Cantor Oliver Tree morre em acidente aéreo no Brasil: tinha concerto em Portugal em julho


Moncarapacho prepara-se para celebrar os seus 555 anos de existência, entre os dias 19 e 21 de Junho, com comemorações que reunirão cultura, música, património, etnografia, história e participação comunitária.
Para Jorge Pereira, presidente da Freguesia de Moncarapacho, «celebrar 555 anos de Moncarapacho é celebrar gerações de homens e mulheres que construíram esta terra, preservaram a sua identidade e transmitiram o seu legado».
Estas comemorações pretendem ser um momento de encontro entre a história e o futuro, envolvendo toda a comunidade numa homenagem ao património, às coletividades e às pessoas que fazem de Moncarapacho uma terra única.
Mais do que assinalar uma data, estas festividades pretendem, de acordo com a freguesia, «afirmar o orgulho de ser moncarapachense e reforçar a valorização da história, identidade e património, de uma das mais antigas freguesias do Algarve».
Organizadas pela Freguesia de Moncarapacho com o apoio do Município de Olhão, as festividades começam às 18h00 de sexta-feira (dia 19) com a abertura, no edifício antigo da Junta de Freguesia, de uma exposição dedicada ao Rancho Folclórico de Moncarapacho, e prosseguem com atos solenes na Praça Major João Xavier de Castanheda (Largo da Junta de Freguesia).
Haverá hastear da bandeira ao som do Hino Nacional, pela Branda Filarmónica 1º Dezembro de Moncarapacho e pelas vozes de Pedro Viola e Teresa Viola, uma homenagem a antigos presidentes e cidadãos da freguesia, e a leitura do histórico discurso de Cristóvão Norte no Parlamento em 20 de Junho de 1991 sobre a elevação de Moncarapacho a vila.
O dia termina com um concerto (21h45) da Banda Filarmónica 1º de Dezembro de Moncarapacho.
No sábado, dia 20, honra-se o património e a tradição, com o foco na riqueza cultural local, iniciando-se no Mercado com uma demonstração etnográfica do Rancho Folclórico de Moncarapacho.
Um dos pontos altos será a reabertura da Casa-Museu Dr. José Fernandes Mascarenhas, seguida de um roteiro por vários espaços religiosos e culturais da vila.
O programa inclui ainda a apresentação da obra “Moncarapacho – História e Património”, de Francisco Lameira e Martina Del Rio, na Santa Casa da Misericórdia de Moncarapacho, com início às 17h30.
Na Praça Major João Xavier de Castanheda, a noite traz o som clássico e angelical da harpa de Helena Madeira (21h45) e a energia do rock da Beira Mar Band (23h15).
Domingo, dia 21, arranca com o 5º Passeio de Carros Clássicos de Moncarapacho (9h30) e após uma Missa de Ação de Graças (12h00) na Igreja Matriz, a tarde será dedicada a um debate sobre os desafios e oportunidades do património local (16h00), em colaboração com a APOS, e ao teatro com o grupo AlmaMonca (17h30), na Santa Casa da Misericórdia de Moncarapacho.
O encerramento das festividades estará a cargo do Agrupamento de Música de Câmara da Orquestra do Algarve, num concerto (19h00) na Igreja Matriz, integrado no Ciclo APOS e no âmbito do Bicentenário da Câmara Municipal de Olhão.
O conteúdo Música, cultura e património marcam 555 anos de Moncarapacho aparece primeiro em Sul Informação.

Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.
Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.
La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.
Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.
La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.
Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.
Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.
L'articolo Mahmood è boom: diventa virale in India e guadagna più di 3,3 milioni di ascoltatori mensili su Spotify. Stupore sui social: “Tra le top allucinazioni successe a lui” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.
Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.
La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.
Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.
Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.
In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.
Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.
Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.
Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.
Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.
Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.
“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.
Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.
Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.
Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.
L'articolo “Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sorridente, in forma, emozionato ma anche “coccolato” da tutta la sua famiglia e il suo team. Il debutto allo Stadio San Siro, il 13 giugno, farebbe tremare i polsi a chiunque, ma Geolier – forse anche nell’incoscienza dei suoi 26 anni – si mostra pronto ad accogliere l’ennesima sfida professionale. E lo fa subito, volando da 30 metri di altezza per planare sul palco: “Io non me la faccio sotto, anzi mi diverto. Invece mio padre se la fa sotto (ride, ndr)”, ci racconta poco prima dell’inizio del concerto.
Oggi si parla di successo e di traguardi raggiunti, ma le porte in faccia non hanno mai scoraggiato Geolier: “Perché alla fine solo noi sappiamo quanto ci teniamo a un sogno, – ha spiegato a FqMagazine – quanto ci teniamo a quello in cui crediamo. Quindi l’unica persona che mi ha supportato nei momenti no e di difficoltà sono stato io stesso. Io hai avuto sempre la mia famiglia con me, i miei amici, i miei fratelli, la mia città. Però alcune cose non gliele facevo nemmeno capire, quando rimanevo deluso per un momento non positivo”.
Sulla suddivisione del concerto in quattro atti “Promessa”, “Sangue”, “Riscatto” e “Gloria” le idee erano chiare da subito: “Ho voluto una suddivisione fatta un questo modo per creare un inizio e una fine, una storia, la mia. E poi era anche un modo per raccontare tutta la musica che ho fatto in questa mia piccola carriera”.
Da Sanremo 2024 a San Siro Geolier è fermamente convinto “che il pregiudizio dei miei confronti non è mai esistito o non mi è mai pesato così tanto. Stasera canto totalmente in napoletano davanti a 47.000 persone che non vengono tutte da Napoli. Insomma questo dimostra che non siamo nel pregiudizio, ma c’è gente che viene anche per ascoltare me cantare in napoletano”.
L'articolo Geolier: “A volare sopra San Siro non me la sono fatta sotto, anzi mi sono gasato, ma mio padre ha avuto paura. Tengo moltissimo al mio sogno e quando ho ricevuto porte in faccia, ho cercato di rialzarmi da solo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il quartiere San Siro di Milano, sabato 13 giugno, si è tinto di azzurro – proprio come i colori del Napoli– sin dalle prime ore del mattino di ieri sabato 13 giugno. Erano migliaia i fan di Geolier che indossavano la maglietta della squadra partenopea, c’è anche chi aveva la scritta Maradona sulle spalle. Un caso unico anche perché il rapper è il secondo artista napoletano, dopo Edoardo Bennato nel 1980, a essere protagonista di questo palco e il primo in assoluto a fare un suo show cantando completamente in napoletano.
E così Geolier alle 20:30 in punto (preceduto dalle note in diffusione di ‘Love in Portofino’ di Dalida) si è trasformato in un angelo nel suo concerto-opera allo Stadio San Siro davanti a 47mila persone (come dichiarato dall’organizzatore). L’opera è suddivisa in quattro atti “Promessa”, “Sangue”, “Riscatto” e “Gloria” per un totale di 45 brani, a ripercorrere le fasi salienti della sua vita professionale e privata. “Questa è la prova che Nord e Sud sono una cosa sola, ragazzi. – ha detto all’inizio dello show – Ci hanno preso per il culo. Vi ringrazio a tutti quanti. Stasera ho da dire due cose: la prima è che questo ragazzo è stato fatto identico e preciso nell’animo a tutti voi. E poi che vi auguro di essere felici come sono io felice questa sera a guardarvi tutti e portarvi tutti da me”.
Il colpo di scena arriva quando Geolier si lancia in volo, nella seconda metà della scaletta, con un movimento scenico di circa 30 metri che l’ha portato a sorvolare il pubblico su “Campioni in Italia” e “P Secondigliano”. Durante il volo una bodycam ha trasmesso in tempo reale il suo punto di vista sui mega schermi, permettendo agli spettatori di vivere d a un altro punto di vista l’esperienza attraverso proprio i suoi occhi. Lo spettacolo nello spettacolo. Le sorprese non sono finite. D’un tratto appare una Cadillac sospesa sul palco, una riproduzione scenica che attraversa la passerella, mentre Geolier si esibisce al di sotto insieme a MV Killa sulle note appunto di “Cadillac”.
Napoli è presente non solo per il dialetto, ma su brani come “Napoletano” e “A Napoli non piove” i ledwall si trasformano in una grande tela urbana che regala le immagini iconiche della città. Lo spettacolo cavalca la scia del titolo e del significato dell’album “Tutto è possibile” (uscito lo scorso gennaio) e non è un caso. Quello che emerge è una narrazione intensa del percorso del 26enne Emanuele Palumbo prima uomo e poi artista, questo il vero nome di Geolier, che racconta con le sue canzoni le sue esperienze.
Il Sigillo della Promessa racchiude i brani (“2 secondi”, “Che sole oggi”, “Money”, “L’ultima poesia” per citarne alcuni) che rappresentano il ragazzo che ha nelle vene l’ambizione di immaginare un futuro diverso e punta sul proprio talento. Segue il Sigillo del Sangue (“Stelle”, “Napo****no”, “Chiagne” feat. Lazza, “Mai per sempre” e “Per sempre”) che rappresenta la fatica della famiglia, del quartiere con fortissimo il senso di appartenenza.
Il Sigillo del Riscatto (ricco di duetti “Bad bad bad” feat. Shiva, “Olè” feat. Kid Yugi “Amo ma chi t sap” feat. Mv Killa, “Cadillac” feat. Mv Killa e la sanremese “I p’ me, tu p’ te”) che portano alla scalata verso il successo, senza dimenticare le origini. Si chiude con il Sigillo della Gloria (“Finché non si muore”, “Come vuoi”, “A Napoli non piove” e “Give you my love”) che rappresenta il riconoscimento del pubblico che accoglie le parole, la musica e ciò che Geolier vuole comunicare.
Durante il concerto lo stesso rapper si è stupito della calorosa accoglienza, tanto che in alcuni momenti si è tolto le cuffiette, come ad esempio su “L’ultima poesia” e “Stelle”, per ascoltare i cori fortissimi dei 47mila. Insomma si ha netta la sensazione che Geolier non solo abbia le idee chiare su quale sia la sua missione, ma che non smetterà ma di perseguire: aggreggare e non disunire, in tempi di guerra e disumanità. E ci riesce, molto bene.
Geolier, dopo Milano, continuerà il 19 giugno allo Stadio Olimpico di Roma, il 23 giugno allo Stadio Franco Scoglio di Messina e il 26, 27 e 28 giugno allo Stadio Diego Armando Maradona di Napoli. Il 28 giugno sarà protagonista di un livestreaming globale dallo Stadio Maradona in diretta su Prime Video per la prima volta in visione mondiale oltre che su il canale Twitch di Amazon Music e l’app Amazon Music.
L'articolo Geolier a San Siro è un angelo scatenato: “Questa è la prova che Nord e Sud sono una cosa sola. Ci hanno preso per il c**o”. L’opera rap in quattro atti dalla promessa ambiziosa al riscatto proviene da Il Fatto Quotidiano.

A brasilidade expressada sob cores da bandeira, adereços do vestuário e elementos da cultura é captada, misturada e transformada em identidade sonora pela cantora e compositora pernambucana Letícia Bastos em novo single lançado às vésperas da Copa do Mundo. O Brasil Tá em Alta mescla a tendência internacional atual de admiração pela estética e essência do país - batizada até nas passarelas como Brazil Core - com toques do pop nordestino para alargar a vitrine de exaltação com aspectos da regionalidade.
A música chegou às plataformas digitais na sexta-feira (11) e, de carona no São João, reafirma o vigor do forró, do fole e da sanfona para fortalecer o diálogo do local com o universal.
“Escrevi O Brasil Tá em Alta a partir do que comecei a perceber nos últimos anos. De repente, o mundo inteiro começou a olhar para o Brasil de um jeito diferente. A gente vê estrangeiros usando camisa da seleção, usando sandálias Havaianas, ouvindo música brasileira, dançando os nossos ritmos, querendo conhecer a nossa cultura. E isso me fez pensar: será que a gente está percebendo o quanto o Brasil está em alta?”, observa a cantora.
A música combina a sonoridade da tríade forrozeira formada por sanfona, zabumba e triângulo com guitarra, baixo e elaborações eletrônicas para entrosar tradição e contemporaneidade. A verve conciliatória também se espraia pela letra através de versos com referências à índole extrovertida do brasileiro, a itens típicos da gastronomia, à capacidade criativa e à arte consagrada mundialmente - sem, claro, descuidar da atmosfera do futebol onipresente em época de copa. “Aqui toca forró o ano inteiro / Então chega pra cá que o Brasil tá em alta / E olha a ola aí, oleeee / Olha a ola lá, olaaaa / Olha a ola aí, vem que tá massa”, diz um dos trechos.
“Quando olho para o Nordeste, sinto isso ainda mais forte. As nossas praias, a nossa música, o São João, o forró, a nossa forma de falar, de receber as pessoas... Tudo isso começou a despertar a curiosidade e o encanto de gente do mundo inteiro. É uma celebração daquilo que nós temos de mais valioso: a nossa cultura, a nossa alegria e a nossa identidade. Porque eu acredito que, no Brasil, felicidade não tem data. E talvez seja exatamente isso que faz tanta gente querer estar aqui”, observa Letícia. O bordão “sou brasileiro com muito orgulho” nunca fez tanto sentido - aqui e lá fora.
A cantora e compositora Letícia Bastos é um dos novos nomes de destaque da cena musical pernambucana. A artista despontou para o cenário nacional depois de uma participação impactante no The Voice Brazil, apresentado pela Globo.
A projeção no programa abriu portas para uma trajetória exitosa de apresentações, álbuns, sigles e releituras virais. Letícia lançou os EP Let’s (em 2021) e Meu Oxente (em 2025) - a obra mais recente expressa uma guinada na carreira com a incursão pelo pop nordestino e pela identidade sonora ancorada na junção do regional com o universal. A cantora fez versões de clássicos como Feira de Mangaio e Madeira que Cupim Não Rói e obteve centenas de milhares de visualizações nas redes sociais e plataformas de vídeo.


© divulgação
En un panorama musical donde parece que cada portal de Malasaña esconde un local de ensayo surge una pregunta recurrente, ¿realmente necesitamos otro grupo más? Los integrantes de La Milagrosa lo tienen claro. Germán Ges, Jesús, Gonzalo y Marina decidieron que "no había suficientes bandas en España y queríamos hacer una más".
Lo que comenzó hace casi tres años se ha convertido en una mezcla de ambición, objetivos definidos, dedicación y la ternura de quien "cuida un bebé". Estos cuatro artistas tienen claro que, con el lanzamiento de su nuevo disco y los escenarios que les esperan, quieren ser escuchados y sentirse arropados por quienes estén dispuestos a brindarles una atención genuina.
Lejos del mito de la banda que improvisa en los ensayos hasta encontrar la canción perfecta, el proceso creativo de La Milagrosa parte del trabajo en solitario. Marina bromea al respecto asegurando que en realidad se "odian" y que "cada uno escribe por su cuenta y luego la IA decide qué canciones salen".
Lejos de cualquier distopía en la que la inteligencia artificial hace el trabajo por ellos, hay parte de verdad en las palabras de Marina, componen de manera individual. Escriben por separado y después, comparten sus ideas con el resto del grupo, donde cada miembro "añade un engranaje más a eso que le falta a una persona". Una vez construidos los cimientos de la canción, el proceso avanza de manera colectiva.
Otra de las piezas fundamentales de su método creativo son "los findes rurales". Marina, Jesús, Gonzalo y Germán destacan que esos aislamientos en casas rurales durante el fin de semana se han convertido en la piedra angular de su último trabajo.
"Al final hacemos un poco de detox de estímulos ajenos a algo que no sea currar en escribir canciones y nos centramos solo en eso durante unos días", confiesan. De hecho, aseguran que la gran mayoría de las canciones del nuevo disco han nacido en ese "aislamiento".
Aunque en su "lista de deseos" figura tocar fuera de España, de momento se conforman con la incorporación del productor británico Alex Headford al nuevo disco. Su participación ha servido para darle "una vuelta más" al proyecto y marcar un nuevo punto de inflexión profesional y sonoro.
"Escuchamos una canción que nos encantó, buscamos quién la había producido y contactamos con él. Sin conocernos de nada, fluyó bien la cosa".
Si algo define la identidad de La Milagrosa son sus letras, que "nacen de experiencias propias". Explican que, dependiendo de la temática, las canciones suelen conectar rápidamente con el público, aunque a veces modifican algunas cosas para que el mensaje "no sea tan personal".
Irónicamente, algunas de sus canciones más alegres no hablan de vivencias pasadas, sino de situaciones que, reconocen, "me gustaría que me pasaran".
Más allá de lo sonoro, también cultivan la ironía en la parte audiovisual, como han demostrado en su nuevo single, No estás en tu prime, cuyo videoclip cuenta con la inesperada pero acertada participación del actor Pepe Viyuela.
Con la intención de ridiculizar el fenómeno de los 'criptobros', eligieron a Viyuela para encarnar a "un criptobro estancado en esa mentalidad, un personaje ya mayor al que no le pegara en absoluto el rollo del emprendimiento digital".
El nombre del actor apareció "desde el minuto cero" como una idea casi descabellada, pero decidieron intentarlo. Con "humildad" y "picaresca", contactaron con él. La respuesta fue inmediata. "El tío desde el minuto cero estuvo superdispuesto. Una persona superhumilde, supertrabajadora, supertalentosa. O sea, un 10".

Pese al éxito creciente, los festivales, unas recientes Fiestas de San Isidro "pasadas por agua" y una sala But con 1.000 personas, los miembros de La Milagrosa reconocen que todavía no pueden vivir exclusivamente de la música.
Lejos de romantizar la precariedad de la industria, hablan sin tapujos de los trabajos "normales" que todos mantienen. Aun así, aseguran que han conseguido compaginar sus empleos con la atención que exige el proyecto.
"La Milagrosa al final es un bebé que llora mucho, entonces hay que prestarle mucha atención", explican.
El grupo aprovecha los periodos en los que alguno de sus integrantes se encuentra temporalmente sin trabajo para que asuma una mayor carga organizativa, mientras los demás se balancean entre el proyecto y los trabajos. "Estamos todos muy encima de ello y vamos como poco a poco pasándonos el bebé para cambiarle el pañal de vez en cuando".
Todo este trabajo desembocará a principios del próximo año en uno de los hitos más importantes de su trayectoria, tocar en La Riviera.
Después de agotar las 1.000 entradas de la sala But, enfrentarse a un aforo prácticamente doble es un reto que asumen "con ganas, pero con vértigo". Será allí donde estrenen su nuevo disco en Madrid, una noche que afrontan con "el nervio de quiero demostrar".
Este nuevo álbum promete no dejar indiferente a nadie. La banda asegura que no han querido "reusar fórmulas que hayan funcionado en el pasado", sino apostar por una "evolución natural" que se aleja un poco de la zona de confort sin cambiar el estilo de su música.
El resultado es un proyecto en el que "se siente más la esencia de grupo" y donde la habitual dualidad entre canciones "más luz y más oscuridad" se ha inclinado ligeramente hacia estas últimas.
"En este disco tienen más peso las oscuras", advierten. Acompañando a unas letras directas, la música se presenta ahora como algo "más arriesgado, más afilado... más agresivo".
Con la vista puesta en tocar fuera de España y seguir tachando objetivos de su "lista de deseos", La Milagrosa tiene clara su filosofía. Frente al consumismo de las reproducciones masivas y la inmediatez, la banda apuesta por una conexión genuina con su público.
"Que el crecimiento que tengamos sea natural... que la gente que decida escuchar nuestra música le dedique aunque sea cinco minutos, pero que tenga el tiempo y la voluntad de querer conectar", reflexionan.
No buscan una marea anónima de oyentes. Su objetivo es transparente, "no crecer por crecer, sino que la gente que esté sean los reales". Y todo apunta a que esos "reales" estarán allí, agotando entradas y acompañando a La Milagrosa en lo que puede convertirse en su consagración definitiva.

Point of No Return regressam a Loulé para apresentar o primeiro álbum da banda em 18 anos, a 17 de outubro de 2026.
O conteúdo Point of No Return tocam novo álbum no Bafo de Baco em Loulé aparece primeiro em Barlavento.
![]()
“Maré” é título do novo single de Danni Gato, editado ontem (12), que junta o produtor ao cantor e compositor Diogo Piçarra.
Danni Gato apresenta “Maré” numa colaboração com Diogo Piçarra que cruza a identidade afro house do produtor com uma abordagem mais pop e melódica. A colaboração surge de forma natural entre dois artistas com percursos distintos, mas com uma vontade comum de explorar novas linguagens. Liga-os a sua origem. São ambos algarvios.

Depois de temas como “Where Are You”, “Lisboa” ou “Tudo Bem”, “Maré” é mais um single de avanço de “Soldier”, o próximo álbum de Danni Gato, que este ano estreia-se ao vivo no icónico festival belga de música eletrónica Tomorrowland, no dia 17 de julho.
Saliente-se ainda que Danni Gato é hoje um dos nomes mais marcantes da música eletrónica portuguesa. O seu percurso começou em Faro, sempre ligado às raízes cabo-verdianas que moldaram o seu ouvido e a sua forma de criar.
A mistura entre a alma da morna e da coladeira com a energia do afro house tornou-se a base do seu estilo. Esse equilíbrio entre tradição e vanguarda fez com que conquistasse públicos de diferentes países e se afirmasse como um dos artistas em maior crescimento na cena afro house internacional.
A sua presença em palco levou-o a cidades como Ibiza, Paris, Londres, Amesterdão, Dubai, Boston e Nova Iorque. Partilhou cabine com nomes fortes do afro house como Shimza, Da Capo, Enoo Napa e DJeff, mostrando consistência e capacidade de adaptação em contextos muito distintos.
Em Portugal, tornou-se presença habitual em festivais de referência. Atuou no Brunch Electronik, MEO Sudoeste, O Sol da Caparica, Nova Era Beach Party, Festival F e Rock in Rio, onde reforçou a reputação de DJ capaz de criar momentos de grande intensidade.
No estúdio, o seu trabalho tem gerado sucessos que circulam entre os maiores DJ internacionais. Xaguada, Gratitude e Hulk tornaram-se temas de destaque em pistas e rádios especializadas. Já Pedrinha, Oskey e Num Tás a Ver valeram-lhe vários galardões de singles de Ouro e Platina, confirmando o impacto do seu catálogo e a sua evolução como produtor.
Na capital, Lisboa, Danni Gato alcançou um marco importante ao esgotar por três vezes o Pavilhão Carlos Lopes, reunindo milhares de fãs e reforçando a ligação que construiu com o público português. Esta capacidade de transformar a sua herança cultural em linguagem universal ajudou-o a definir uma identidade própria dentro do afro house e a levar o género a novos espaços.
Com uma combinação natural entre autenticidade, energia e visão, Danni Gato continua a marcar o ritmo da música eletrónica lusófona. O seu trabalho reflete uma evolução constante e uma vontade clara de levar a sonoridade que representa a públicos cada vez mais amplos. Cada novo set e cada novo lançamento reforçam o lugar que ocupa no panorama internacional.
Luciano Ligabue durante il concerto allo Stadio Olimpico di Roma, il 12 giugno, ha mandato un messaggio molto chiaro sulla sua posizione contro le guerre. Il palco è immerso nell’oscurità. L’artista, con la chitarra acustica tra le mani, si esibisce in solitaria sull’estremità della passerella. Al ritornello, la band entra in scena con la propria musica mentre il palco si accende di un’intensa luce rossa. Sugli schermi compaiono le scritte “Basta col massacro a Gaza”, “Basta col massacro in Ucraina”, “Basta col massacro in Sudan” e “Basta con i 56 massacri in corso nel mondo”.
Ma non è tutto perché più avanti con il concerto il cantautore parla della violenza sulle donne con l’ultimo inedito “Nessuno è di qualcuno”. “Adesso vi facciamo sentire l’ultima canzone che ancora non è uscita, ma l’abbiamo già fatta dal vivo un po’ di tempo fa. – ha detto – È una canzone che io voglio dedicare a tutte le donne e le ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza e in Italia, a quanto pare, è una su tre”.
Il palco è illuminato da luci rosse e bianche. Sullo schermo centrale, su uno sfondo nero viene proiettato il testo della canzone scritto in bianco e arricchito da grafiche rosse che rappresentano il mondo e grafiche astratte. Su tutti gli schermi viene proiettato un video in bianco e nero con alcuni volti dello spettacolo che ripetono “Nessuno è di qualcuno” seguito dalla scritta bianca su fondo nero “Una Nessuna Centomila”. A parlare sono: Pierfrancesco Favino, Linus, Marco D’Amore, Rosario Fiorello, Marco Bocci, Luca Zingaretti, Luca Argentero, Salvatore Esposito, Stefano Fresi, Edoardo Leo, Giorgio Panariello, Marco Giallini, Raul Bova, Giuseppe Fiorello, Vinicio Marchioni, Amadeus e, naturalmente, Fiorella Mannoia.
L'articolo “Basta col massacro a Gaza, Ucraina, Sudan e i 56 massacri in corso nel mondo”: il messaggio di Ligabue a Roma con “Il mio nome è mai più” – IL VIDEO proviene da Il Fatto Quotidiano.
Luciano Ligabue è tornato allo Stadio Olimpico di Roma stavolta per la celebrazione “La notte di certe notti”. Erano in 54mila, come confermato dagli organizzatori, ad applaudire ieri 12 giugno l’artista che ha proposto una scaletta di 26 brani suddivisi in quattro parti per ogni album: “Ligabue” (1990), “Miss Mondo” (1999), “Fuori come va?” (2002), “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn” (1991). Il bis è affidato a “I ragazzi non in giro” e naturalmente “Certe Notti”.
Abbiamo incontrato l’artista che ha raccontato la genesi dello spettacolo pensato per gli stadi, che proseguirà mercoledì 17 giugno all’Allianz Stadium di Torino, sabato 20 giugno (a un anno da Campovolo 2025) allo Stadio San Siro di Milano e a settembre e ottobre con un tour nei palazzetti. Si inizia il 22 settembre dall’Arena di Verona per poi chiudere il 24 ottobre all’Unipol Dome, ultima data live di Ligabue per il 2026. E il 2027? “Mi fermo in Italia, ma all’estero succederà qualcosa”.
Su un prossimo album le idee sono chiare. “Allora diciamolo chiaramente, – ha concluso Ligabue – io di canzoni ne ho un fottio. È l’ultimo dei problemi avere delle canzoni. Poi da qui a pubblicarle è un’altra cosa proprio perché il mondo è cambiato. Qualcosa uscirà prima o poi. Abbiamo un brano che non abbiamo fatto uscire, ma c’è del materiale che è già stato realizzato in buona parte”.
L'articolo Ligabue all’Olimpico di Roma: “De Gregori è patrimonio italiano, ma non condivido più di tanto il suo pensiero. Sul palco parlo delle 56 guerre nel mondo. Sanremo è col coltello tra i denti. Se mi invitano come ospite? Mai dire mai” proviene da Il Fatto Quotidiano.
O Parque de Convívio e Lazer de Pechão recebe este sábado, 13 de Junho, a 1ª edição do “Sunset no Parque”, um evento de entrada livre promovido pelo Clube Oriental de Pechão, com música, convívio e animação ao ar livre.
Com início marcado para as 18h30 e prolongando-se até às 2h00, o evento contará com a atuação do Pagode do Buiú e do DJ King Bizz, num ambiente descontraído pensado para reunir famílias, jovens e visitantes numa das zonas mais emblemáticas da aldeia do concelho de Olhão.
Além da componente musical, os participantes poderão desfrutar de uma área de comes e bebes, com destaque para as tradicionais caipirinhas, criando o cenário ideal para celebrar a chegada do Verão.
Para Miguel Granja, Presidente da Direção do Clube Oriental de Pechão, esta iniciativa representa mais um passo na missão da associação:
«Queremos que o Sunset no Parque seja muito mais do que uma festa. Queremos criar momentos que aproximem as pessoas, valorizem a nossa terra e mostrem que uma aldeia como Pechão pode ter eventos modernos, diferenciadores e capazes de mobilizar toda a comunidade. Esta é a primeira edição e acreditamos que será o início de algo muito especial», refere o dirigente, citado em comunicado.
A organização convida toda a população da freguesia, concelho e visitantes da região a juntarem-se a esta celebração que assinala o início do verão num ambiente de partilha, música e boa disposição.

O conteúdo Sábado há “Sunset no Parque” em Pechão aparece primeiro em Sul Informação.
Taylor Swift è diventata la donna più giovane mai inserita nella Songwriters Hall of Fame. Steven Spielberg ha presentato l’artista, giovedì sera 11 giugno, con un discorso sul potere della scrittura di canzoni. Tamar Braxton ha aperto la cerimonia di inserimento con un tributo al rivoluzionario cantautore, produttore e rapper R&B Christopher “Tricky” Stewart. Il gala si è tenuto al Marriott Marquis Hotel di New York.
Tra i premiati figuravano appunto Swift, ma anche Stewart, Gene Simmons e Paul Stanley dei Kiss, Alanis Morissette e Kenny Loggins. Sono stati celebrati anche autori non musicisti, tra cui il duo di autori Terry Britten e Graham Lyle, autori di “What’s Love Got To Do With It” di Tina Turner, e il cantautore Walter Afanasieff, che ha scritto “All I Want for Christmas Is You” di Mariah Carey.
“È stato istintivo. Nessuno mi ha insegnato come farlo”, ha detto Swift sul palco, parlando della sua attività di autrice di canzoni, con una voce roca che ha attribuito al fatto di aver cantato a squarciagola durante le esibizioni della serata e la storica partita NBA di mercoledì sera tra i New York Knicks e i San Antonio Spurs.
L’artista ha raccontato al pubblico di come la sua famiglia abbia stravolto le proprie vite per trasferirsi a Nashville quando era ancora una ragazzina. “Non potrò mai esprimere la mia gratitudine“, ha detto trattenendo a stento le lacrime, attribuendo il merito del loro sacrificio alla sua carriera.
Ha offerto un consiglio ai giovani cantautori: “Dovete davvero dare la priorità a ciò che amate, fino in fondo al vostro essere. Perché ne avrete bisogno”.
Steven Spielberg ha presentato Swift con un discorso a sorpresa sul potere della scrittura di canzoni. “C’è qualcosa di innegabile nel modo in cui le canzoni si imprimono nelle nostre anime”, ha detto, prima di concentrarsi su Swift. “In qualche modo Taylor ci conosce tutti fin troppo bene”. Swift ha iniziato il suo discorso ringraziando Spielberg. “Grazie a esempi come quello di Steven, ho avuto fiducia nella mia immaginazione”, ha detto.
L'articolo Taylor Swift si commuove, è diventata la donna più giovane mai inserita nella Songwriters Hall of Fame: “È stato istintivo. Nessuno mi ha insegnato come farlo” proviene da Il Fatto Quotidiano.