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Iran ai Mondiali: arrivano i visti Usa, ma solo per i calciatori. Negato ad almeno 15 membri dello staff

5 June 2026 at 19:30

Il caso diplomatico che rischiava di compromettere la partecipazione dell’Iran ai Mondiali di calcio negli Stati Uniti sembra essersi risolto. I calciatori della nazionale iraniana hanno infatti ottenuto i visti necessari per entrare nel territorio americano e prendere parte alla competizione che inizierà tra pochi giorni. La conferma è arrivata da un funzionario della Casa Bianca, che ha riferito la notizia all’agenzia Reuters. La svolta arriva dopo giorni di incertezza e polemiche. Ma solo ai calciatori: Fonti interne hanno riferito ad Al Jazeera che almeno 15 membri dello staff della nazionale iraniana si sono visti negare il visto negli Stati Uniti. Si tratta di allenatori, personale tecnico e dirigenti. Le stesse fonti dicono che alcuni di coloro a cui è stato negato il visto erano ufficialmente riconosciuti dalla FIFA come parte dello staff tecnico e/o di allenatori.

Soltanto nelle scorse ore l’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, aveva denunciato pubblicamente il mancato rilascio dei visti ai giocatori, sottolineando come la squadra fosse ancora bloccata a dieci giorni dall’esordio previsto a Los Angeles. Una situazione che aveva alimentato timori sulla possibilità che la nazionale iraniana non riuscisse a raggiungere gli Stati Uniti in tempo per l’inizio del torneo.

Le restrizioni

La vicenda aveva assunto rapidamente una dimensione politica. L’Iran figura infatti tra i Paesi colpiti dalle nuove restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti introdotte dall’amministrazione Trump. Sebbene gli eventi sportivi internazionali prevedano generalmente deroghe specifiche per atleti, tecnici e delegazioni ufficiali, il ritardo nell’emissione dei documenti aveva sollevato interrogativi sull’effettiva applicazione di tali eccezioni. Nei giorni scorsi la federazione iraniana aveva scelto di trasferire la squadra in Messico, trasformando il Paese nordamericano in una sorta di base operativa temporanea in attesa dello sblocco della situazione. Una soluzione logistica necessaria per non compromettere la preparazione alla competizione e per consentire alla delegazione di essere pronta a partire non appena fosse arrivato il via libera dalle autorità statunitensi.

L’annuncio della Casa Bianca mette ora fine, almeno sul piano pratico, a una vicenda che aveva suscitato preoccupazione sia nel mondo del calcio sia in quello diplomatico. Con i visti finalmente concessi, la nazionale iraniana potrà raggiungere gli Stati Uniti e preparare regolarmente il proprio debutto mondiale.

Il significato

La partecipazione dell’Iran assume inoltre un significato particolare perché la squadra si prepara a giocare il Mondiale mentre il Paese è coinvolto in un conflitto con una delle nazioni ospitanti, una situazione senza precedenti nella storia della competizione.

Durante il ritiro in Turchia, dove la nazionale ha trascorso oltre due settimane prima di trasferirsi in Messico, alcuni giocatori hanno raccontato all’Associated Press le difficoltà di preparare un appuntamento sportivo di tale portata mentre si seguono quotidianamente le notizie provenienti dal proprio Paese. “Non è facile”, ha spiegato il centrocampista Saeid Ezatolahi, alla sua terza Coppa del Mondo. “La situazione politica può influenzare la mentalità dei giocatori e della gente”.

Nonostante il contesto, i calciatori insistono sulla volontà di rappresentare il Paese e offrire un momento di unità a una popolazione provata dalla guerra. “Sappiamo che il nostro popolo ha sofferto molto e andiamo lì per loro, per ottenere i migliori risultati possibili“, ha dichiarato il 24enne Mohammad Ghorbani. Le prime due partite dell’Iran si giocheranno nell’area di Los Angeles, città che ospita una delle più grandi comunità iraniane all’estero, composta in larga parte da oppositori del regime di Teheran. “Ci aspettiamo molti tifosi allo stadio e molta pressione”, ha detto ancora Ezatolahi. “Il nostro dovere è lottare per il nostro popolo, rappresentare il nostro Paese e dimostrare quanto valiamo”. Un messaggio condiviso anche da Ghorbani: “Vogliamo portare gioia agli iraniani e mostrare al mondo la forza del nostro popo

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“Stop al supporto dell’Italia alle guerre”: oltre cento sigle convocano un corteo alla base aerea Usa di Aviano

5 June 2026 at 13:34

La base aerea Usa di Aviano è da oltre due mesi una specie di sismografo dell’attività statunitense sul fronte della guerra contro l’Iran. Gli arrivi e le partenze si susseguono, consentendo gli scali di aerei cargo che trasportano materiali non meglio identificati sulle rotte del conflitto. Alcuni partono da Fairford nel Regno Unito e si dirigono verso la Giordania, facendo scalo nel centro friulano o a Ramstein in Germania. Altri aerei sono stati segnalati sulla rotta da Lakenheath, nel Suffolk, a Incirlik, in Turchia ai confini con la Siria (dove si trovano una cinquantina di testate atomiche), per poi rientrare in Europa attraverso Aviano, che a sua volta è un deposito atomico. A tenere meritoriamente il monitoraggio di questo flusso aereo è il giornale on line pordenoneoggi.it, che segue anche il via vai delle truppe che, a bordo di Boeing 747, raggiungono la base di Camp Lemonnier a Gibuti, nel Corno d’Africa. “Continuano giornalmente anche i voli da e per Ramstein e la Romania, dove gli Usa hanno una base molto importante per lo scacchiere europeo, considerando che la Romania aiuta l’Ucraina nell’invio di droni di fabbricazione statunitense”, spiega il giornalista Alessandro Rinaldini.

In quell’extraterritorialità della guerra su cui possono contare gli americani in Italia, Aviano è uno snodo importante ed è lì che associazioni pacifiste e movimenti politici contro la guerra si sono dati appuntamento per sabato 6 giugno. Al momento 112 sigle hanno dato la loro adesione, a cominciare da Anpi Friuli-Venezia Giulia, Cgil, Tavolo della Pace, Global Sumud Flotilla, Rete italiane Donne in Nero che fanno da capifila. Il raduno è previsto alle 15 davanti al Duomo, da dove si snoderà il corteo fino all’ingresso della base. “Aviano, una voce collettiva per la pace, contro la guerra e il riarmo” è il tema della manifestazione. “La pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività”, si legge nel manifesto. “Un fermo No alla guerra e a ogni escalation militare si alzerà con voce unica, per riaffermare l’urgenza per la pace e per un modello di società alternativo fondato sulla dignità e sul rispetto delle persone, dei popoli e di ogni essere sul pianeta”. I temi si intrecciano: si va dalla denuncia della corsa globale agli armamenti e dei “rigurgiti nazionalisti” al rischio sempre più concreto di un mondo dominato dalla logica della deterrenza e dello scontro permanente. “Ci opponiamo fermamente al supporto politico e militare fornito dal governo italiano e dai governi europei a Israele nel genocidio del popolo palestinese, così come alla guerra condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Iran e Libano. Il nostro pensiero e la nostra solidarietà vanno a tutte le vittime dei conflitti in corso nel mondo, dall’Ucraina al Sudan, dal Myanmar al Congo e all’Eritrea”.

“La manifestazione sta riscuotendo un forte consenso”, ha detto in conferenza stampa Maurizio Marcon, segretario generale della Cgil di Pordenone. “La mobilitazione vuole essere anche una proposta, non soltanto una denuncia. Chiediamo al governo italiano e alle istituzioni di investire nelle politiche sociali e nelle misure urgentissime per affrontare i disastri ambientali e il cambiamento climatico, anziché nelle spese militari”. Antonella Lestani, coordinatrice regionale dell’Anpi, ha aggiunto: “Richiamarsi all’articolo 11 della nostra Costituzione equivale riaffermare la promessa originaria della democrazia italiana: mai più la guerra come strumento di potere, e centralità della convivenza democratica tra i popoli. Abbiamo scelto Aviano per lanciare un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra”. Michele Negro, rappresentante friulano della Rete per i diritti, l’accoglienza e la solidarietà internazionale, ha fornito alcuni dati: “Abbiamo oltre 12mila testate nucleari nel mondo, quando sappiamo che ne basterebbero cinquanta per distruggere l’umanità. Mentre crescono gli investimenti per la produzione di armi e per le infrastrutture militari, abbiamo situazioni economiche esplosive come i licenziamenti dell’Electrolux. Di fronte a ciò, l’Italia sceglie di investire quasi mille miliardi in dieci anni per arrivare al 5% del Pi, in spese militari”. Altri numeri sono stati aggiunti da Massimo Marchini, attivista della Flotilla di terra: “La maggior parte delle vittime delle guerre oggi sono i civili. A Gaza, degli oltre 80mila morti registrati, circa l’85% sono civili, un quarto delle vittime sono bambini. Un dato terribile”.

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