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Weekend di cultura e sport a Pietrasanta: il 5-6 giugno c’è “Sportcity cult”. Il presidente: “Un modo per parlare alle coscienze di tutti”

4 June 2026 at 19:46

Nato per trasformare piazze, teatri e territori in luoghi di incontro tra benessere, arte e partecipazione, “Sportcity cult” arriva anche in Versilia. Il 5 e il 6 giugno va in scena la prima edizione del format pensato da Fondazione Sportcity in collaborazione con il Comune di Pietrasanta. L’evento avrà anche ospiti d’eccezione del mondo dell’arte, della cultura e dello sport.

“Il nostro obiettivo è ‘sportivizzare‘ le città, ma ci siamo resi conto che per farlo occorre parlare anche alle coscienze: è qui che arte e sport si incontrano”. Così Fabio Pagliara, presidente della Fondazione Sportcity, presenta l’evento al Fatto Quotidiano. “Sport significa educazione e formazione ma anche cultura – prosegue -. Noi abbiamo pensato di farlo in strada, per renderlo accessibile a tutti e a tutte. Tra spettacoli, incontri, eventi, film: tutto sul palcoscenico perfetto di Pietrasanta, un museo a cielo aperto”. Per Pagliara Sportcity cult significa “contaminazione” perché “lo sport deve avere la forza e il coraggio di uscire dalla propria auto-referenzialità e la cultura è un ottimo modo per farlo”.

Venerdì mattina ci sarà l’anteprima di questo laboratorio sociale, con partecipazione gratuita. Allo stabilimento Nimbus Surfing Club di Marina di Pietrasanta, si terrà l’iniziativa “Sport in spiaggia“, durante la quale si potrà partecipare a vari sport, tra cui beach volley e bocce, ma anche apprendere qualcosa in più sull’educazione al mare. In parallelo, tra le 9.15 e le 13.00, si terrà l’incontro “Lo sport in Costituzione 3.0 – Un patto fra generazioni“: alla Green House della Versiliana ragazzi e personalità del mondo scolastico, sportivo e giuridico si confronteranno su temi come lo sport a scuola, la figura dello studente-atleta, i mestieri nello sport e i luoghi di pratica sportiva.

“Pietrasanta è, per natura, una città-laboratorio – ha detto l’assessore allo sport Andrea Cosci – non solo per l’artigianato ma per le idee che qui nascono, prendono forma e si perfezionano, fino a diventare eventi consolidati di livello nazionale. La Fondazione Sportcity ha colto questa nostra prerogativa e ci ha scelto come sua fucina ideale: è stato così, lo scorso anno, per ’Sportcity Edu’ e così sarà anche quest’anno con ’Sportcity cult’. Due giorni in cui la nostra città dimostrerà ancora una volta come lo sport sia cultura, incontro e crescita sociale”.

L’evento clou della giornata sarà alle 18 con il taglio del nastro che darà l’avvio ufficiale a “Sportcity cult”. Sul palco di piazza Duomo di Pietrasanta ci sarà l’incontro “Tra sport e cultura”, durante il quale dialogheranno il comico Dario Vergassola, il presidente di “Cultura Italiae” Angelo Argento, Fausto Brizzi, sceneggiatore e regista e i giornalisti sportivi Jacopo Volpi e Simona Rolandi. La due giorni però avrà molti incontri e molti nomi noti al mondo dello sport e non solo. Sono attese Alessia Mesiano, campionessa del mondo di pugilato femminile nei 57 chili, e Cinzia Monteverdi, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Carrara e amministratrice delegata di Seif. Monteverdi il 5 giugno riceverà il premio Cultura Italiae, a cura del comune di Pietrasanta. Oltre a loro, anche Massimiliano Finazzer Flory, regista e attore di cinema e teatro, e il professor Marco Macchia, docente dell’Università di Pisa e membro della Commissione Federale Antidoping della Figc. Chiuderà l’evento un ospite di eccezione: il noto pilota di Formula Uno, Giancarlo Fisichella, in un’inedita versione dj che sabato sera farà ballare la piazza della città fino a mezzanotte.

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Há 30 anos que este Tapete Mágico voa pelo teatro em Faro

4 June 2026 at 16:00

O livro sobre o Clube de Teatro Tapete Mágico, do Agrupamento de Escolas Pinheiro e Rosa (Faro), foi apresentado na FNAC do Forum Algarve.

Esta obra, que marca os 30 anos de trabalho ininterrupto, foi apresentado por uma das suas fundadoras, Lúcia Vicente que partilhou a vontade férrea que a levou a exigir à então comissão instaladora da Escola Pinheiro e Rosa a criação de um Clube de Teatro.

Francisco Soares, diretor do Agrupamento de Escolas Pinheiro e Rosa, salientou a importância do Teatro, e das Artes em geral, na construção dos homens e das mulheres do futuro.

Paulo Cunha, na qualidade de editor do livro Espreitar para Debaixo do Tapete, realçou a importância da parceria estabelecida entre o Agrupamento Pinheiro e Rosa e a Associação Cultural Música XXI, pela oportunidade de partilha entre os jovens alunos do Clube de Teatro e os artistas associados à Música XXI.

Por fim, João Tiago Neto, que foi também fundador do Clube de Teatro e compôs temas musicais para um dos espectáculos, interpretou três músicas da sua autoria.

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Teatro Ridotto, finalmente un libro che tratta dei quarant’anni di storia nella periferia di Bologna

4 June 2026 at 15:29

C’è una celebre poesia di Brecht che inizia così: Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?/ Ci sono i nomi dei re, dentro i libri./ Sono stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra? A queste domande sembra rispondere l’amico Walter Benjamin: “E’ compito ben più arduo onorare la memoria delle persone senza nome che non delle persone celebri”.

Nonostante gli sforzi, troppo spesso, anche nei libri degli storici del teatro (a cominciare da quelli del sottoscritto), ricorrono soltanto “i nomi dei re” e latitano le “persone senza nome”. Eppure, nessuna epoca teatrale può esistere, consolidarsi, mutare, tramandarsi senza i tanti, tantissimi ignorati dagli studiosi ma fondamentali al funzionamento di ogni ecosistema culturale. Questo vale anche per i teatri antichi, anzi forse soprattutto per loro, visto che su di essi interveniamo a selezione già fatta dal tempo, per ragioni che non sempre ci è dato di capire.

Prendiamo la Commedia dell’Arte. Salvo isolate eccezioni, continuiamo a parlarne facendo riferimento ai soliti noti, le grandi attrici e i grandi attori che la resero celebre, le poche compagnie primarie che i regnanti e i principi di tutta Europa si contendevano. Ma in realtà, per gli oltre due secoli della sua durata, le compagnie furono centinaia, gli attori diverse migliaia e solo di una parte di essi abbiamo notizia.

Anche per queste ragioni è da salutare con grande favore l’uscita di Le sette vite del Teatro Ridotto-Quarant’anni ai confini del teatro (Editoria&Spettacolo, 2026), libro collettivo curato da Marcello Gallucci. Perché restituendoci con dovizia di informazioni e testimonianze appassionate la vicenda di una piccola realtà teatrale della periferia bolognese, Il Teatro Ridotto, e mostrandocene la funzione essenziale che ha svolto e continua a svolgere in quel territorio, rappresenta anche, in qualche modo, una lezione di metodo.

Il Teatro Ridotto è stato, ed è ancora, le due persone che lo hanno fondato nel 1983: l’attrice Lina Della Rocca e il regista Renzo Filippetti, scomparso nel gennaio 2021. Due personaggi unici, come ogni essere umano del resto, e, contemporaneamente, espressione tipica di un’epoca in cui al teatro si arrivava in modi inconsueti rispetto al passato, senza una formazione specifica o una vera e propria vocazione, ma trasportandovi urgenze, passioni, inquietudini coltivate fuori e prima.

A cominciare dalla politica, almeno nel caso di Filippetti, che nel ’77 a Roma faceva già teatro ma soprattutto militava nel gruppo extraparlamentare di Lotta Continua. Fra l’altro, fu così che egli conobbe l’amico Erri De Luca, diventato in seguito un famoso scrittore, e allora dirigente nazionale di quel gruppo (nel volume si può leggere un suo intervento).

Lina Della Rocca, invece, arriva al teatro dopo un seminario con Ryszard Cieślak, mitico attore di Grotowski. Siamo a Bologna, dove si è trasferita con Renzo, conosciuto a Roma anni prima. Così la descrive Clelia Falletti in un’intervista del libro: “Era l’82, aveva ventotto anni, era una signora con un bambino e un impiego alla Fiera di Bologna”. Ma le vie al teatro erano infinite a quei tempi. E l’anno dopo Lina risulta cofondatrice del Teatro Ridotto, insieme a Renzo. Sono basati nella periferia nord di Bologna a Lavino di Mezzo. Qui otterranno una sede più adeguata nel 1995, con una piccola sala dove si poteva stipare a fatica un centinaio di spettatori.

Con il nuovo nome di Casa delle Culture e dei Teatri, questo punto minuscolo, quasi impercettibile, sulla mappa ricca di realtà artistiche forti della provincia emiliana, riesce a realizzare cose a prima vista impensabili. Come mettere insieme Università (allora retta da Fabio Roversi Monaco, da poco scomparso), Comune, Provincia e Regione per organizzare progetti estremamente impegnativi, anche dal punto di vista finanziario: una sessione dell’International School of Theatre Anthropology nel 1990; e poi un progetto che riportò Grotowski a Bologna per un mese, strappandolo al suo eremo toscano, un anno prima della morte, nel 1997; seguito l’anno successivo da una presenza analoga dell’Odin Teatret. In entrambi i casi le iniziative culminarono con il conferimento della laurea honoris causa in Dams ai due registi.

Grazie alla caparbietà visionaria di Renzo e alla dedizione incrollabile di Lina, questo spazio è stato il porto sicuro per registi e attori già nella storia, come Grotowski e Barba appena citati, Iben Nagel Rasmussen e Torgeir Wethal, figure allora emergenti come Pippo Delbono, Armando Punzo, Cesar Brie, compagni di strada del Terzo Teatro come Pino Di Buduo o Roberto Bacci.

Ma non solo teatro e non solo Occidente. Poeti e scrittori amati come Tonino Guerra e Erri De Luca, tanti attori sudamericani, musicisti di ogni provenienza, i grandi tamburi coreani, il Kathakali indiano, le danze balinesi. E, sempre di più, gruppi giovani e giovanissimi, con progetti dedicati e lunghe residenze.
Dopo la morte di Renzo, Lina è rimasta sola alla guida del teatro, irriducibile come sempre.

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Há “Cinema em Tom Algarvio” para ver em Lagos

4 June 2026 at 14:00

A mostra “Cinema em Tom Algarvio”, com curadoria de Ânia Bento, vai exibir, nos dias 9 e 10 de Junho, diferentes obras ligadas ao Algarve – e a Lagos – na Biblioteca Municipal desta cidade.

O programa arranca a 9 de Junho, às 21h30, com a exibição da longa-metragem “A Fada do Lar”, de João Maia. O filme acompanha a história de Vera, uma mãe solteira que enfrenta dificuldades financeiras e pessoais para sustentar os filhos após o desaparecimento do companheiro.

A sessão contará com a presença do argumentista lacobrigense André Guerra dos Santos, também responsável pelo argumento da recente série Adónis (RTP1).

No dia 10, às 17h30, serão exibidas três curtas-metragens realizadas por Pedro Noel da Luz: “A Arte Xávega”, dedicada a esta tradição piscatória ainda presente na Meia Praia; “ABC da Nossa Vida”, documentário sobre um projeto teatral apresentado no Centro Cultural de Lagos; e “M-PEX Fusões”, uma homenagem à guitarra portuguesa e à herança cultural associada ao fado. O realizador estará presente para uma conversa com o público.

A programação encerra às 21h30 desse dia, com a exibição de “Listen”, de Ana Rocha de Sousa, filme premiado internacionalmente que retrata a luta de uma família portuguesa emigrada em Londres após perder a guarda dos filhos.

A sessão contará com a participação do ator lacobrigense Ruben Garcia, um dos protagonistas do filme.

Esta mostra conta a curadoria de Ânia Bento, realizadora algarvia.

A entrada gratuita, com inscrição prévia através do telefone 282 767 816, Facebook da Biblioteca ou email biblioteca@cm-lagos.pt.

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Migrantes que trabalham na agricultura correm mais riscos de tráfico humano em Portugal

4 June 2026 at 13:05

As autoridades portuguesas verificaram que as pessoas que correm mais riscos de serem vítimas de tráfico humano são migrantes que trabalham na agricultura e portugueses de contextos socioeconómicos desfavorecidos, segundo um relatório do Conselho da Europa divulgado hoje.

«Os trabalhadores migrantes recrutados nos seus países de origem em condições de grave dificuldade económica são explorados principalmente na agricultura sazonal. Os cidadãos portugueses oriundos de contextos socioeconómicos desfavorecidos ou com problemas de saúde mental são também vulneráveis à exploração», referiu o Grupo de Especialistas contra Tráfico de Seres Humanos (GRETA, na sigla inglesa), do Conselho da Europa.

Segundo o relatório, entre 2021 e 2024, foram registadas em Portugal 690 alegadas vítimas de tráfico, das quais 250 casos foram confirmados.

Os 690 casos incluem situações que estão pendentes de investigação ou que já estão a ser investigadas pela polícia e também casos sinalizados por organizações não-governamentais (ONG), mas que não foram reportadas às autoridades.

Os 250 casos confirmados incluíram 39 crianças (três raparigas e 36 rapazes). Do total de vítimas identificadas, 32 são do sexo feminino e 216 do sexo masculino, indica o relatório do GRETA sobre a situação do tráfico de seres humanos em Portugal.

Das 250 vítimas confirmadas, 20 são de nacionalidade portuguesa e 228 estrangeiros, refere o relatório que lista ainda duas vitimas sem revelar dados sobre género ou nacionalidade.

Em 2024 foram registadas 36 vítimas de tráfico humano, menos 98 casos do que em 2023, quando foram confirmadas 134 ocorrências. Em 2022, foram registadas 35 vítimas, menos 10 do que em 2021, segundo o GRETA.

A maior parte dos casos estão associados à exploração laboral (233) e a maioria aconteceu na região Centro, sobretudo no distrito de Beja seguido do distrito de Braga.

De acordo com o relatório, as crianças estão a ser cada vez mais vítimas do tráfico de pessoas, a maioria dos identificados relaciona-se com exploração no desporto.

«As crianças e os jovens em Portugal, incluindo as crianças não acompanhadas ou separadas, correm o risco de serem vítimas de diferentes formas de exploração. As preocupações específicas incluem a exposição de rapazes migrantes, nomeadamente no âmbito do recrutamento desportivo, a situações de exploração, bem como a persistência de casamentos infantis, precoces e forçados», refere o relatório.

Os casos de exploração sexual infantil acontecem sobretudo no arquipélago da Madeira.

As mulheres em situação de prostituição também fazem parte da lista de pessoas que correm maior risco de serem vítimas de tráfico humano, assim como as pessoas em situação de sem-abrigo ou com deficiência.

As ocorrências relacionadas com mulheres sujeitas a exploração sexual foram registadas sobretudo em Lisboa, no Porto e no Algarve.

O GRETA saudou os progressos de Portugal no combate ao tráfico de seres humanos, mas pediu às autoridades que «melhorem a identificação das vítimas e que garantam que estas têm acesso a assistência jurídica e a indemnizações».

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Ruy Belo, Alexandre O’Neill e António Gedeão revisitados em Faro

4 June 2026 at 11:45

O espetáculo “Sinédoque”, de Ivo Canelas e João Vasco, que revisita a obra de poetas como Alexandre O’Neill, Ruy Belo, Tiago Rodrigues, Margarida Vale de Gato, António Gedeão e Amélia Muge, tem sessão marcada para este sábado, 6 de Junho, a partir das 21h30, no CAPa, Centro de Artes Performativas do Algarve, em Faro.

Partindo da figura de estilo que exprime «a parte pelo todo» ou «o todo pela parte», o pianista e compositor João Vasco criou um conjunto de obras para voz recitada e piano, procurando traduzir musicalmente a essência de cada texto literário. Em palco, os poemas são interpretados pelo ator Ivo Canelas, que partilha também a direção artística do projeto.

Estreado em 2023, “Sinédoque” encontra-se atualmente em circulação internacional, tendo passado por países como Tunísia, Cabo Verde, Brasil, França e Angola.

Ivo Canelas é um dos nomes mais reconhecidos do teatro, cinema e televisão portugueses. Formado pela Escola Superior de Teatro e Cinema (ESTC) e bolseiro da Fundação Calouste Gulbenkian no Lee Strasberg Theatre Institute, em Nova Iorque, trabalhou ao longo da carreira com alguns dos principais encenadores e realizadores portugueses.

João Vasco é professor de piano na Escola de Música do Conservatório Nacional e desenvolve atividade como intérprete, compositor, fotógrafo e videógrafo. Depois de mais de duas décadas como pianista, tem vindo a afirmar-se também na composição, sendo «Sinédoque» um dos projetos mais representativos desta fase do seu percurso artístico.

Este espetáculo integra a FAAP– Formação Avançada em Artes Performativas “encontros do DeVIR”, dedicada à interpretação e criação nas áreas do teatro e da dança, organizada pela DeVIR/CAPa, com o apoio dos municípios de Faro, Loulé e Lagos. A DeVIR é uma estrutura financiada pela República Portuguesa – Cultura, Juventude e Desporto / Direção-Geral das Artes.

Os bilhetes custam seis euros para o público em geral e cinco euros para estudantes e maiores de 65 anos. As reservas podem ser feitas por telefone (289 828 784 ou 968 478 217) ou e-mail (devir-capa@devir-capa.com).

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Centro de Exposições de Alcantarilha inaugura exposição “Acreditar no gesto” de Cristina Massena

4 June 2026 at 10:19

A exposição Acreditar no gesto, da artista Cristina Massena, vai ser inaugurada no dia 20 de Junho, no Centro de Exposições de Alcantarilha, numa iniciativa da Coleção Luís Negrão e Família, em parceria com a Câmara Municipal de Silves.

A exposição reúne obras recentemente adquiridas pela coleção, das séries Fragmentos (2025), Insónia (2025) e Por Detrás do Muro Branco (2025), «onde, da marca da sua investigação sobre a condição da memória, do tempo, do espaço e potência do gesto, emerge o corpo do seu processo de trabalho enquanto elemento contínuo e suporte fundamental às suas indagações», explicam o colecionador Luís Negrão e o curador Hugo Silva.

«Sugere-se ao público que seja corpo ao espaço e às obras, como continuidade afetiva revelada no encontro poético com a palavra, matéria igualmente fundamental à artista e presente em duas das séries presentes na exposição», acrescentam.

A inauguração contará com os representantes da Câmara Municipal de Silves, a artista Cristina Massena, o colecionador Luís Negrão e o curador da exposição Hugo Santos Silva, reforçando o papel do Centro de Exposições de Alcantarilha como «espaço de enraizamento e divulgação cultural da região».

Com esta iniciativa, a Coleção Luís Negrão e Família afirma continuar o seu «compromisso com a criação contemporânea, fortalecendo a relação entre artistas, instituições e comunidade, consolidando a sua participação para programação cultural do Município de Silves e para o panorama artístico nacional».

A exposição estará patente ao público até dia 3 de Outubro, de terça-feira a sábado, entre as 13h00 e as 19h00.

Sul Informação

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Albufeira mostra “Um Olhar sobre o Algarve”

4 June 2026 at 09:10

A exposição de fotografia “Um Olhar sobre o Algarve”, da autoria do fotógrafo albufeirense António de Sá Fragoso, vai estar patente de 5 a 29 de Junho, na Galeria de Arte Pintor Samora Barros, em Albufeira.

Integrada na programação cultural promovida pela Câmara Municipal de Albufeira, a exposição reúne fotografias que retratam a riqueza arquitetónica, paisagística e ambiental do Algarve, com especial destaque para Albufeira e para os cenários que se estendem entre o litoral e o barrocal.

Natural de Albufeira, onde nasceu em 1977 e continua a residir, António de Sá Fragoso desenvolveu desde cedo o gosto pela fotografia. Embora tenha seguido carreira na Marinha de Guerra Portuguesa, foi em 2021 que retomou esta paixão, dedicando-se de forma mais intensa à arte fotográfica.

A exposição poderá ser visitada de segunda-feira a sábado, entre as 09h30 e as 12h30 e das 13h30 às 17h30, encontrando-se encerrada aos domingos e feriados.

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𝗕𝘂𝗱𝗲𝗻𝘀 𝗿𝗲𝗰𝗲𝗯𝗲 𝗼 𝟭𝟭.º 𝗣𝗮𝘀𝘀𝗲𝗶𝗼 𝗱𝗲 𝗕𝗶𝗰𝗶𝗰𝗹𝗲𝘁𝗮𝘀 𝗔𝗻𝘁𝗶𝗴𝗮𝘀 𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼́𝘅𝗶𝗺𝗼 𝗱𝗶𝗮 𝟭𝟰 𝗱𝗲 𝗷𝘂𝗻𝗵𝗼

4 June 2026 at 04:34

A Junta de Freguesia de Budens promove, no próximo dia 14 de junho, a 11.ª edição do Passeio de Bicicletas Antigas de Budens, uma iniciativa que se tornou uma referência na freguesia e que, ano após ano, reúne participantes de várias localidades num ambiente de convívio, partilha e valorização do território.

O passeio terá início às 9h30, junto ao Centro Escolar de Budens, percorrendo cerca de 11 quilómetros por alguns dos locais mais emblemáticos da freguesia, incluindo Vale de Boi e a Praia da Boca do Rio, regressando depois a Budens.

Mais do que um passeio de bicicleta, este é um evento que celebra a memória, as tradições e a identidade local. As bicicletas antigas, muitas delas cuidadosamente preservadas pelos seus proprietários, ajudam a recriar um ambiente único, onde o património, a história e a comunidade se encontram.

No final do percurso terá lugar um almoço-convívio seguido de bailarico, proporcionando mais um momento de encontro entre participantes, familiares e visitantes.

As inscrições decorrem até ao dia 10 de junho e podem ser efetuadas para participação no passeio e almoço ou apenas para o almoço-convívio. Os interessados podem inscrever-se através do link: https://forms.gle/tndLLz9MTUV1rn3p7 

Para Ana Custódio, presidente da Junta de Freguesia de Budens, este é um evento que merece ser preservado e valorizado:

“Quando assumimos funções, percebemos desde logo a importância deste passeio para a nossa comunidade e tivemos a preocupação de garantir a sua continuidade. É um evento já consolidado, com uma história própria, que faz parte da identidade da freguesia e que não podíamos deixar cair.”

A autarca destaca ainda que iniciativas com esta longevidade desempenham um papel importante na promoção do território:

“Eventos como este ajudam a levar o nome de Budens mais longe. Recebemos participantes de várias zonas, mostramos as nossas paisagens, promovemos o convívio e reforçamos o orgulho na nossa terra. São iniciativas que valorizam a comunidade e contribuem para manter vivas as nossas tradições.”

A organização é da Junta de Freguesia de Budens, com o apoio da Câmara Municipal de Vila do Bispo, da Sociedade Recreativa de Barão de São Miguel e do grupo Rodas de Viriato.

Ao longo de onze edições, o Passeio de Bicicletas Antigas de Budens tem vindo a afirmar-se como um dos eventos mais acarinhados da freguesia, reunindo gerações diferentes em torno de uma paixão comum e contribuindo para a divulgação de Budens, das suas tradições e da sua hospitalidade.

Lo sbriciolamento di tutto, e la fine del mondo ogni quarto d’ora

4 June 2026 at 03:45

Scrivo questo articolo dopo aver cercato invano, per mezza giornata, di ricordarmi chi, e quando, e a proposito di cosa, avesse detto «I problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione». Potrebbe essere stato Alastair Campbell ma anche Daniele De Rossi, Loredana Berté ma anche Elena Ferrante. E qui già c’è un pezzo del problema. 

Un pezzo del problema è quel Grande Indifferenziato per cui un capo del mondo non si esprime diversamente da un comico, una soubrette articola le stesse preoccupazioni d’un premio Strega, e a me una volta a settimana tocca il pezzo sulla società dello spettacolo in cui stiamo tutti con lo stesso telefono in mano ad accenderci la stessa telecamera in faccia e forse persino Giovanni Gronchi, con l’intelligenza artificiale nel telefono, si sarebbe messo a fare i video in cui buttava Vianello e Tognazzi nel cassonetto, come ha fatto Trump con Colbert. 

Forse pensiamo che Trump abbia sfasciato tutto così come abbiamo per i più scemi anni della nostra vita creduto che il cattivo gusto l’avesse inventato Berlusconi, e invece era già tutto lì, era già tutto sfasciato, e loro somigliavano solo più di altri al presente, erano più bravi a rispecchiarlo. 

Forse stiamo, ormai da anni, scambiando retrospettivamente per rispettabilità e contegno e senso delle istituzioni quella che era semplicemente mancanza di occasioni. Non avevano più rispetto del ruolo: avevano il telefono a disco. 

I problemi di comunicazione, dunque, non sono problemi di comunicazione. 

Di che natura è il problema per cui ho da giorni i commenti Instagram pieni di gente che ritiene che, se un ospite della Gruber, incarnando in maniera perfettissima il cliché dell’ospite della Gruber, dice che l’Italia è complice del genocidio, di gente che ritiene che quell’ospite non sia la copia di mille riassunti ma un eroico controcorrentista che dice che il re è nudo? 

Di che natura è il problema per cui Francesco De Gregori non può dire che lui non vuole fare il juke-box delle opinioni politiche così i direttori di giornale son contenti perché le opinioni politiche li attizzano più delle canzonette e i cronisti hanno la soddisfazione rara di vedere il pezzo di spettacoli strillato in prima pagina, di che natura è il problema per cui non può dirlo senza trovarsi coi postulanti di sinistra che non smetteranno di dirsi delusi finché non scandirà ge-no-ci-dio come un ospite della Gruber, e quelli di destra scriveranno che lui dice che ha le idee confuse ma mica è quel che pensa, macché, è una frase in codice che significa che trova Netanyahu un simpaticone, loro lo sanno, loro hanno la crittografia? 

Di che natura è il problema dei feticisti della parola genocidio, convinti che se tutti diranno tutti insieme la parola più detta del momento, la parola più instagrammata, più pronunciata pubblicamente, più slabbrata, più ripetuta allo sfinimento, se invece dell’ottantacinque per cento dell’opinione pubblica italiana la ripeterà il cento per cento, allora sì avremo la pace nel mondo? 

Di che natura è il problema per cui in ventisei anni siamo passati da “Miss Detective”, film in cui Sandra Bullock era un’infiltrata dell’FBI a un concorso di miss e sbeffeggiava le reginette di bellezza che tutte, come massimo cliché analfabeta e velleitario, nel loro discorsetto dicevano di volere la pace nel mondo, a questo presente in cui la pace nel mondo la sospirano come miss Molise intellettuali e artisti ed editorialisti e gente che si accende la telecamera del telefono in faccia? 

Di che natura è il problema per cui se la spari grossissima – tipo: se per iperbole e gusto della battuta ipotizzi che tutto il casino sulla grazia alla Minetti discenda dall’aver il Quirinale visto i tweet di Vongola75 e aver per ciò messo in dubbio il lavoro della procura, senza che siano necessariamente veritiere le notizie che hanno scandalizzato la cara Vongola – poi finisce che la battuta era una cronaca? (Hanno prima iniziato a essere le battute mere cronache o i fatti di cronaca a essere buffonate?). 

Di che natura è il problema di quelli, giornalisti americani perlopiù, che l’altro giorno, due ore dopo la notizia del giudice che stabiliva che il nome di Trump venisse tolto dal Kennedy Center, ripostavano come potesse esser vero il video delle gru che toglievano le cinque lettere dalla facciata e sotto c’erano gli elettori democratici che applaudivano? (L’intelligenza americana scarsissima in colonne sonore non aveva aggiunto «e cancello il tuo nome dalla mia facciata, e confondo i miei alibi e le tue ragioni»). 

E soprattutto di che natura è il problema mio, che da svariati paragrafi sento riecheggiare la voce di Monica Vitti che in “Dramma della gelosia” chiede allo psicologo della mutua «di che natura è il mio male: è un disturbo neurovegetativo o è che sono mignotta?», e spero che nessuna delle persone citate abbia familiarità con la filmografia di Scola e mi faccia quindi scrivere da un avvocato che m’accusi d’aver neanche troppo velatamente dato della mignotta al suo cliente. 

Non sono riuscita a ricordarmi chi avesse detto che i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, però ho letto su Chi un’intervista in cui Dalia Gaberscik parla di tutti i cantanti e non solo sulla cui comunicazione ha lavorato per anni, e non la cito per chiedere di che natura sia il problema per cui l’intervistatore, quando lei racconta l’emozione di lavorare con Paul McCartney, sceglie di interromperla con un nome dello stesso identico preciso campionato di leggendarietà, «Ha anche lavorato con Ibrahimovic a Sanremo». 

La cito perché, pur non ricordandomi chi fosse quello o quella per cui i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, mi pare che a un certo punto la Gaberscik dia una risposta al problema che abbiamo, che forse è di sopravvalutazione di roba che ormai viene guardata al cesso e non sappiamo cosa sia vero, cosa sia artificiale, cosa sia barzelletta, cosa sia enciclica, e non ce ne frega niente di capirlo perché nello sbriciolamento di tutto sarà arrivata una nuova fine del mondo entro un quarto d’ora che ci farà dimenticare quella d’un quarto d’ora fa: «Il mondo è pieno di gente che comunica anche male e ha una carriera radiosa, non è mica detto».

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Dieci cortometraggi di registi iraniani raccontano l’audacia di una nuova generazione

4 June 2026 at 03:45

Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.

Frame dal cortometraggio “Sense of water”. Courtesy of the author

Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania. 

Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista. 

Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.

Frame dal cortometraggio “There was one there was none”. Courtesy of the author

Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026. 

L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand. 

Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026. 

Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.

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L’ottimismo e la ragione alla prova del futuro

4 June 2026 at 03:45

Se il domani è già qui, non ha fretta di distruggere il passato, ma ha quantomeno urgenza di migliorarlo. Al Festival di Gastronomika 2026, il motore immobile delle discussioni non è stata la nostalgia, bensì l’ottimismo: quella capacità squisitamente umana di guardare ai dati, alle criticità e ai mercati con lucidità, trovando soluzioni concrete dove prima c’erano solo ostacoli.

Attorno al tavolo intitolato, non a caso, “Domani è già qui”, si è riunita una nuova generazione di professionisti, startupper, comunicatori e produttori con l’obiettivo di dimostrare che l’innovazione tecnologica e la sostenibilità non sono nemiche della tradizione, ma le sue più grandi alleate.

La tradizione accelerata
Dietro ogni grande piatto c’è una filiera che soffre, resiste e si evolve. Lo sa bene Silvia Tovo, una delle cinque sorelle alla guida di Meracinque, che porta nel mondo del riso Carnaroli Classico la rivoluzione dello smart farming e del prodotto micronaturale. Nella loro tenuta nel Mantovano, l’agricoltura non aspetta la natura, ma la asseconda con la massima precisione tecnologica. «Le sfide del cambiamento climatico e della scarsità ci spingono a studiare e a essere flessibili», spiega Silvia. «Il nostro ottimismo sta nel voler creare un distretto del Carnaroli Classico, attirando altri agricoltori e diffondendo il nostro know-how».

Foto di Gaia Menchicchi

L’agricoltura del futuro, tuttavia, deve anche saper vendere. È il nodo affrontato da Valentina Suligoj, fondatrice della start-up Verde. Il suo salad bar nasce con l’obiettivo ambizioso di promuovere l’agricoltura rigenerativa in Italia. Il problema? Molti piccoli produttori che fanno del bene alla terra faticano a entrare nella Gdo. Per Valentina, l’ottimismo è una leva economica: scalare il modello, ampliare il network e arrivare a pagare di più gli agricoltori che adottano pratiche virtuose, diventando un vero motore di cambiamento.

Dal campo alla tecnologia alimentare, il passo è breve se guidato dall’ingegno. È il caso di Boccamatta, startup food-tech rappresentata da Anis Hafaiedh e dalla responsabile comunicazione Ginevra Zanchettin. Cinque anni di ricerca hanno portato a un brevetto internazionale: un mortaio automatizzato che replica la lavorazione tradizionale del pesto senza l’uso di lame, preservando le proprietà del basilico. E per sopperire alla stagionalità della pianta, usano il basilico di coltura aeroponica. «La tecnologia non distrugge il passato, lo ottimizza», commenta Ginevra. «È artigianalità accelerata», le fa eco Anis, che punta al lancio del pesto sul mercato a partire da quest’estate.

Foto di Gaia Menchicchi

Distruggere i falsi miti per ricostruire la dignità
C’è poi chi, per ricostruire, propone di demolire i paradossi della ristorazione moderna e ripensare il concetto di fornitura. È l’esperienza di Diego Narcisi che, insieme al fratello Davide, ha dato vita a La Clarice a Cannara (Perugia), ai piedi di Assisi. Quella che fino a pochi anni fa era solo una vecchia vigna abbandonata del nonno, oggi è diventata l’orto sinergico più stellato d’Italia.

A La Clarice si coltivano oltre quattrocento varietà di piante uniche ed erbe aromatiche provenienti da tutto il mondo, facendole crescere in cassoni con substrati specifici ed eliminando pratiche colturali invasive, per preservare il naturale ecosistema. Ma la vera rivoluzione è un metodo brevettato che ragiona non al grammo, ma alla singola foglia. Tagliate su misura e consegnate in box ecosostenibili che ne garantiscono l’idratazione e la perfetta conservazione per giorni, le erbe arrivano nelle grandi cucine azzerando gli sprechi e garantendo ai cuochi un controllo millimetrico sul piatto. Proprio per questo, la provocazione di Narcisi al tavolo è lucida: «Va distrutto il concetto dello chef che fa autoproduzione; paradossalmente i nostri clienti rischiano di diventare i nostri competitor. Il futuro è l’esternalizzazione professionale, per restituire vera dignità all’orto e al lavoro delle persone».

Foto di Gaia Menchicchi

Per Narcisi, l’ottimismo si traduce anche nel microclima aziendale: creare un ambiente di lavoro dove i colleghi siano amici e gli obiettivi condivisi. Sulla stessa linea d’onda si muove Gabriel Cinque, docente della Food Genius Academy e co-fondatore di Impronta Chefs, insieme alla compagna Valeria Loi. Il loro progetto nasce per scardinare le rigidità e le tossicità storiche delle vecchie cucine, proponendo un modello di ristorazione sartoriale e a domicilio (per privati ed eventi aziendali). Non più una struttura o una brigata fissa bloccata nello stesso posto, ma una rete fluida di professionisti che si muove e crea esperienze su misura, rimettendo al centro il rispetto per la vita privata del lavoratore e la valorizzazione del singolo.

Gabriel individua proprio nella gelosia e nell’isolamento il vero freno del settore: «Occorre dividere e valorizzare le competenze, pretendendo dalle istituzioni tutele, contratti dignitosi e la creazione di un albo professionale».

Un auspicio condiviso da Luca Spada, laureato in Scienze e Cultura della Gastronomia con alle spalle anni da cuoco e cameriere, che vede l’ottimismo come la speranza di poter finalmente lavorare in un ambiente sano, dove il tempo e la persona vengano valorizzati.

Dialogo, Corridoi e Capitale Umano
Il cambiamento, per essere duraturo, non può essere autoreferenziale. Deve fare sistema. Giacomo Bullo, communication manager di ALMA – Scuola Internazionale di Cucina Italiana, invita a «costruire e non demolire», partendo dall’ascolto dell’allievo e senza demonizzare canali come la Gdo. La sfida della prestigiosa scuola è rendere pop il particolare, ma Bullo lancia un monito: «Manca l’apporto delle istituzioni, serve maggiore collaborazione. Valorizzare significa aprire corridoi, fare da apripista senza invidie».

Foto di Gaia Menchicchi

Un dialogo che deve unire tutti gli anelli della catena, come sottolineato da Alessandra Vaglia di MGM Alimentari, storica realtà milanese specializzata nella selezione e distribuzione di specialità gastronomiche di altissima gamma. Con un catalogo monumentale di oltre 1.500 referenze che spaziano dal caviale ai tagli di carne più pregiati del mondo, MGM funziona come un cacciatore di rarità per la ristorazione di lusso e l’alta hôtellerie. Il suo obiettivo futuro è il rafforzamento dell’identità aziendale attraverso il confronto con l’intera filiera. E quando si parla di ottimismo, Alessandra non ha dubbi: «Oggi l’ottimismo e l’inclinazione positiva di una persona sono valori da ricercare nella selezione del personale ancor prima delle competenze tecniche».

Infine, la tecnologia come bussola per il consumatore è il fulcro dell’intervento di Federico Calastri, dal 2024 alla guida dello sviluppo business di ZeepUp. Per il giovane venticinquenne, l’ottimismo è strettamente legato alla democratizzazione del cibo: la tecnologia deve guidare l’utente verso un prodotto sano e fatto bene, rendendo il cibo di qualità accessibile a tutti e creando valore economico per i ristoratori locali.

Le tre parole chiave del Domani
Dall’intenso confronto del tavolo è emerso che il futuro non è un’incognita da temere, ma un progetto da governare con gli strumenti della ragione. Se dovessimo riassumere lo spirito di questo passaggio in tre concetti, il primo sarebbe la consapevolezza, intesa come l’utilizzo dei dati, della tecnologia e dello studio per superare la scarsità e i limiti strutturali del mercato. A questa si affianca la democratizzazione, perché il buon cibo, la sostenibilità e l’innovazione non devono essere un lusso per pochi, ma un diritto accessibile a tutti. Infine, l’umanità, che rimette al centro la persona, la tutela del lavoratore e decreta la fine dell’individualismo a favore di reti stabili e distretti condivisi.

Il domani è già qui, e ha il volto di chi non ha paura di innovare per proteggere la propria terra.

Foto di Gaia Menchicchi

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