Normal view

Disclosure Day, la scoperta che anche Spielberg invecchia

9 June 2026 at 17:06

Steven Spielberg è uno di quei polverosi supermercati di quartiere dove ti portavano da bambino. Sai che è sempre lì, riconosci l’insegna, ma i prodotti sugli scaffali hanno un che di stantio. Il suo Disclosure Day è l’ennesima prova che i “mostri sacri” di Hollywood faticano a tenere il passo con un’epoca che si muove alla velocità dell’intelligenza artificiale. Un cinema che sembra rimasto al 1977, l’anno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Disclosure Day si presenta come un ideale infatti come ideale completamento di Close Encounters. I dischi volanti non sono mai andati via e per ottant’anni il governo ne ha nascosto la presenza. Una giornalista del meteo in crisi mistica (Emily Blunt) inizia a parlare in una lingua aliena durante un telegiornale locale (Kansas City), scatenando il panico.

Improvvisamente cerca di incontrare un esperto di cybersecurity (Josh O’Connor) in fuga da truci figuri di una azienda appaltatrice del Pentagono capitanata da Colin Firth e insieme lottano per rivelare la verità al mondo. La regia è ineccepibile come sempre, Spielberg sa costruire l’inquadratura perfetta. Il problema è il contesto. In un’epoca in cui la disinformazione viaggia su TikTok, in cui gli Stati sono in guerra con i droni, l’idea che una giornalista del meteo che parla in lingua aliena in tv sia la scintilla di una rivoluzione globale suona ingenua, quasi naif. È un approccio che profuma di ingenuità anni 80, lontano anni luce dalla complessità odierna.

La televisione qui non è soltanto il mezzo attraverso cui si diffonde la verità, ma è l’arma stessa della rivelazione. Emily Blunt lavora in tv, è il suo palcoscenico e la sua arma. Ma oggi, nel 2026, i complotti si svelano sui social, i leak si leggono su Telegram, i meme anticipano le notizie. L’idea di una rivelazione in diretta tv, con tanto di conduttore, suona come la trasposizione di un romanzo di Michael Crichton o di un film catastrofista anni ’90. È un’operazione nostalgia che non convince.

Poi ci sono le incongruenze narrative. Colin Firth interpreta il potente contractor governativo, un uomo disposto a tutto pur di nascondere la verità. Eppure, in due occasioni, si lascia sfuggire Josh O’Connor. La seconda volta, O’Connor si riporta addirittura via lo zaino pieno di schede di memoria rubate, mentre Firth guarda. Gli inseguimenti, poi, sono imbarazzanti: auto che sgasano, sparatorie che non c’entrano con la presunta serietà del tema, uno 007 dei poveri.

Ma, fortunatamente, la generazione dei “vecchi” registi non è tutta uguale. C’è chi arranca e chi, come Martin Scorsese, ha capito che la tecnologia non è un nemico, ma un nuovo pennello.

Mentre Spielberg sembra fossilizzato sui suoi ricordi, Martin Scorsese, a 83 anni, ha capito che il cinema si è evoluto. Da poco è diventato advisor di Black Forest Labs, una startup di intelligenza artificiale. Ha usato il loro modello generativo FLUX per creare storyboard e visualizzare in anteprima le scene. Lui ha capito che l’AI non sostituisce l’arte ma la potenzia, la aiuta a risparmiare tempo e fatica, e a comunicare meglio la propria visione. Non a caso, ha paragonato l’uso dell’AI alla computer grafica di Hugo o al ringiovanimento digitale de The Irishman.

L’AI sta democratizzando la produzione, abbattendo i costi, permettendo a chiunque di visualizzare le proprie idee. Spielberg, con Disclosure Day, ha dimostrato di non aver capito, lui che pure aveva diretto film futuribili, come Minority Report e Ready Player One. È un peccato, perché il suo supermercato sarà pure ancora aperto, ancora rassicurante ma la merce in vendita è tristemente fuori moda.

L'articolo Disclosure Day, la scoperta che anche Spielberg invecchia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Disclosure Day, E.T. senza meraviglia è un disastro: Spielberg smarrisce il contatto. Gli alieni ci sono ma non ce lo dicono

9 June 2026 at 17:00

Non ce lo dicono. E se ce lo dicessero tutte le guerre nel mondo cesserebbero. Steven Spielberg e gli alieni capitolo due (o tre). Per 79 anni l’agenzia Wardex ha celato ai cittadini statunitensi e all’intero pianeta le prove dell’apparizione sulla Terra di astronavi extraterrestri e di alieni dal testone oblungo e occhioni larghi. Ma finalmente un gruppo di esperti della Wardex, capitanati dall’affabile Hugo (Colman Domingo), ruba dai suoi uffici sia filmati che chiavette segretissime, oltre ad organizzare l’incontro rivelatore tra due “esperti”: Daniel (Josh O’Connor), esperto informatico Wardex che traduce formule matematiche in inglese, e Margareth (Emily Blunt), una presentatrice meteo della tv di Kansas City che scopre di avere potere di lettura del cervello e lingua altrui, di telepatia e premonizioni. I due fuggono separatamente e rocambolescamente, in lungo e in largo, dagli sgherri in nero della Wardex, evitando i poteri altrettanto telepatici di mister Scanlon (Colin Firth), capo dell’azienda medesima, fino ad una definitiva resa dei conti che li vedrà comunicare al mondo una sorprendente verità in diretta tv.

Disclosure Day, l’attesissima opera spielberghiana sui marziani, è questa cosa qui. Un frullato insapore action che ricorda esteticamente e produttivamente i film via cavo anni Novanta. E per carità, mica è colpa degli alieni. Anzi. Spielberg si vede che ci tiene, che obamianamente sa che “esistono davvero” e che sarebbe meglio, alla Richard Dreyfuss o alla François Truffaut, mettersi lì a studiare un metodo con cui comunicare. Ma certo è che le meraviglie significanti e poetiche di Incontri ravvicinati del terzo tipo o di E.T. ve le dovete scordare.

Non vogliamo sempre tirare fuori la questione maleducata che in vecchiaia i grandi autori, hollywoodiani e non, finiscono spesso fuori strada. Solo che in Disclosure Day la questione deragliamento è conclamata. Fin dall’orribile sequenza d’apertura con un’incomprensibile soggettiva di un wrestler che viene menato dal suo avversario su un ring. Tra il pubblico è seduto Daniel che, per riavere l’amata fidanzatina rapita, consegna lo zaino pieno di memorie aliene agli agenti Wardex. Nessuno, appunto, deve sapere che dal 1947, insomma dal celebre incidente di Roswell, negli Stati Uniti dischi volanti e alieni volano e atterrano, seppur con qualche disturbo, dialogando con gruppi di umani che alla fine li seviziano e torturano come bestie per la vivisezione.

Non è la prima volta che Spielberg torna alla duplice specularità sfruttamento animale/violenza sugli alieni (c’era latente in E.T.), ma questa volta, complice una sceneggiatura farraginosa e forzatamente pretestuosa di David Koepp (il bordone sulle suore cattoliche per parlare di Dio che ama anche gli alieni è da strapparsi i capelli), non esiste alcuna ricostruzione di immaginario e di atmosfera peculiare. Se si eccettua la classica sequenza spielberghiana alla Indiana Jones, qui molto di maniera, con l’eroe in difficoltà estrema che allunga la mano per salvare l’eroina ancor più in pericolo di lui (qui ci sono due treni in corsa che si stanno per incrociare con Margareth rimasta in mezzo), l’andirivieni piatto e convulso dei due protagonisti per oltre un’ora e mezza più che lanciare il film a mille, ne impone l’inconcludenza di genere e la stramba irregolarità narrativa (si allunga il brodo come non mai, insomma).

È per questo che tante curiose e originali trovate visive come quella degli alieni che si presentano come animali (cervi, procioni, volpi, ma soprattutto il cardinale rosso) per calmare gli umani non riescono a trovare spazio naturale in un insieme esteticamente mal assemblato e poco ispirato, il cui esempio estremo è il ricorrente duello telepatico mentale tra Scanlon e la fidanzata ex suora di Daniel con scambio di iridi (sic) ed esperimenti su sedie del dentista con due ventose attaccate ad un angolo della fronte.

Perfino fotografia e musiche dei veterani spielberghiani Janusz Kaminski e John Williams sembrano una svogliata chiamata alla solita rimpatriata in famiglia. Ricordare che il tema “alieni” conservi in nuce una potenzialità espressiva a dir poco dirompente e infinita, è inchiodare ulteriormente Spielberg in un angolo afono e buio che non meriterebbe affatto. L’ultima traccia di questo pallore creativo è la palette emotiva con cui Spielberg tratteggia i due protagonisti: la Blunt oscilla senza peso specifico tra Kate Capshaw e Goldie Hawn; O’Connor, capace di interpretazioni maiuscole come in Rebuilding e The Mastermind, viene lasciato vagolare come uno stuntman qualunque tra auto fracassate e vetrate infrante.

L'articolo Disclosure Day, E.T. senza meraviglia è un disastro: Spielberg smarrisce il contatto. Gli alieni ci sono ma non ce lo dicono proviene da Il Fatto Quotidiano.

Secrets, UFOs, and smokescreens: Why Washington is obsessed with extraterrestrials

Stephen Bassett, ufologist, political activist and lobbyist, in Washington, May 14.

Let’s start with the proven facts: Disclosure Day is the most anticipated film of the summer. Its director and screenwriter, Steven Spielberg, revealed details about its plot this week on one of Stephen Colbert’s final shows: he says it tells the story of the theft by officials, “committed to the truth,” of all information held by the government “about UFOs and extraterrestrial visits,” and the system’s desperate attempts to prevent it being revealed.

Seguir leyendo

Front pages of the 'Roswell Daily Record' for July 9 and 10, 1947.Emily Blunt, in a promotional still from Steven Spielberg's film ‘Disclosure Day.’Screening of the documentary ‘The Age of Disclosure’ at the Capitol for members of Congress.Dan Farah, director and producer of ‘The Age of Disclosure,’ alongside Secretary of State Marco Rubio.
❌