che prova a definire il desiderio in tutte le sue sfumature. E in qualcuna di sicuro ci possiamo riconoscerci. Per lo psicoanalista-star Massimo Recalcati, desiderio è una parola chiave. Spesso viene frainteso e confuso con il capriccio, con il godimento immediato, la spinta irrazionale. Non è così, al contrario è “una forza capace di rendere viva la vita”. Poi ce ne sono tanti: il desiderio invidioso, il desiderio di riconoscimento, il desiderio angosciante, il desiderio sessuale, il desiderio d’amore. A Prato l’andrologo Nicola Mondaini, famoso per il manuale “Wikipene”, spiega la fisiologia e, involontariamente, la psicologia mettendo in guardia il mondo maschile dalla medicalizzazione del desiderio. Troppe pillole blu in giro, anche tra in ragazzi. Mentre la scrittrice Natasha Solomons rivaluta Cleopatra, diversa da come ce l’ha raccontata Shakespeare, la seduttrice non più giovane, coinvolta nelle complesse dinamiche politiche dell’amore. Nel romanzo “E io sono Cleopatra”, Solomons la considera soprattutto una stratega del desiderio: il suo corpo era uno strumento.

Già Umberto Eco, negli anni ‘70 aveva colto un’ ossessione per il desiderio come categoria culturale. Mezzo secolo dopo il filosofo Byung-Chul Han proclama che l‘Eros è in agonia. Viviamo una particolarissima contraddizione. Oggi non c’è quasi niente di proibito. Vuoi vivere in una comune poliandrica? Bene. Vuoi sviluppare sentimenti romantici verso l’intelligenza artificiale del tuo telefono? Splendido. Vuoi una maratona di sesso promiscuo con centinaia di partner nel corso di pochi anni? Serviti pure. Vuoi” farlo strano” (ricordate il film con Carlo Verdone), kinky, sadomaso? Non c’è problema. A parte commettere reati o violare il consenso di un’altra persona, c’è ben poco che non si possa fare nel mondo sviluppato. Eppure la solitudine è al massimo storico e secondo David Baker, popolarissimo divulgatore specializzato in antropologia e biologia evolutiva, “uno studio ha rilevato che la frequenza di sesso occasionale è calata del 14 % fra il 2007 e il 2017. Nello stesso periodo, gli under 30 che dichiarano di non aver fatto sesso nell’anno precedente è quasi raddoppiato”: Ragioni? Il massiccio uso di social media riduce il numero di situazioni in cui può accendersi spontaneamente il desiderio (Mondaini è d’accordo con Baker) , i corteggiamenti di persona tendono a essere più selettivi quando si guarda una foto sull’app, rispetto a rimorchiare in discoteca. E il porno online ha sostituito la realtà.

Però desideriamo desiderare. I cinque romanzi della saga “After” di Anna Todd, diventati altrettanti film, un’odissea del voglio-non posso- non devo, sono ora una collezione di fragranze con nomi come “Sin” e “Secret.” Desideriamo desiderare. Perciò Giulia Savarese ha appena creato Almoud (mandorla affumicata, fiori bianchi, oud) immaginando una sintesi chimica del desiderio.” Un po’ come nell’indimenticabile romanzo di Patrick Süskind, “Il Profumo” (1985) dove il protagonista cerca disperatamente di sintetizzare l’odore meraviglioso dell’amore (e uccide per ottenerlo)” racconta. Lei pensa di esserci riuscita senza far male a nessuno, e la sua linea si chiama UAHIQUE (Uniamo anime uniche). Concorda con il filosofo Maurizio Ferraris che sostiene, in barba all’apocalittico Byung-Chul: “Oggi non si desidera meno, solo che i codici sono cambiati. Se c’è una cosa che non ci abbandona mai, dalla nascita alla morte, è proprio il desiderio, Non è un sovrappiù culturale, una moda. L’intelligenza artificiale può calcolare, ottimizzare, riprodurre schemi; ma non soffre per la distanza fra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Anche quando le piattaforme digitali sembrano saturare ogni attesa con una risposta immediata, non eliminano il desiderio, lo riorganizzano”.

Poi, mettendo da parte la filosofia, ci sono le canzoni, del passato e del presente. Sarà un caso, ma, come ricorda il critico musicale Gino Castaldo, le più belle sono in gran parte ispirate dal desiderio, “pensiamo a Judy Garland che guarda lontano e canta “Over the rainbow”, o ai Pink Floyd di Wish you were”. Ma potremmo citare anche Sanremo e “Per sempre sì”. Invocato nelle più amate canzoni napoletane e nelle serenate di ogni tempo, assume forme nuove e impreviste. Anche “Imagine” di John Lennon era un gigantesco inno al desiderio. Osava chiedere un mondo liberato (quanto mai attuale). Cerchiamo di non essere troppo montaliani (nel senso di Eugenio Montale). Di sapere come nella poesia “Non chiederci la parola” soltanto “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

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“Ero magra magra, con i denti larghi, le occhiaie e pochi capelli. Sono arrivata a pesare 44 chili, ero in un tunnel. La risalita è iniziata quando sono rimasta incinta”: così Samanta Togni

5 June 2026 at 12:48

Samanta Togni si è sentita bruttina. È successo un po’ a tutti, a lei da bambina. Oggi però «ho fatto pace con lo specchio», anche se «è stata una conquista recente», confessa al settimanale Gente. «L’età mi ha donato una consapevolezza che mi ha portata a guardarmi con occhi meno severi. Non sono vanitosa, ma ho imparato a volermi più bene, ad apprezzarmi senza cercare sempre un difetto. In questo, da ragazza ero una campionessa…». Incredibile ma vero, verrebbe da dire, «da bambina ero il brutto anatroccolo di casa. Mia sorella Debora, più grande di otto anni, era bionda, occhi azzurri, bellissima. Io ero magra magra, con i denti larghi, le occhiaie per una carenza di ferro e pochi capelli, per un indebolimento organico, che mamma mi teneva corti perché si rafforzassero. A scuola mi prendevano in giro. Crescendo sono sbocciata, sono comparse le curve, ero carina e mi piaceva mostrare il mio cambiamento». Poi però «verso i 16-17 anni, ho iniziato ad avere problemi alimentari». Problemi nati dall’ansia “da ballerina”: «Stando costantemente sul palco con abiti che evidenziano la minima imperfezione, anche un etto in più mi mandava in crisi».

A Gente racconta che la bilancia era diventata la sua principale nemica: «Ero entrata in fissa con il peso. Ero arrivata a 44 chili per un metro e 69. Mangiavo pochissimo, nonostante i due allenamenti al giorno. Uno yogurt, due mele, mi concedevo qualche corn flakes solo perché sapevo che li avrei smaltiti durante la giornata. Facevo di continuo il conteggio delle calorie, ero in un tunnel. “Come sei dimagrita” era il complimento migliore che potessi ricevere». Dietro questa disfunzione c’era una richiesta di aiuto, di attenzione che i suoi genitori in quel momento, si stavano separando, non potevano darle. «I miei erano talmente distratti dal loro dolore che non riuscivano a vedere il mio disagio. Poi, però, è stata mamma a portarmi dal medico per risolvere la situazione. La mia famiglia è un rifugio, c’è sempre stata».

Poi la svolta grazie alla maternità: «Quando sono rimasta incinta di mio figlio Edoardo, che è il mio orgoglio più grande. Avevo 20 anni, dovevo pensare prima al suo e poi al mio bene. Il cervello ha fatto un cambio di marcia: sentendomi responsabile della vita che cresceva dentro di me è iniziata la risalita verso la normalità». Così ora «restare in linea (basta guardare le foto del servizio fotografico del settimanale in edicola) ora è una forma di rispetto verso me stessa e verso la vita, non più una rincorsa verso la magrezza e una perfezione che vedevo solo io, ma non era sana. Il mio corpo è lavorato dall’allenamento, dalla danza, è nutrito con cura, con amore». Un amore che ha vissuto intensamente anche se «da un anno ho divorziato da Mario Russo (chirurgo plastico, ndr). Tanti anni prima era finita anche con il papà di Edoardo (Mirko Trappetti, ndr): eravamo giovani e non siamo riusciti a gestire varie cose. Con Mario, invece, siamo partiti pensando di avere la stessa visione di vita, ma con gli anni ci siamo accorti che volevamo cose diverse». Comunque «credo ancora nell’amore e sto lavorando su me stessa per capire l’importanza del non annullarsi nell’altro».

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“Ho scoperto di avere un linfoma di Hodgkin all’ottavo mese di gravidanza. Dopo il parto ho iniziato la chemioterapia, ce la devo fare per le bimbe”: così Natalia Paragoni

5 June 2026 at 12:37

“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”. Con queste parole l’influencer Natalia Paragoni rivela di aver ricevuto la diagnosi di un linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza. Attraverso un post pubblicato su Instagram, accompagnato da un’immagine scattata in un letto d’ospedale, Paragoni rompe il silenzio delle ultime settimane e ufficializza l’inizio del trattamento chemioterapico intrapreso dopo la nascita della figlia Beatrice.

La diagnosi durante la maternità

Nel suo messaggio, Paragoni ripercorre il momento della comunicazione medica e l’impatto sulla gravidanza in corso: “Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza”. La necessità di elaborare la diagnosi ha portato all’allontanamento dai social, una circostanza che lei stessa motiva nel testo: “Oggi vi racconto il motivo dei miei silenzi di quest’ultimo mese. Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia“. Un arco temporale segnato dal contrasto tra l’arrivo della figlia e la patologia: “In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire”.

La rete familiare e il post di Andrea Zelletta

Paragoni sottolinea il ruolo del supporto ricevuto nell’affrontare la situazione clinica: “Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili. Per fortuna, però, non sono mai stata sola”. Il riferimento è ai legami più stretti: “Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno, e vi assicuro che non è una cosa scontata”. A questo si somma l’attaccamento alle figlie: “E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa”. A pochi minuti di distanza dal post, anche il compagno Andrea Zelletta ha condiviso una fotografia scattata all’interno della struttura ospedaliera, commentando il quadro clinico: “In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca”. Il messaggio si conclude confermando l’impegno ad affiancarla: “Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro”.

Le prospettive cliniche

La dichiarazione di Paragoni termina affrontando il percorso terapeutico appena iniziato: “Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me”. La decisione di rendere pubblica la malattia è maturata al termine di un iter privato e personale: “Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta”.

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Le polpette dell’IKEA ora si possono leccare: ecco per la prima volta il Chupa-Chups al gusto di carne

5 June 2026 at 12:22

“Sono reali. Sono strani. Sono divertenti e un po’ folli”. Con queste parole IKEA lancia una novità golosa e sorprendente: da oggi, venerdì 5 giugno, i clienti dei ristoranti, bistrot e bar del celebre colosso svedese dell’arredamento potranno ricevere in omaggio un Chupa Chups dal gusto insolito e tutto originale.

La catena ha infatti annunciato l’arrivo di un lecca-lecca in due versioni esclusive: al gusto di polpetta, richiamo diretto al piatto simbolo della cucina IKEA, e al gusto di fragola, per i palati più “tradizionali”. L’iniziativa, presentata dall’azienda con il motto “Sono reali. Sono strani. Sono divertenti e un po’ folli”, celebra il matrimonio tra due grandi passioni svedesi: le iconiche polpette, amatissime dai clienti di tutto il mondo, e la tradizione dolciaria scandinava.

“Hai mai assaggiato un lecca-lecca al gusto di polpette, salse e mirtilli rossi? Non in molti l’hanno fatto”, recita il claim dell’iniziativa, sottolineando il carattere dell’operazione.

L’omaggio sarà riservato a tutti coloro che effettueranno una consumazione nelle aree ristorazione dei punti vendita IKEA.

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Basta panna e multipiano, arriva il tiramisù lungo metri: è questo il nuovo trend per la torta di matrimonio, il video virale

5 June 2026 at 11:04

Non più solo dessert da fine pasto o simbolo della cucina casalinga italiana: il tiramisù si prende anche le scene dei matrimoni e diventa protagonista assoluto delle torte nuziali. L’ultima dimostrazione arriva da un video diventato virale sui social, che mostra una versione monumentale del dolce italiano per eccellenza. Si tratta di un tiramisù lungo tre metri, realizzato con numeri tutt’altro che simbolici: quattordici chili di mascarpone, novantasei uova, quattro chili di zucchero, tremilacinquecento pavesini e un chilo di caffè. Una struttura imponente preparata dal catering Tonino da Cortona per un matrimonio a Villa di Maiano, in Toscana, e immortalata dalla wedding planner Marilena Zambelli.

Il video pubblicato su Instagram ha iniziato a circolare rapidamente, fino a superare in sei giorni 69 milioni di visualizzazioni, diventando uno dei contenuti più condivisi nel mondo del wedding food. A colpire non è solo la dimensione della torta, ma il fatto che un dolce tradizionale come il tiramisù venga ormai sempre più spesso scelto al posto delle classiche torte scenografiche a più piani. Una tendenza che si inserisce in un cambiamento più ampio nel mondo dei matrimoni, dove la ricerca di elementi riconoscibili, “familiari” e meno formali sta guadagnando terreno rispetto alle soluzioni più classiche.

Il tiramisù, del resto, ha da tempo superato i confini del semplice dessert. Nato come simbolo della pasticceria italiana moderna e diventato negli anni un vero e proprio emblema gastronomico nazionale, è oggi uno dei dolci più riconoscibili al mondo. La sua forza sta proprio nella semplicità degli ingredienti e nella capacità di adattarsi a versioni sempre diverse, mantenendo però un’identità immediatamente riconoscibile. Non è un caso che proprio lui, tra tutti i dolci della tradizione, stia diventando sempre più spesso protagonista di eventi e celebrazioni.

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“Ma è a questo che siamo arrivati? Ascoltare i troll? Incoraggiarli?”: lo sfogo dello sceneggiatore di Topolino, licenziato dopo uno scontro con i lettori sui social

5 June 2026 at 11:00

Lo storico fumettista di Topolino bastona con ironia le proteste dei troll sui social e il direttore della celebre rivista lo licenzia. Sta facendo parecchio discutere il licenziamento (non un “addio” come scritto su diverse testate giornalistiche ndr) di Roberto Gagnor, storico collaboratore dell’intramontabile mondo Disney oggi gestito nella versione italiana da Panini Comics. La vicenda è nata e si è sviluppata repentinamente sui social nell’aprile scorso dove diversi lettori hanno criticato le nuove storie di Paperinik create da Gagnor. A quel punto il 48enne disegnatore ha risposto alle critiche con post anche paradossali, ma chiari nel loro intento di difesa. Uno in particolare è finito nell’occhio del ciclone, ovvero quello in cui Gagnor, sul profilo Facebook di un collega scrive, rivolto ai critici: “E comunque io non ho cancellato niente. Voi, invece, restate irrilevanti e gente che deve crescere”.

A questo punto inizia un’ulteriore bombardamento su Gagnor nello specifico sul forum online di Papersera – spazio dove i lettori commentano i fumetti disneyani – dove diversi utenti, alcuni anche anonimi, hanno minacciato di cancellare i propri abbonamenti di fronte agli “insulti” di Gagnor sui social. Ultimo capitolo di cronaca: ad inizio maggio Gagnor viene contattato telefonicamente da un redattore dell’azienda e gli viene comunicato che a causa dei suoi commenti sui social le sue collaborazioni finiranno dopo le due storie già pronte e che usciranno (l’ultima, pare, nell’autunno prossimo); poi il 3 giugno su Fumettologica è il direttore di Topolino, Alex Bertani, a spiegare in una lettera l’allontanamento di Gagnor: “Ho chiesto ai miei collaboratori di limitarsi a chiarimenti e spiegazioni, senza entrare nel clima di perenne zuffa tipico di alcuni social media (…) ma purtroppo non è la prima volta che si è reso necessario ricordare che esistono limiti imposti dal proprio ruolo”. Bertani continua: “Posso passare sopra ad altro ma su una cosa non transigo: i lettori vanno rispettati. A prescindere. Perché per fortuna viviamo in un paese libero. Dove se acquisti un magazine per leggerti delle storie hai tutto il diritto di commentare, dissentire e criticare. Anche aspramente”.

Infine chiosa: “Tutti coloro che lavorano per Topolino, quando si esprimono pubblicamente, vengono inevitabilmente percepiti come rappresentanti di un gruppo, di una redazione e di una sensibilità condivisa e non voglio in nessun modo che determinati modi o atteggiamenti possano essere associati, neppure indirettamente, a una realtà che da sempre promuove dialogo, rispetto e inclusività”. Solo che Gagnor non è di certo un ragazzino di primo pelo che ha preso in mano ieri carta, penna e tastiera: 23 gli anni di servizio e più di 300 storie scritte per Topolino. Insomma, un veterano. Che, infatti, sui suoi canali social risponde. “Una decisione (quella di Bertani ndr) nata dalla sua scelta di privilegiare le opinioni online di alcuni “fan”, che sul forum di un’associazione hanno chiesto la mia rimozione, dopo che io, nel mio pieno diritto di utente social, ho prima ironizzato sulle loro ossessioni (…) ho poi chiarito il mio giudizio su di loro in maniera sicuramente tranchant, ma legittima, almeno quanto le loro esternazioni. Il Direttore, però, ha scelto di ascoltare loro”.

Gagnor si pone quindi un interrogativo sulla libertà creativa dei suoi colleghi e di un intero settore: “Ma è a questo che siamo arrivati? Ascoltare i troll? Incoraggiarli? So bene che queste persone, oggi, festeggeranno. Soprattutto, si sentiranno motivate a farlo di nuovo, magari con altri autori. Questi autori, da oggi, sapranno che, quando i troll passeranno il limite, non saranno difesi da nessuno. Quando tenteranno nuove strade creative, i troll potranno attaccarli senza problemi. E se reagiranno, nessuno li aiuterà”. Bertani chiosa ricordando che, oltretutto, seppur lavorando per la stessa testata da 23 anni rimane un “freelance in un business altamente precario” quindi “questo è ancora più grave”.

Su Il Post, infine, viene segnalato che “Gagnor non è il primo autore di Topolino che ha interrotto le collaborazioni in seguito all’arrivo di Bertani: era già successo ad altri sceneggiatori di lunga data, tra cui Sergio Cabella e Massimiliano Valentini”; perché spiegano dal sito web diretto da Francesco Costa, “è dal 2018, quando ha iniziato a dirigere Topolino, Bertani ha apportato diversi cambiamenti alla linea editoriale” dando “spazio a una nuova generazione di sceneggiatori che in qualche caso ha cambiato la caratterizzazione di personaggi molto noti (…) Bertani tende anche a intervenire personalmente nel processo creativo, con una certa intransigenza. Legge ogni sceneggiatura prima della pubblicazione e, quando il risultato non lo soddisfa, fa di testa sua: “Riscrivo pagine e pagine di dialoghi”, disse lui stesso in un’intervista di qualche anno fa”.

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“Pensavo che morissero solo gli altri. Ci ho pensato incessantemente per giorni e più volte al giorno, leggevo i manifesti funebri e mi facevo il calcolo”: la confessione di Peppe Iodice

5 June 2026 at 10:07

“Pensavo che morissero solo gli altri”. Con questa frase Peppe Iodice affronta il tema della morte ai microfoni del “De Core Podcast”, condotto da Alessandro Pieravanti e Danilo da Fiumicino. Nell’intervista, ripresa dal quotidiano Il Mattino, Iodice parla ininterrottamente per due ore e ripercorre i passaggi della sua vita: le paure subentrate dopo i cinquant’anni, i ricordi dell’infanzia a Barra, la genesi del programma “Peppy Night” e il rifiuto all’offerta della Rai per evitare limiti editoriali.

Il rapporto con la fine della vita è diventato un pensiero pressante dopo il compimento dei cinquant’anni: “Ci ho pensato incessantemente per giorni e più volte al giorno. Leggevo i manifesti funebri e mi facevo il calcolo“, ha ammesso. Questa riflessione si è tradotta in scelte artistiche precise per il suo recente progetto cinematografico: “Volevo raccontare una storia, non fare un film di gag. Assisto al mio funerale, dentro una bara vera, in una chiesa vera. E ho voluto accanto amici e parenti”. Una decisione non banale date le sue radici: “Trattare la morte era pericoloso, soprattutto rappresentando una città molto scaramantica”.

L’infanzia a Barra e il legame viscerale con Napoli

Dalla paura della fine al principio di tutto. Iodice, per tutti semplicemente “Pinuccio“, è cresciuto nella periferia orientale di Napoli. “Barra, San Giovanni e Ponticelli erano un bel triangolo. Diciamo scoppiettante”, ricorda parlando degli anni Ottanta. Nessun cliché di miseria nel suo passato, come lui stesso ci tiene a smitizzare: “Peccato, sarebbe stato bello fare il racconto alla Nino D’Angelo o Massimo Ranieri. Invece avevo una famiglia normale”. Il padre lavorava all’Enel, la madre era casalinga: “Ci potevamo permettere tante cose. Come la villeggiatura… prima non si chiamava vacanza. E noi facevamo un mese. Sempre in posti decisi dai miei genitori. Oggi le mie figlie sono le mie tour operator. Ero già simpatico ma non conquistavo”. Oggi risiede a Portici, che definisce ironicamente “praticamente i Parioli”. Il legame con la città resta il motore della sua identità. “La mia prima lingua è il napoletano, è la lingua del cuore”, afferma, ribadendo che, qualora diventasse sindaco, non avrebbe dubbi sulle priorità: “Partirei dalle periferie”. Una passione che si riflette anche sul calcio: “Io non sono sportivo, sono tifoso. A Napoli il tifo si chiama malattia”.

Il “no” alla Rai e il successo arrivato con la maturità

Il podcast ha toccato anche i retroscena professionali, a partire dalla nascita del fortunato format “Peppy Night“. L’idea si è concretizzata durante la pandemia, in seguito a una promessa fatta al produttore Pino Oliva appena dimesso dalla rianimazione: “Mi disse: se sopravvivo dobbiamo fare uno spettacolo il primo gennaio”. La prima edizione si svolse in un clima anomalo: “Il primo anno avevamo il teatro vuoto e solo amici. Gli ascolti furono pazzeschi”. Il successo ha poi attirato le attenzioni della televisione di Stato, rispedite al mittente per salvaguardare la propria libertà espressiva: “Mi hanno proposto di portarlo in Rai. Prima ho detto sì, poi ho cambiato idea. Come lo faccio lì non potrei farlo da nessun’altra parte. Avrei troppi limiti”. Una lucidità garantita da una popolarità raggiunta con l’età adulta: “Forse se fosse successo prima mi sarei montato la testa”. Un pensiero va anche ai colleghi della nuova generazione, con un elogio netto a Stefano De Martino: “È un top player. Ha un futuro incredibile davanti ed è uno dei pochissimi che non si atteggia mai”.

L’autovalutazione: “Non mi sento mai bene”

Lontano dal palcoscenico, la sua stabilità poggia unicamente sugli affetti: “La famiglia è il mio posto felice. La mia isola che non c’è. Ho una famiglia solida, quella di una volta”. Ma Iodice non si fa sconti quando si tratta di autocritica. Sottopostosi a una pagella finale nel corso del podcast, il comico si è assegnato un “3” per il sesso e un “5” per la fame. Bocciatura totale per l’atletismo e il pollice verde, fermi a “0”. Si definisce poco invidioso (“2”), moderatamente egocentrico (“3 tendente a 4”) e ipocondriaco (“4”), pur respingendo il pessimismo (“0”). Il tutto chiuso da una battuta sulle proprie condizioni fisiche che sintetizza il suo sguardo sul mondo: “Non mi sento mai bene”.

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“Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara mi ha fatto male”: Marco Poggi parla in esclusiva a Quarto Grado. E aggiunge: “Hanno rovinato l’immagine di mia sorella”

5 June 2026 at 09:33

Per diciannove anni ha scelto il silenzio. Ora Marco Poggi, fratello di Chiara Poggi, parla per la prima volta in televisione. Lo fa nella puntata di Quarto Grado in onda stasera, venerdì 5 giugno, su Rete 4, in un’intervista esclusiva annunciata dal programma condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero.

Marco Poggi aveva 19 anni quando, il 13 agosto 2007, sua sorella Chiara fu trovata uccisa nella villetta di famiglia di Garlasco, in provincia di Pavia. Oggi ne ha 37, vive in Veneto, lavora come impiegato e ha sempre scelto di restare lontano dai riflettori e dall’attenzione mediatica che negli anni ha accompagnato il caso.

Nelle anticipazioni diffuse da Quarto Grado, Poggi torna sulle accuse e sulle ricostruzioni che nel tempo hanno coinvolto anche lui. “Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara mi ha fatto male. Chi indagava poteva smorzare alcune piste”. Poi le parole dedicate alla sorella: “Quello che mi dispiace di più è che hanno rovinato l’immagine di Chiara”.

A presentare l’intervista è Gianluigi Nuzzi, che sui social la definisce un documento eccezionale: “Su Marco tante nuvole e tante fake news. Racconterà il suo rapporto con Andrea Sempio, cosa è successo quel giorno e se era davvero in montagna“.

La scelta di parlare arriva in un momento in cui il delitto di Garlasco è tornato al centro dell’attenzione mediatica e giudiziaria. Tra i temi affrontati nell’intervista c’è appunto anche il rapporto con Andrea Sempio, amico di lunga data di Marco Poggi e oggi nuovamente al centro delle indagini aperte dalla Procura di Pavia.

Nel corso della conversazione, Poggi parla anche dell’impatto che la vicenda ha avuto sulla sua famiglia: “Ci siamo tornati dentro, forse più di prima. Spero che prima o poi abbiamo la possibilità di voltare pagina”.

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“Non riusciva a reggersi in piedi”: soppresso elefante asiatico appena nato. Lo zoo di Zurigo: “Non potevamo fare altro”

5 June 2026 at 09:13

Era nato da appena un giorno, ma i veterinari hanno deciso di sopprimerlo. È accaduto allo zoo di Zurigo, in Svizzera, dove un cucciolo maschio di elefante asiatico è stato abbattuto poche ore dopo la nascita perché affetto da gravi problemi fisici che gli impedivano di reggersi in piedi.

Il piccolo era venuto alla luce lunedì ed era figlio della femmina Indi e del maschio Thai. Fin dai primi momenti, qualcosa era sembrato non andare per il verso giusto. Nonostante ripetuti tentativi, il cucciolo non riusciva a mettersi in piedi né a sostenere adeguatamente il peso del proprio corpo sulle zampe posteriori.

“Il cucciolo maschio ha tentato ripetutamente e con forza di alzarsi, ma non è riuscito a caricare a sufficienza le zampe posteriori, rimanendo quindi sdraiato”, ha spiegato il direttore dello zoo, Severin Dressen, in dichiarazioni riportate dall’agenzia svizzera Keystone-SDA e riprese da diversi media locali. E ha aggiunto: “Razionalmente non possiamo fare nulla contro queste malformazioni”.

Di fronte a una situazione considerata irreversibile, i veterinari hanno optato per l’eutanasia. La decisione, ha spiegato lo zoo, è stata presa nell’interesse del benessere animale, ritenendo che l’elefantino non avrebbe avuto la possibilità di crescere e svilupparsi normalmente.

Non è la prima volta che lo zoo di Zurigo deve affrontare la perdita di un cucciolo di elefante. Secondo i dati forniti dalla struttura, dal 2014 sono nati otto elefanti asiatici. Quattro sono sopravvissuti, mentre altri sono morti poco dopo la nascita per differenti problemi di salute o malformazioni. Nel 2020 un altro cucciolo morì a causa di gravi ferite alla testa, presumibilmente provocate da altri elefanti del gruppo.

Lo zoo sostiene che casi di questo tipo, per quanto dolorosi, rientrino nei rischi che accompagnano la riproduzione di una specie minacciata come l’elefante asiatico, allevata nell’ambito dei programmi europei di conservazione.

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“Ho cliccato sul link e mi sono ritrovata senza soldi e senza carta”: nuova ondata di truffe phishing con il nome di Atm

5 June 2026 at 09:12

La truffa degli sms che sfruttano il nome di Atm continua a circolare a Milano. Il messaggio, apparentemente inviato dall’azienda dei trasporti, segnala un presunto errore nella registrazione del viaggio e invita l’utente a versare una piccola somma entro pochi minuti per evitare ulteriori addebiti. In realtà si tratta di un tentativo di phishing progettato per sottrarre denaro e dati bancari. A raccontare quanto accaduto è una lavoratrice di 29 anni che ha riferito la propria esperienza all’Adnkronos dopo aver perso oltre 140 euro. Tutto è iniziato con un sms che riportava la scritta: “Informa atm informa errore tap out salda le spese di gestione (1,50) entro 30 minuti per bloccare l’addebito massimo clicca sul link”.

Dopo aver aperto il collegamento, la giovane si è trovata davanti a una pagina che riproduceva fedelmente quella ufficiale dell’azienda. “Layout del tutto identico a quello Atm. Quindi non ho avuto dubbi”, racconta. La donna spiega di essere stata tratta in inganno anche perché poche ore prima aveva utilizzato la carta di credito per accedere alla metropolitana. “Mi sono accorta che era il primo del mese e dovevo ancora convalidare l’abbonamento. Non avendo tempo di raggiungere un totem per farlo, sono passata dai tornelli con la carta di credito, cosa che di solito non faccio. Mi è arrivato l’sms truffa da un numero Atm, da cui in passato avevo già ricevuto un messaggio autentico, mi sono fidata. In quel momento ho temuto di essermi scordata di timbrare l’uscita e di dover quindi pagare il giornaliero. Per evitarlo, mi sono affrettata a saldare il finto debito entro 30 minuti, come richiesto”.

Secondo il racconto, i primi tentativi di pagamento non sarebbero andati a buon fine. Convinta che si trattasse di un problema tecnico, ha però riprovato una terza volta. È stato in quel momento che si è accorta di essere caduta nella trappola. “Dopo che i primi due tentativi di pagamento tramite PayPal non sono andati a buon fine, ne ho disposto un terzo. Solo allora mi è arrivata la notifica dalla mia banca, che mi informava del prelievo di 141,5 euro”. La scoperta ha dato il via a una corsa contro il tempo per cercare di limitare i danni. La giovane ha contattato immediatamente la banca nella speranza di bloccare l’operazione, ma senza successo. “A quel punto mi è crollato il mondo addosso, ho chiamato il mio istituto di credito, sperando che potessero annullare l’operazione. Purtroppo non era possibile e così la banca mi ha bloccato la carta”, racconta.

Le conseguenze

La vicenda ha avuto conseguenze che vanno oltre la perdita economica. La ventinovenne, originaria della Sicilia ma residente a Milano per lavoro, si è ritrovata senza la possibilità di utilizzare la carta e con difficoltà nella gestione delle spese quotidiane. “Peccato che io sia cliente di una filiale siciliana, quindi ora mi ritrovo a Milano, senza carta di credito e senza soldi. Non ho potuto pagare l’affitto e non posso neanche ricevere lo stipendio. Devo arrangiarmi per sopravvivere, finché non avrò tempo di scendere a casa e rifare la carta. E tra le spese del viaggio e i soldi che mi hanno fregato, quest’estate rischio di dover rinunciare alle vacanze. Tutto per un unico clic fatto sovrappensiero”, afferma.

Le contromisure di Atm contro il phishing

Nel frattempo Atm ha spiegato di essersi già attivata per contrastare il fenomeno. L’azienda ha informato gli utenti attraverso il proprio sito, l’app e i canali social, e ha fornito indicazioni su come riconoscere i messaggi fraudolenti, invitando a non aprire link sospetti. Inoltre il caso è stato segnalato alle autorità competenti ed è stata presentata una denuncia alla Polizia Postale.

L’azienda ha fatto sapere di aver adottato anche misure di cybersicurezza per contribuire all’oscuramento dei siti utilizzati nelle campagne di phishing. Secondo quanto riferito all’Adnkronos, alcuni indirizzi web riconducibili alla truffa sarebbero già stati disattivati, anche se continuano a comparirne di nuovi.

L’appello finale è quello di verificare sempre richieste di pagamento ricevute via sms, soprattutto quando accompagnate da link e scadenze ravvicinate. “State attenti, non agite d’istito e piuttosto fate una chiamata prima”, conclude. Da parte sua Atm ribadisce che “non sollecitiamo pagamenti via messaggio”. Un’indicazione che, sottolinea l’azienda, dovrebbe essere sufficiente a riconoscere questo genere di comunicazioni come fraudolente.

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Il mistero del livido sul volto di Andrea Mountbatten-Windsor: cosa è successo all’ex principe confinato a Sandringham? La foto “rubata” in auto scatena le ipotesi

5 June 2026 at 09:11

Un grosso livido sulla guancia: così è apparso Andrea Mountbatten-Windsor nell’ultima foto scattata mentre si trovava alla guida della sua automobile nell’area della tenuta di Sandringham dove è stato confinato all’inizio dell’anno, dopo che il sovrano gli aveva tolto titoli e onorificenze in autunno.
Il fratello di Carlo III vive nella Marsh Farm, una piccola residenza di famiglia, lontano dai riflettori ma sotto la lente della giustizia che sta indagando sulle sue relazioni con il faccendiere americano e pedofilo, Jeffrey Epstein. Il giorno del suo 66esimo compleanno, il 19 febbraio, la polizia lo ha prelevato per tenerlo in stato di fermo 11 ore e in quella occasione era stata scattata l’ultima foto di un uomo dallo sguardo agghiacciato e stravolto, seduto sul sedile posteriore di un’auto mentre rientrava a casa dopo essere stato sentito dalla polizia.

La foto, in un colpo, ha cancellato anni di scatti in fiera tenuta militare, in posa sorridente e spavalda accanto alla regina Elisabetta II sul balcone di Buckingham Palace, mentre ha fatto il paio con le tante immagini raccolte meticolosamente da Epstein e dalla sua complice Ghislaine Maxwell, che lo hanno ritratto per anni in compagnia delle vittime della tratta di minori perpetrata dalla coppia. A partire dalla foto con il braccio intorno alla vita di una Virginia Giuffre ancora minorenne; fu lei la ragazza che per prima denunciò gli abusi del pedofilo americano e dell’allora principe Andrea aprendo il vaso di Pandora su anni di violenze e impunità.
Oggi, le ragioni che hanno portato a fare apparire quel grande livido sotto all’occhio destro dell’ex principe e sulla sua guancia non sono note, ma l’immagine ha dato adito a diverse congetture.

Qualcuno ha ipotizzato che possa essere stato la conseguenza di una caduta, mentre altri hanno pensato ad una operazione chirurgica.
Naturalmente, il diritto alla privacy non impone al fratello del re di rivelare quali siano state le cause del livido, ma secondo il Telegraph, non si tratterebbe di nulla di grave. L’ultima volta che il fratello minore del sovrano era stato intercettato nella sua nuova vita da “recluso” di lusso nelle campagne del nord dell’Inghilterra, era stato per l’episodio avvenuto mentre passeggiava insieme ai cani e ad una guardia del corpo.
Andrea, in quella occasione, era stato inseguito da un uomo armato e con il volto coperto da un passamontagna che ha tentato di raggiungerlo inveendo contro di lui. I fatti si riferiscono ad un mese fa.

L’uomo era seduto sulla sua auto in attesa di vedere passare l’ex principe e solo a quel punto è sceso per scagliarsi verso di lui. La polizia del Norfolk è intervenuta fermando l’assalitore che, si è scoperto, aveva anche un’arma.
Ma è un’altra la grande inchiesta che vede impegnata la polizia inglese, in contatto con quella americana, alla cerca di elementi per chiarire la posizione di Andrea Mountbatten-Windsor accusato di abuso d’ufficio aggravato relativamente agli anni nei quali era stato incaricato dal governo britannico di svolgere il ruolo di inviato speciale per il commercio e gli investimenti. In quegli stessi anni, i documenti contenuti negli Epstein Files hanno rivelato come i dati sensibili dei report redatti durante le sue missioni erano stati condivisi con la casella di posta di Epstein, violando il segreto d’ufficio e la riservatezza richiesti dal ruolo.

????| ???? Former Prince Andrew spotted with massive bruise on his face pic.twitter.com/zD8ynVtoWT

— PARROT REPORT ???? (@PARROTREPORT) June 4, 2026

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“Mi dispiace che qualcuno pensi che io sia voluta stare sui giornali. Sono discreta, i miei hanno saputo della separazione da Francesca Pascale dai giornali”: parla Paola Turci

5 June 2026 at 08:39

“Sono stata ai box. In pausa, in silenzio, ad ascoltare, guardare, a vivere. Ma artisticamente facevo fatica, qualcosa si era bloccato. Poi sono tornata a casa, a Roma, ed è cambiato tutto“: così Paola Turci spiega a Repubblica com’è nata Vita Mia, la canzone che anticipa il suo album in uscita il prossimo 2 ottobre, Amore a dismisura.

Torna a parlare della separazione da Francesca Pascale, Turci, e di come abbia vissuto quei momenti: “Mi dispiace ogni volta che leggo, non per le critiche o gli insulti. Non mi interessano. Ognuno può essere cafone e maleducato a modo suo. Mi ferisce, non avendo diritto di replica, che qualcuno pensi che io sia voluta stare sui giornali. È tutto sbagliato perché non era il mio scopo. Non ho tenuto conto della popolarità, pensi che idiota. Ho imparato a scambiare e ricevere l’affetto con chi mi seguiva”.

Si definisce “discreta”, Turci, e racconta di come a casa sua siano “venuti a scoprire della fine della storia con Francesca Pascale dai giornali“. Va poi agli inizi, quando i genitori le dicevano che “la musica non è un lavoro”: “Essere cantante non era visto come un mestiere, ma come un privilegio; quindi, ok, puoi cantare come puoi giocare a calcio. Però poi trovati un lavoro, un posto fisso da dipendente statale. I miei fratelli si sono laureati”.

Eppure la musica è la sua vita, con brani giustamente citati nell’intervista che sono Bambini, anno 1989, ma anche Fatti bella per te, anno 2017 che porta a qualche considerazione sulle donne: “Il problema è culturale, nasce dalle etichette che ci danno, sempre giudicate per il corpo. Se ne parla da tempo senza arrivare mai al dunque. Conta l’amore per se stessi, l’accettazione di come siamo, a prescindere dai modelli”.

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Due meloni Yubari venduti a 31mila euro: massaggiati con appositi guanti e rigirati uno ad uno, ecco perché questi frutti sono così preziosi e non saranno mangiati subito

5 June 2026 at 08:38

In Giappone, la prima asta stagionale tenutasi venerdì al mercato centrale all’ingrosso di Sapporo ha registrato la vendita di una cassa contenente due meloni Yubari per la cifra record di 5,8 milioni di yen, equivalenti a oltre 31 mila euro. L’offerta vincente, tra i 912 meloni battuti all’asta durante la giornata, è stata presentata da Futami-Seika, un’azienda all’ingrosso di frutta e verdura con sede a Kushiro, nell’isola di Hokkaido.

L’esposizione e le degustazioni a Tokyo

I due cantalupi non sono destinati al consumo immediato. Saranno inizialmente esposti al pubblico presso il supermercato Sakuragaoka della catena Keio Store nella città di Tama, a ovest di Tokyo, in attesa dell’inizio delle degustazioni previsto per la prossima settimana. “Abbiamo il raccolto migliore”, ha dichiarato Hirokazu Okubo, dirigente dell’azienda acquirente. “Vogliamo che le persone in tutto il Giappone possano assaporare i meloni di Yubari”, ha aggiunto l’esecutivo.

I parametri della selezione e della coltivazione

Il costo di questi frutti è determinato da un processo di coltivazione estremamente selettivo e prolungato. I meloni Yubari crescono in zone caratterizzate da forti escursioni termiche, una condizione climatica essenziale per favorire la dolcezza della polpa. Per massimizzare la qualità, i coltivatori potano ogni pianta in modo da far crescere un solo esemplare, concentrando al suo interno tutti i nutrienti disponibili. Durante gli oltre tre mesi di sviluppo, i contadini dedicano al frutto attenzioni costanti: lo girano periodicamente, lo massaggiano indossando appositi guanti e lo proteggono dall’esposizione solare diretta. Al termine del ciclo, la selezione per l’immissione sul mercato è rigorosa: superano l’esame finale unicamente i meloni che presentano una forma sferica perfetta, una rete esterna uniforme e un peso non superiore ai 2,5 chili.

Il rilancio economico della città di Yubari

Le condizioni meteorologiche di quest’anno, caratterizzate da scarse nevicate invernali e da un clima primaverile favorevole, hanno permesso alle colture di maturare senza intoppi. La cooperativa agricola della città prevede di spedire 3.086 tonnellate di meloni Yubari in questa stagione, puntando a generare un fatturato complessivo di circa 2,1 miliardi di yen. Questo indotto commerciale rappresenta una risorsa vitale per il territorio locale. Yubari, ex polo principale per l’estrazione del carbone, è l’unico municipio della nazione a essere stato posto sotto un programma di ricostruzione fiscale supervisionato dallo Stato a seguito di un massiccio indebitamento. Attualmente la città si sta avvicinando alla conclusione di questo lungo processo di risanamento e prevede di riuscire a estinguere le proprie passività entro la fine dell’anno fiscale in corso.

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Tempesta solare “cannibale” in arrivo: il 5 giugno tutti col naso all’insù per l’aurora boreale, possibili rischi per le telecomunicazioni

5 June 2026 at 08:16

Il Sole attraversa una nuova fase di intensa attività e scaglia verso la Terra un’enorme quantità di plasma magnetizzato. Se la serata del 4 giugno ha deluso le aspettative degli appassionati a causa di nubi e temporali che hanno oscurato i cieli italiani nascondendo lo spettacolo, per la notte del 5 giugno l’invito è quello di stare tutti con gli occhi all’insù: le condizioni meteorologiche migliorano e le probabilità di avvistare l’aurora boreale anche alle nostre latitudini aumentano sensibilmente. A innescare il fenomeno è l’imminente arrivo di una perturbazione spaziale generata da tre potenti eruzioni, che ha spinto gli esperti del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) a emettere un’allerta per tempesta geomagnetica “forte” di classe G3, che potrebbe spingersi fino al livello G4 su una scala massima di 5.

La dinamica: cos’è una “CME cannibale”

Tutto ha avuto origine nel corso del 3 giugno, quando la macchia solare 4455 ha prodotto tre significativi brillamenti nell’arco di 24 ore (due eventi di classe M e uno di classe X, la più alta). A questi brillamenti sono seguite tre espulsioni di massa coronale (CME), ovvero nubi di plasma magnetizzato lanciate nello spazio in direzione del nostro pianeta. La particolarità dell’evento risiede nella velocità di queste nubi. La prima CME era la più estesa, mentre la seconda e la terza erano inizialmente dirette verso Nord. Tuttavia, l’ultima esplosione in ordine di tempo si è rivelata molto più veloce delle precedenti. Gli astronomi la definiscono “CME cannibale”: un fenomeno relativamente raro in cui l’espulsione più rapida raggiunge e ingloba le nubi di plasma solare partite in precedenza. Questa fusione genera una perturbazione geomagnetica molto più violenta rispetto a un singolo impatto, una dinamica che fu in parte responsabile anche della storica tempesta di livello estremo (G5) registrata nel maggio 2024.

Il parere dell’esperto e le probabilità per l’Italia

Nonostante ci troviamo in una fase calante del ciclo solare, l’attività della nostra stella rientra nella normalità statistica: “Non è eccezionale che si verifichino fenomeni così energetici anche nella fase di declino dell’attività solare nella quale ci troviamo”, ha spiegato all’Ansa Mauro Messerotti, docente di Meteorologia spaziale all’Università di Trieste. Sulle tempistiche dell’impatto con il campo magnetico terrestre, l’esperto precisa: “Stimare l’orario di arrivo è sempre problematico, il livello di incertezza va dalle 6 alle 10 ore. Si prevedono, però, aurore boreali a latitudini più basse del normale anche se è molto difficile che siano visibili anche dall’Italia”.

Tuttavia, come dimostrato negli ultimi due anni, l’osservazione dal Nord Italia non è impossibile. L’intensità dipenderà dall’orientamento del campo magnetico trasportato dal plasma al momento dell’impatto. Per tentare l’avvistamento nella notte del 5 giugno è essenziale allontanarsi dalle fonti di inquinamento luminoso delle città, cercare aree con l’orizzonte nord completamente sgombro e monitorare in tempo reale il valore Kp, l’indice che misura l’attività geomagnetica globale.

Possibili impatti sulle tecnologie

Una tempesta geomagnetica di categoria G3 non comporta alcun rischio diretto per la salute umana, ma può generare disturbi di natura tecnologica. L’impatto del plasma solare con l’alta atmosfera terrestre può provocare cali di tensione sulle linee elettriche e alterare il normale funzionamento dei dispositivi. Nello specifico, sono possibili interferenze nelle comunicazioni radio ad alta frequenza, un calo della precisione nei sistemi di navigazione satellitare (GPS) e problemi di orientamento per i satelliti in orbita bassa. Qualora la combinazione delle CME dovesse innalzare la tempesta al livello G4, questi disagi verrebbero intensificati, causando interruzioni anche di diverse ore nelle comunicazioni radio e nei sistemi di navigazione, estendendo i malfunzionamenti anche a latitudini inferiori rispetto a quelle dei poli. Gli operatori aerospaziali restano in costante monitoraggio per valutare la tenuta delle infrastrutture.

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