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Uranio, ispezioni e chiusura dei siti nucleari: ecco cosa vuole Trump dall’Iran

In attesa di capire l’impatto sugli sforzi diplomatici internazionali determinato dalla serie di attacchi e ritorsioni tra i due storici nemici e mentre Donald Trump minaccia di colpire duramente anche stanotte il regime dei pasdaran, i negoziati su una delle questioni più spinose al centro dei colloqui volti a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, sembrano ripartire, con qualche notevole differenza, dal punto in cui erano stati lasciati alla vigilia dell’inizio dell’operazione Epic Fury.

Ma andiamo con ordine. Appena 48 ore fa, un’eternità per gli standard a cui ci ha abituato il presidente Trump, il New York Times ha riportato che le discussioni intavolate con gli iraniani dai consiglieri di The Donald si stanno focalizzando su quattro punti ben precisi, i quali, stando a quanto affermato dalle fonti del quotidiano (funzionari e diplomatici Usa informati sulle trattative), dovrebbero bloccare il programma nucleare della Repubblica Islamica, con una scadenza tutta da definire.

La prima richiesta avanzata dalla squadra statunitense riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con la possibilità di scendere a 15 anni. Secondo gli insider del New York Times, gli iraniani avrebbero controproposto una sospensione di 10 anni. Deadline che comunque dovrebbero passare sotto le forche caudine dello Studio Ovale. A metà maggio infatti il presidente Trump ha dichiarato che accetterebbe un’intesa di 20 anni e pertanto il compromesso con Teheran non sarebbe da dare per scontato.

Al secondo punto dei negoziati c’è la disponibilità degli Stati Uniti a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per diluire le scorte di uranio arricchito dell’Iran. Il ruolo attivo di Washington non sarebbe però ben visto dalle autorità del regime teocratico che, invece, sarebbero disposte ad accettare gli americani solo in qualità di osservatori. “Lo porteremo via o lo distruggeremo, che sia in loco o altrove”, ha detto il tycoon la scorsa settimana. Un dettaglio non da poco riguarda poi il quantitativo di combustibile radioattivo da diluire: tutte le 11 tonnellate di uranio, ha chiarito pubblicamente il segretario di Stato Usa Marco Rubio, e non solo la mezza tonnellata di materiale quasi adatto alla costruzione di bombe.

La terza richiesta avanzata dai diplomatici statunitensi ai rappresentanti della Repubblica Islamica riguarda la necessità che l’Iran smantelli i suoi principali siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan, colpiti nel 2025 da Washington nel corso dell’operazione Midnight Hammer. Teheran si sarebbe mostrata disponibile a smantellare due impianti ma pretenderebbe di lasciarne uno operativo, anche per dimostrare di non aver rinunciato a quello che considera ormai da decenni il suo diritto all’arricchimento.

L’ultimo punto discusso dai negoziatori dei due Paesi riguarda la possibilità che gli ispettori internazionali conducano ispezioni a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, all’interno dell’Iran. Il New York Times sottolinea che non è chiaro se il governo iraniano acconsentirà in quanto molti dei siti nucleari sospetti si trovano all’interno di basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, dove spesso è stato impedito l’accesso agli ispettori.

Se l’Iran accettasse i quattro limiti al programma nucleare, scrive il quotidiano Usa, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti rispetto ad alcune delle concessioni ottenute da Teheran nei negoziati del 2015. Come si può ben immaginare, l’accordo, oltre a dipendere in parte da come verrà chiusa la questione del blocco di Hormuz, richiederebbe la cooperazione del regime in ogni fase. Altra incognita è se il capo negoziatore della Repubblica Islamica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, riuscirà a non essere scavalcato dai Guardiani della Rivoluzione e da altri politici dell’ala più dura.

Sta di fatto che i negoziatori americani, almeno sino alla vigilia della nuova escalation, avrebbero manifestato un certo ottimismo sull’andamento dei negoziati. L’inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno fatto visita giovedì al laboratorio nucleare Oak Ridge, nel Tennessee, per valutare quali attrezzature e competenze sarebbero necessarie per diluire l’uranio del regime islamico e avrebbero inoltre incontrato decine di esperti del dipartimento dell’Energia e dell’intelligence che stanno pianificando le modalità per recuperare e neutralizzare il carburante radioattivo iraniano.

L’ottimismo americano non sarebbe del tutto immotivato. Infatti, secondo il ben informato Barak Ravid di Axios, si era già vicini ad un accordo preliminare con l’Iran alla fine del mese scorso ma Trump, dopo una riunione alla Casa Bianca del 29 maggio, avrebbe deciso di inviare agli iraniani una richiesta di due emendamenti alla bozza di memorandum d’intesa. Accettare di ridurre il grado di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni e impegnarsi a non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Queste quanto preteso dal leader Usa che, in cambio, si sarebbe detto disposto ad accettare il degradamento dell’uranio arricchito sul suolo iraniano, sotto la supervisione dell’Aiea. Di qui, le trattative con il regime si sarebbero dilungate sino ad arrivare allo stallo attuale.

Se la “strategia del pazzo” applicata da Washington sembra aver contagiato in parte anche la nuova leadership della Repubblica Islamica, più militare e oltranzista della precedente, è impossibile non notare che, pur con alcune importanti differenze, i punti al centro del negoziato (tra questi lo smantellamento dei siti nucleari) assomigliano a quelli che Witkoff e Kushner stavano già discutendo con gli iraniani a Ginevra a fine febbraio. Se qualcosa è cambiato, e non in meglio per Washington, è sicuramente l’accresciuto potere negoziale di Teheran che, adesso, oltre a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio, può contare sul ricatto di Hormuz per condizionare l’esito dei colloqui. Un risultato che, con tutta probabilità, l’autore dell’Arte di fare affari non aveva messo sufficientemente in conto.

Missili e artiglieria in prima linea: così Taiwan prepara la “zona di distruzione” contro la Cina

Le forze armate di Taiwan hanno condotto una vasta esercitazione lungo la costa occidentale, quella che guarda direttamente verso la Cina continentale attraverso lo Stretto di Taiwan. L’obiettivo dichiarato delle manovre è stato quello di simulare la risposta a un possibile sbarco anfibio nemico, uno scenario che da anni rappresenta la principale preoccupazione strategica di Taipei.

Le esercitazioni di Taiwan

Come ha spiegato Reuters, le operazioni si sono svolte lungo un tratto di circa 20 chilometri nei pressi di Taichung, coinvolgendo contemporaneamente otto diverse postazioni. Le forze taiwanesi hanno impiegato sistemi lanciarazzi Thunderbolt-2000 sviluppati localmente, obici semoventi Paladin di fabbricazione statunitense, missili anticarro, mortai e artiglieria pesante per creare una sorta di “zona di distruzione” destinata a fermare un eventuale assalto dal mare.

L’aspetto più significativo dell’esercitazione non è stato tanto l’arsenale utilizzato, quanto il metodo. I comandanti hanno sottolineato che le truppe hanno avuto molto meno tempo per prepararsi rispetto al passato, con l’obiettivo di replicare condizioni il più possibile vicine a quelle di un conflitto reale. In precedenza, alcune unità disponevano di giorni o addirittura settimane per predisporre le posizioni di tiro; questa volta l’arrivo nelle aree operative è avvenuto appena 24 ore prima dell’inizio delle attività.

Secondo i vertici militari, la scelta è servita a rendere l’addestramento più imprevedibile e a migliorare la capacità di reazione immediata delle forze armate. La modernizzazione della difesa taiwanese passa infatti sì attraverso l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma, ma anche da una revisione delle procedure operative.

Un messaggio alla Cina

I sistemi HIMARS forniti dagli Stati Uniti sono stati protagonisti di un’altra operazione a fuoco reale lungo la costa occidentale. La Cnn ha fatto sapere che per la prima volta i razzi sono stati lanciati verso le acque dello Stretto di Taiwan, sempre simulando una risposta rapida a un’aggressione proveniente dalla Cina.

Gli HIMARS incarnano la dottrina della cosiddetta guerra asimmetrica, sostenuta da Washington, che punta a rendere estremamente costosa e complessa qualsiasi operazione militare contro l’isola. Montati su camion altamente mobili, questi sistemi possono uscire rapidamente da posizioni nascoste, lanciare i missili e spostarsi immediatamente altrove.

Durante l’esercitazione i veicoli hanno ricevuto l’ordine di fuoco, raggiunto la posizione assegnata e lanciato i razzi in pochi minuti, dimostrando la capacità di colpire rapidamente senza esporsi a lungo alle contromisure avversarie. Taiwan considera questi sistemi un elemento fondamentale della propria deterrenza, soprattutto mentre le attività militari cinesi attorno all’isola continuano ad aumentare.

“Guerra Usa-Iran, Trump non può esagerare con gli attacchi: un’escalation manderebbe in cortocircuito l’economia globale”

11 June 2026 at 16:54

Hormuz chiuso e lo spettro atomico: l’intervista a Federico Petroni sullo scontro Washington-Teheran

Mentre la tensione sul terreno non accenna a placarsi e i canali diplomatici restano faticosamente aperti, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase cruciale, sospesa tra il test delle rispettive “linee rosse” e la ricerca di una via d’uscita.

Sullo sfondo, i bombardamenti sulle infrastrutture civili, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le indiscrezioni sul possibile ricorso ad armi nucleari tattiche sollevano interrogativi drammatici: siamo di fronte a una reale prova di forza o al sintomo di una profonda frustrazione geopolitica da parte di una Casa Bianca incapace di raggiungere i propri obiettivi? E quale ruolo giocano le irrisolte preoccupazioni di sicurezza di Israele nella tenuta di un eventuale accordo?

A fare chiarezza è Federico Petroni, analista geopolitico di Limes, che ad Affaritaliani analizza i nodi più caldi dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Siamo proprio in un momento in cui si testano queste linee rosse. È ovvio che però gli Stati Uniti finora non sembrano in grado di volere o poterle superare, anche perché la risposta dell’Iran potrebbe essere altrettanto catastrofica”.

Nuovi bombardamenti in Iran, ma i colloqui continuano: qual è la linea rossa che Trump non può superare?

“Al momento non ci sono particolari linee rosse, se non quelle ovvie: l’opzione nucleare e gli attacchi alle infrastrutture civili vitali, come la rete elettrica o gli impianti idrici. Tuttavia, i recenti raid contro una di queste strutture sembrano un chiaro messaggio inviato a Teheran per dimostrare che Washington è pronta a valicare quel limite. Inoltre, secondo fonti non confermate, Trump avrebbe sollevato l’ipotesi di utilizzare armi atomiche di basso calibro contro i siti nucleari iraniani, un’indiscrezione che avrebbe suscitato un enorme scandalo nel suo stesso gabinetto.

Siamo in una fase di test reciproco dei limiti. Finora, però, gli Stati Uniti non sembrano avere la forza o la reale volontà di superare queste linee rosse, anche perché la controrisposta iraniana sarebbe catastrofica. Teheran ha finora risposto in modo simmetrico, colpendo le infrastrutture petrolifere e gasiere del Golfo. Un’escalation di questi contrattacchi manderebbe in cortocircuito l’economia globale, traducendosi in un disastro economico anche per gli Stati Uniti”.

Se ci sarà un accordo tra Washington e Teheran, chi ne uscirà vincitore? E quanto potrà durare?

“Temo che un eventuale accordo difficilmente avrebbe vita lunga, a meno che non si riescano a risolvere le preoccupazioni di Israele, che rimangono il nodo fondamentale. Poiché questa guerra all’Iran non ha dato i risultati sperati da Washington e Gerusalemme, il rischio che tra qualche anno Israele si senta talmente poco sicuro da dover riavviare questo tipo di operazioni militari è concreto.

Fondamentalmente, il governo Netanyahu mirava a rovesciare il regime iraniano per poter sbandierare questa vittoria in patria e dichiarare concluso il conflitto. Non essendoci riuscito, lo scenario resta di forte instabilità. Quanto a chi ne uscirà vincitore, è chiaro che gli Stati Uniti non hanno centrato nessuno dei propri obiettivi, anzi hanno peggiorato il quadro geopolitico. L’Iran, dal canto suo, ne esce indubbiamente indebolito per aver perso parte della sua leadership e per l’aggravarsi del soffocamento economico; d’altro modo, però, ne risulta rafforzato, essendo sopravvissuto a una guerra aperta che nessuno, prima d’ora, aveva mai osato muovergli contro”.

L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz: che segnale sta mandando a Trump e al mondo? È un punto di non ritorno nel conflitto?

“Teheran ha bloccato Hormuz perché gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare per pura frustrazione. I recenti attacchi americani non sono altro che il sintomo di una crisi di nervi. Di fronte a un Iran che si sente vincitore e che quindi respinge ogni richiesta della Casa Bianca, gli statunitensi hanno pochissime carte da giocare. Si illudono che qualche campagna di bombardamento possa ammorbidire la posizione iraniana, ma penso che non ci credano fino in fondo nemmeno loro. Per questo la definisco un’operazione dettata dalla frustrazione”.

Una tregua è ancora lontana?

“Gli Stati Uniti hanno ampiamente dimostrato di non avere né la forza né la volontà di andare fino in fondo, ovvero di intensificare sensibilmente le operazioni militari. Questo accade anche perché Washington non ha una visione chiara di cosa vuole ottenere da un conflitto avviato per ragioni che hanno pochissimo a che fare con i reali interessi strategici americani.

Allo stesso tempo, però, la Casa Bianca non può fare marcia indietro senza rimediare un gravissimo danno d’immagine. Ritirarsi significherebbe ammettere non solo di aver perso la guerra, ma anche di aver ceduto il controllo di uno stretto marittimo vitale, un passaggio chiave per chiunque voglia continuare a definirsi la prima potenza del pianeta. A un certo punto Trump potrebbe anche stufarsi e decidere di abbandonare il campo, ma finora non lo ha fatto proprio perché è consapevole dell’altissimo prezzo reputazionale che pagherebbe in prima persona”.

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Nucleare, miliardi congelati e raid in Libano: tutti i fronti che alimentano la guerra tra Israele e Stati Uniti

La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti non si gioca più su un solo campo. È un conflitto stratificato, in cui i raid militari si intrecciano con i negoziati sul nucleare, la battaglia sui fondi iraniani congelati, il controllo dello Stretto di Hormuz, la minaccia dei missili balistici e il ruolo di Hezbollah in Libano.

Mentre Washington e Teheran discutono un possibile accordo ad interim per ridurre l’escalation, Israele continua a colpire i suoi obiettivi regionali e guarda con sospetto qualsiasi compromesso che lasci intatta la capacità strategica iraniana.

Il nodo nucleare e i missili: la linea rossa di Israele

Il dossier nucleare resta il cuore della crisi. L’Iran rivendica il diritto all’arricchimento dell’uranio, mentre Stati Uniti e alleati chiedono limiti più rigidi, accesso pieno degli ispettori internazionali e garanzie verificabili. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha chiesto a Teheran cooperazione urgente e accesso ai siti nucleari, in un clima reso ancora più teso dalla guerra e dagli attacchi subiti da alcune infrastrutture.

Per Israele, però, il problema non è soltanto nucleare. La questione riguarda anche i missili balistici iraniani, la loro gittata e la possibilità di colpire territorio israeliano o basi americane nel Golfo. Washington aveva già indicato la limitazione della portata dei missili tra le richieste principali rivolte a Teheran. Per l’Iran, invece, l’arsenale missilistico resta uno strumento di deterrenza indispensabile, soprattutto dopo mesi di attacchi diretti e indiretti. L'Iran seguita a sostenere che il suo diritto alle armi convenzionali non è affatto negoziabile e di essere ancora in possesso di un vasto arsenale.

I miliardi congelati: la guerra economica dietro la diplomazia

Il secondo fronte è finanziario. Iran e Stati Uniti starebbero negoziando il rilascio di parte dei fondi iraniani congelati all’estero. Teheran chiede tra 6 e 12 miliardi di dollari subito, mentre Washington vuole uno sblocco graduale, controllato e vincolato all’acquisto di beni umanitari. Un funzionario iraniano ha affermato che sono in corso discussioni sull'ammontare dei beni congelati da sbloccare immediatamente e su una tempistica garantita per il pagamento dei restanti miliardi di dollari di fondi iraniani entro un periodo di 60 giorni.

La partita è decisiva perché riguarda la sopravvivenza economica della Repubblica islamica. Dopo anni di sanzioni e mesi di guerra, l’Iran ha bisogno di liquidità per alleggerire la pressione interna. Gli Stati Uniti, al contrario, vogliono usare quei fondi come leva negoziale: concedere ossigeno a Teheran, ma senza restituirle piena libertà finanziaria.

È qui che nasce l’ipotesi di un accordo provvisorio: non una pace definitiva, ma un’intesa tecnica per ridurre l’escalation, riaprire alcuni canali economici e rinviare i nodi più difficili. Una soluzione che però rischia di scontentare Israele, convinto che ogni pausa possa permettere all’Iran di ricostruire capacità militari e influenza regionale.

Libano, Hormuz e Hezbollah: i fronti che possono far saltare l’accordo

Il Libano è diventato uno dei terreni più sensibili della trattativa. Israele continua a colpire il sud del Paese contro obiettivi legati a Hezbollah, mentre Teheran cerca di mantenere il movimento sciita come leva strategica in qualsiasi negoziato più ampio con Washington, mentre il cessate il fuoco resta fragile e contestato.

Per l’Iran, Hezbollah è parte essenziale della propria architettura regionale. Per Israele, invece, è una minaccia diretta ai confini settentrionali. Per questo il dossier libanese non è più separabile da quello iraniano: ogni raid israeliano, ogni risposta di Hezbollah e ogni pressione americana su Beirut finiscono per pesare sui negoziati con Teheran.

A complicare tutto c’è lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico mondiale. L’Iran ha minacciato o annunciato restrizioni al passaggio delle navi in risposta agli attacchi americani, trasformando il Golfo in un altro fronte della guerra. Per Washington, la libertà di navigazione è una linea rossa; per Teheran, il controllo dello stretto è e sarà una carta strategica da usare al tavolo.

Il risultato è una guerra sospesa tra diplomazia e nuovo allargamento. Un accordo ad interim potrebbe congelare alcuni fronti, ma difficilmente risolverebbe le cause profonde dello scontro: il nucleare, i missili, le sanzioni, Hezbollah, Hormuz e la sfiducia israeliana verso ogni compromesso con Teheran. Più che una pace, al momento, sembra profilarsi una tregua armata: abbastanza per evitare il collasso immediato, troppo poco per chiudere davvero la guerra.

Teerão ataca bases dos Estados Unidos no Bahrein e no Kuwait

By: ZAP
11 June 2026 at 11:15
Os Estados Unidos atacaram o Irão e as forças iranianas responderam com o lançamento de mísseis contra bases norte-americanas. Os Estados Unidos terão lançado uma nova vaga de ataques aéreos contra o Irão na madrugada desta quinta-feira, depois de Donald Trump ter avisado que Teerão iria “pagar o preço” pelo impasse nas negociações. Após os norte-americanos terem realizado ataques com mísseis contra várias cidades iranianas, o Irão voltou a retaliar, atingindo bases militares dos EUA no Bahrein, Kuwait e Jordânia, bem como dois navios no Estreito de Ormuz. Em comunicados divulgados pela agência de notícias iraniana Fars, a Guarda Revolucionária

Escalation controllata tra gli Usa e il regime. Ma l'Iran tira la corda. "Donald è frustrato"

Escalation controllata, almeno per ora. I nuovi lampi di guerra in Medio Oriente assomigliano a un botta e risposta e non alla ripresa di un conflitto aereo totale, h 24, anche se l'escalation può velocemente sfuggire di mano. Il presidente americano, Donald Trump, che è fumantino e perde facilmente la pazienza, potrebbe ordinare raid più incisivi, ma dopo aver ripetuto 38 volte che l'accordo con Teheran era a un passo ha disperato bisogno di uscire dal pantano. Il tycoon viene descritto dal suo entourage come estremamente frustrato per le perduranti esitazioni dell'Iran a rispondere alla sua ultima proposta. Proprio per evitare di porre altri ostacoli a un eventuale accordo il commander in chief avrebbe chiesto di modulare gli attacchi di ritorsione all'abbattimento dell'elicottero Usa in modo da evitare vittime senza rinunciare a mandale un segnale. Anche gli israeliani, che sono stati attaccati con una trentina di missili come rappresaglia per i bombardamenti israeliani in Libano contro Hezbollah, hanno riposto subito, ma senza andare avanti. «Da tutte e due la parti si stanno usando le armi come parte del negoziato. Però sembra, che non ci sia la volontà di riprendere un conflitto su vasta scala», spiega al Giornale una fonte militare che monitora il braccio di ferro in Medio Oriente.

Trump si è reso conto che gli israeliani lo avevano infinocchiato sul successo della campagna aerea, la fine del regime e punta a una exit strategy, che non gli faccia perdere la faccia. Nonostante gli allarmi lanciati a tempo debito dal Pentagono ha sottovalutato i problemi di munizionamento oramai a un livello di guardia. Le stime del portale Analisi difesa, che si basano su fonti Usa, indicano che nei 40 giorni di guerra, gli americani hanno lanciato 1100 missili da crociera Jassm, che costano più di un milione di dollari a esemplare. Mille missili Tomahawk (3,6 milioni ciascuno) pari ad una produzione decennale. La Marina Usa sta correndo ai ripari con una richiesta di 3 miliardi di dollari per il 2027 per aumentare del 1200 per cento il numero di missili a lungo raggio contro obiettivi terrestri. Oltre ad ulteriori 1000 missili balistici tattici Atamcs gli americani hanno utilizzato nel conflitto 1200 intercettori Patriot (2.000 contando anche gli Standard e Talon), il doppio della produzione annuale al costo di quasi 4 milioni di dollari ognuno. Gli arsenali non sono a zero, ma sono arrivati al livello di guardia, che non permetterebbe agli Usa di combattere un conflitto convenzionale. Gli israeliani negano, ma pure loro hanno problemi di scorte soprattutto con gli intercettori Arrow 2 e3 capaci di distruggere i missili balistici iraniani più pericolosi.

Anche l'Iran non ha scorte infinite dopo la distruzione del 40 per cento della sua capacità missilistica, secondo l'Idf. Però «dal primo giorno di tregua, le immagini satellitari mostrano che hanno ricominciato la produzione e scavato per liberare le loro basi sotterranee distrutte solo all'ingresso», spiega la fonte militare. I «rifornimenti» arrivano anche via nave dalla Russia attraverso il Mar Caspio e con la ferrovia della Via della seta cinese con quattro convogli a settimana, rispetto ad un solo treno prima della guerra. I pasdaran hanno definitivamente abbandonato la strategia della «pazienza strategica» di Ali Kahmenei. Adesso rispondono colpo su colpo anche in difesa dei proxy più importanti come Hezbollah in Libano. Da escalation controllata a guerra totale il passo è breve.

Zelensky contro la Russia coi missili Flamingo. L'ambasciatore russo accusa il Quirinale

L'Ucraina rivendica una delle più intense campagne di attacchi in profondità dall'inizio dell'invasione russa, puntando su una strategia che mira a logorare la capacità logistica, industriale ed energetica avversaria. Tra i risultati più rilevanti, il secondo attacco in due giorni al ponte di Chonhar, collegamento tra la Crimea e la regione occupata di Kherson, che sarebbe ora fuori uso. Gli attacchi hanno inoltre investito il porto di Mariupol e diversi obiettivi industriali ed energetici in territorio russo, dalla regione di Vladimir alla raffineria di Novokuibyshevsk (Samara).

A segnare un ulteriore salto di qualità è stato l'impiego dei missili ucraini Flamingo. Il presidente Zelensky ha confermato che hanno danneggiato uno stabilimento militare a Cheboksary, a circa mille chilometri dal teatro principale delle operazioni, dove si producono componenti per droni e missili dell'esercito russo. L'operazione dimostra la crescente capacità dell'industria bellica ucraina di sviluppare sistemi d'arma a lungo raggio in grado di incidere sulle capacità produttive nemiche. A pagare il flop di Mosca è stato il comandante dell'aeronautica Afzalov, rimpiazzato dal generale Chaiko.

Sul piano diplomatico il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato che Mosca ascolterà eventuali iniziative europee solo quando sarà convinta della loro "sincerità", ribadendo scetticismo nei confronti dell'Ue, accusata di voler sostenere Kiev. Lo stesso Lavrov ha rivelato che gli ambasciatori di Francia, Regno Unito e Germania hanno chiesto un incontro, segnale di contatti che proseguono. A mostrare irritazione per le posizioni europee è anche l'ambasciatore di Mosca in Italia Alexiei Paramonov, che punzecchia Sergio Mattarella: "Da alcuni degli alti colli romani, ci sentiamo spesso accusati: la Russia sarebbe colpevole di tutti gli attuali problemi dell'ordine mondiale odierno, che si tratti dell'Europa dell'Est, del Medioriente o dell'Africa. Posso affermare con fermezza che queste accuse non corrispondono assolutamente al vero: sono una palese falsità. I fatti testimoniano l'esatto opposto".

La Germania annuncia 300 milioni per l'acquisto di munizioni per artiglieria a lungo raggio, mentre l'Ungheria nega armi a Zelensky. Berlino guarda inoltre con favore all'avvio dei negoziati per l'adesione dell'Ucraina all'Ue, mentre Kiev punta al prossimo vertice Nato di Ankara e soprattutto al G7 in Francia per un bilaterale Zelensky e Trump.

A dominare il confronto sono le sanzioni. Mosca ha reagito al nuovo pacchetto europeo promettendo una risposta "efficace e decisa" e Putin ha definito "assurde" le sanzioni ai centri estivi russi coinvolti nel trasferimento illegale di minori ucraini.

Trump promette nuovi raid: "Negoziati lenti, colpirò duro"

La diplomazia non si ferma in Medioriente, ma Donald Trump torna a puntare sulla strategia della massima pressione contro l'Iran, ed è pronto a ordinare nuovi raid. Il presidente americano ha anticipato che "colpiremo ancora con forza l'Iran oggi", dopo aver rivelato a Fox di essere "vicino a ordinare altri attacchi contro centrali elettriche e ponti iraniani". Il tycoon ha accusato la Repubblica islamica di "prendere di giro gli Stati Uniti" con le trattative che stanno registrando scarsi progressi. "Eravamo vicino a un accordo. Ma continuano a perdere tempo e ci trattano da stupidi", ha aggiunto, mentre su Truth ha affermato che l'Iran "parla tanto e non agisce, hanno impiegato troppo tempo per negoziare un'intesa che sarebbe stata ottima per loro, ora dovranno pagarne il prezzo. Il bullo del Medioriente è morto". Parole molto diverse da quelle spese martedì, quando ha rivelato che i negoziati erano alle "battute finali" e avrebbero potuto concludersi in "due o tre giorni". A suo parere, comunque, l'accordo "è buono, ci abbiamo lavorato per un mese. Vogliamo sia significativo, non come quello di Barak Hussein Obama, che apriva la strada all'arma nucleare".

Gli Usa hanno attaccato la Repubblica islamica in risposta all'abbattimento di un elicottero americano, mentre le forze iraniane hanno colpito basi Usa in Giordania e Bahrein. Una petroliera è stata inoltre colpita nel Golfo dell'Oman da un missile americano mentre trasportava greggio dall'Iran in violazione al blocco americano: dispersi tre marinai indiani. Le Guardie Rivoluzionarie hanno parlato di "missili a lungo raggio che hanno distrutto quattro obiettivi principali" in Giordania, tra cui postazioni di caccia F-35 in una base aerea e il centro di comando Usa ad Al-Azraq. In Bahrein sono risuonate le sirene antiaeree dopo che i pasdaran hanno detto di aver colpito un'altra base Usa. E l'esercito del Kuwait ha dichiarato che le sue difese stavano puntando "bersagli aerei ostili".

"Gli Stati Uniti hanno scelto di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti forze armate non lasceranno impunito alcun attacco o minaccia", ha assicurato prima dei raid il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. E ha ribadito "la responsabilità legale e morale" dei suoi vicini di non permettere agli Stati Uniti o a Israele di utilizzare il loro territorio per attacchi. "Ogni volta che Trump ha parlato, ha ricevuto in risposta un sonoro schiaffo da noi", ha dichiarato il portavoce dello Stato Maggiore delle Forze Armate di Teheran.

"L'esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l'Aeronautica, non esiste nemmeno più, è stato completamente sconfitto", ha detto invece il comandante in capo dopo la più grave ondata di scontri tra Washington e Teheran dal cessate il fuoco dell'8 aprile, aggiungendo che grazie a una missione segreta per scortare le navi è riuscito a far transitare da Hormuz 100 milioni di barili di petrolio. Russia e Cina intanto temono l'escalation. "Siamo estremamente preoccupati" per gli ultimi sviluppi armati, ha dichiarato Mosca, esortando "entrambe le parti a esercitare moderazione". Anche Pechino ha invitato le parti a "cessare di intensificare il conflitto e di aggravare la situazione". Per un funzionario della Casa Bianca citato da Fox News, le trattative vanno avanti e Trump continuerà a esercitare la massima pressione per l'accordo. I negoziatori del Qatar si sono recati a Teheran "per incontrare gli iraniani nel tentativo di colmare le divergenze rimanenti". Secondo Axios, Teheran ha rifiutato l'incontro a tre con gli Usa.

Trump: "Attacchi annullati. Presto firma dell'accordo con l'Iran, forse nel weekend in Europa". Il tycoon: "Khamenei ha approvato"

Dopo una giornata di minacce, raid e tensioni nello Stretto di Hormuz, Donald Trump annuncia lo stop agli attacchi contro l’Iran e parla di accordo vicino. Secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero trovato un testo accettato anche dagli Stati Uniti, ma l’intesa resta appesa al via libera finale della Guida Suprema iraniana. Nel frattempo il blocco navale resta in vigore e l’Europa, con Meloni e Merz, chiede una soluzione diplomatica senza allargare il conflitto.

Drones totalmente autónomos mataram soldados humanos pela primeira vez

By: ZAP
11 June 2026 at 06:40
“Experimentámos”. Há dois anos, foi realizado um teste com drones totalmente autónomos programados para destruir tudo o que encontrassem numa determinada área. Segundo diz uma figura de topo da indústria de defesa ucraniana, há baixas confirmadas. Drones totalmente autónomos, sem supervisão humana, mataram soldados no campo de batalha pela primeira vez. A revelação, feita à New Scientist por uma figura de topo da indústria de defesa ucraniana, marca um momento decisivo na história da guerra. O teste envolveu 10 drones “Terminator” controlados por inteligência artificial, que foram usados na linha da frente da guerra na Ucrânia. Dois soldados russos foram

Europa nel mirino di Teheran: la guerra-ombra degli ayatollah

Per oltre un decennio l'Europa ha rappresentato per l'Iran il principale interlocutore occidentale. Nonostante le tensioni cicliche sul programma nucleare, Bruxelles ha cercato di mantenere aperti i canali diplomatici, convinta che il dialogo fosse preferibile all'isolamento. Oggi, però, quello stesso continente rischia di trasformarsi nel teatro di una diversa forma di confronto: non una guerra convenzionale, ma una campagna fatta di intimidazioni, operazioni coperte e azioni difficili da attribuire.

L'allarme arriva da un numero crescente di governi europei, ma anche da analisti e osservatori internazionali. In un editoriale del Washington Post, Colin Clarke e Adrian Shtuni sostengono che la Repubblica islamica stia adottando metodi simili a quelli già utilizzati dalla Russia: attacchi indiretti, intermediari sacrificabili e un'elevata plausibile negazione delle responsabilità. L'obiettivo non sarebbe tanto provocare una guerra aperta, quanto diffondere insicurezza e dimostrare la capacità di colpire ben oltre i confini mediorientali.

Dalla diplomazia alla sfiducia: perché l'Europa cambia approccio

L'Unione europea ha investito molto nel dialogo con Teheran, soprattutto dopo l'accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, molte capitali europee hanno tentato di salvare un canale negoziale.

Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato radicalmente. Le espulsioni di diplomatici iraniani accusati di attività incompatibili con il loro status, i procedimenti giudiziari legati a presunti piani di attentato e le crescenti denunce di sorveglianza nei confronti di dissidenti hanno alimentato la convinzione che la minaccia non sia più soltanto teorica.

A rendere ancora più delicata la situazione è stata la recrudescenza del conflitto mediorientale. Le autorità tedesche hanno recentemente avvertito che l'Iran potrebbe ampliare le proprie operazioni clandestine in Europa, soprattutto in risposta all'inasprimento dello scontro regionale. Allo stesso tempo, anche le istituzioni europee hanno riconosciuto la necessità di monitorare attentamente le possibili ricadute del conflitto sul territorio dell'Unione.

La strategia della guerra ibrida: intermediari, criminalità e obiettivi simbolici

Ciò che più preoccupa le intelligence occidentali è il metodo.

Secondo diverse ricostruzioni, Teheran non farebbe ricorso esclusivamente ai propri apparati ufficiali, ma si affiderebbe a una rete di soggetti terzi: criminalità organizzata, piccoli gruppi radicalizzati o individui reclutati per singole operazioni. Una modalità che consente di mantenere un elevato livello di ambiguità e rende molto più difficile una risposta politica o militare immediata.

Basti pensare alla denuncia resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi. Il governo americano sostiene che Al-Saadi, un comandante trentaduenne di Kata'ib Hezbollah, sia responsabile di diversi complotti e attacchi in Europa e Nord America rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya (HAYI), un'organizzazione prestanome che opera per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. È stato arrestato in Turchia mentre, secondo quanto riferito, era in viaggio verso Mosca e la scorsa settimana si è dichiarato non colpevole.

Il gruppo ha rivendicato oltre una dozzina di atti intimidatori, tra cui incendi dolosi, atti vandalici e aggressioni, concentrati principalmente nel Regno Unito (in particolare a Londra) e in altri Paesi europei. Oltre l'80% degli attacchi ha colpito la comunità ebraica, prendendo di mira sinagoghe, scuole, ambulanze di enti di beneficenza e individui ebraici. Sono stati presi di mira anche interessi americani e gruppi di opposizione iraniani. Le indagini suggeriscono che il network operi attraverso brevi catene di comando, arruolando o pagando giovani e criminali locali per eseguire gli atti, per poi rivendicarli quasi istantaneamente su canali Telegram legati all'IRGC.

In Svezia, inoltre, il processo a cinque minorenni accusati di aver preso parte a un presunto complotto contro un dissidente iraniano ha evidenziato quanto il ricorso a soggetti giovanissimi possa complicare ulteriormente il lavoro investigativo e favorire il ricorso a manovalanza difficilmente riconducibile ai mandanti.

L'Occidente si compatta, ma resta il dilemma della risposta

La crescente preoccupazione ha prodotto una reazione coordinata senza precedenti.

Nelle ultime ore Stati Uniti, Regno Unito, Australia e numerosi alleati europei hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale accusano apertamente l'Iran di essere coinvolto in attività ostili contro dissidenti, giornalisti, cittadini e comunità ebraiche presenti nei Paesi occidentali. I firmatari attribuiscono tali operazioni a strutture come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la Forza Quds e il Ministero dell'Intelligence iraniano.

Londra ha inoltre annunciato nuove misure legislative contro le organizzazioni che operano come proxy di Stati ostili, con pene severe per chi collabora con esse. Secondo l'MI5, le indagini relative a minacce provenienti da attori statali sono aumentate significativamente nell'ultimo anno e circa una ventina di complotti sarebbero riconducibili all'Iran.

Resta però aperta la questione più difficile: come rispondere a una minaccia che vive nella zona grigia tra terrorismo, intelligence e criminalità comune.

Per anni l'Europa ha considerato la Repubblica islamica soprattutto attraverso la lente del dossier nucleare. Oggi, invece, il problema riguarda anche la sicurezza interna del continente. Se le accuse dei servizi occidentali dovessero trovare ulteriori conferme, Bruxelles sarebbe costretta a ripensare profondamente il proprio rapporto con Teheran: non più soltanto interlocutore problematico in Medio Oriente, ma possibile protagonista di una guerra ombra combattuta nelle strade europee.

Iran, com'è il drone marino usato per salvare i piloti dell'elicottero Apache abbattuto

È stato un drone navale a recuperare l’equipaggio dell'elicottero d'attacco AH-64 Apache americano, precipitato lunedì notte nelle vicinanze dello stretto di Hormuz.

L’informazione è stata diffusa dal Comando Centrale degli Stati Uniti, che ha confermato l’impiego di un drone Corsair Saronic, un’imbarcazione di superficie autonoma (ASV), che ha soccorso l’equipaggio, composto da pilota e copilota/mitragliere, recuperandolo dalle acque potenzialmente ostili, dove i due sono rimasti per quasi due ore, e trasportandolo in acque più sicure, dove sono stati poi issati su un elicottero.

Stando a quanto affermato separatamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, l’elicottero statunitense, che era impegnato in una missione di pattugliamento e sorveglianza dello stretto di Hormuz, è stato abbattuto da forze iraniane al largo delle coste dell’Oman.

Un drone per salvare i piloti dell’Apache

Il Centcom ha comunicato che: "Il drone di superficie che ha assistito al salvataggio dell'equipaggio dell'Apache al largo delle coste dell'Oman la scorsa notte era un drone Corsair della Marina statunitense, operato dalla Task Force 59 della 5ª Flotta statunitense". Si tratta di un'imbarcazione dronizzata lunga circa 7,3 metri con un design simile a quello di un motoscafo, che può essere configurata per diversi tipi di missione, può raggiungere una velocità di 35 nodi, ha un'autonomia di circa 1.600 km e una capacità di carico utile di circa 450 kg.

Si tratta del primo caso noto in cui un drone viene utilizzato per il recupero di personale nell'ambito di una missione di ricerca e soccorso; ciò denota importanti implicazioni per queste operazioni in futuro, dato il rischio corso dai mezzi con equipaggio che vengono abitualmente impiegati nelle operazioni di ricerca e soccorso, che presentano complessità e rischi intrinseci quando vengono condotte in territorio ostile. Il recente esempio di recupero dell’equipaggio dell’F-15E abbattuto dall'Iran ha messo nuovamente in luce i rischi che si assumono le forze di ricerca e soccorso in combattimento (CSAR). Un aereo d’attacco A-10 impiegato come “Sandy” era stato abbattuto e un elicottero di soccorso danneggiato proprio nelle prime fasi del soccorso. Lo stesso vale per operazioni di recupero in acque ostili o in alto mare, dato che esiste sempre la possibilità di perdere ulteriori mezzi e uomini nel corso della missione di salvataggio.

L’abbattimento confermato e la risposta di Trump

Questo è il primo elicottero AH-64 Apache perso in Medio Oriente dall'inizio delle ostilità con l'Iran. In particolare, l'incidente è avvenuto appena un giorno dopo che Israele e l'Iran hanno fermato una nuova ondata di attacchi a seguito di una nuova escalation.

La scorsa settimana, il presidente Trump aveva detto ai giornalisti che avrebbe preso in considerazione la ripresa della guerra se l'Iran avesse causato la morte di truppe statunitensi. Ciò minerebbe le basi del cessate il fuoco accordato ad aprile e riporterebbe il Medio Oriente in guerra. Va ricordato come l’ammaraggio di un elicottero che compie un atterraggio d'emergenza controllato in autorotazione e l’abbandono dell’abitacolo mentre l’elicottero non è una passeggiata priva di tale rischio.

Un funzionario degli Stati Uniti ha detto ad Axios che un'indagine “ha determinato che un drone iraniano ha colpito l'elicottero, causandone lo schianto”. Un funzionario degli Stati Uniti ha detto che l'indagine non ha potuto determinare se l’abbattimento fosse intenzionale. Ma è noto che le piccole imbarcazioni iraniane della Mosquito Fleet armate con sistemi di difesa aerea portatili e i droni impiegati come munizioni circuitanti rappresentano una minaccia consistente per elicotteri americani schierati a sorveglianza dello stretto.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato il completamento degli attacchi di autodifesa contro l'Iran, eseguiti su ordine del Comandante in Capo, il presidente Donald Trump, in risposta all’abbattimento dell’elicottero Apache. I raid aerei americani hanno colpito il porto di Sirik, Bandar Abbas e l'isola di Qeshm. Funzionari statunitensi affermano che gli attacchi americani sono diretti contro "difese aeree" e "stazioni radar" intorno allo Stretto di Hormuz.

Non si è fatta attendere la risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e della loro componente navale, che hanno dichiarato di aver condotto una rappresaglia contro 21 obiettivi situati in basi aeree e navali americane in tutto il Medio Oriente, tra cui il quartier generale della 5ª Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrain e la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania. Il timore che l’escalation possa compromettere gran parte dei progressi fatti sul piano negoziale si sta diffondendo rapidamente.

Zelensky: "Nostro missile Flamingo contro impianto russo a 1.000 km dal confine". Mosca: "Risponderemo in modo deciso alle nuove sanzioni Ue"

Prosegue senza esclusione di colpi la guerra tra Russia e Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 dopo l'invasione russa. Il presidente Volodymyr Zelensky in un post sui social fa sapere che "la scorsa notte i missili FP-5 Flamingo ucraini hanno colpito uno stabilimento militare a Cheboksary che rifornisce l’esercito dell’occupante di componenti per droni e missili. Anche la raffineria di petrolio di Kuibyshev, nella regione di Samara, è stata colpita la scorsa notte", aggiunge, "la distanza dalla linea del fronte è di oltre 900 chilometri".

I tre fronti di fuoco che infiammano l'Asia

In Asia ci sono tre fronti caldissimi che ruotano attorno al Pakistan e che rischiano di minare l’equilibrio regionale. Il primo chiama in causa l’escalation con l’Afghanistan. Nelle ultime ore, infatti, l’esercito pakistano ha condotto una serie di raid aerei nelle province afghane di Kunar, Khost e Paktika, provocando almeno tredici vittime civili. Mentre Kabul condanna il blitz, Islamabad sostiene di aver colpito basi operative del Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il gruppo jihadista responsabile di numerosi attentati transfrontalieri. Gli altri due fronti di fuoco del Pakistan comprendono le tensioni nel conteso Kashmir e gli attentati nella regione separatista del Balochistan, entrambi tornati sotto i riflettori dopo settimane di apparente calma.

Il raid del Pakistan in Afghanistan

Sul versante afghano-pakistano, la situazione è tornata a deteriorarsi. In merito all’ultimo attacco di Islamabad, i talebani hanno spiegato che questo avrebbe provocato almeno 13 vittime civili. Tra i morti figurerebbero numerosi bambini, oltre a una donna e un anziano, mentre diversi altri civili sarebbero rimasti feriti.

Le autorità talebane hanno condannato duramente l’operazione, definendola una grave violazione della sovranità nazionale. Islamabad non ha rilasciato commenti immediati, ma in passato ha giustificato interventi analoghi sostenendo di voler colpire basi e combattenti del TTP

Pakistan Airforce has carried out Cross-Border Airstrikes, Targeting 4x Terrorist Hideouts in Paktika, Kunar and Khost, Afghanistan.

These Airstrikes were conducted in Response to a Recent Terrorist attack at FC Post in Peshawar, Martyring 6x Soldiers.

As usual, Afghan Taliban… pic.twitter.com/Em6IvSTyx7

— Armed Forces Update (@ArmedUpdat1947) June 10, 2026

L’escalation non è casuale. Al contrario, è arrivata dopo l’assalto a un posto di sicurezza nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, dove miliziani sospettati del TTP hanno ucciso diversi membri delle forze paramilitari. Il fragile cessate il fuoco raggiunto tra i due Paesi nei mesi scorsi appare ormai compromesso. Le Nazioni Unite hanno già segnalato centinaia di vittime civili causate dagli scontri transfrontalieri nei primi mesi del 2026, confermando come il confine tra Afghanistan e Pakistan sia tornato a essere uno dei punti più critici dell’intera regione.

Kashmir e Balochistan: le altre due situazioni esplosive

Non c’è solo l’Afghanistan a turbare i problemi del Pakistan. Il Kashmir amministrato dal Pakistan è stato teatro di violenti disordini che hanno provocato almeno sette morti, tra cui quattro membri delle forze di sicurezza. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, gli scontri sono scoppiati dopo una storica sentenza della Corte Suprema locale che ha confermato la legittimità costituzionale di dodici seggi parlamentari riservati ai rifugiati provenienti dal Kashmir controllato dall’India.

La decisione ha riacceso le proteste del Joint Awami Action Committee (JAAC), movimento dichiarato illegale dalle autorità regionali e favorevole all’abolizione di tali seggi, considerati espressione di un’influenza politica sproporzionata. Le manifestazioni sono rapidamente degenerate in episodi di violenza armata, con accuse reciproche tra dimostranti e forze dell’ordine.

Il terzo focolaio di instabilità interessa infine il Balochistan, la vasta provincia sud-occidentale del Pakistan dove gruppi separatisti intensificano da mesi attacchi contro obiettivi governativi, infrastrutture e forze di sicurezza. Il risultato? La combinazione tra ribellione baloch, tensioni nel Kashmir e conflitto lungo il confine afghano sta creando una pressione senza precedenti sulle autorità pakistane, costrette a fronteggiare contemporaneamente tre crisi interne ed esterne.

Da Almasri agli abusi. La parabola di Khan, il giudice anti-potenti

Karim Khan, il procuratore capo della Corte penale internazionale, è stato sospeso in attesa che una sessione speciale degli Stati membri del Tribunale valuti eventuali provvedimenti disciplinari nei suoi confronti. L'organo è competente a pronunciarsi in via definitiva. La vicenda ha gettato l'istituzione nello scompiglio negli ultimi due anni. L'accusa a carico di Khan, 56 anni, avvocato britannico (di padre pakistano), è di abusi sessuali.

Il procuratore è noto, tra l'altro, per aver spiccato i mandati d'arresto internazionale per crimini di guerra nei confronti di Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. La Corte penale internazionale è stata istituita nel 2002 per indagare e perseguire le persone accusate dei crimini più gravi al mondo, come il genocidio e i crimini di guerra. Il comitato, composto da 21 Stati membri della Corte, ha votato a maggioranza qualificata per stabilire che Khan si è reso responsabile di gravi illeciti. La decisione è stata presa sulla base di un rapporto di un organo di controllo delle Nazioni Unite e del parere di un gruppo di esperti giuridici, nonché di memorie scritte, presentate da Khan e dalla presunta vittima. Khan si era già dimesso nel maggio 2025, prendendosi un periodo di congedo per difendersi dalle accuse, che egli nega. La decisione rappresenta un passo importante nel processo, ma resta da vedere se Khan verrà rimosso dal suo incarico.

Le accuse di molestie sessuali sono emerse per la prima volta nel maggio 2024. Un team delle Nazioni Unite ha indagato su richiesta della Corte e i risultati sono stati poi esaminati da un collegio di giudici, che ha valutato le prove. Gli investigatori hanno affermato di aver trovato prove che Khan avesse avuto "contatti sessuali non consensuali" con una dipendente di grado inferiore e che si fosse vendicato contro altre due che avevano denunciato le sue accuse al tribunale dopo che lei si era confidata con loro. La donna protagonista della vicenda lavorava come assistente speciale all'epoca dei fatti e Khan era il suo superiore. Le avances iniziali si sono trasformate in rapporti sessuali, nel suo ufficio e in seguito durante i viaggi di lavoro. "La dinamica di potere tra loro faceva sì che lei non potesse dire di no al signor Khan", afferma il rapporto. Le presunte condotte illecite si sarebbero verificate in camere d'albergo durante viaggi di lavoro, nell'ufficio di Khan e nella sua abitazione.

Khan nel 2023 ha spiccato mandati d'arresto internazionali per Putin e nel 2024 contro Netanyahu e il suo allora ministro della Difesa Yoav Gallant, così come per i principali leader di Hamas. Aveva chiesto anche alle autorità libiche di consegnare il generale Almasri ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. L'ultima indagine ha sollevato dubbi sulla sua capacità di svolgere efficacemente il suo incarico qualora tornasse a ricoprire la posizione. "Un procuratore capo deve essere noto per la sua onestà", ha affermato Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch. "Se l'ufficio ha respinto le smentite di Khan, la sua credibilità ne risente gravemente e sorgono importanti interrogativi sull'opportunità che continui a contestare le accuse, anziché dimettersi per il bene della corte".

Un colpo a Mosca, sanzioni e dialogo. Zelensky spera: la lettera funziona

L'Europa stringe il cappio delle sanzioni, Mosca intensifica i bombardamenti, Kiev rilancia sul terreno diplomatico e su quello militare. La guerra prosegue su due piani paralleli: sul campo con attacchi e sfollamenti, nelle capitali occidentali attraverso pressioni economiche e alleanze, nel tentativo di creare le condizioni per una possibile via negoziale. In questo scenario Bruxelles ha annunciato il 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia. "La nostra costanza sta pagando", sostiene la presidente von der Leyen, rivendicando l'efficacia di una strategia che punta a erodere la capacità del Cremlino di sostenere lo sforzo bellico. Nel mirino finiscono energia, finanza, settore ittico e persino i veterani di guerra, ai quali viene vietato l'ingresso nell'Ue. Secondo von der Leyen, Mosca sta pagando un prezzo crescente, tra inflazione e un drastico calo delle entrate energetiche, diminuite del 40% nel 2026. L'Ue ha adottato una linea pragmatica, sospendendo fino a gennaio l'adeguamento del tetto al prezzo del petrolio russo, per evitare instabilità nei mercati energetici dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Sul piano diplomatico, il Cremlino continua a respingere la mediazione europea, mentre dal vertice di Tallinn, alla presenza di Zelensky, i Paesi nordici e baltici hanno ribadito un forte sostegno all'Ucraina, definendo Mosca la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica, e chiedendo un cessate il fuoco immediato e negoziati per la pace.

In un'intervista al Guardian, Zelensky afferma che la Russia non sta perdendo la guerra, ma progressivamente l'iniziativa. Kiev sostiene che Mosca subisca oltre 30mila perdite al mese, dati non verificabili in modo indipendente. Il presidente ucraino ha inoltre ribadito l'importanza dell'unità occidentale e auspicato una maggiore autonomia europea nella difesa, anche attraverso la creazione di un sistema antimissilistico continentale. Zelensky ha indicato un possibile spiraglio diplomatico dopo l'incontro a Chisinau con Steve Witkoff e Jared Kushner, definito "molto positivo" e finalizzato a rilanciare il dialogo con Washington. Il presidente ucraino ha però ribadito che la pace resta distante: il primo passo dovrebbe essere un cessate il fuoco totale e incondizionato, seguito da un vertice tra Ucraina, Russia, Europa e Stati Uniti. Da Tallin ha anche rivelato che la lettera inviata a Putin ha prodotto risultati: "Non posso condividere i dettagli, ma l'obiettivo che avevo in mente è andato a buon fine". Il commissario europeo alla Difesa Kubilius, preme nel frattempo per trasformare il gruppo E5, di cui fa parte l'Italia, in un Consiglio informale di sicurezza europea.

Il conflitto continua a provocare vittime: raid russi hanno causato 4 morti nel Kharkiv, 2 nel Kherson, oltre a feriti a Zaporizhzhia. Secondo l'Onu dall'inizio dell'invasione sono stati uccisi 15.850 civili e oltre 44.800 feriti. Nel Donbass proseguono le evacuazioni a Sloviansk e Kramatorsk, Kiev accelera il rafforzamento missilistico, ma non avrà più il sostegno bulgaro sulle armi (anche Varsavia tentenna). A Balashikha, vicino a Mosca, un'autobomba ha ucciso il colonnello Damir Davydov. Ci sarebbe lo zampino degli 007 di Kiev.

L'Idf bombarda il Libano: 30 morti. Teheran abbatte un elicottero Usa

Un continuo stop-and-go. Una estenuante alternanza fra il rischio di escalation e le speranze di pace. Un Apache abbattuto dagli iraniani e nuovi attacchi israeliani sul Libano tornano a minacciare la fragile tregua fra Stati Uniti e Iran, ma soprattutto la pace di lungo termine che Washington e Teheran cercano ancora, a fatica. A distanza di meno ventiquattr'ore di fuoco, in cui il Medioriente ha rischiato nuovamente la guerra regionale, e dopo l'intervento decisivo del presidente americano per fermare l'escalation fra Teheran e Tel Aviv, Donald Trump promette una risposta, "necessaria" all'attacco che nella notte fra lunedì e martedì ha abbattuto un elicottero Apache dell'esercito statunitense, colpito da un drone Shahed iraniano mentre era alle prese con il pattugliamento dello stretto di Hormuz. I due piloti sono stati tratti in salvo dopo circa due ore, grazie a un drone navale. Ma l'episodio e la risposta promessa da Trump lasciano presagire nuovi scontri. Tutto ciò mentre Israele non rinuncia alla sua offensiva sul sud del Libano, che prosegue con ostinazione.

Come garantito al presidente americano e agli israeliani, Benjamin Netanyahu frena infatti "per ora" sulla risposta ai missili iraniani e sull'attacco a Beirut, ma tira dritto con l'offensiva nel Libano meridionale. Bibi desiste al momento da nuovi attacchi sull'Iran e sulla capitale libanese, ma continua a martellare l'area del Libano a sud del fiume Litani. In sole ventiquattrore sono state circa 30 le vittime e oltre 133 i feriti, di cui almeno 9 nella città di Tiro, dopo l'ordine di evacuazione lanciato già dal mattino dalle Idf, le Forze armate israeliane. Per la prima volta, l'annuncio ai civili diffuso dall'esercito israeliano ha riguardato anche il quartiere cristiano dell'antica città, scatenando il panico perché inatteso. Israele ritiene che Hezbollah operi o si nasconda in zona. Il messaggio è chiaro: colpiremo ovunque si trovino gli estremisti filo-Iran e i cristiani devono scegliere se allontanarli o subire l'offensiva.

Appena un giorno dopo che le ostilità tra Iran e Israele hanno minacciato di far saltare la tregua, anche le operazioni israeliane in Libano tornano dunque a minacciare il fragile cessate il fuoco in vigore da due mesi. L'Iran considera infatti lo stop alle armi nell'intera regione la condizione necessaria e indispensabile per un accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma il capo di stato maggiore dell'Idf, Eyal Zamir, avverte che "l'attacco condotto in Iran è stato una preparazione per un colpo molto più significativo e potente". L'offensiva non si ferma: "Il tentativo iraniano di imporre le proprie condizioni e cambiare la realtà fallirà", spiega Zamir, che rimarca l'intenzione di colpire Hezbollah, oltre che la "prontezza e preparazione immediate per un ritorno ai combattimenti in Iran".

Eppure l'accordo Usa-Iran potrebbe arrivare entro due-tre giorni, insiste ottimista Trump. Ma è la 38esima volta che lo ripete, denuncia Cnn, mentre i rischi di un'escalation restano e la popolarità dei leader si erode: secondo un recente sondaggio il 61% degli israeliani non vuole che Netanyahu si ricandidi. Nel mirino, intanto, finisce anche l'estremismo israeliano. La Francia vieta l'ingresso al ministro Bezalel Smotrich, e con Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia impone nuove sanzioni contro individui e organizzazioni legati alla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Per Israele si tratta di misure "vergognose".

Raid Usa in Iran, Trump: "Sì all'intesa o bombarderemo senza pietà". Teheran risponde attaccando basi americane in Bahrain e Kuwait e promette di chiudere Hormuz

Notte di guerra in Iran. Le forze Usa hanno colpito la zona dello Stretto di Hormuz come rappresaglia a seguito dell'abbattimento di un elicottero Apache americano. Tre ondate di bombardamenti divise su una ventina di obiettivi, tra basi navali e difese aeree. Secondo l'Iran sarebbero stati colpiti anche obiettivi civili, come i serbatoi d'acqua potabile. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Cinque missili sono stati lanciati contro un'area della Giordania che ospita una base aerea delle forze statunitensi. Presi di mira anche obiettivi in Bahrein e Kuwait. Poi arriva la minaccia: "Se l'aggressione degli Usa continuerà, l'Iran risponderà con attacchi più gravi e diffusi contro obiettivi designati nella regione". Accanto a questo violento scambio di colpi proseguono, intanto, gli sforzi diplomatici.

Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

9 June 2026 at 15:09

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

L'articolo “Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento proviene da Il Fatto Quotidiano.

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