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Só 11% dos europeus consideram os EUA aliados. Portugueses são quem mais quer “NATO europeia”

By: ZAP
10 June 2026 at 19:30
Uma nova sondagem aponta que os europeus estão cada vez mais desconfiados dos Estados Unidos e acreditam que as relações transatlânticas vão melhorar com a saída de Trump. Portugueses são quem mais quer uma alternativa à NATO só com membros da UE. A confiança nos Estados Unidos como garante da segurança da Europa desceu para o nível mais baixo alguma vez registado, de acordo com uma nova sondagem publicada pelo Conselho Europeu dos Negócios Estrangeiros (ECFR). A sondagem, realizada em 15 países europeus antes das próximas cimeiras do G7 e da NATO, apurou que apenas 11% dos inquiridos consideram agora

Fundação Três Culturas celebra o Dia de Portugal com viagem pela cultura e língua portuguesa a partir de Sevilha

10 June 2026 at 16:51

No âmbito das comemorações do Dia de Portugal, de Camões e das Comunidades Portuguesas, a Fundação Três Culturas do Mediterrâneo deu início a um novo encontro INTREPIDA, concebido como uma viagem pela cultura e pela língua portuguesas, orientada pela professora e historiadora portuguesa Paula Pires Feliciano, residente em Sevilha (Espanha). Este encontro, que começa no […]

Ila Berlin 2026, l’Italia porta in vetrina difesa e spazio

10 June 2026 at 16:31

Ila Berlin 2026 si apre come uno dei principali appuntamenti internazionali per aerospazio e difesa, con una forte attenzione a industria, innovazione, sicurezza e cooperazione tra Paesi europei. Al Berlin ExpoCenter Airport la fiera riunisce aziende, istituzioni, forze armate e ricerca, offrendo una fotografia dei programmi che stanno ridisegnando il settore.

La presenza italiana è significativa. Gli espositori sono 25, con un padiglione nazionale coordinato da Ita/Ice che raccoglie 13 aziende, accanto alla partecipazione di Aiad e di gruppi come Leonardo, Mbda, Avio Aero ed ELT Group. Il dato industriale si accompagna a una presenza tecnologica che tocca elicotteri, difesa elettronica e osservazione della Terra.

Il debutto operativo dell’AW249

Il simbolo più immediato è l’AW249 di Leonardo, presentato con un esemplare di pre-serie e impegnato per la prima volta anche in voli dimostrativi. Il velivolo, destinato all’Esercito italiano con la denominazione AH-249 Fenice, dovrà sostituire l’AH-129D Mangusta.

Il programma prevede 48 esemplari a partire dal 2027. La novità non riguarda solo il ricambio di una piattaforma. L’AW249 viene presentato come un sistema digitale e interoperabile, pensato per missioni di esplorazione e scorta in scenari multidominio. Il volo a Berlino serve quindi a mostrare capacità operative, integrazione e maturità industriale.

Sentinel-1 NG, nuova generazione in orbita

Nello spazio, il passaggio più rilevante è il contratto assegnato a Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo, per due satelliti Copernicus Sentinel-1 di nuova generazione. L’accordo con l’Agenzia spaziale europea è la prima tranche di un’intesa complessiva da 700 milioni di euro.

Sentinel-1 NG fornirà dati per ambiente, clima, gestione dei disastri naturali, sorveglianza marittima e monitoraggio di oceani, ghiacci e territorio. I satelliti osserveranno giorno e notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Il radar ad apertura sintetica garantirà una risoluzione fino a quattro volte superiore rispetto alla prima generazione e coprirà aree più ampie. La piattaforma Mila consentirà anche il rientro controllato a fine vita operativa.

Difesa elettronica e asse italo-tedesco

ELT Group porta a Berlino una storia industriale costruita nel tempo con la Germania. Il gruppo opera nel Paese da oltre quattro decenni, con strutture a Meckenheim e un ufficio a Berlino, e partecipa a programmi centrali per la difesa europea come Eurofighter Typhoon e NH90.

La collaborazione riguarda anche la Marina tedesca, con sistemi pensati per proteggere le fregate classe F124 dalle minacce nello spettro elettromagnetico. A Ila, l’azienda presenta inoltre soluzioni che uniscono difesa elettronica, cyber e spazio. Tra queste c’è TEWS, una tecnologia montata su piattaforme mobili che aiuta a intercettare segnali, raccogliere informazioni e migliorare la consapevolezza operativa sul campo.

La partecipazione italiana alla fiera mostra quindi una filiera orientata a programmi europei ad alta intensità tecnologica. Il passaggio decisivo sarà trasformare visibilità, cooperazione e contratti in capacità operative concrete.

Così Irini diventa il volto della nuova assertività europea in mare

10 June 2026 at 15:20

Il 7 giugno una nave dell’operazione europea Irini ha effettuato un flag verification boarding della MV Sandhya in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. L’ispezione è arrivata pochi giorni dopo un’analoga operazione condotta il 1° giugno sulla MV Oneiroi e a meno di un mese da un precedente intervento sulla MV Nelsa, effettuato l’11 maggio. Le attività dell’operazione europea nel Mediterraneo raccontano qualcosa che va oltre la verifica di singole imbarcazioni sospettate di utilizzare una falsa registrazione di bandiera. Queste attività rappresentano uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in corso all’interno di IRINI e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso la sicurezza marittima nel Mediterraneo.

Le operazioni sono state condotte sulla base dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti relativi alla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo poi le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Dal punto di vista operativo si tratta di procedure previste dal diritto internazionale. Dal punto di vista politico, però, il loro significato è più ampio. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’evoluzione del quadro di sicurezza regionale e il rafforzamento delle attività legate alla Maritime Situational Awareness hanno portato l’operazione ad assumere compiti che vanno oltre il dossier libico, pur mantenendo con esso il legame diretto.

La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questo percorso. Le attività di flag verification boarding vengono considerate a Bruxelles uno strumento utile per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo.

D’altronde, la proliferazione di navi che operano con registrazioni sospette o con identità poco chiare rappresenta un problema che va oltre il singolo caso. Il rischio percepito è quello di una progressiva erosione delle regole che governano gli spazi marittimi, con la creazione di zone grigie suscettibili di essere sfruttate da attori statali e non statali.

Da qui la convinzione, sempre più diffusa nelle istituzioni europee, che l’Unione non possa limitarsi a monitorare tali fenomeni ma debba dimostrare la capacità di intervenire utilizzando gli strumenti previsti dal diritto internazionale.

La traiettoria di Irini si inserisce dunque in una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa come attore di sicurezza. Negli ultimi mesi il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) ha più volte richiamato la necessità di rafforzare la presenza europea negli spazi marittimi strategici, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha insistito sulla necessità che l’Europa sia in grado di proteggere in modo più efficace i propri interessi e il proprio vicinato.

In questo quadro, l’operazione nel Mediterraneo viene sempre più spesso considerata come uno dei pochi strumenti europei capaci di produrre effetti tangibili sul terreno. Non soltanto monitoraggio e raccolta di informazioni, ma anche attività in grado di esercitare una forma di pressione concreta sul traffico marittimo ritenuto sospetto.

All’interno dell’operazione questa maggiore assertività viene interpretata come un test della credibilità europea. La questione non riguarda soltanto la shadow fleet o l’applicazione delle sanzioni: il piano si sposta sulla capacità dell’Unione di agire come security provider in un’area che considera strategica come il Mediterraneo.

La percezione è che Bruxelles stia cercando di evitare che il bacino di raccordo geostrategico tra Europa e Asia diventi uno spazio caratterizzato da una crescente competizione incontrollata tra potenze esterne. In questo senso, le attività di Irini assumono anche una valenza di deterrenza e di presenza politica.

I boarding effettuati nelle ultime settimane non modificano da soli gli equilibri del Mediterraneo. Segnalano però una tendenza più ampia: la volontà dell’Unione Europea di utilizzare in modo più sistematico gli strumenti marittimi a propria disposizione per difendere regole, interessi e credibilità strategica. È una trasformazione ancora in corso. Ma i casi Sandhya, Oneiroi e Nelsa suggeriscono che il cambiamento sia già visibile sul mare. D’altronde, ad aprile, era stato il comandante dell’operazione, il contrammiraglio Marco Casapieri, a parlare con Decode39 di questa “nuova fase” dell’operazione, necessaria davanti l’evoluzione delle minacce.

La nuova Leonardo riparte da Bromo, Gcap e Usa

10 June 2026 at 14:23

Leonardo entra nella nuova gestione con un’agenda che tiene insieme spazio, difesa europea e alleanze industriali. Il progetto Bromo, l’iniziativa satellitare con Airbus e Thales, è il dossier più avanzato e simbolico di questa linea, perché punta a unificare attività spaziali europee che negli ultimi anni hanno perso terreno rispetto alla velocità di crescita di SpaceX.

In un’intervista a Bloomberg, il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani ha indicato Bromo come un passaggio decisivo per il settore. “Bromo è davvero il futuro dello spazio in Europa in termini di business”, ha detto. Il confronto con SpaceX resta inevitabile, ma Mariani distingue i due modelli. L’azienda di Elon Musk viene definita “un’impresa fantastica”, mentre Bromo è presentato come un progetto più ampio, destinato a coprire diversi segmenti dello spazio.

La logica è costruire una piattaforma industriale europea con dimensioni maggiori e competenze integrate. Il progetto non riguarda solo la capacità di competere meglio, ma anche il modo in cui l’Europa organizza le proprie attività spaziali in un mercato sempre più rapido e concentrato.

Il passaggio europeo

Il percorso dipende ora dalle autorizzazioni europee. Mariani prevede il via libera entro la seconda metà del 2027. Bromo sarebbe uno dei primi casi rilevanti del nuovo quadro Ue sulle fusioni, pensato per favorire campioni regionali capaci di reggere il confronto con gruppi statunitensi e cinesi.

Il dossier resta complesso. I passaggi politici e antitrust sono “delicati” e il progetto ha già incontrato resistenze da sindacati e fornitori, preoccupati per l’impatto su occupazione e concorrenza. Mariani sostiene però che anche i sindacati comprendano il peso dell’operazione. “Tutti sanno che abbiamo a che fare con un settore che si sta evolvendo molto velocemente”, ha spiegato. “Quindi dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è sicuramente unire le forze, unire le forze in modo intelligente”.

Per Leonardo e i partner, il punto di equilibrio sarà tra integrazione e tutela della filiera. Bromo può dare più scala all’industria europea, ma dovrà superare verifiche regolatorie e resistenze interne al sistema industriale.

Il capitolo difesa

La stessa impostazione ritorna nel dossier Gcap, il programma per il caccia di nuova generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Mariani si dice favorevole, in linea di principio, all’ingresso della Germania, che dal punto di vista industriale e della condivisione dei costi rappresenterebbe un vantaggio.

Il nodo riguarda però i tempi. “Avere la Germania come membro a pieno titolo del team sarebbe una buona cosa”, ha detto Mariani. L’ingresso di un nuovo partner in questa fase rischierebbe tuttavia di essere “dirompente” rispetto all’obiettivo di avere un velivolo operativo e dimostrabile nel 2035. Ogni allargamento richiede infatti accordi su governance, responsabilità e ripartizione del lavoro industriale.

Mariani ha segnalato anche il rischio di una dispersione europea, con più programmi di sesta generazione condotti in parallelo. A rendere più sensibile il quadro c’è anche Team Gen 6, il possibile consorzio guidato da Airbus e formato da otto aziende della difesa dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas. Per ora resta una traiettoria più che un programma definito, mentre Berlino valuta anche altre opzioni, dall’acquisto di ulteriori F-35 statunitensi all’adesione ad altre iniziative europee. Gcap, il successore del Rafale di Dassault, una possibile iniziativa tedesca e un’estensione svedese del Gripen renderebbero il quadro “davvero impegnativo”. Per Leonardo, la cooperazione deve quindi produrre efficienza, senza aggiungere nuova complessità.

Stati Uniti e aerostrutture

Accanto alla dimensione europea, Mariani intende rafforzare il collegamento con gli Stati Uniti attraverso Leonardo DRS. Difesa aerea e intelligenza artificiale sono tra le aree indicate per una collaborazione più stretta tra le due componenti del gruppo. L’iniziativa Michelangelo viene citata come uno degli ambiti in cui le capacità americane potrebbero offrire il contributo maggiore.

Resta aperta anche la partita delle aerostrutture, una delle attività più difficili di Leonardo. Il gruppo discute con il Public Investment Fund saudita una joint venture dedicata al settore. I colloqui avanzano e un’intesa iniziale è attesa entro la fine dell’anno.

Mariani lega il progetto alla ricerca di nuove opportunità di crescita, “preservando e rafforzando le competenze e le capacità industriali sviluppate in Italia nel corso di decenni”. È una linea che tiene insieme consolidamento europeo, cooperazione transatlantica e gestione delle attività più complesse del gruppo. Il risultato dipenderà dalle autorizzazioni, dalla tenuta dei programmi industriali e dalla capacità di evitare che la cooperazione si trasformi in ulteriore frammentazione.

Putin spegne le telecamere: il caso Khamenei fa scattare l’allarme al Cremlino

L’asimmetria tecnologica nel dominio informativo sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza internazionale. La combinazione tra intelligenza artificiale, reti di sorveglianza urbana e analisi predittiva consente oggi di trasformare infrastrutture civili in strumenti d’intelligence. Il Financial Times riferisce che, dopo un’operazione condotta in Iran attribuita a Israele e Stati Uniti, il Cremlino avrebbe rivalutato l’intero sistema di protezione del vertice statale, fino a disattivare temporaneamente alcune componenti della videosorveglianza riservata alla sicurezza di Vladimir Putin.

Cosa sappiamo

Secondo le ricostruzioni della testata britannica, la rete di telecamere di Teheran sarebbe stata utilizzata come architettura di acquisizione dati per la ricostruzione delle abitudini della leadership iraniana. L’elemento decisivo non sarebbe stato il singolo sensore, ma la massa critica informativa: flussi video continui, intercettazioni telefoniche e correlazioni geospaziali trattati attraverso sistemi di machine learning.

L’analisi avrebbe consentito di costruire profili comportamentali dettagliati degli apparati di sicurezza, includendo turnazioni, percorsi e interazioni operative. Tale approccio, noto nelle dottrine militari come “pattern of life”, consente di trasformare la mobilità quotidiana in una matrice prevedibile. In parallelo, la rete sarebbe stata integrata con altre risorse informative fino a consentire la ricostruzione temporale di una riunione interna dei vertici iraniani con un margine di errore estremamente ridotto.

Guerra multidominio e collasso delle barriere comunicative

L’operazione descritta si sarebbe sviluppata lungo una catena integrata che combina intelligence elettronica, cyber-operazioni e capacità cinetiche di precisione. Le fonti indicano l’impiego di interferenze mirate su infrastrutture di telecomunicazione nell’area sensibile di Teheran, con la temporanea neutralizzazione di nodi cellulari strategici per ridurre la reattività delle forze di sicurezza.

In parallelo, unità specializzate avrebbero utilizzato analisi di rete per mappare la struttura decisionale iraniana, identificando i punti di concentrazione del potere. L’integrazione con un agente sul terreno avrebbe fornito la conferma finale della presenza del vertice politico nel sito colpito. L’attacco sarebbe stato condotto con munizionamento guidato a lungo raggio, impiegato in una finestra temporale ristretta per massimizzare l’effetto sorpresa e colpire la catena di comando, provocando la morte di decine di funzionari di alto livello e alterando gli equilibri interni del sistema di sicurezza iraniano.

Effetto di ritorno e risposta del Cremlino

Le conseguenze dell’operazione hanno prodotto un effetto di ritorno immediato sulle dottrine di sicurezza di altri attori statali. In Russia, secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità avrebbero temporaneamente disattivato segmenti del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione del presidente Putin, avviando una revisione tecnica orientata all’isolamento fisico delle reti e alla riduzione dell’esposizione digitale.

La valutazione strategica è chiara: infrastrutture progettate per garantire sicurezza interna possono diventare superfici di attacco informativo se integrate in ecosistemi digitali vulnerabili alla correlazione massiva dei dati. Il caso iraniano, per alcuni analisti, evidenzia una transizione già in atto: la deterrenza non si gioca più solo sul piano militare convenzionale, ma sulla capacità di controllo dei flussi informativi internazionali . In questo scenario, la distinzione tra sorveglianza, intelligence e targeting militare appare sempre più labile, con effetti diretti sulla stabilità delle gerarchie geopolitiche.

Fcas e il limite dell’integrazione strategica europea. Il commento di Castellaneta e Preziosa

10 June 2026 at 09:19

La fine del programma Fcas (Future Combat Air System) segna molto più del fallimento di un ambizioso progetto aeronautico. Rappresenta una battuta d’arresto per l’idea stessa di integrazione strategica europea e solleva interrogativi che vanno ben oltre il settore della difesa.

Per quasi un decennio Fcas è stato presentato come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Francia, Germania e successivamente Spagna avevano immaginato un sistema destinato a sostituire Rafale ed Eurofighter nella seconda metà del secolo. Non si trattava semplicemente di un nuovo caccia, ma di un ecosistema integrato composto da un velivolo di sesta generazione, droni collaborativi, intelligenza artificiale, capacità avanzate di guerra elettronica e un combat cloud in grado di fondere in tempo reale dati provenienti da sensori e piattaforme differenti.

Il fallimento del programma non deriva tuttavia da limiti tecnologici. L’Europa possiede le competenze industriali, scientifiche e finanziarie necessarie per sviluppare un sistema di questo livello. Le ragioni sono essenzialmente politiche e strategiche. Le dispute tra Airbus e Dassault sulla leadership industriale, sulla proprietà intellettuale e sulla distribuzione dei futuri ritorni economici hanno rappresentato soltanto la manifestazione più evidente di divergenze più profonde.

Per la Francia, Fcas avrebbe dovuto essere il successore del Rafale e uno strumento centrale della propria sovranità strategica. Il nuovo velivolo era concepito per operare da portaerei e svolgere missioni nucleari, integrandosi pienamente nella Force de Frappe francese. La Germania, al contrario, vedeva il progetto come un programma autenticamente europeo, fondato su una distribuzione equilibrata di leadership, competenze e benefici industriali.

In sostanza, Parigi e Berlino stavano cercando di costruire lo stesso sistema partendo da concezioni diverse della sovranità.

La vicenda presenta significative analogie storiche. Negli anni Settanta la Francia abbandonò il programma che avrebbe portato alla nascita del Tornado; negli anni Ottanta uscì anche dal progetto destinato a diventare l’Eurofighter Typhoon, scegliendo di sviluppare autonomamente il Rafale. Fcas sembra riproporre la stessa dinamica: la Francia accetta la cooperazione europea finché questa non entra in conflitto con ciò che considera il nucleo della propria autonomia strategica.

La differenza rispetto al passato è che oggi il costo geopolitico di tali scelte è molto più elevato.

Per comprenderne la portata occorre tornare alle origini dell’integrazione europea. Quando Jean Monnet e Robert Schuman concepirono la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1950, Francia e Germania erano uscite da tre guerre in meno di ottant’anni. Eppure riuscirono a mettere in comune proprio le risorse che rendevano possibile la guerra. L’intuizione era semplice e rivoluzionaria: condividere la sovranità economica per rendere il conflitto non solo indesiderabile, ma anche materialmente più difficile.

Oggi il paradosso è evidente. Dopo decenni di integrazione, con un mercato unico, una moneta comune e istituzioni sovranazionali consolidate, Francia e Germania non riescono a costruire insieme il futuro caccia europeo. La domanda è inevitabile: come è stato possibile condividere carbone e acciaio all’indomani della Seconda guerra mondiale e non riuscire oggi a condividere brevetti, leadership industriale e requisiti operativi?

La risposta è probabilmente che la Ceca nacque da una precisa volontà politica di mettere in comune quote di sovranità. Fcas, invece, si è arenato perché tutti desideravano i vantaggi della cooperazione senza accettarne fino in fondo i costi politici.

Questo elemento assume particolare rilevanza anche alla luce delle recenti iniziative europee volte ad aumentare gli investimenti nella difesa. Si potrebbe infatti osservare che proprio i meccanismi elaborati dall’Unione europea per facilitare l’incremento della spesa militare rischiano di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: rafforzare la frammentazione esistente anziché favorire una reale convergenza verso capacità e programmi comuni. Se manca una visione condivisa degli interessi strategici e della sovranità europea, l’aumento delle risorse disponibili potrebbe tradursi semplicemente in una moltiplicazione di programmi nazionali paralleli.

La vicenda Fcas assume un significato ancora più profondo se osservata attraverso il dibattito sulla deterrenza nucleare europea. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in Germania sono emerse proposte volte a esplorare forme di maggiore integrazione con la deterrenza francese, attraverso meccanismi di protezione estesa o un coinvolgimento europeo più strutturato nella riflessione strategica di Parigi.

Il fallimento di Fcas rende però questa prospettiva più complessa. Se Francia e Germania non riescono a condividere la progettazione del futuro vettore destinato a operare anche nel dominio nucleare, appare difficile immaginare una reale condivisione della dimensione più sensibile della sovranità nazionale.

La deterrenza nucleare non è soltanto una tecnologia. È una relazione politica fondata sulla fiducia. E la fiducia strategica richiede una convergenza di interessi e di visioni che il caso Fcas dimostra essere ancora incompleta. La Francia continuerà probabilmente a considerare la propria deterrenza come uno strumento nazionale al servizio della sicurezza europea, ma difficilmente accetterà meccanismi che limitino la propria autonomia decisionale.

Dalla vicenda emerge anche una conseguenza di natura industriale e geopolitica. Parigi sembra destinata a sviluppare autonomamente il successore del Rafale, mentre Berlino dovrà decidere come preservare le proprie competenze nel settore dei velivoli da combattimento di nuova generazione.

In questo contesto, il Gcap (Global Combat Air Programme), sviluppato da Regno Unito, Italia e Giappone, potrebbe diventare il naturale polo di attrazione per la Germania. Se ciò dovesse accadere, assisteremmo a una significativa ridefinizione degli equilibri industriali europei. Il programma anglo-italo-giapponese diverrebbe il principale progetto occidentale di sesta generazione al di fuori degli Stati Uniti, mentre la Francia proseguirebbe lungo una traiettoria autonoma.

Per l’Italia si aprirebbe una fase di particolare rilevanza strategica. Grazie all’esperienza maturata con Eurofighter, F-35 e con la partecipazione al Gcap, il nostro Paese si troverebbe al centro dell’unico grande programma multinazionale occidentale di nuova generazione oggi pienamente operativo.

La lezione finale della vicenda Fcas è forse la più importante. Per decenni l’integrazione europea ha avuto successo sul piano economico e commerciale. La difesa, tuttavia, richiede qualcosa di diverso: richiede la condivisione del potere e, in ultima analisi, della sovranità.

Fcas non è fallito per mancanza di tecnologie, finanziamenti o competenze industriali. È fallito perché mancava una visione comune della sovranità strategica europea. E se l’Europa non riesce a costruire insieme il velivolo destinato a difenderla, sarà ancora più difficile costruire insieme una deterrenza capace di proteggerla.

La guerra cognitiva è già cominciata: come l’IA modella ciò che crediamo vero

9 June 2026 at 23:26
Categorie: Tecnologia e Intelligenza Artificiale · USA e Occidente Autore: Patrizio Ricci Non è il territorio il vero campo di battaglia del nostro tempo. È la percezione. La trasformazione più ...

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Enrique Fortún vuelve a La Promesa como Lope, pero su futuro es incierto

9 June 2026 at 18:24

Lope vuelve a La Promesa. Enrique Fortún vuelve a La Promesa. Tras su salida abrupta hace casi medio año, el cocinero está de vuelta en palacio después de que Santos (Manu Imizcoz), todavía en vida, le enviara una carta. En aquella misiva, el lacayo avisaba a Lope que la identidad de Vera/Mercedes (Ángela Echaniz) había salido a la luz. Y que su padre, el duque de Carril (Jesús Cabrero), quería llevársela consigo. Lo que no sabía Lope, comprensiblemente, es que don Gonzalo pegó un tiro a Julieta (Vera Asunción) y otro a Santos. Y que este último está muerto. El horno no está para bollos, y el servicio de La Promesa no ha recibido a Lope con los brazos abiertos.

Cabe recordar que el cocinero aceptó trabajar en Madrid para el duque de Carvajal y Cifuentes, pero ocultó dicha información a Vera. Lope pidió a Teresa (Andrea del Río) y Cristóbal (Fernando Coronado) que le despidieran para así no tener que decirle la verdad a su novia. Aquello, tras varios meses de incertidumbre, saltó por los aires. Vera no quería ni oír sobre su exnovio. Y así ha sido hasta la carta de Santos a Lope. La ex doncella de La Promesa, en el último capítulo del serial, no es capaz de compartir la misma habitación con él, y acaba huyendo.

Lope vuelve a La Promesa: ¿por cuánto tiempo?

Está por ver cómo se desarrollará la relación de Vera y Lope. De momento, Enrique Fortún no figura en la intro de La Promesa, sino después, durante una escena. Esto puede significar dos cosas: que el actor volvió a las grabaciones –a principios del pasado mes de abril– durante un tiempo limitado. O que continuará, pero con una presencia menor.

Tras más de 800 capítulos, La Promesa ya ha vivido este tipo de situaciones. Es el caso, por ejemplo, del personaje de Jimena, la primera esposa de Manuel (Arturo García Sancho). Paula Losada dejó la serie diaria una vez su personaje se marchó a la fuerza de La Promesa. Sin embargo, volvió al cabo de unos meses para acabar lanzándose por la balaustrada y morir. Lo mismo sucedió con Eugenia (Alicia Moruno). ¿Cuál será el destino final de Lope?

Difesa e consenso, la partita che l’Italia ha smesso di giocare

9 June 2026 at 15:38

C’è una frase, pronunciata ad un giornalista da Lorenzo Mariani durante la sua guida di Mbda Italia, che mi è rimasta in testa: “Senza la sicurezza, l’economia non può funzionare”. Oggettivamente vera. Strategicamente rilevante. E narrativamente solitaria come una voce che parla in una stanza vuota, senza che nessuno abbia pensato all’acustica.

Non è una critica a Mariani, oggi in Leonardo a guidare sfide ancora più grandi. È una diagnosi del sistema che quella frase avrebbe dovuto sostenere e amplificare. Perché le parole giuste esistono. Nel mondo della difesa italiana ci sono manager capaci, analisi solide, strategie industriali serie. Il problema è che rimangono dentro le stanze. E fuori dalle stanze, nell’unica arena che determina il consenso nel tempo, il campo è stato lasciato libero a narrazioni altrui. Non è rumore di fondo. È il campo di battaglia vero. Ed è un campo che l’Italia ha lasciato incustodito per troppo tempo.

Chi controlla il frame controlla il giudizio

C’è un principio elementare nella comunicazione politica che il nostro sistema istituzionale non ha mai metabolizzato davvero: non vince chi ha i dati migliori, vince chi imposta la cornice dentro cui quei dati vengono letti. Un frame, per dirla con George Lakoff, non è una bugia ma una prospettiva. E la prospettiva determina il giudizio prima ancora che il ragionamento possa intervenire.

In Italia, il frame dominante sulla difesa è rimasto invariato per decenni: risorse sottratte al sociale per alimentare una macchina militare obsoleta e moralmente ambigua. Dentro questa cornice, qualsiasi investimento in difesa diventa automaticamente un trade-off con sanità, scuola, welfare. Non importa che i numeri raccontino un’altra storia (la spesa per la difesa è strutturalmente inferiore a quella sanitaria) perché il frame non è razionale, è emotivo. E le emozioni, come ha dimostrato Daniel Kahneman in una vita di ricerca, decidono prima che il ragionamento riesca ad attivarsi.

Quando il frame è “armi contro ospedali”, hai già perso. Non perché l’argomento sia giusto, non lo è, ma perché stai portando una statistica a combattere contro un’emozione primaria. Non funziona. Quasi mai.

L’errore strutturale è stato accettare passivamente quella cornice invece di costruirne una alternativa. Per decenni l’approccio istituzionale è stato difensivo nel senso peggiore: giustificare invece di spiegare, reagire invece di affermare. “Sì, lo sappiamo che non piace, ma purtroppo è necessario.” Quando parti da “sì, ma” hai già concesso il terreno. Hai ammesso implicitamente che esiste un ideale morale superiore, un mondo senza difesa, e che tu rappresenti la spiacevole concessione al realismo. Da quella posizione, non puoi che arretrare. Sono stato a fianco di due ministri della Difesa come loro consigliere e posso testimoniare che il problema non era la qualità delle persone né la solidità delle analisi. Era l’assenza sistematica di una strategia narrativa verso il paese reale, quella che esiste nelle stanze e non esce mai da esse.

Il modello che l’Italia non ha mai scelto di seguire

Guardate la Francia. Non Dassault, non Thales, non Naval Group come aziende: guardate lo Stato francese. Parigi ha investito decenni nella costruzione deliberata di una narrazione coerente dove difesa significa sovranità e sovranità significa libertà di scegliere il proprio destino. Non si sono giustificati, hanno affermato. Non hanno chiesto scusa, hanno rivendicato. E lo hanno fatto attraverso comunicazione istituzionale strutturata, curricula scolastici, copertura mediatica organizzata, un Ministère des Armées con una direzione della comunicazione che ha una missione esplicita verso i cittadini, non solo verso i decisori nei corridoi.

Questo non è militarismo. I sondaggi dicono che i francesi non sono più bellicosi degli italiani. È una scelta politica deliberata, mantenuta con continuità attraverso governi di segno opposto. La grandeur militare francese è un progetto di Stato, non un sentimento spontaneo. E soprattutto: è il frutto di decenni di investimento nella narrazione pubblica, non di un’iniziativa estemporanea.

Noi cosa abbiamo fatto? Silenzio istituzionale sistematico. L’idea, comprensibile per certi versi, che fosse meglio non provocare dibattiti, che l’esposizione pubblica portasse più rischi che opportunità. Il risultato è prevedibile: quando lasci un vuoto narrativo, altri lo riempiono. In Italia lo hanno riempito populisti di varie sfumature e pacifisti ideologici, con narrazioni spesso false ma tremendamente efficaci. Perché erano le uniche disponibili.

Il silenzio non è neutralità. È resa.

L’occasione che non possiamo sprecare ancora

Proprio adesso, con il non-paper del ministro Crosetto sui conflitti ibridi, si apre un nuovo spazio narrativo, forse il più favorevole degli ultimi trent’anni. E sarebbe un errore storico sprecarlo come abbiamo fatto con le occasioni precedenti. La guerra ibrida dissolve le categorie tradizionali che rendevano il tema della difesa così difficile da comunicare al grande pubblico. Non è più militari contro civili, pace contro guerra, spese militari contro welfare. Quando la minaccia è un attacco cyber agli ospedali, quando il sabotaggio colpisce le reti elettriche delle città, quando la disinformazione sistematica destabilizza le elezioni democratiche, allora proteggere significa proteggere tutti. Non più “loro” che spendono soldi per le armi, ma un “noi” collettivo esposto a minacce che non hanno più niente di astratto o lontano.

Questo è il cambio di frame che l’Italia non ha ancora fatto. Non più “armi contro ospedali” ma “proteggere gli ospedali richiede capacità di difesa cyber”. Non più “spese militari contro welfare” ma “il welfare funziona solo se le infrastrutture critiche sono al sicuro”. Non è retorica ma la descrizione accurata di uno scenario che l’Ucraina ha reso visibile a chiunque volesse guardare.

Un cambio di frame di questa portata non lo possono fare le aziende. Non è il loro ruolo, non è la loro legittimità e sarebbe sbagliato aspettarselo. Può farlo solo lo Stato. Con continuità, con risorse dedicate, con una strategia comunicativa che esista ancora domani mattina e non solo il giorno della conferenza stampa.

Tre cose concrete

Cosa servirebbe, dunque? Non un piano strategico da cento pagine. Tre cose concrete, che altri paesi fanno già da anni.

La prima è la trasparenza sistematica sui dati d’impatto: occupazione, distribuzione territoriale, ricadute sulla ricerca, formazione delle competenze avanzate. Non comunicati stampa episodici ma dati pubblici, aggiornati, accessibili a tutti. In Francia è prassi ordinaria del Ministère des Armées. In Italia è ancora un’eccezione che dipende dalla buona volontà dei singoli.

La seconda è una comunicazione istituzionale strutturata e continua. Non l’audizione parlamentare tecnica che non guarda nessuno, non il comunicato che finisce negli archivi digitali. Una presenza costante nei luoghi dove si formano le opinioni. Oggi quei luoghi sono i podcast, i canali digitali, i format che parlano alle nuove generazioni. Quelle stesse generazioni che dopo l’Ucraina hanno sviluppato una consapevolezza pragmatica sulla sicurezza che nessuna istituzione italiana sta ancora intercettando.

La terza, e più difficile: la volontà politica di sostenere quella narrazione nel tempo, indipendentemente da chi governa. La grandeur francese non cambia con le elezioni. La nostra assenza narrativa, purtroppo, è rimasta costante attraverso tutti i governi che ho servito e osservato. È un problema culturale prima ancora che politico e i problemi culturali si risolvono solo con scelte deliberate e continuative, non con le buone intenzioni di turno.
Tra dieci anni la domanda non sarà quanto abbiamo investito in difesa. Sarà se eravamo ancora capaci di spiegare ai cittadini perché lo avevamo fatto. E quella capacità non si improvvisa all’ultimo momento: si costruisce adesso, o non si costruisce più.

Siamo pronti a farlo? O aspettiamo, ancora una volta, che siano altri a raccontare la storia al posto nostro?

 

Tajani e Crosetto ridisegnano la mappa delle missioni italiane

9 June 2026 at 14:26

Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iraq e alla Somalia. Sono queste le direttrici principali della relazione con cui Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno illustrato alle Commissioni Esteri e Difesa la partecipazione italiana alle missioni internazionali. Il quadro tracciato dal governo tiene insieme guerra, sicurezza dei contingenti, rotte strategiche e stabilizzazione di aree considerate decisive per gli interessi italiani.

La delibera prevede circa 7.500 militari impegnati, con un contingente massimo che può arrivare a 12mila unità, 37 assetti navali e 147 aerei. Lo stanziamento indicato è di circa 1,38 miliardi di euro, con una riduzione prossima al 6 per cento rispetto all’anno precedente. Dentro questi numeri si muove una linea politica che punta a confermare la presenza italiana nei principali teatri di crisi.

Ucraina, sostegno a Kyiv e rischio nucleare

Sull’Ucraina, Crosetto ha descritto una guerra ancora bloccata in una “sostanziale situazione di stallo”. La frase più forte riguarda il rischio nucleare. Per il ministro della Difesa, “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato ai libri di storia”. Una soluzione soltanto militare, ha aggiunto, “appare difficilmente perseguibile sul lungo termine”.

Tajani ha confermato il sostegno italiano a Kyiv, anche attraverso nuovi fondi per infrastrutture energetiche e sminamento. Ha però riconosciuto che un accordo con Mosca resta “lontanissimo”. La posizione del governo resta quindi costruita su due piani, aiutare l’Ucraina a difendersi e mantenere aperta la prospettiva di un negoziato, con un ruolo europeo nel passaggio finale.

Libano e Unifil, la sicurezza dei militari italiani

Nel Libano meridionale, la priorità indicata da Tajani è la sicurezza degli oltre mille militari italiani impegnati in Unifil e nella missione bilaterale Mibil. Il ministro ha sintetizzato la posizione con una formula netta, “i caschi blu non si toccano”.

Il mandato di Unifil è destinato a terminare, ma per il governo restano aperte le esigenze di sicurezza lungo la Linea blu e nel Sud del Libano. Per questo Roma ha posto alle Nazioni Unite e in Europa il tema della futura presenza internazionale nell’area. La questione non riguarda solo la continuità della missione, ma la tenuta di un presidio considerato essenziale per evitare un ulteriore deterioramento del fronte libanese.

Medio Oriente, rotte e mandato internazionale

Il Medio Oriente è stato descritto come il quadrante più esposto al rischio di allargamento delle crisi. Tajani ha richiamato gli attacchi iraniani contro Israele, la risposta israeliana e la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el-Mandeb, lo stretto tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove opera la missione europea Aspides a comando italiano.

Il governo lega ogni possibile impegno alla cornice multilaterale. “Non andremo mai a Hormuz da soli”, ha detto Tajani, chiarendo che un’eventuale partecipazione italiana per la libertà di navigazione richiederebbe una bandiera internazionale, europea, dell’Onu o comunque un mandato condiviso. È il limite politico fissato dall’esecutivo per evitare iniziative isolate in uno scenario già fragile.

Iraq e Somalia, le nuove missioni

La delibera apre anche due nuove missioni bilaterali, in Iraq e in Somalia. In Iraq, l’impegno italiano si inserisce nella fase di transizione legata alla conclusione dell’operazione contro il Daesh e punta a sostenere le forze di sicurezza locali.

In Somalia, Crosetto ha spiegato che il rafforzamento risponde a una richiesta del governo somalo per attività di formazione. Il ministro ha definito il Paese un punto fondamentale per i rapporti tra Africa e Asia e per le rotte commerciali del continente africano. La logica è costruire condizioni minime di sicurezza attraverso forze locali più solide. È una missione limitata negli strumenti, ma significativa per la strategia italiana in Africa, dove stabilità, formazione e presenza militare vengono presentate come parti dello stesso disegno.

Difesa aerea, ecco perché la Svizzera guarda al sistema italo-francese Samp/T

9 June 2026 at 14:25

La Svizzera sta valutando l’acquisizione di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio mentre le consegne dei sistemi Patriot ordinati agli Stati Uniti registrano ritardi che potrebbero protrarsi fino al 2032 o oltre. Lo ha dichiarato Markus Mäder, segretario di Stato per la Sicurezza, indicando il sistema franco-italiano Samp/T come la principale opzione europea presa in esame da Berna.

La Svizzera aveva acquistato nel 2022 cinque batterie Patriot nell’ambito del programma Air2030 per un valore di circa 2,3 miliardi di franchi svizzeri. Le consegne erano inizialmente previste tra il 2027 e il 2028, ma il calendario è stato successivamente posticipato di almeno cinque anni.

Secondo Mäder, la priorità della Svizzera è garantire l’interoperabilità con il contesto europeo. “Vogliamo essere interoperabili con il nostro ambiente, e il nostro ambiente è l’Europa”, ha affermato in un’intervista al Financial Times. Pur escludendo l’abbandono del programma Patriot, Mäder ha spiegato che Berna sta valutando soluzioni complementari alla luce dei ritardi accumulati.

Un eventuale ordine del Samp/T rappresenterebbe una novità significativa per la strategia di approvvigionamento svizzera. Il governo ha confermato il mese scorso di aver ricevuto risposte da Francia, Germania, Israele e Corea del Sud nell’ambito della ricerca di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio.

Il Samp/T è il principale sistema europeo della categoria ed è attualmente in fase di evoluzione verso la versione Samp/T NG. Il programma è sviluppato da MBDA insieme ai partner industriali Thales e Leonardo. Le prime consegne della nuova versione a Francia e Italia sono previste entro la fine di quest’anno, mentre la Danimarca è diventata nel 2024 il primo cliente export del sistema, con consegne attese a partire dal 2028.

Pur mantenendo la propria posizione di neutralità e restando al di fuori della Nato e dell’Unione europea, la Svizzera intende rafforzare la cooperazione in materia di difesa con i Paesi vicini. Mäder ha sottolineato che Berna si considera “parte integrante della sicurezza europea”.

Il segretario di Stato ha inoltre ribadito che una maggiore cooperazione con l’Europa non è incompatibile con il mantenimento dei rapporti con Washington. “Vogliamo intensificare la cooperazione con l’Europa, ma allo stesso tempo mantenere quella cooperazione in materia di sicurezza e difesa che funziona bene con gli Stati Uniti”, ha dichiarato. 

Il caccia europeo franco-tedesco non verrà mai prodotto: progetto fallito a causa dello scontro tra Airbus e Dassault

8 June 2026 at 17:41

Il fallimento era stato in qualche modo anticipato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi. Oggi, ad ufficializzarlo ci hanno pensato fonti del governo tedesco: il progetto del caccia europeo costruito in partnership tra Francia e Germania attraverso i loro colossi dell’aviazione Airbus e Dassault è definitivamente fallito. L’aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il “tradimento” fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme). Ed è proprio da Berlino che arriva l’annuncio della fine del progetto: “Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune – spiegano fonti governative tedesche – Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune”.

Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire gradualmente i rispettivi caccia nazionali, oltre a quelli spagnoli, e vantava una tecnologia innovativa definita un ‘sistema di sistemi‘, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da miliardi di euro che doveva entrare in funzione dagli anni Quaranta del 2000 e avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali Paesi dell’Ue, ma che oggi deve essere considerato definitivamente abortito a causa di controversie durate anni su competenze, tecnologie e ripartizione degli appalti. L’unica eredità che questo progetto mai nato potrebbe lasciare è quella di un sistema comune europeo, con la rinuncia allo sviluppo franco-tedesco e la creazione esclusiva di un cloud militare europeo. Le fonti tedesche che hanno dato l’annuncio precisano non a caso che “questo rappresenta in qualche modo il sistema nervoso che mette in rete aerei, droni e altri componenti in un insieme integrato”.

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Scaf, il caccia franco-tedesco non volerà mai. Ora Berlino guarderà al Gcap?

8 June 2026 at 16:49

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.

“Il fallimento del programma Scaf/Fcas dimostra la difficoltà del collaborare con l’industria francese, e più in generale con la Francia, le quali non hanno evidentemente ancora maturato una visione moderna del concetto di collaborazione, inteso come lavorare assieme anziché come partecipazione minoritaria in un programma in tutto e per tutto francese”, ha detto Gregory Alegi, storico e docente presso la Luiss Guido Carli, parlando con Airpress“In questo senso”, prosegue Alegi, “lo scenario del caccia è lo stesso che abbiamo visto nel passato recente con l’idea del carro armato europeo. Riuscire a superare questa mentalità è un elemento fondamentale in una fase storica in cui costruire una difesa europea è una priorità assoluta; anche sotto il profilo industriale, senza il quale non può esserci una vera sovranità”.

Prospettiva condivisa anche da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), il quale riconduce questa decisione anche alla rinnovata postura tedesca sulla difesa. “È evidente che, con la decisione di Berlino di investire massicciamente nel settore della difesa, l’alleanza franco-tedesca, che era basata sulla supremazia francese, non poteva andare avanti”.

E adesso?

La domanda che si pone tutta l’industria della difesa europea è cosa succederà ai due protagonisti di questo naufragio. I percorsi di Parigi e Berlino sembrano ora destinati a divergere nettamente. Per la Francia, la traiettoria più probabile è quella del ritorno a un programma nazionale. Non sarebbe la prima volta, il Rafale (oggi considerato uno dei caccia di quarta generazione più capaci al mondo) nacque proprio quando Parigi decise sfilarsi dal programma Eurofighter con gli altri partner europei e, in generale, la preferenza francese per soluzioni interamente nazionali è ben nota.

Per la Germania, invece, il discorso è più articolato, e potenzialmente più interessante per l’Italia. Già negli scorsi mesi era emerso che il cancelliere Merz aveva sondato la disponibilità dell’Italia ad accogliere Berlino nel programma Gcap (il Global Combat Air Programme, sviluppato con Regno Unito e Giappone) durante il bilaterale Italia-Germania di gennaio. A dicembre 2025, il ministro Guido Crosetto aveva già dichiarato davanti al Parlamento che la Germania avrebbe potuto probabilmente aderire al progetto in futuro, aggiungendo che anche Australia, Arabia Saudita e Canada avevano manifestato interesse. Il programma Gcap sarebbe peraltro strutturalmente compatibile con la scelta tedesca degli F-35, essendo stato pensato anche per Paesi che già utilizzano o utilizzeranno il caccia americano. Un dettaglio non irrilevante per Berlino, che negli ultimi anni ha investito nella flotta Lockheed Martin. I vantaggi non sarebbero solo per la Germania però. Un ingresso di Berlino nel programma porterebbe infatti investimenti pubblici e capacità tecnologico-industriali private che renderebbero il programma ancora più solido.

“Se la Germania si sgancia”, aggiunge Nones, “Berlino torna a essere un attore estremamente importante per le altre possibili collaborazioni, perché nemmeno con i suoi massicci investimenti può pensare di fare tutto da sola”. Procedendo in autonomia, la Germania “rischierebbe di ritrovarsi con una frammentazione completa del mercato europeo e questo ripropone la possibilità di cercare nuovi accordi con i tedeschi. Non solo sul Gcap, ma ad esempio anche sul progetto di elicottero anti-carro, settore in cui l’Italia ha il programma più avanzato in ambito europeo”.

Restano però degli ostacoli. Innanzitutto, le prime acquisizioni del Gcap sono previste non prima del 2035 (e forse anche dopo il 2040), il che renderà necessaria una pianificazione di bilancio a lungo termine. I tre Paesi fondatori (Italia, Regno Unito e Giappone) dovranno poi trovare un accordo politico su come e quando aprire il programma ai nuovi partecipanti, proprio onde evitare la ripetizione di dinamiche analoghe a quelle dell’Fcas/Scaf. Ma il naufragio definitivo del caccia franco-tedesco, per quanto telefonato, cambia ora le carte in tavola e, per il Gcap (ormai unico programma di sesta generazione in Europa) potrebbe essere la migliore notizia degli ultimi anni.

Al Forum Machiavelli prende forma la nuova equazione della difesa

8 June 2026 at 16:33

La quinta edizione del Forum Machiavelli Difesa, a Roma, ha restituito il quadro di una difesa chiamata a cambiare tempi, strumenti e linguaggio. Il tema scelto per il 2026, “Qualità e quantità: affrontare e vincere le sfide di massa e innovazione”, ha attraversato il confronto tra governo, Forze armate e industria, sullo sfondo di conflitti ibridi, droni, aerospazio, cybersicurezza e nuove forme di pressione sotto soglia.

Sicurezza e sistema Paese

Il punto di partenza è la natura delle minacce. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le ha descritte come “sempre più pervasive, sempre più difficili da individuare, sempre più capaci di produrre effetti concreti sulla sicurezza dei cittadini e sulla tenuta delle nostre democrazie”. Da qui discende una trasformazione della Difesa che non può limitarsi all’acquisto di nuove tecnologie. La digitalizzazione, ha avvertito il ministro, “deve tradursi in un cambiamento reale, non solo tecnologico, ma soprattutto mentale”.

Il passaggio riguarda lo strumento militare, ma anche ciò che gli sta intorno: industria, università, centri di ricerca, imprese. Isabella Rauti ha ricondotto il tema alla capacità del sistema Paese di sostenere nel tempo lo sforzo richiesto dai nuovi scenari. “La tecnologia è una condizione necessaria, ma non sufficiente”, ha spiegato la sottosegretaria alla Difesa. La qualità serve a garantire vantaggio operativo e superiorità informativa, ma “è la quantità che garantisce durata, resilienza, rigenerazione delle forze e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo”.

In questa cornice, gli investimenti diventano anche una questione politica. Il presidente della commissione Difesa del Senato, Maurizio Gasparri, ha ricordato che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e industriali, ma soprattutto si lega alla sicurezza collettiva: “Senza investimenti nella difesa non c’è libertà, non c’è vita e non c’è futuro”.

Dati, spazio e droni

La trasformazione passa poi dalla capacità di vedere, decidere e reagire più rapidamente. Per il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Antonio Conserva, dati, spazio e resilienza cyber sono ormai la base della difesa futura. I sistemi di comando e controllo dovranno raccogliere ed elaborare informazioni da sensori, velivoli, droni e assetti spaziali. “Senza questa infrastruttura, basata su dati certi e digitali prontamente disponibili al decisore, non si va da nessuna parte”, ha osservato il generale.

I conflitti in corso mostrano anche come mezzi a basso costo possano modificare in profondità il campo di battaglia. In Ucraina, ha ricordato Conserva, i droni con visuale in prima persona stanno creando una “kill zone” che rende “quasi impossibile la manovra terrestre per come l’abbiamo intesa fino ad oggi”. La loro diffusione, anche presso attori non statuali, segnala una “democratizzazione dell’uso delle tecnologie” che obbliga a ripensare difesa e deterrenza.

Lo stesso tema si riflette nel dominio marittimo. Giuseppe Berutti Bergotto ha indicato nei mezzi senza pilota una direttrice inevitabile di sviluppo. Le crisi attuali dimostrano che “servono dei mezzi nuovi”, ma la questione non è sostituire le piattaforme tradizionali. Per il capo di Stato maggiore della Marina, la priorità è farle dialogare con i sistemi unmanned: “È la connessione, quello che nel futuro farà la differenza”.

Industria e produzione

La capacità militare dipende infine dalla velocità con cui industria e istituzioni riescono a programmare, produrre e rigenerare scorte. Nel ragionamento di Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, la risposta passa da una cooperazione europea più concreta, da procedure di acquisto meno rigide e da una maggiore continuità nei programmi comuni. Occorre, ha spiegato, “mettere a fattor comune anche attività di procurement in Europa”, mentre l’aumento progressivo dei finanziamenti resta “mandatorio”.

Ancora più netto il richiamo di Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, alla capacità di adattamento del sistema produttivo. Italia ed Europa, ha osservato, non sono pronte “alla guerra che vediamo combattere oggi” e, allo stesso tempo, “non saremo pronti neanche alla prossima”. Il punto critico resta la lentezza con cui il sistema riesce a reagire: “Siamo diventati lenti nell’aumentare la produzione e lenti nel concepire e fare conto delle nostre idee”.

Dal Forum resta l’immagine di una difesa chiamata a muoversi su più piani nello stesso tempo. Non basta inseguire l’innovazione, se mancano capacità produttiva, continuità negli investimenti e riserve sufficienti a sostenere crisi prolungate. È su questo equilibrio, tra tecnologia, industria e massa, che si misura oggi la credibilità dello strumento militare.

La maxi commessa rumena spinge Rheinmetall e valorizza anche l’Italia

8 June 2026 at 15:09

Rheinmetall consolida la propria posizione nella difesa europea con una commessa da 5,7 miliardi di euro firmata con l’esercito rumeno. Il contratto copre mezzi terrestri, difesa aerea, munizioni e unità navali, confermando la capacità del gruppo tedesco di proporsi come fornitore integrato su più segmenti operativi. L’operazione rafforza il ruolo di Rheinmetall in un mercato della difesa sempre più orientato a programmi ampi, nei quali piattaforme, sistemi di protezione e produzione industriale avanzano insieme.

L’accordo rientra nel programma Safe, lo strumento pensato per sostenere il rafforzamento delle capacità di difesa attraverso investimenti comuni e maggiore cooperazione industriale. Per Rheinmetall, questo passaggio aggiunge rilievo alla commessa, perché lega la crescita del gruppo alla trasformazione della domanda europea di sicurezza. La fornitura risponde alla necessità di rafforzare capacità considerate decisive, in particolare la protezione da minacce aeree ravvicinate, droni, razzi, artiglieria e mortai, e inserisce l’azienda in un percorso di modernizzazione che combina esigenze operative, investimenti locali e costruzione di filiere produttive.

Dai veicoli Lynx alla produzione locale

Il cuore del pacchetto è rappresentato dai veicoli da combattimento Lynx, che saranno forniti in diverse versioni, dai blindati per il trasporto truppe alle configurazioni specialistiche. A questi si affiancano sistemi di difesa aerea, munizioni di medio calibro, componenti per munizioni e unità navali. Le consegne dovrebbero partire nel 2028 e concludersi nel 2030, mentre Rheinmetall continuerà a garantire il mantenimento operativo dei Gepard già in servizio.

La dimensione industriale è parte integrante dell’intesa. Rheinmetall prevede investimenti per diverse centinaia di milioni di euro in Romania, con migliaia di nuovi posti di lavoro e il coinvolgimento di oltre 200 subappaltatori. Più della metà della produzione dovrebbe avvenire nel Paese o insieme ad aziende locali. Questo elemento dà alla commessa un peso ulteriore, perché lega l’acquisizione di capacità militari alla costruzione di competenze produttive e di una filiera più radicata sul territorio.

Il ruolo di Rheinmetall Italia

Nel programma entra anche Rheinmetall Italia, con un contratto da 981,95 milioni di euro per sistemi anti-drone e di difesa aerea a corto raggio. La fornitura comprende Skynex, Skyranger 35 e Millenium, destinati alla protezione di forze, mezzi, navi e infrastrutture. È una componente rilevante della commessa sia per il valore economico sia per il profilo produttivo, perché assegna alla controllata italiana un ruolo diretto in un segmento oggi centrale della difesa europea.

I tre sistemi coprono funzioni complementari nella difesa aerea ravvicinata e nella protezione anti-drone. Skynex è pensato per l’impiego terrestre contro razzi, artiglieria, mortai e sistemi aerei senza pilota. Skyranger 35 porta la stessa logica su una piattaforma mobile a corto raggio, mentre Millenium estende la protezione ravvicinata al dominio navale. I materiali disponibili indicano valore, quantità e finalità della fornitura, ma non dettagliano configurazioni tecniche e passaggi operativi. Per Rheinmetall Italia, il contratto rappresenta un rafforzamento industriale concreto dentro una commessa europea di grande scala.

IA, semiconduttori, droni e spazio. Cosa racconta il budget Difesa Usa per il 2027

8 June 2026 at 12:27

Droni, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, reattori nucleari mobili e manifattura avanzata. È questa, in estrema sintesi, la direzione indicata dalla House Armed Services Committee (Hasc) del Congresso, che nei giorni scorsi ha approvato la propria versione del National Defense Authorization Act (Ndaa) per l’anno fiscale 2027. Il provvedimento autorizza circa 1.150 miliardi di dollari per la Difesa e rappresenta il primo passaggio di un iter legislativo che dovrà ancora attraversare il voto dell’intera Camera, il confronto con il Senato e la successiva riconciliazione tra i due testi, ma offre già adesso degli spunti interessanti per capire quali saranno le priorità della Difesa a stelle e strisce per il prossimo anno. Vale la pena ricordare che le cifre definitive e la distribuzione finale delle risorse potranno cambiare nei prossimi mesi, tuttavia il messaggio è evidente: l’attenzione si sta spostando sempre più verso quelle tecnologie considerate decisive per un eventuale confronto ad alta intensità con la Cina.

Droni ovunque

Se c’è un tema che trova spazio nell’intero documento è quello dei sistemi senza equipaggio. La commissione chiede di pianificare la creazione di una formazione sperimentale per integrare droni destinati a missioni di intelligence, sorveglianza, ricognizione e attacco di precisione. Parallelamente, il Defense Autonomy Working Group dovrà sviluppare anche una vera e propria dottrina per l’impiego operativo di droni e formazioni autonome. Il Congresso vuole inoltre accelerare l’adozione di droni kamikaze a lungo raggio, ottenere una roadmap per il dispiegamento di unità navali senza equipaggio (Usv) e ricevere aggiornamenti sui programmi dedicati ai grandi droni subacquei. Tra gli emendamenti compare anche una richiesta per valutare sistemi di autopilota basati sull’IA e uno stanziamento aggiuntivo destinato a migliorare l’operatività dei droni nelle condizioni estreme dell’Artico.

L’IA è ormai trasversale

L’intelligenza artificiale compare in numerosi passaggi del testo, ma non tanto sotto forma di grandi programmi dedicati quanto come tecnologia abilitante e trasversale da integrare anche nelle strutture già esistenti. Il Congresso chiede al Pentagono una valutazione sull’utilizzo dei modelli open-weight per applicazioni militari, tema particolarmente sensibile in un momento in cui il dibattito sull’IA si concentra sul rapporto tra modelli proprietari e modelli aperti. Parallelamente, l’intelligenza artificiale sarà impiegata anche per sviluppare programmi per raccogliere dati provenienti dai centri addestrativi e utilizzarli per migliorare le attività addestrative e decisionali. 

Sul fronte industriale, un altro emendamento esplora l’impiego dell’IA nei processi di manifattura avanzata per accelerare la produzione di missili e munizioni, come già si sta vedendo nel caso delle cosiddette dark factory. Particolarmente rilevante è poi la disposizione che attribuisce come principio generale al Dipartimento della Difesa i diritti di utilizzo su software, dati e documentazione tecnica sviluppati nell’ambito dei contratti federali. 

Quantum e spazio 

Se l’IA rappresenta una priorità ormai consolidata, anche le tecnologie quantistiche stanno rapidamente guadagnando spazio nelle discussioni del Congresso. Tra le misure approvate figurano il sostegno alla ricerca sul quantum computing a trappole ioniche dell’Air Force, programmi dedicati alle comunicazioni quantistiche, alle attività di sviluppo delle reti di quantum networking e ai progetti della Space Force focalizzati su sistemi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione basati su tecnologie quantistiche. Alcuni emendamenti chiedono inoltre di valutare l’impiego di radar quantistici e di comprendere quale contributo queste tecnologie possano offrire in ambienti caratterizzati da comunicazioni disturbate o assenti, i cosiddetti scenari Ddil (Denied, disrupted, intermittent and limited). Nel dominio spaziale, il testo autorizza la Missile Defense Agency a sviluppare e dimostrare un intercettore eso-atmosferico (probabilmente in ottica Golden Dome) e sostiene iniziative per accelerare sul fronte delle capacità ipersoniche off the shelf. Tra le misure più futuristiche compare anche la commissione di uno studio sulla propulsione nucleare nello spazio, una tecnologia potenzialmente decisiva per aumentare autonomia, velocità e capacità di manovra dei veicoli spaziali dei Guardiani della Space Force.

Semiconduttori, terre rare e startup

Un’altra, consistente, parte del documento riguarda la base industriale della difesa. Diversi emendamenti intervengono sulle catene di approvvigionamento di semiconduttori e materiali critici, mentre altri promuovono l’utilizzo di magneti permanenti privi di terre rare provenienti dalla Cina e il recupero di antimonio per applicazioni militari. Particolare attenzione viene dedicata anche alla manifattura avanzata. Il Congresso vuole esplorare l’impiego della produzione additiva per missili e munizioni e valutarne l’impatto sulla cantieristica navale. Un altro filone riguarda la cosiddetta “distributed shipbuilding”, ovvero la possibilità di distribuire parte della produzione navale su una rete più ampia di fornitori e siti produttivi. Parallelamente, diverse disposizioni mirano a semplificare l’accesso delle startup e delle aziende non tradizionali ai contratti del Pentagono, ampliando le attività della Defense Innovation Unit e dei programmi OnRamp. Sul piano delle capacità abilitanti, c’è anche la crescente attenzione verso l’energia. La commissione ha chiesto infatti l’avvio di un programma per dispiegare un piccolo reattore nucleare mobile nell’Indo-Pacifico e ha auspicato la conduzione di attività di ricerca sull’idrogeno, sulla fusione e sulle tecnologie ibride elettriche. 

Gli Usa si preparano alla prossima guerra

Benché l’iter di approvazione per il budget del Pentagono nel 2027 sia ancora agli inizi, la direzione che queste previsioni di spesa tracciano è chiara ed evidenzia come anche il Congresso stia registrando il profondo mutamento che sta interessando gli affari militari. Massa, automazione e resilienza industriale, dall’Ucraina all’Iran, stanno emergendo come gli elementi-chiave dei conflitti odierni, a loro volta connessi alle nuove tecnologie come fattori trasversali, da integrare tanto nelle nuove piattaforme quanto nei protocolli operativi già esistenti. Ed è altresì chiaro come questi focus rappresentino una risposta diretta alla modernizzazione militare portata avanti da Pechino, basata su standard analoghi ma, a onor del vero, in corso di implementazione da più tempo. Per una volta, è Washington a inseguire il Dragone.

Carlos Gonçalves sagra-se Campeão Nacional de Sub-19

8 June 2026 at 11:58

VTM

O atleta Carlos Gonçalves, do CTM de Vila Real, conquistou o título de Campeão Nacional Individual de Sub-19 nos Campeonatos Nacionais Individuais realizados em Vagos, distrito de Aveiro.

A competição contou com a participação de vários atletas do clube vila-realense, nomeadamente Carolina Sarmento, Marta Costa, Manuel Gonçalves, Leonardo Moreira, Vicente Frade, Guilherme Alvadia, Rafael Teixeira e Carlos Gonçalves, todos acompanhados pelo técnico Milton Aires. Segundo o clube, os atletas alcançaram os objetivos definidos para esta importante prova do calendário nacional.

O grande destaque da participação do CTM de Vila Real vai para Carlos Gonçalves, que voltou a demonstrar o seu talento ao conquistar o título nacional de Sub-19. Com este triunfo, o jovem atleta encerra uma temporada de excelência, somando duas medalhas de ouro em Campeonatos Regionais e cinco medalhas de ouro em Campeonatos Nacionais durante a época 2025/2026.

No final da competição, Carlos Gonçalves não escondeu a satisfação pela conquista. “Estou muito contente por conseguir alcançar este título. Já consegui em Sub-17, que é o meu escalão. Tive jogos difíceis e equilibrados e consegui ganhar”, afirmou.

O desempenho alcançado ao longo da época valeu ainda ao atleta a convocatória para a Seleção Nacional, que irá representar Portugal no Campeonato da Europa de Jovens, competição que decorrerá entre os dias 10 e 19 de julho.

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L’apostolato dell’arcivescovo Fulton Sheen, presto beato, attraverso i mass-media

8 June 2026 at 10:21

Papa Leone XIV incontrando a Roma, il 1° giugno 2026, i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie, ha suggerito di guardare all’esempio del Venerabile arcivescovo statunitense Fulton John Sheen, che verrà beatificato, a St. Louis nel Missouri, il prossimo 24 settembre. Aggiungendo di essere testimone in prima persona della sua opera di evangelizzazione, che “per decenni ha brillato (anche) attraverso i mezzi radiofonici e televisivi”.

Come scrive nella sua autobiografia, La mia vita. Un tesoro in un vaso d’argilla (a cura di G. Vassallo, Edizioni Ares, 2025), monsignor Sheen nel suo lavorare nella televisione nazionale commerciale, a differenza della precedente esperienza radiofonica, “non parlava più in nome della Chiesa e sotto il patrocinio dei suoi vescovi (…) Non si trattava più di una presentazione diretta della dottrina cristiana (in un linguaggio semplice e chiaro), ma di un discorso propedeutico a essa che doveva partire da qualcosa comprensibile a tutti. Così, in quegli anni televisivi, gli argomenti spaziavano dal comunismo, all’arte, alla scienza, all’umorismo, all’aviazione, alla guerra, ecc. Partendo da un interesse comune al pubblico e a lui, procedeva gradualmente dal noto all’ignoto all’ignoto o alla filosofia morale e cristiana”. Facendo leva su questo metodo – “lo stesso (…) usato da San Paolo ad Atene” – sapendo essere “simpatico ed esigente a un tempo” (G. Vassallo), è riuscito a raggiungere il vasto pubblico televisivo americano con il programma Life is Worth Living così come ha concorso a moltissime conversioni alla fede cattolica. La sua popolarità era tale che ha ricevuto nel 1952 l’Emmy Award, uno dei più importanti premi radiotelevisivi. Nonostante i significativi dati di ascolto registrati, non ha mai però ridefinito sé stesso e il proprio ministero sulla base di questi ultimi, semmai, per sua stessa ammissione, sempre attraverso la fedeltà quotidiana all’“Ora Santa”, pratica di adorazione eucaristica.

Ora, senza nulla togliere al suo profilo altrettanto di successo di autore di saggi teologici e opere di spiritualità, si intende qui mettere in rilievo il ruolo di pioniere cattolico nell’uso della radio e della televisione per l’evangelizzazione e l’insegnamento. Con una postilla, prendendo in prestito le parole dell’attuale arcivescovo di New York, S. E. Mons. Ronald A. Hicks: “l’intera vita dell’arcivescovo Sheen è stata dedicata a fare discepoli e a diffondere la buona notizia del Vangelo (…) Da sacerdote nella sua Diocesi di origine, Peoria; da professore alla Catholic University of America; da Direttore nazionale della Società per la Propagazione della Fede; da vescovo  ausiliare di New York; da vescovo di Rochester (….) si è sempre sforzato di avvicinare le persone a Gesù e alla sua Chiesa”.  In proposito, nella già citata autobiografia, l’Arcivescovo chiariva di essersi affidato, in televisione, più alla grazia di Dio che a sé stesso facendo poi riferimento alla Prima lettera di Paolo ai Corinzi, in particolare dove sta scritto che Paolo ha piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere.

Ripercorrendo la “pastorale di frontiera” del Venerabile Fulton John Sheen, a partire dal programma radiofonico The Catholic Hour e dal già citato programma televisivo (Life is Worth Living), emerge chiaramente quanto affermato da papa Leone XIV nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas:  “La comunicazione non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura” (MH, 135), sempre di più oggi, di ambienti umani e digitali che siano spazi di dialogo e di confronto  in cui “possano maturare libertà interiore e pensiero critico”.  Ai nostri giorni, questa eredità, come messo in rilievo da padre Michael Baggot, LC, docente di bioetica, è un invito a “let’s move from online whining to witnessing as One”; è un richiamo a interrogarci sull’impatto dei contenuti che consumiamo o produciamo online, ovvero se essi edificano o danneggiano le persone e la comunità, e quindi anche la Chiesa.

Gli Usa spostano gli aerei nel cortile cinese: cosa possono fare i C-130

Gli Stati Uniti rafforzano i rapporti con il Vietnam autorizzando un pacchetto da 100 milioni di dollari destinato al supporto logistico e operativo dei velivoli da trasporto C-130 Hercules. Si tratta di una decisione che potrebbe aprire la strada a una delle più importanti forniture militari statunitensi ad Hanoi degli ultimi anni. Ricordiamo che il Vietnam si trova al centro di una regione sempre più contesa, con il Mar Cinese Meridionale che continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione strategica tra Usa e Cina.

La mossa degli Usa

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare estera comprendente servizi di manutenzione, eliche, componenti aeronautici, equipaggiamenti di supporto a terra, materiali di consumo, accessori e programmi di addestramento collegati ai C-130 Hercules.

Il principale contraente sarà RTX Corporation, mentre il velivolo è prodotto da Lockheed Martin. L'autorizzazione arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del deputato statunitense Michael Baumgartner, secondo cui Washington sarebbe prossima a completare la vendita di tre C-130 al Vietnam. Sebbene né gli Stati Uniti né il governo vietnamita abbiano confermato ufficialmente l'accordo sugli aerei, la direzione apparirebbe ormai chiara.

Per Hanoi si tratterebbe di un passaggio significativo nel processo di diversificazione delle proprie forniture militari. Per decenni le forze armate vietnamite hanno fatto affidamento quasi esclusivamente su equipaggiamenti sovietici e russi, ma le difficoltà di approvvigionamento legate alle sanzioni contro Mosca e il deterioramento del contesto geopolitico hanno spinto il Paese a guardare verso nuovi partner. Oltre agli Stati Uniti, il Vietnam ha intensificato i rapporti con India, Corea del Sud e diversi produttori europei. A proposito di India, nelle scorse settimane Nuova Delhi ha confermato la finalizzazione di un accordo per la fornitura dei missili supersonici BrahMos, un altro tassello del programma di modernizzazione militare vietnamita.

Le caratteristiche dei C-130 Hercules

Cosa possono fare concretamente i C-130 Hercules? Entrato in servizio negli anni Cinquanta e continuamente aggiornato, questo velivolo è considerato uno dei più versatili aerei da trasporto militare mai costruiti. Utilizzato da oltre 70 Paesi, può trasportare truppe, veicoli, rifornimenti e materiali pesanti anche su piste corte o semipreparate, una caratteristica particolarmente utile in un'area composta da arcipelaghi, basi avanzate e infrastrutture limitate.

Il C-130 è impiegato anche per missioni umanitarie, evacuazioni mediche, operazioni di soccorso in caso di calamità naturali e trasporto strategico a medio raggio. Secondo l'aeronautica statunitense, la piattaforma può essere riconfigurata rapidamente in funzione delle esigenze operative, passando dal trasporto di personale a quello di merci o attrezzature specialistiche.

Per il Vietnam, disporre di questi velivoli significherebbe aumentare la capacità di proiezione logistica verso le richiamate aree contese del Mar Cinese Meridionale, oltre che garantire collegamenti più efficienti tra le diverse installazioni militari e migliorare la risposta a emergenze civili e disastri naturali.

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