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Ila Berlin 2026, l’Italia porta in vetrina difesa e spazio

10 June 2026 at 16:31

Ila Berlin 2026 si apre come uno dei principali appuntamenti internazionali per aerospazio e difesa, con una forte attenzione a industria, innovazione, sicurezza e cooperazione tra Paesi europei. Al Berlin ExpoCenter Airport la fiera riunisce aziende, istituzioni, forze armate e ricerca, offrendo una fotografia dei programmi che stanno ridisegnando il settore.

La presenza italiana è significativa. Gli espositori sono 25, con un padiglione nazionale coordinato da Ita/Ice che raccoglie 13 aziende, accanto alla partecipazione di Aiad e di gruppi come Leonardo, Mbda, Avio Aero ed ELT Group. Il dato industriale si accompagna a una presenza tecnologica che tocca elicotteri, difesa elettronica e osservazione della Terra.

Il debutto operativo dell’AW249

Il simbolo più immediato è l’AW249 di Leonardo, presentato con un esemplare di pre-serie e impegnato per la prima volta anche in voli dimostrativi. Il velivolo, destinato all’Esercito italiano con la denominazione AH-249 Fenice, dovrà sostituire l’AH-129D Mangusta.

Il programma prevede 48 esemplari a partire dal 2027. La novità non riguarda solo il ricambio di una piattaforma. L’AW249 viene presentato come un sistema digitale e interoperabile, pensato per missioni di esplorazione e scorta in scenari multidominio. Il volo a Berlino serve quindi a mostrare capacità operative, integrazione e maturità industriale.

Sentinel-1 NG, nuova generazione in orbita

Nello spazio, il passaggio più rilevante è il contratto assegnato a Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo, per due satelliti Copernicus Sentinel-1 di nuova generazione. L’accordo con l’Agenzia spaziale europea è la prima tranche di un’intesa complessiva da 700 milioni di euro.

Sentinel-1 NG fornirà dati per ambiente, clima, gestione dei disastri naturali, sorveglianza marittima e monitoraggio di oceani, ghiacci e territorio. I satelliti osserveranno giorno e notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Il radar ad apertura sintetica garantirà una risoluzione fino a quattro volte superiore rispetto alla prima generazione e coprirà aree più ampie. La piattaforma Mila consentirà anche il rientro controllato a fine vita operativa.

Difesa elettronica e asse italo-tedesco

ELT Group porta a Berlino una storia industriale costruita nel tempo con la Germania. Il gruppo opera nel Paese da oltre quattro decenni, con strutture a Meckenheim e un ufficio a Berlino, e partecipa a programmi centrali per la difesa europea come Eurofighter Typhoon e NH90.

La collaborazione riguarda anche la Marina tedesca, con sistemi pensati per proteggere le fregate classe F124 dalle minacce nello spettro elettromagnetico. A Ila, l’azienda presenta inoltre soluzioni che uniscono difesa elettronica, cyber e spazio. Tra queste c’è TEWS, una tecnologia montata su piattaforme mobili che aiuta a intercettare segnali, raccogliere informazioni e migliorare la consapevolezza operativa sul campo.

La partecipazione italiana alla fiera mostra quindi una filiera orientata a programmi europei ad alta intensità tecnologica. Il passaggio decisivo sarà trasformare visibilità, cooperazione e contratti in capacità operative concrete.

Così Irini diventa il volto della nuova assertività europea in mare

10 June 2026 at 15:20

Il 7 giugno una nave dell’operazione europea Irini ha effettuato un flag verification boarding della MV Sandhya in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. L’ispezione è arrivata pochi giorni dopo un’analoga operazione condotta il 1° giugno sulla MV Oneiroi e a meno di un mese da un precedente intervento sulla MV Nelsa, effettuato l’11 maggio. Le attività dell’operazione europea nel Mediterraneo raccontano qualcosa che va oltre la verifica di singole imbarcazioni sospettate di utilizzare una falsa registrazione di bandiera. Queste attività rappresentano uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in corso all’interno di IRINI e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso la sicurezza marittima nel Mediterraneo.

Le operazioni sono state condotte sulla base dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti relativi alla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo poi le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Dal punto di vista operativo si tratta di procedure previste dal diritto internazionale. Dal punto di vista politico, però, il loro significato è più ampio. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’evoluzione del quadro di sicurezza regionale e il rafforzamento delle attività legate alla Maritime Situational Awareness hanno portato l’operazione ad assumere compiti che vanno oltre il dossier libico, pur mantenendo con esso il legame diretto.

La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questo percorso. Le attività di flag verification boarding vengono considerate a Bruxelles uno strumento utile per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo.

D’altronde, la proliferazione di navi che operano con registrazioni sospette o con identità poco chiare rappresenta un problema che va oltre il singolo caso. Il rischio percepito è quello di una progressiva erosione delle regole che governano gli spazi marittimi, con la creazione di zone grigie suscettibili di essere sfruttate da attori statali e non statali.

Da qui la convinzione, sempre più diffusa nelle istituzioni europee, che l’Unione non possa limitarsi a monitorare tali fenomeni ma debba dimostrare la capacità di intervenire utilizzando gli strumenti previsti dal diritto internazionale.

La traiettoria di Irini si inserisce dunque in una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa come attore di sicurezza. Negli ultimi mesi il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) ha più volte richiamato la necessità di rafforzare la presenza europea negli spazi marittimi strategici, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha insistito sulla necessità che l’Europa sia in grado di proteggere in modo più efficace i propri interessi e il proprio vicinato.

In questo quadro, l’operazione nel Mediterraneo viene sempre più spesso considerata come uno dei pochi strumenti europei capaci di produrre effetti tangibili sul terreno. Non soltanto monitoraggio e raccolta di informazioni, ma anche attività in grado di esercitare una forma di pressione concreta sul traffico marittimo ritenuto sospetto.

All’interno dell’operazione questa maggiore assertività viene interpretata come un test della credibilità europea. La questione non riguarda soltanto la shadow fleet o l’applicazione delle sanzioni: il piano si sposta sulla capacità dell’Unione di agire come security provider in un’area che considera strategica come il Mediterraneo.

La percezione è che Bruxelles stia cercando di evitare che il bacino di raccordo geostrategico tra Europa e Asia diventi uno spazio caratterizzato da una crescente competizione incontrollata tra potenze esterne. In questo senso, le attività di Irini assumono anche una valenza di deterrenza e di presenza politica.

I boarding effettuati nelle ultime settimane non modificano da soli gli equilibri del Mediterraneo. Segnalano però una tendenza più ampia: la volontà dell’Unione Europea di utilizzare in modo più sistematico gli strumenti marittimi a propria disposizione per difendere regole, interessi e credibilità strategica. È una trasformazione ancora in corso. Ma i casi Sandhya, Oneiroi e Nelsa suggeriscono che il cambiamento sia già visibile sul mare. D’altronde, ad aprile, era stato il comandante dell’operazione, il contrammiraglio Marco Casapieri, a parlare con Decode39 di questa “nuova fase” dell’operazione, necessaria davanti l’evoluzione delle minacce.

La nuova Leonardo riparte da Bromo, Gcap e Usa

10 June 2026 at 14:23

Leonardo entra nella nuova gestione con un’agenda che tiene insieme spazio, difesa europea e alleanze industriali. Il progetto Bromo, l’iniziativa satellitare con Airbus e Thales, è il dossier più avanzato e simbolico di questa linea, perché punta a unificare attività spaziali europee che negli ultimi anni hanno perso terreno rispetto alla velocità di crescita di SpaceX.

In un’intervista a Bloomberg, il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani ha indicato Bromo come un passaggio decisivo per il settore. “Bromo è davvero il futuro dello spazio in Europa in termini di business”, ha detto. Il confronto con SpaceX resta inevitabile, ma Mariani distingue i due modelli. L’azienda di Elon Musk viene definita “un’impresa fantastica”, mentre Bromo è presentato come un progetto più ampio, destinato a coprire diversi segmenti dello spazio.

La logica è costruire una piattaforma industriale europea con dimensioni maggiori e competenze integrate. Il progetto non riguarda solo la capacità di competere meglio, ma anche il modo in cui l’Europa organizza le proprie attività spaziali in un mercato sempre più rapido e concentrato.

Il passaggio europeo

Il percorso dipende ora dalle autorizzazioni europee. Mariani prevede il via libera entro la seconda metà del 2027. Bromo sarebbe uno dei primi casi rilevanti del nuovo quadro Ue sulle fusioni, pensato per favorire campioni regionali capaci di reggere il confronto con gruppi statunitensi e cinesi.

Il dossier resta complesso. I passaggi politici e antitrust sono “delicati” e il progetto ha già incontrato resistenze da sindacati e fornitori, preoccupati per l’impatto su occupazione e concorrenza. Mariani sostiene però che anche i sindacati comprendano il peso dell’operazione. “Tutti sanno che abbiamo a che fare con un settore che si sta evolvendo molto velocemente”, ha spiegato. “Quindi dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è sicuramente unire le forze, unire le forze in modo intelligente”.

Per Leonardo e i partner, il punto di equilibrio sarà tra integrazione e tutela della filiera. Bromo può dare più scala all’industria europea, ma dovrà superare verifiche regolatorie e resistenze interne al sistema industriale.

Il capitolo difesa

La stessa impostazione ritorna nel dossier Gcap, il programma per il caccia di nuova generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Mariani si dice favorevole, in linea di principio, all’ingresso della Germania, che dal punto di vista industriale e della condivisione dei costi rappresenterebbe un vantaggio.

Il nodo riguarda però i tempi. “Avere la Germania come membro a pieno titolo del team sarebbe una buona cosa”, ha detto Mariani. L’ingresso di un nuovo partner in questa fase rischierebbe tuttavia di essere “dirompente” rispetto all’obiettivo di avere un velivolo operativo e dimostrabile nel 2035. Ogni allargamento richiede infatti accordi su governance, responsabilità e ripartizione del lavoro industriale.

Mariani ha segnalato anche il rischio di una dispersione europea, con più programmi di sesta generazione condotti in parallelo. A rendere più sensibile il quadro c’è anche Team Gen 6, il possibile consorzio guidato da Airbus e formato da otto aziende della difesa dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas. Per ora resta una traiettoria più che un programma definito, mentre Berlino valuta anche altre opzioni, dall’acquisto di ulteriori F-35 statunitensi all’adesione ad altre iniziative europee. Gcap, il successore del Rafale di Dassault, una possibile iniziativa tedesca e un’estensione svedese del Gripen renderebbero il quadro “davvero impegnativo”. Per Leonardo, la cooperazione deve quindi produrre efficienza, senza aggiungere nuova complessità.

Stati Uniti e aerostrutture

Accanto alla dimensione europea, Mariani intende rafforzare il collegamento con gli Stati Uniti attraverso Leonardo DRS. Difesa aerea e intelligenza artificiale sono tra le aree indicate per una collaborazione più stretta tra le due componenti del gruppo. L’iniziativa Michelangelo viene citata come uno degli ambiti in cui le capacità americane potrebbero offrire il contributo maggiore.

Resta aperta anche la partita delle aerostrutture, una delle attività più difficili di Leonardo. Il gruppo discute con il Public Investment Fund saudita una joint venture dedicata al settore. I colloqui avanzano e un’intesa iniziale è attesa entro la fine dell’anno.

Mariani lega il progetto alla ricerca di nuove opportunità di crescita, “preservando e rafforzando le competenze e le capacità industriali sviluppate in Italia nel corso di decenni”. È una linea che tiene insieme consolidamento europeo, cooperazione transatlantica e gestione delle attività più complesse del gruppo. Il risultato dipenderà dalle autorizzazioni, dalla tenuta dei programmi industriali e dalla capacità di evitare che la cooperazione si trasformi in ulteriore frammentazione.

Putin spegne le telecamere: il caso Khamenei fa scattare l’allarme al Cremlino

L’asimmetria tecnologica nel dominio informativo sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza internazionale. La combinazione tra intelligenza artificiale, reti di sorveglianza urbana e analisi predittiva consente oggi di trasformare infrastrutture civili in strumenti d’intelligence. Il Financial Times riferisce che, dopo un’operazione condotta in Iran attribuita a Israele e Stati Uniti, il Cremlino avrebbe rivalutato l’intero sistema di protezione del vertice statale, fino a disattivare temporaneamente alcune componenti della videosorveglianza riservata alla sicurezza di Vladimir Putin.

Cosa sappiamo

Secondo le ricostruzioni della testata britannica, la rete di telecamere di Teheran sarebbe stata utilizzata come architettura di acquisizione dati per la ricostruzione delle abitudini della leadership iraniana. L’elemento decisivo non sarebbe stato il singolo sensore, ma la massa critica informativa: flussi video continui, intercettazioni telefoniche e correlazioni geospaziali trattati attraverso sistemi di machine learning.

L’analisi avrebbe consentito di costruire profili comportamentali dettagliati degli apparati di sicurezza, includendo turnazioni, percorsi e interazioni operative. Tale approccio, noto nelle dottrine militari come “pattern of life”, consente di trasformare la mobilità quotidiana in una matrice prevedibile. In parallelo, la rete sarebbe stata integrata con altre risorse informative fino a consentire la ricostruzione temporale di una riunione interna dei vertici iraniani con un margine di errore estremamente ridotto.

Guerra multidominio e collasso delle barriere comunicative

L’operazione descritta si sarebbe sviluppata lungo una catena integrata che combina intelligence elettronica, cyber-operazioni e capacità cinetiche di precisione. Le fonti indicano l’impiego di interferenze mirate su infrastrutture di telecomunicazione nell’area sensibile di Teheran, con la temporanea neutralizzazione di nodi cellulari strategici per ridurre la reattività delle forze di sicurezza.

In parallelo, unità specializzate avrebbero utilizzato analisi di rete per mappare la struttura decisionale iraniana, identificando i punti di concentrazione del potere. L’integrazione con un agente sul terreno avrebbe fornito la conferma finale della presenza del vertice politico nel sito colpito. L’attacco sarebbe stato condotto con munizionamento guidato a lungo raggio, impiegato in una finestra temporale ristretta per massimizzare l’effetto sorpresa e colpire la catena di comando, provocando la morte di decine di funzionari di alto livello e alterando gli equilibri interni del sistema di sicurezza iraniano.

Effetto di ritorno e risposta del Cremlino

Le conseguenze dell’operazione hanno prodotto un effetto di ritorno immediato sulle dottrine di sicurezza di altri attori statali. In Russia, secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità avrebbero temporaneamente disattivato segmenti del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione del presidente Putin, avviando una revisione tecnica orientata all’isolamento fisico delle reti e alla riduzione dell’esposizione digitale.

La valutazione strategica è chiara: infrastrutture progettate per garantire sicurezza interna possono diventare superfici di attacco informativo se integrate in ecosistemi digitali vulnerabili alla correlazione massiva dei dati. Il caso iraniano, per alcuni analisti, evidenzia una transizione già in atto: la deterrenza non si gioca più solo sul piano militare convenzionale, ma sulla capacità di controllo dei flussi informativi internazionali . In questo scenario, la distinzione tra sorveglianza, intelligence e targeting militare appare sempre più labile, con effetti diretti sulla stabilità delle gerarchie geopolitiche.

Fcas e il limite dell’integrazione strategica europea. Il commento di Castellaneta e Preziosa

10 June 2026 at 09:19

La fine del programma Fcas (Future Combat Air System) segna molto più del fallimento di un ambizioso progetto aeronautico. Rappresenta una battuta d’arresto per l’idea stessa di integrazione strategica europea e solleva interrogativi che vanno ben oltre il settore della difesa.

Per quasi un decennio Fcas è stato presentato come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Francia, Germania e successivamente Spagna avevano immaginato un sistema destinato a sostituire Rafale ed Eurofighter nella seconda metà del secolo. Non si trattava semplicemente di un nuovo caccia, ma di un ecosistema integrato composto da un velivolo di sesta generazione, droni collaborativi, intelligenza artificiale, capacità avanzate di guerra elettronica e un combat cloud in grado di fondere in tempo reale dati provenienti da sensori e piattaforme differenti.

Il fallimento del programma non deriva tuttavia da limiti tecnologici. L’Europa possiede le competenze industriali, scientifiche e finanziarie necessarie per sviluppare un sistema di questo livello. Le ragioni sono essenzialmente politiche e strategiche. Le dispute tra Airbus e Dassault sulla leadership industriale, sulla proprietà intellettuale e sulla distribuzione dei futuri ritorni economici hanno rappresentato soltanto la manifestazione più evidente di divergenze più profonde.

Per la Francia, Fcas avrebbe dovuto essere il successore del Rafale e uno strumento centrale della propria sovranità strategica. Il nuovo velivolo era concepito per operare da portaerei e svolgere missioni nucleari, integrandosi pienamente nella Force de Frappe francese. La Germania, al contrario, vedeva il progetto come un programma autenticamente europeo, fondato su una distribuzione equilibrata di leadership, competenze e benefici industriali.

In sostanza, Parigi e Berlino stavano cercando di costruire lo stesso sistema partendo da concezioni diverse della sovranità.

La vicenda presenta significative analogie storiche. Negli anni Settanta la Francia abbandonò il programma che avrebbe portato alla nascita del Tornado; negli anni Ottanta uscì anche dal progetto destinato a diventare l’Eurofighter Typhoon, scegliendo di sviluppare autonomamente il Rafale. Fcas sembra riproporre la stessa dinamica: la Francia accetta la cooperazione europea finché questa non entra in conflitto con ciò che considera il nucleo della propria autonomia strategica.

La differenza rispetto al passato è che oggi il costo geopolitico di tali scelte è molto più elevato.

Per comprenderne la portata occorre tornare alle origini dell’integrazione europea. Quando Jean Monnet e Robert Schuman concepirono la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1950, Francia e Germania erano uscite da tre guerre in meno di ottant’anni. Eppure riuscirono a mettere in comune proprio le risorse che rendevano possibile la guerra. L’intuizione era semplice e rivoluzionaria: condividere la sovranità economica per rendere il conflitto non solo indesiderabile, ma anche materialmente più difficile.

Oggi il paradosso è evidente. Dopo decenni di integrazione, con un mercato unico, una moneta comune e istituzioni sovranazionali consolidate, Francia e Germania non riescono a costruire insieme il futuro caccia europeo. La domanda è inevitabile: come è stato possibile condividere carbone e acciaio all’indomani della Seconda guerra mondiale e non riuscire oggi a condividere brevetti, leadership industriale e requisiti operativi?

La risposta è probabilmente che la Ceca nacque da una precisa volontà politica di mettere in comune quote di sovranità. Fcas, invece, si è arenato perché tutti desideravano i vantaggi della cooperazione senza accettarne fino in fondo i costi politici.

Questo elemento assume particolare rilevanza anche alla luce delle recenti iniziative europee volte ad aumentare gli investimenti nella difesa. Si potrebbe infatti osservare che proprio i meccanismi elaborati dall’Unione europea per facilitare l’incremento della spesa militare rischiano di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: rafforzare la frammentazione esistente anziché favorire una reale convergenza verso capacità e programmi comuni. Se manca una visione condivisa degli interessi strategici e della sovranità europea, l’aumento delle risorse disponibili potrebbe tradursi semplicemente in una moltiplicazione di programmi nazionali paralleli.

La vicenda Fcas assume un significato ancora più profondo se osservata attraverso il dibattito sulla deterrenza nucleare europea. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in Germania sono emerse proposte volte a esplorare forme di maggiore integrazione con la deterrenza francese, attraverso meccanismi di protezione estesa o un coinvolgimento europeo più strutturato nella riflessione strategica di Parigi.

Il fallimento di Fcas rende però questa prospettiva più complessa. Se Francia e Germania non riescono a condividere la progettazione del futuro vettore destinato a operare anche nel dominio nucleare, appare difficile immaginare una reale condivisione della dimensione più sensibile della sovranità nazionale.

La deterrenza nucleare non è soltanto una tecnologia. È una relazione politica fondata sulla fiducia. E la fiducia strategica richiede una convergenza di interessi e di visioni che il caso Fcas dimostra essere ancora incompleta. La Francia continuerà probabilmente a considerare la propria deterrenza come uno strumento nazionale al servizio della sicurezza europea, ma difficilmente accetterà meccanismi che limitino la propria autonomia decisionale.

Dalla vicenda emerge anche una conseguenza di natura industriale e geopolitica. Parigi sembra destinata a sviluppare autonomamente il successore del Rafale, mentre Berlino dovrà decidere come preservare le proprie competenze nel settore dei velivoli da combattimento di nuova generazione.

In questo contesto, il Gcap (Global Combat Air Programme), sviluppato da Regno Unito, Italia e Giappone, potrebbe diventare il naturale polo di attrazione per la Germania. Se ciò dovesse accadere, assisteremmo a una significativa ridefinizione degli equilibri industriali europei. Il programma anglo-italo-giapponese diverrebbe il principale progetto occidentale di sesta generazione al di fuori degli Stati Uniti, mentre la Francia proseguirebbe lungo una traiettoria autonoma.

Per l’Italia si aprirebbe una fase di particolare rilevanza strategica. Grazie all’esperienza maturata con Eurofighter, F-35 e con la partecipazione al Gcap, il nostro Paese si troverebbe al centro dell’unico grande programma multinazionale occidentale di nuova generazione oggi pienamente operativo.

La lezione finale della vicenda Fcas è forse la più importante. Per decenni l’integrazione europea ha avuto successo sul piano economico e commerciale. La difesa, tuttavia, richiede qualcosa di diverso: richiede la condivisione del potere e, in ultima analisi, della sovranità.

Fcas non è fallito per mancanza di tecnologie, finanziamenti o competenze industriali. È fallito perché mancava una visione comune della sovranità strategica europea. E se l’Europa non riesce a costruire insieme il velivolo destinato a difenderla, sarà ancora più difficile costruire insieme una deterrenza capace di proteggerla.

Difesa e consenso, la partita che l’Italia ha smesso di giocare

9 June 2026 at 15:38

C’è una frase, pronunciata ad un giornalista da Lorenzo Mariani durante la sua guida di Mbda Italia, che mi è rimasta in testa: “Senza la sicurezza, l’economia non può funzionare”. Oggettivamente vera. Strategicamente rilevante. E narrativamente solitaria come una voce che parla in una stanza vuota, senza che nessuno abbia pensato all’acustica.

Non è una critica a Mariani, oggi in Leonardo a guidare sfide ancora più grandi. È una diagnosi del sistema che quella frase avrebbe dovuto sostenere e amplificare. Perché le parole giuste esistono. Nel mondo della difesa italiana ci sono manager capaci, analisi solide, strategie industriali serie. Il problema è che rimangono dentro le stanze. E fuori dalle stanze, nell’unica arena che determina il consenso nel tempo, il campo è stato lasciato libero a narrazioni altrui. Non è rumore di fondo. È il campo di battaglia vero. Ed è un campo che l’Italia ha lasciato incustodito per troppo tempo.

Chi controlla il frame controlla il giudizio

C’è un principio elementare nella comunicazione politica che il nostro sistema istituzionale non ha mai metabolizzato davvero: non vince chi ha i dati migliori, vince chi imposta la cornice dentro cui quei dati vengono letti. Un frame, per dirla con George Lakoff, non è una bugia ma una prospettiva. E la prospettiva determina il giudizio prima ancora che il ragionamento possa intervenire.

In Italia, il frame dominante sulla difesa è rimasto invariato per decenni: risorse sottratte al sociale per alimentare una macchina militare obsoleta e moralmente ambigua. Dentro questa cornice, qualsiasi investimento in difesa diventa automaticamente un trade-off con sanità, scuola, welfare. Non importa che i numeri raccontino un’altra storia (la spesa per la difesa è strutturalmente inferiore a quella sanitaria) perché il frame non è razionale, è emotivo. E le emozioni, come ha dimostrato Daniel Kahneman in una vita di ricerca, decidono prima che il ragionamento riesca ad attivarsi.

Quando il frame è “armi contro ospedali”, hai già perso. Non perché l’argomento sia giusto, non lo è, ma perché stai portando una statistica a combattere contro un’emozione primaria. Non funziona. Quasi mai.

L’errore strutturale è stato accettare passivamente quella cornice invece di costruirne una alternativa. Per decenni l’approccio istituzionale è stato difensivo nel senso peggiore: giustificare invece di spiegare, reagire invece di affermare. “Sì, lo sappiamo che non piace, ma purtroppo è necessario.” Quando parti da “sì, ma” hai già concesso il terreno. Hai ammesso implicitamente che esiste un ideale morale superiore, un mondo senza difesa, e che tu rappresenti la spiacevole concessione al realismo. Da quella posizione, non puoi che arretrare. Sono stato a fianco di due ministri della Difesa come loro consigliere e posso testimoniare che il problema non era la qualità delle persone né la solidità delle analisi. Era l’assenza sistematica di una strategia narrativa verso il paese reale, quella che esiste nelle stanze e non esce mai da esse.

Il modello che l’Italia non ha mai scelto di seguire

Guardate la Francia. Non Dassault, non Thales, non Naval Group come aziende: guardate lo Stato francese. Parigi ha investito decenni nella costruzione deliberata di una narrazione coerente dove difesa significa sovranità e sovranità significa libertà di scegliere il proprio destino. Non si sono giustificati, hanno affermato. Non hanno chiesto scusa, hanno rivendicato. E lo hanno fatto attraverso comunicazione istituzionale strutturata, curricula scolastici, copertura mediatica organizzata, un Ministère des Armées con una direzione della comunicazione che ha una missione esplicita verso i cittadini, non solo verso i decisori nei corridoi.

Questo non è militarismo. I sondaggi dicono che i francesi non sono più bellicosi degli italiani. È una scelta politica deliberata, mantenuta con continuità attraverso governi di segno opposto. La grandeur militare francese è un progetto di Stato, non un sentimento spontaneo. E soprattutto: è il frutto di decenni di investimento nella narrazione pubblica, non di un’iniziativa estemporanea.

Noi cosa abbiamo fatto? Silenzio istituzionale sistematico. L’idea, comprensibile per certi versi, che fosse meglio non provocare dibattiti, che l’esposizione pubblica portasse più rischi che opportunità. Il risultato è prevedibile: quando lasci un vuoto narrativo, altri lo riempiono. In Italia lo hanno riempito populisti di varie sfumature e pacifisti ideologici, con narrazioni spesso false ma tremendamente efficaci. Perché erano le uniche disponibili.

Il silenzio non è neutralità. È resa.

L’occasione che non possiamo sprecare ancora

Proprio adesso, con il non-paper del ministro Crosetto sui conflitti ibridi, si apre un nuovo spazio narrativo, forse il più favorevole degli ultimi trent’anni. E sarebbe un errore storico sprecarlo come abbiamo fatto con le occasioni precedenti. La guerra ibrida dissolve le categorie tradizionali che rendevano il tema della difesa così difficile da comunicare al grande pubblico. Non è più militari contro civili, pace contro guerra, spese militari contro welfare. Quando la minaccia è un attacco cyber agli ospedali, quando il sabotaggio colpisce le reti elettriche delle città, quando la disinformazione sistematica destabilizza le elezioni democratiche, allora proteggere significa proteggere tutti. Non più “loro” che spendono soldi per le armi, ma un “noi” collettivo esposto a minacce che non hanno più niente di astratto o lontano.

Questo è il cambio di frame che l’Italia non ha ancora fatto. Non più “armi contro ospedali” ma “proteggere gli ospedali richiede capacità di difesa cyber”. Non più “spese militari contro welfare” ma “il welfare funziona solo se le infrastrutture critiche sono al sicuro”. Non è retorica ma la descrizione accurata di uno scenario che l’Ucraina ha reso visibile a chiunque volesse guardare.

Un cambio di frame di questa portata non lo possono fare le aziende. Non è il loro ruolo, non è la loro legittimità e sarebbe sbagliato aspettarselo. Può farlo solo lo Stato. Con continuità, con risorse dedicate, con una strategia comunicativa che esista ancora domani mattina e non solo il giorno della conferenza stampa.

Tre cose concrete

Cosa servirebbe, dunque? Non un piano strategico da cento pagine. Tre cose concrete, che altri paesi fanno già da anni.

La prima è la trasparenza sistematica sui dati d’impatto: occupazione, distribuzione territoriale, ricadute sulla ricerca, formazione delle competenze avanzate. Non comunicati stampa episodici ma dati pubblici, aggiornati, accessibili a tutti. In Francia è prassi ordinaria del Ministère des Armées. In Italia è ancora un’eccezione che dipende dalla buona volontà dei singoli.

La seconda è una comunicazione istituzionale strutturata e continua. Non l’audizione parlamentare tecnica che non guarda nessuno, non il comunicato che finisce negli archivi digitali. Una presenza costante nei luoghi dove si formano le opinioni. Oggi quei luoghi sono i podcast, i canali digitali, i format che parlano alle nuove generazioni. Quelle stesse generazioni che dopo l’Ucraina hanno sviluppato una consapevolezza pragmatica sulla sicurezza che nessuna istituzione italiana sta ancora intercettando.

La terza, e più difficile: la volontà politica di sostenere quella narrazione nel tempo, indipendentemente da chi governa. La grandeur francese non cambia con le elezioni. La nostra assenza narrativa, purtroppo, è rimasta costante attraverso tutti i governi che ho servito e osservato. È un problema culturale prima ancora che politico e i problemi culturali si risolvono solo con scelte deliberate e continuative, non con le buone intenzioni di turno.
Tra dieci anni la domanda non sarà quanto abbiamo investito in difesa. Sarà se eravamo ancora capaci di spiegare ai cittadini perché lo avevamo fatto. E quella capacità non si improvvisa all’ultimo momento: si costruisce adesso, o non si costruisce più.

Siamo pronti a farlo? O aspettiamo, ancora una volta, che siano altri a raccontare la storia al posto nostro?

 

Tajani e Crosetto ridisegnano la mappa delle missioni italiane

9 June 2026 at 14:26

Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iraq e alla Somalia. Sono queste le direttrici principali della relazione con cui Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno illustrato alle Commissioni Esteri e Difesa la partecipazione italiana alle missioni internazionali. Il quadro tracciato dal governo tiene insieme guerra, sicurezza dei contingenti, rotte strategiche e stabilizzazione di aree considerate decisive per gli interessi italiani.

La delibera prevede circa 7.500 militari impegnati, con un contingente massimo che può arrivare a 12mila unità, 37 assetti navali e 147 aerei. Lo stanziamento indicato è di circa 1,38 miliardi di euro, con una riduzione prossima al 6 per cento rispetto all’anno precedente. Dentro questi numeri si muove una linea politica che punta a confermare la presenza italiana nei principali teatri di crisi.

Ucraina, sostegno a Kyiv e rischio nucleare

Sull’Ucraina, Crosetto ha descritto una guerra ancora bloccata in una “sostanziale situazione di stallo”. La frase più forte riguarda il rischio nucleare. Per il ministro della Difesa, “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato ai libri di storia”. Una soluzione soltanto militare, ha aggiunto, “appare difficilmente perseguibile sul lungo termine”.

Tajani ha confermato il sostegno italiano a Kyiv, anche attraverso nuovi fondi per infrastrutture energetiche e sminamento. Ha però riconosciuto che un accordo con Mosca resta “lontanissimo”. La posizione del governo resta quindi costruita su due piani, aiutare l’Ucraina a difendersi e mantenere aperta la prospettiva di un negoziato, con un ruolo europeo nel passaggio finale.

Libano e Unifil, la sicurezza dei militari italiani

Nel Libano meridionale, la priorità indicata da Tajani è la sicurezza degli oltre mille militari italiani impegnati in Unifil e nella missione bilaterale Mibil. Il ministro ha sintetizzato la posizione con una formula netta, “i caschi blu non si toccano”.

Il mandato di Unifil è destinato a terminare, ma per il governo restano aperte le esigenze di sicurezza lungo la Linea blu e nel Sud del Libano. Per questo Roma ha posto alle Nazioni Unite e in Europa il tema della futura presenza internazionale nell’area. La questione non riguarda solo la continuità della missione, ma la tenuta di un presidio considerato essenziale per evitare un ulteriore deterioramento del fronte libanese.

Medio Oriente, rotte e mandato internazionale

Il Medio Oriente è stato descritto come il quadrante più esposto al rischio di allargamento delle crisi. Tajani ha richiamato gli attacchi iraniani contro Israele, la risposta israeliana e la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el-Mandeb, lo stretto tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove opera la missione europea Aspides a comando italiano.

Il governo lega ogni possibile impegno alla cornice multilaterale. “Non andremo mai a Hormuz da soli”, ha detto Tajani, chiarendo che un’eventuale partecipazione italiana per la libertà di navigazione richiederebbe una bandiera internazionale, europea, dell’Onu o comunque un mandato condiviso. È il limite politico fissato dall’esecutivo per evitare iniziative isolate in uno scenario già fragile.

Iraq e Somalia, le nuove missioni

La delibera apre anche due nuove missioni bilaterali, in Iraq e in Somalia. In Iraq, l’impegno italiano si inserisce nella fase di transizione legata alla conclusione dell’operazione contro il Daesh e punta a sostenere le forze di sicurezza locali.

In Somalia, Crosetto ha spiegato che il rafforzamento risponde a una richiesta del governo somalo per attività di formazione. Il ministro ha definito il Paese un punto fondamentale per i rapporti tra Africa e Asia e per le rotte commerciali del continente africano. La logica è costruire condizioni minime di sicurezza attraverso forze locali più solide. È una missione limitata negli strumenti, ma significativa per la strategia italiana in Africa, dove stabilità, formazione e presenza militare vengono presentate come parti dello stesso disegno.

Difesa aerea, ecco perché la Svizzera guarda al sistema italo-francese Samp/T

9 June 2026 at 14:25

La Svizzera sta valutando l’acquisizione di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio mentre le consegne dei sistemi Patriot ordinati agli Stati Uniti registrano ritardi che potrebbero protrarsi fino al 2032 o oltre. Lo ha dichiarato Markus Mäder, segretario di Stato per la Sicurezza, indicando il sistema franco-italiano Samp/T come la principale opzione europea presa in esame da Berna.

La Svizzera aveva acquistato nel 2022 cinque batterie Patriot nell’ambito del programma Air2030 per un valore di circa 2,3 miliardi di franchi svizzeri. Le consegne erano inizialmente previste tra il 2027 e il 2028, ma il calendario è stato successivamente posticipato di almeno cinque anni.

Secondo Mäder, la priorità della Svizzera è garantire l’interoperabilità con il contesto europeo. “Vogliamo essere interoperabili con il nostro ambiente, e il nostro ambiente è l’Europa”, ha affermato in un’intervista al Financial Times. Pur escludendo l’abbandono del programma Patriot, Mäder ha spiegato che Berna sta valutando soluzioni complementari alla luce dei ritardi accumulati.

Un eventuale ordine del Samp/T rappresenterebbe una novità significativa per la strategia di approvvigionamento svizzera. Il governo ha confermato il mese scorso di aver ricevuto risposte da Francia, Germania, Israele e Corea del Sud nell’ambito della ricerca di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio.

Il Samp/T è il principale sistema europeo della categoria ed è attualmente in fase di evoluzione verso la versione Samp/T NG. Il programma è sviluppato da MBDA insieme ai partner industriali Thales e Leonardo. Le prime consegne della nuova versione a Francia e Italia sono previste entro la fine di quest’anno, mentre la Danimarca è diventata nel 2024 il primo cliente export del sistema, con consegne attese a partire dal 2028.

Pur mantenendo la propria posizione di neutralità e restando al di fuori della Nato e dell’Unione europea, la Svizzera intende rafforzare la cooperazione in materia di difesa con i Paesi vicini. Mäder ha sottolineato che Berna si considera “parte integrante della sicurezza europea”.

Il segretario di Stato ha inoltre ribadito che una maggiore cooperazione con l’Europa non è incompatibile con il mantenimento dei rapporti con Washington. “Vogliamo intensificare la cooperazione con l’Europa, ma allo stesso tempo mantenere quella cooperazione in materia di sicurezza e difesa che funziona bene con gli Stati Uniti”, ha dichiarato. 

Il caccia europeo franco-tedesco non verrà mai prodotto: progetto fallito a causa dello scontro tra Airbus e Dassault

8 June 2026 at 17:41

Il fallimento era stato in qualche modo anticipato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi. Oggi, ad ufficializzarlo ci hanno pensato fonti del governo tedesco: il progetto del caccia europeo costruito in partnership tra Francia e Germania attraverso i loro colossi dell’aviazione Airbus e Dassault è definitivamente fallito. L’aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il “tradimento” fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme). Ed è proprio da Berlino che arriva l’annuncio della fine del progetto: “Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune – spiegano fonti governative tedesche – Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune”.

Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire gradualmente i rispettivi caccia nazionali, oltre a quelli spagnoli, e vantava una tecnologia innovativa definita un ‘sistema di sistemi‘, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da miliardi di euro che doveva entrare in funzione dagli anni Quaranta del 2000 e avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali Paesi dell’Ue, ma che oggi deve essere considerato definitivamente abortito a causa di controversie durate anni su competenze, tecnologie e ripartizione degli appalti. L’unica eredità che questo progetto mai nato potrebbe lasciare è quella di un sistema comune europeo, con la rinuncia allo sviluppo franco-tedesco e la creazione esclusiva di un cloud militare europeo. Le fonti tedesche che hanno dato l’annuncio precisano non a caso che “questo rappresenta in qualche modo il sistema nervoso che mette in rete aerei, droni e altri componenti in un insieme integrato”.

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Scaf, il caccia franco-tedesco non volerà mai. Ora Berlino guarderà al Gcap?

8 June 2026 at 16:49

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.

“Il fallimento del programma Scaf/Fcas dimostra la difficoltà del collaborare con l’industria francese, e più in generale con la Francia, le quali non hanno evidentemente ancora maturato una visione moderna del concetto di collaborazione, inteso come lavorare assieme anziché come partecipazione minoritaria in un programma in tutto e per tutto francese”, ha detto Gregory Alegi, storico e docente presso la Luiss Guido Carli, parlando con Airpress“In questo senso”, prosegue Alegi, “lo scenario del caccia è lo stesso che abbiamo visto nel passato recente con l’idea del carro armato europeo. Riuscire a superare questa mentalità è un elemento fondamentale in una fase storica in cui costruire una difesa europea è una priorità assoluta; anche sotto il profilo industriale, senza il quale non può esserci una vera sovranità”.

Prospettiva condivisa anche da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), il quale riconduce questa decisione anche alla rinnovata postura tedesca sulla difesa. “È evidente che, con la decisione di Berlino di investire massicciamente nel settore della difesa, l’alleanza franco-tedesca, che era basata sulla supremazia francese, non poteva andare avanti”.

E adesso?

La domanda che si pone tutta l’industria della difesa europea è cosa succederà ai due protagonisti di questo naufragio. I percorsi di Parigi e Berlino sembrano ora destinati a divergere nettamente. Per la Francia, la traiettoria più probabile è quella del ritorno a un programma nazionale. Non sarebbe la prima volta, il Rafale (oggi considerato uno dei caccia di quarta generazione più capaci al mondo) nacque proprio quando Parigi decise sfilarsi dal programma Eurofighter con gli altri partner europei e, in generale, la preferenza francese per soluzioni interamente nazionali è ben nota.

Per la Germania, invece, il discorso è più articolato, e potenzialmente più interessante per l’Italia. Già negli scorsi mesi era emerso che il cancelliere Merz aveva sondato la disponibilità dell’Italia ad accogliere Berlino nel programma Gcap (il Global Combat Air Programme, sviluppato con Regno Unito e Giappone) durante il bilaterale Italia-Germania di gennaio. A dicembre 2025, il ministro Guido Crosetto aveva già dichiarato davanti al Parlamento che la Germania avrebbe potuto probabilmente aderire al progetto in futuro, aggiungendo che anche Australia, Arabia Saudita e Canada avevano manifestato interesse. Il programma Gcap sarebbe peraltro strutturalmente compatibile con la scelta tedesca degli F-35, essendo stato pensato anche per Paesi che già utilizzano o utilizzeranno il caccia americano. Un dettaglio non irrilevante per Berlino, che negli ultimi anni ha investito nella flotta Lockheed Martin. I vantaggi non sarebbero solo per la Germania però. Un ingresso di Berlino nel programma porterebbe infatti investimenti pubblici e capacità tecnologico-industriali private che renderebbero il programma ancora più solido.

“Se la Germania si sgancia”, aggiunge Nones, “Berlino torna a essere un attore estremamente importante per le altre possibili collaborazioni, perché nemmeno con i suoi massicci investimenti può pensare di fare tutto da sola”. Procedendo in autonomia, la Germania “rischierebbe di ritrovarsi con una frammentazione completa del mercato europeo e questo ripropone la possibilità di cercare nuovi accordi con i tedeschi. Non solo sul Gcap, ma ad esempio anche sul progetto di elicottero anti-carro, settore in cui l’Italia ha il programma più avanzato in ambito europeo”.

Restano però degli ostacoli. Innanzitutto, le prime acquisizioni del Gcap sono previste non prima del 2035 (e forse anche dopo il 2040), il che renderà necessaria una pianificazione di bilancio a lungo termine. I tre Paesi fondatori (Italia, Regno Unito e Giappone) dovranno poi trovare un accordo politico su come e quando aprire il programma ai nuovi partecipanti, proprio onde evitare la ripetizione di dinamiche analoghe a quelle dell’Fcas/Scaf. Ma il naufragio definitivo del caccia franco-tedesco, per quanto telefonato, cambia ora le carte in tavola e, per il Gcap (ormai unico programma di sesta generazione in Europa) potrebbe essere la migliore notizia degli ultimi anni.

Al Forum Machiavelli prende forma la nuova equazione della difesa

8 June 2026 at 16:33

La quinta edizione del Forum Machiavelli Difesa, a Roma, ha restituito il quadro di una difesa chiamata a cambiare tempi, strumenti e linguaggio. Il tema scelto per il 2026, “Qualità e quantità: affrontare e vincere le sfide di massa e innovazione”, ha attraversato il confronto tra governo, Forze armate e industria, sullo sfondo di conflitti ibridi, droni, aerospazio, cybersicurezza e nuove forme di pressione sotto soglia.

Sicurezza e sistema Paese

Il punto di partenza è la natura delle minacce. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le ha descritte come “sempre più pervasive, sempre più difficili da individuare, sempre più capaci di produrre effetti concreti sulla sicurezza dei cittadini e sulla tenuta delle nostre democrazie”. Da qui discende una trasformazione della Difesa che non può limitarsi all’acquisto di nuove tecnologie. La digitalizzazione, ha avvertito il ministro, “deve tradursi in un cambiamento reale, non solo tecnologico, ma soprattutto mentale”.

Il passaggio riguarda lo strumento militare, ma anche ciò che gli sta intorno: industria, università, centri di ricerca, imprese. Isabella Rauti ha ricondotto il tema alla capacità del sistema Paese di sostenere nel tempo lo sforzo richiesto dai nuovi scenari. “La tecnologia è una condizione necessaria, ma non sufficiente”, ha spiegato la sottosegretaria alla Difesa. La qualità serve a garantire vantaggio operativo e superiorità informativa, ma “è la quantità che garantisce durata, resilienza, rigenerazione delle forze e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo”.

In questa cornice, gli investimenti diventano anche una questione politica. Il presidente della commissione Difesa del Senato, Maurizio Gasparri, ha ricordato che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e industriali, ma soprattutto si lega alla sicurezza collettiva: “Senza investimenti nella difesa non c’è libertà, non c’è vita e non c’è futuro”.

Dati, spazio e droni

La trasformazione passa poi dalla capacità di vedere, decidere e reagire più rapidamente. Per il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Antonio Conserva, dati, spazio e resilienza cyber sono ormai la base della difesa futura. I sistemi di comando e controllo dovranno raccogliere ed elaborare informazioni da sensori, velivoli, droni e assetti spaziali. “Senza questa infrastruttura, basata su dati certi e digitali prontamente disponibili al decisore, non si va da nessuna parte”, ha osservato il generale.

I conflitti in corso mostrano anche come mezzi a basso costo possano modificare in profondità il campo di battaglia. In Ucraina, ha ricordato Conserva, i droni con visuale in prima persona stanno creando una “kill zone” che rende “quasi impossibile la manovra terrestre per come l’abbiamo intesa fino ad oggi”. La loro diffusione, anche presso attori non statuali, segnala una “democratizzazione dell’uso delle tecnologie” che obbliga a ripensare difesa e deterrenza.

Lo stesso tema si riflette nel dominio marittimo. Giuseppe Berutti Bergotto ha indicato nei mezzi senza pilota una direttrice inevitabile di sviluppo. Le crisi attuali dimostrano che “servono dei mezzi nuovi”, ma la questione non è sostituire le piattaforme tradizionali. Per il capo di Stato maggiore della Marina, la priorità è farle dialogare con i sistemi unmanned: “È la connessione, quello che nel futuro farà la differenza”.

Industria e produzione

La capacità militare dipende infine dalla velocità con cui industria e istituzioni riescono a programmare, produrre e rigenerare scorte. Nel ragionamento di Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, la risposta passa da una cooperazione europea più concreta, da procedure di acquisto meno rigide e da una maggiore continuità nei programmi comuni. Occorre, ha spiegato, “mettere a fattor comune anche attività di procurement in Europa”, mentre l’aumento progressivo dei finanziamenti resta “mandatorio”.

Ancora più netto il richiamo di Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, alla capacità di adattamento del sistema produttivo. Italia ed Europa, ha osservato, non sono pronte “alla guerra che vediamo combattere oggi” e, allo stesso tempo, “non saremo pronti neanche alla prossima”. Il punto critico resta la lentezza con cui il sistema riesce a reagire: “Siamo diventati lenti nell’aumentare la produzione e lenti nel concepire e fare conto delle nostre idee”.

Dal Forum resta l’immagine di una difesa chiamata a muoversi su più piani nello stesso tempo. Non basta inseguire l’innovazione, se mancano capacità produttiva, continuità negli investimenti e riserve sufficienti a sostenere crisi prolungate. È su questo equilibrio, tra tecnologia, industria e massa, che si misura oggi la credibilità dello strumento militare.

La maxi commessa rumena spinge Rheinmetall e valorizza anche l’Italia

8 June 2026 at 15:09

Rheinmetall consolida la propria posizione nella difesa europea con una commessa da 5,7 miliardi di euro firmata con l’esercito rumeno. Il contratto copre mezzi terrestri, difesa aerea, munizioni e unità navali, confermando la capacità del gruppo tedesco di proporsi come fornitore integrato su più segmenti operativi. L’operazione rafforza il ruolo di Rheinmetall in un mercato della difesa sempre più orientato a programmi ampi, nei quali piattaforme, sistemi di protezione e produzione industriale avanzano insieme.

L’accordo rientra nel programma Safe, lo strumento pensato per sostenere il rafforzamento delle capacità di difesa attraverso investimenti comuni e maggiore cooperazione industriale. Per Rheinmetall, questo passaggio aggiunge rilievo alla commessa, perché lega la crescita del gruppo alla trasformazione della domanda europea di sicurezza. La fornitura risponde alla necessità di rafforzare capacità considerate decisive, in particolare la protezione da minacce aeree ravvicinate, droni, razzi, artiglieria e mortai, e inserisce l’azienda in un percorso di modernizzazione che combina esigenze operative, investimenti locali e costruzione di filiere produttive.

Dai veicoli Lynx alla produzione locale

Il cuore del pacchetto è rappresentato dai veicoli da combattimento Lynx, che saranno forniti in diverse versioni, dai blindati per il trasporto truppe alle configurazioni specialistiche. A questi si affiancano sistemi di difesa aerea, munizioni di medio calibro, componenti per munizioni e unità navali. Le consegne dovrebbero partire nel 2028 e concludersi nel 2030, mentre Rheinmetall continuerà a garantire il mantenimento operativo dei Gepard già in servizio.

La dimensione industriale è parte integrante dell’intesa. Rheinmetall prevede investimenti per diverse centinaia di milioni di euro in Romania, con migliaia di nuovi posti di lavoro e il coinvolgimento di oltre 200 subappaltatori. Più della metà della produzione dovrebbe avvenire nel Paese o insieme ad aziende locali. Questo elemento dà alla commessa un peso ulteriore, perché lega l’acquisizione di capacità militari alla costruzione di competenze produttive e di una filiera più radicata sul territorio.

Il ruolo di Rheinmetall Italia

Nel programma entra anche Rheinmetall Italia, con un contratto da 981,95 milioni di euro per sistemi anti-drone e di difesa aerea a corto raggio. La fornitura comprende Skynex, Skyranger 35 e Millenium, destinati alla protezione di forze, mezzi, navi e infrastrutture. È una componente rilevante della commessa sia per il valore economico sia per il profilo produttivo, perché assegna alla controllata italiana un ruolo diretto in un segmento oggi centrale della difesa europea.

I tre sistemi coprono funzioni complementari nella difesa aerea ravvicinata e nella protezione anti-drone. Skynex è pensato per l’impiego terrestre contro razzi, artiglieria, mortai e sistemi aerei senza pilota. Skyranger 35 porta la stessa logica su una piattaforma mobile a corto raggio, mentre Millenium estende la protezione ravvicinata al dominio navale. I materiali disponibili indicano valore, quantità e finalità della fornitura, ma non dettagliano configurazioni tecniche e passaggi operativi. Per Rheinmetall Italia, il contratto rappresenta un rafforzamento industriale concreto dentro una commessa europea di grande scala.

IA, semiconduttori, droni e spazio. Cosa racconta il budget Difesa Usa per il 2027

8 June 2026 at 12:27

Droni, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, reattori nucleari mobili e manifattura avanzata. È questa, in estrema sintesi, la direzione indicata dalla House Armed Services Committee (Hasc) del Congresso, che nei giorni scorsi ha approvato la propria versione del National Defense Authorization Act (Ndaa) per l’anno fiscale 2027. Il provvedimento autorizza circa 1.150 miliardi di dollari per la Difesa e rappresenta il primo passaggio di un iter legislativo che dovrà ancora attraversare il voto dell’intera Camera, il confronto con il Senato e la successiva riconciliazione tra i due testi, ma offre già adesso degli spunti interessanti per capire quali saranno le priorità della Difesa a stelle e strisce per il prossimo anno. Vale la pena ricordare che le cifre definitive e la distribuzione finale delle risorse potranno cambiare nei prossimi mesi, tuttavia il messaggio è evidente: l’attenzione si sta spostando sempre più verso quelle tecnologie considerate decisive per un eventuale confronto ad alta intensità con la Cina.

Droni ovunque

Se c’è un tema che trova spazio nell’intero documento è quello dei sistemi senza equipaggio. La commissione chiede di pianificare la creazione di una formazione sperimentale per integrare droni destinati a missioni di intelligence, sorveglianza, ricognizione e attacco di precisione. Parallelamente, il Defense Autonomy Working Group dovrà sviluppare anche una vera e propria dottrina per l’impiego operativo di droni e formazioni autonome. Il Congresso vuole inoltre accelerare l’adozione di droni kamikaze a lungo raggio, ottenere una roadmap per il dispiegamento di unità navali senza equipaggio (Usv) e ricevere aggiornamenti sui programmi dedicati ai grandi droni subacquei. Tra gli emendamenti compare anche una richiesta per valutare sistemi di autopilota basati sull’IA e uno stanziamento aggiuntivo destinato a migliorare l’operatività dei droni nelle condizioni estreme dell’Artico.

L’IA è ormai trasversale

L’intelligenza artificiale compare in numerosi passaggi del testo, ma non tanto sotto forma di grandi programmi dedicati quanto come tecnologia abilitante e trasversale da integrare anche nelle strutture già esistenti. Il Congresso chiede al Pentagono una valutazione sull’utilizzo dei modelli open-weight per applicazioni militari, tema particolarmente sensibile in un momento in cui il dibattito sull’IA si concentra sul rapporto tra modelli proprietari e modelli aperti. Parallelamente, l’intelligenza artificiale sarà impiegata anche per sviluppare programmi per raccogliere dati provenienti dai centri addestrativi e utilizzarli per migliorare le attività addestrative e decisionali. 

Sul fronte industriale, un altro emendamento esplora l’impiego dell’IA nei processi di manifattura avanzata per accelerare la produzione di missili e munizioni, come già si sta vedendo nel caso delle cosiddette dark factory. Particolarmente rilevante è poi la disposizione che attribuisce come principio generale al Dipartimento della Difesa i diritti di utilizzo su software, dati e documentazione tecnica sviluppati nell’ambito dei contratti federali. 

Quantum e spazio 

Se l’IA rappresenta una priorità ormai consolidata, anche le tecnologie quantistiche stanno rapidamente guadagnando spazio nelle discussioni del Congresso. Tra le misure approvate figurano il sostegno alla ricerca sul quantum computing a trappole ioniche dell’Air Force, programmi dedicati alle comunicazioni quantistiche, alle attività di sviluppo delle reti di quantum networking e ai progetti della Space Force focalizzati su sistemi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione basati su tecnologie quantistiche. Alcuni emendamenti chiedono inoltre di valutare l’impiego di radar quantistici e di comprendere quale contributo queste tecnologie possano offrire in ambienti caratterizzati da comunicazioni disturbate o assenti, i cosiddetti scenari Ddil (Denied, disrupted, intermittent and limited). Nel dominio spaziale, il testo autorizza la Missile Defense Agency a sviluppare e dimostrare un intercettore eso-atmosferico (probabilmente in ottica Golden Dome) e sostiene iniziative per accelerare sul fronte delle capacità ipersoniche off the shelf. Tra le misure più futuristiche compare anche la commissione di uno studio sulla propulsione nucleare nello spazio, una tecnologia potenzialmente decisiva per aumentare autonomia, velocità e capacità di manovra dei veicoli spaziali dei Guardiani della Space Force.

Semiconduttori, terre rare e startup

Un’altra, consistente, parte del documento riguarda la base industriale della difesa. Diversi emendamenti intervengono sulle catene di approvvigionamento di semiconduttori e materiali critici, mentre altri promuovono l’utilizzo di magneti permanenti privi di terre rare provenienti dalla Cina e il recupero di antimonio per applicazioni militari. Particolare attenzione viene dedicata anche alla manifattura avanzata. Il Congresso vuole esplorare l’impiego della produzione additiva per missili e munizioni e valutarne l’impatto sulla cantieristica navale. Un altro filone riguarda la cosiddetta “distributed shipbuilding”, ovvero la possibilità di distribuire parte della produzione navale su una rete più ampia di fornitori e siti produttivi. Parallelamente, diverse disposizioni mirano a semplificare l’accesso delle startup e delle aziende non tradizionali ai contratti del Pentagono, ampliando le attività della Defense Innovation Unit e dei programmi OnRamp. Sul piano delle capacità abilitanti, c’è anche la crescente attenzione verso l’energia. La commissione ha chiesto infatti l’avvio di un programma per dispiegare un piccolo reattore nucleare mobile nell’Indo-Pacifico e ha auspicato la conduzione di attività di ricerca sull’idrogeno, sulla fusione e sulle tecnologie ibride elettriche. 

Gli Usa si preparano alla prossima guerra

Benché l’iter di approvazione per il budget del Pentagono nel 2027 sia ancora agli inizi, la direzione che queste previsioni di spesa tracciano è chiara ed evidenzia come anche il Congresso stia registrando il profondo mutamento che sta interessando gli affari militari. Massa, automazione e resilienza industriale, dall’Ucraina all’Iran, stanno emergendo come gli elementi-chiave dei conflitti odierni, a loro volta connessi alle nuove tecnologie come fattori trasversali, da integrare tanto nelle nuove piattaforme quanto nei protocolli operativi già esistenti. Ed è altresì chiaro come questi focus rappresentino una risposta diretta alla modernizzazione militare portata avanti da Pechino, basata su standard analoghi ma, a onor del vero, in corso di implementazione da più tempo. Per una volta, è Washington a inseguire il Dragone.

Gli Usa spostano gli aerei nel cortile cinese: cosa possono fare i C-130

Gli Stati Uniti rafforzano i rapporti con il Vietnam autorizzando un pacchetto da 100 milioni di dollari destinato al supporto logistico e operativo dei velivoli da trasporto C-130 Hercules. Si tratta di una decisione che potrebbe aprire la strada a una delle più importanti forniture militari statunitensi ad Hanoi degli ultimi anni. Ricordiamo che il Vietnam si trova al centro di una regione sempre più contesa, con il Mar Cinese Meridionale che continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione strategica tra Usa e Cina.

La mossa degli Usa

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare estera comprendente servizi di manutenzione, eliche, componenti aeronautici, equipaggiamenti di supporto a terra, materiali di consumo, accessori e programmi di addestramento collegati ai C-130 Hercules.

Il principale contraente sarà RTX Corporation, mentre il velivolo è prodotto da Lockheed Martin. L'autorizzazione arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del deputato statunitense Michael Baumgartner, secondo cui Washington sarebbe prossima a completare la vendita di tre C-130 al Vietnam. Sebbene né gli Stati Uniti né il governo vietnamita abbiano confermato ufficialmente l'accordo sugli aerei, la direzione apparirebbe ormai chiara.

Per Hanoi si tratterebbe di un passaggio significativo nel processo di diversificazione delle proprie forniture militari. Per decenni le forze armate vietnamite hanno fatto affidamento quasi esclusivamente su equipaggiamenti sovietici e russi, ma le difficoltà di approvvigionamento legate alle sanzioni contro Mosca e il deterioramento del contesto geopolitico hanno spinto il Paese a guardare verso nuovi partner. Oltre agli Stati Uniti, il Vietnam ha intensificato i rapporti con India, Corea del Sud e diversi produttori europei. A proposito di India, nelle scorse settimane Nuova Delhi ha confermato la finalizzazione di un accordo per la fornitura dei missili supersonici BrahMos, un altro tassello del programma di modernizzazione militare vietnamita.

Le caratteristiche dei C-130 Hercules

Cosa possono fare concretamente i C-130 Hercules? Entrato in servizio negli anni Cinquanta e continuamente aggiornato, questo velivolo è considerato uno dei più versatili aerei da trasporto militare mai costruiti. Utilizzato da oltre 70 Paesi, può trasportare truppe, veicoli, rifornimenti e materiali pesanti anche su piste corte o semipreparate, una caratteristica particolarmente utile in un'area composta da arcipelaghi, basi avanzate e infrastrutture limitate.

Il C-130 è impiegato anche per missioni umanitarie, evacuazioni mediche, operazioni di soccorso in caso di calamità naturali e trasporto strategico a medio raggio. Secondo l'aeronautica statunitense, la piattaforma può essere riconfigurata rapidamente in funzione delle esigenze operative, passando dal trasporto di personale a quello di merci o attrezzature specialistiche.

Per il Vietnam, disporre di questi velivoli significherebbe aumentare la capacità di proiezione logistica verso le richiamate aree contese del Mar Cinese Meridionale, oltre che garantire collegamenti più efficienti tra le diverse installazioni militari e migliorare la risposta a emergenze civili e disastri naturali.

"I missili Usa possono colpirci": perché i Typhon spaventano la Cina

La decisione degli Stati Uniti di schierare il sistema missilistico Typhon nel sud del Giappone sta provocando una dura reazione da parte della Cina. A preoccupare Pechino troviamo sia la presenza di nuove capacità militari americane nell'area dell'Indo-Pacifico, sia (forse soprattutto) la posizione scelta per il dispiegamento. Secondo le autorità cinesi, infatti, il sistema potrebbe essere utilizzato per colpire obiettivi sul loro territorio, ma anche per ostacolare i movimenti della propria Marina verso l'oceano Pacifico. Ecco che cosa sta succedendo.

I missili della discordia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i lanciatori Typhon dovrebbero essere schierati il prossimo mese presso la base aerea di Kanoya, nella prefettura giapponese di Kagoshima, nell'ambito di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone.

La posizione è considerata particolarmente sensibile perché si affaccia sul Mar Cinese Orientale e si trova relativamente vicina alla costa cinese. L'analista militare Fu Qianshao, intervistato dal quotidiano di Hong Kong, ha spiegato che i missili da crociera Tomahawk impiegabili dal sistema Typhon hanno una gittata stimata di circa 1.600 chilometri, sufficiente a raggiungere importanti aree urbane e infrastrutturali della Cina orientale, comprese zone vicine a Shanghai e alle province di Fujian e Zhejiang.

Per l'esperto, il rischio non riguarda soltanto eventuali attacchi contro obiettivi terrestri. Il sistema potrebbe infatti essere utilizzato anche contro unità navali, contribuendo a limitare la libertà di movimento della marina cinese in uno dei quadranti strategicamente più importanti della regione.

Le preoccupazioni della Cina

L'altro elemento che alimenta le preoccupazioni di Pechino riguarda lo Stretto di Miyako, il passaggio marittimo tra Okinawa e l'isola di Miyako utilizzato regolarmente dalle navi cinesi per raggiungere il Pacifico occidentale.

Ebbene, secondo Fu, il posizionamento dei Typhon a Kagoshima consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di rafforzare un eventuale blocco di questa rotta cruciale in caso di crisi o conflitto. "Potrebbero usare questo approccio per colpire i nostri obiettivi terrestri da una parte e bloccare i passaggi marittimi vitali dall'altra", ha affermato l'analista.

Non a caso il ministero degli Esteri cinese ha accusato Washington di minacciare la sicurezza strategica regionale, invitando Stati Uniti e Giappone a correggere quella che considera una scelta destabilizzante.

Ricordiamo che il Typhon era già stato dispiegato nelle Filippine nel 2024, suscitando proteste analoghe da parte della Cina. Washington, dal canto suo, continua a rafforzare la propria presenza lungo la cosiddetta "prima catena di isole", l'arco strategico che collega Giappone, Taiwan e Filippine, e che rappresenta uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra le due superpotenze.

L'Alleanza schiera nuove truppe nell’Artico: così cambia il fronte contro la Russia

La NATO amplia la propria presenza militare nell’Europa settentrionale con l’attivazione delle Forward Land Forces Finland (FLF Finland), la nuova forza multinazionale creata per rafforzare la sicurezza del fianco nord-orientale dell’Alleanza. Il progetto, approvato dai capi di Stato e di governo durante il vertice di Washington del 2024, entra ora nella fase operativa e segna un ulteriore sviluppo della strategia di deterrenza adottata dopo l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO.

Le FLF Finland diventano il nono gruppo multinazionale schierato sul fronte orientale dell’Alleanza e assumono un ruolo particolarmente importante in un’area che negli ultimi anni ha acquisito un peso strategico sempre maggiore a causa della competizione tra le grandi potenze e dell’intensificazione delle attività militari nell’Artico.

Cosa sappiamo

A guidare la nuova formazione sarà la Svezia, che assume il ruolo di nazione quadro e fornisce il principale contributo operativo. Il nucleo della forza sarà costituito da un battlegroup a livello battaglione basato a Boden, nel nord del Paese, con capacità di intervento in tutta la regione della Calotta Artica.

L’avvio ufficiale del dispositivo è stato accompagnato da una cerimonia presso il Reggimento Norrbotten di Boden, durante la quale le unità svedesi sono passate formalmente sotto il comando della NATO. Accanto al contingente operativo è stato creato anche un elemento multinazionale di comando a Rovaniemi, nella Finlandia settentrionale, incaricato della pianificazione e del coordinamento delle attività sul terreno.

Nel corso del 2026 la Svezia metterà a disposizione circa 600 militari, ma il contingente potrà essere portato rapidamente a 1.200 effettivi qualora la situazione lo richiedesse. Le unità saranno addestrate e preparate per operare in ambienti caratterizzati da condizioni climatiche estreme e da elevate difficoltà logistiche.

L’Artico nella nuova geografia della sicurezza euro-atlantic

La costituzione delle FLF Finland conferma l’attenzione che la NATO sta dedicando all’Artico e all’Alto Nord. In questa regione convergono interessi militari, economici ed energetici che stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri geopolitici internazionali. Lo scioglimento progressivo della calotta polare, l’apertura di nuove rotte marittime e la competizione per l’accesso alle risorse naturali hanno accresciuto l’interesse delle principali potenze verso quest’area.

Per l’Alleanza Atlantica, il Grande Nord rappresenta un settore di primaria importanza anche sotto il profilo militare. Le forze schierate in Finlandia avranno il compito di garantire una presenza credibile in un ambiente operativo particolarmente complesso e di assicurare una rapida capacità di risposta in caso di crisi.

La decisione di rafforzare la presenza militare nella regione è legata soprattutto alle attività delle forze armate russe nell’Artico, ma tiene conto anche dell’attenzione sempre maggiore che la Cina sta riservando a quest’area, considerata strategica per le future rotte commerciali e per l’accesso alle materie prime.

La NATO amplia la propria presenza nel Nord Europa

Con l’entrata in funzione delle Forward Land Forces Finland, la NATO estende ulteriormente la propria rete di forze avanzate lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Il nuovo dispositivo si affianca ai gruppi multinazionali già presenti in Bulgaria, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Slovacchia.

La struttura opererà sotto la responsabilità del Joint Force Command Norfolk, uno dei principali comandi della NATO, incaricato di coordinare le attività alleate nell’Atlantico settentrionale e nelle aree artiche.

L’attivazione delle FLF Finland è avvenuta in meno di due anni dalla decisione adottata dai leader alleati a Washington, a conferma della priorità attribuita alla sicurezza del fronte settentrionale. Per Finlandia e Svezia il progetto rappresenta anche un ulteriore passo nell’integrazione delle rispettive forze armate all’interno delle strutture dell’Alleanza, rafforzando la cooperazione militare tra i due Paesi e consolidando la presenza NATO nel Grande Nord.

Per tornare a contare l’Europa deve costruire nuovi strumenti comuni. L’analisi di Preziosa e Velo

7 June 2026 at 15:12

La politica internazionale è spesso governata da un paradosso. Gli eventi che sembrano dominare il dibattito pubblico finiscono per essere meno importanti delle trasformazioni profonde che essi contribuiscono a rivelare. Negli ultimi anni l’attenzione europea si è concentrata sui nomi dei protagonisti: Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Ursula von der Leyen, Benjamin Netanyahu. Eppure, al di là delle vicende dei singoli leader, sta emergendo una questione più strutturale: il modello di sicurezza, prosperità e integrazione sul quale l’Europa ha costruito il proprio sviluppo negli ultimi trent’anni mostra segni crescenti di insufficienza. L’ombrello strategico americano non può più essere considerato una costante immutabile. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto convenzionale nel continente europeo. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta ridefinendo catene del valore, investimenti e dipendenze strategiche. Le tensioni commerciali e finanziarie mettono in discussione alcuni presupposti della globalizzazione. La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando le basi stesse della competitività economica e della sicurezza nazionale. In questo contesto, potrebbe apparire sorprendente che tornino attuali figure come Jean Monnet, Robert Triffin, Carlo Azeglio Ciampi o Jacques Delors. Eppure, è proprio così.

Non perché le loro soluzioni possano essere replicate meccanicamente nel tempo, ma perché essi appartenevano a una generazione che aveva compreso un principio fondamentale: l’Europa avanza quando riesce a trasformare problemi comuni in istituzioni comuni. È una lezione che merita di essere riscoperta. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non nacque come un esercizio teorico di federalismo. Nacque per risolvere un problema concreto. Dopo due guerre mondiali combattute nel cuore del continente, occorreva rendere impossibile un nuovo conflitto tra Francia e Germania. Monnet comprese che la pace non poteva essere garantita soltanto da trattati o dichiarazioni politiche. Doveva essere costruita attraverso interessi economici condivisi e istituzioni comuni. Lo stesso metodo caratterizzò le tappe successive dell’integrazione europea. L’Euratom cercò di affrontare il tema dell’energia. La Comunità Economica Europea estese la cooperazione a tutti i principali settori economici. La Banca Europea degli Investimenti divenne uno strumento essenziale per orientare risorse verso lo sviluppo. L’Unione monetaria e la nascita dell’euro furono la risposta europea alla crisi del sistema monetario internazionale dopo la fine degli accordi di Bretton Woods. In tutti questi casi l’Europa non procedette attraverso grandi dichiarazioni costituzionali. Procedette affrontando problemi reali. È probabilmente qui che si trova la differenza rispetto ad alcune delle discussioni contemporanee. Oggi il dibattito europeo appare spesso dominato da formule politiche suggestive ma prive di una concreta architettura istituzionale. Si parla di autonomia strategica, sovranità europea, difesa comune, politica industriale comune. Tutti obiettivi condivisibili. Tuttavia, troppo spesso manca la domanda fondamentale: quale problema concreto stiamo cercando di risolvere e attraverso quali strumenti? La questione della difesa europea rappresenta forse l’esempio più evidente. La guerra in Ucraina ha accelerato le richieste di una maggiore integrazione militare europea. Al tempo stesso, la possibilità di un ridimensionamento dell’impegno americano nel continente alimenta la convinzione che l’Europa debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Si tratta di una riflessione necessaria. Ma sarebbe un errore ridurre il problema europeo alla sola dimensione militare.

L’Europa non si trova soltanto di fronte a una sfida di sicurezza ma a una sfida di potenza.

Oggi la capacità di influenza di una comunità politica non dipende esclusivamente dalle sue forze armate. Dipende dalla capacità di controllare tecnologie critiche, garantire sicurezza energetica, proteggere infrastrutture strategiche, sviluppare capacità industriali avanzate, finanziare innovazione e ricerca, attrarre investimenti e mantenere coesione sociale. In altre parole, la sicurezza e la competitività stanno diventando sempre più inseparabili. La stessa National security strategy britannica pubblicata recentemente riflette questa evoluzione concettuale. La sicurezza non viene più definita esclusivamente come capacità di difendere il territorio nazionale. Viene interpretata come capacità dello Stato e della società di continuare a svolgere le proprie funzioni essenziali anche in presenza di shock esterni. Questa definizione appare particolarmente significativa per l’Europa. Le vulnerabilità europee non riguardano soltanto il piano militare. Riguardano l’energia, le materie prime critiche, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, le reti di comunicazione, i cavi sottomarini, i sistemi finanziari, le catene di approvvigionamento e perfino il dominio cognitivo dell’informazione. Per questo motivo la vera questione europea non è semplicemente quante risorse destinare alla difesa. La vera questione è come costruire una capacità autonoma di investimento strategico. Qui il dibattito sul Mercato europeo dei capitali assume una rilevanza che va ben oltre la tecnica finanziaria. Da anni l’Europa presenta una contraddizione evidente. Il continente dispone di enormi masse di risparmio privato, ma una quota significativa di queste risorse viene investita all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Parallelamente, le imprese europee innovative spesso incontrano difficoltà nell’accedere a capitali adeguati a sostenere crescita e sviluppo. Ne deriva un paradosso. L’Europa finanzia una parte importante dell’innovazione americana mentre fatica a finanziare la propria. La questione non riguarda soltanto l’efficienza dei mercati finanziari. Riguarda la capacità di trasformare il risparmio europeo in capacità tecnologica, industriale e strategica europea. Per questa ragione il dibattito sul completamento dell’Unione dei mercati dei capitali assume una dimensione geopolitica.

Senza una maggiore integrazione finanziaria sarà difficile sostenere investimenti nelle infrastrutture energetiche, nelle tecnologie digitali avanzate, nell’intelligenza artificiale, nelle reti di telecomunicazione, nella sicurezza informatica e nella difesa. Senza una capacità comune di investimento sarà difficile trasformare l’autonomia strategica da slogan politico a realtà operativa.

È in questo senso che l’eredità di Monnet conserva una straordinaria attualità.

Monnet comprese che l’integrazione europea non può essere imposta dall’alto né costruita attraverso dichiarazioni identitarie. Deve essere alimentata da interessi concreti e vantaggi reciproci. La domanda che oggi si pone all’Europa è se esista una nuova “Ceca”, non necessariamente nel settore dell’acciaio o dell’energia atomica. Potrebbe trattarsi dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture digitali, della produzione energetica avanzata, delle tecnologie quantistiche, delle reti di comunicazione sicure, della cybersicurezza o delle capacità industriali necessarie per sostenere la transizione tecnologica. Qualunque sia la risposta, appare sempre più evidente che l’Europa non potrà affrontare le sfide future affidandosi esclusivamente alla regolazione normativa o alla sommatoria delle politiche nazionali. Serviranno sia progetti comuni, sia investimenti comuni, sia soprattutto istituzioni capaci di orientare risorse verso obiettivi strategici condivisi. La storia dell’integrazione europea insegna che i momenti di maggiore avanzamento sono sempre coincisi con la capacità di trasformare una crisi in un’occasione di costruzione istituzionale. La Ceca nacque dalle macerie della guerra e l’euro dalla crisi del sistema monetario internazionale. Oggi l’Europa si trova nuovamente di fronte a una fase di transizione storica. Il progressivo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Indo-Pacifico, la competizione tecnologica globale, la frammentazione delle catene del valore e la crescente instabilità internazionale impongono una riflessione analoga. Non si tratta di scegliere tra atlantismo ed europeismo né di sostituire la Nato. Si tratta di comprendere che una maggiore autonomia europea non sarà il prodotto di dichiarazioni politiche, ma della capacità di costruire strumenti comuni in grado di sostenere sicurezza, innovazione e sviluppo. Forse è proprio questa la lezione più attuale di Jean Monnet. L’Europa non avanza quando discute di sé stessa. Avanza quando trova il coraggio di costruire insieme ciò che nessuno Stato europeo può più realizzare da solo.

Spunta un sottomarino cinese misterioso: cosa sappiamo del nuovo jolly di Xi

La Cina continua a rafforzare la propria flotta subacquea a ritmi serrati. L’ultima novità arriva da Shanghai, dove le immagini satellitari hanno mostrato un sottomarino finora rimasto sconosciuto e caratterizzato da una configurazione particolarmente innovativa e da linee che si discostano nettamente dai modelli tradizionali. L’assenza di comunicazioni ufficiali da parte delle autorità del Dragone ha contribuito ad alimentare il mistero attorno a quello che potrebbe rappresentare un nuovo tassello nella strategia navale del presidente Xi Jinping.

Il nuovo sottomarino cinese

Secondo quanto riportato da Naval News, il nuovo mezzo è stato osservato nei giorni scorsi presso un bacino di allestimento collegato ai cantieri JN di Shanghai. Le immagini mostrano un’unità lunga circa 120 metri e larga tra i 10 e gli 11 metri, dimensioni che la collocano tra i più grandi sottomarini cinesi di nuova generazione.

A colpire gli analisti è soprattutto il design: la prua appare particolarmente affusolata, i timoni di coda adottano una configurazione a X e la tradizionale vela, la struttura che emerge sopra lo scafo, è stata ridotta al minimo. Si tratta di una scelta che potrebbe essere stata adottata per diminuire la resistenza idrodinamica e migliorare le prestazioni in immersione.

Non è la prima volta che la Cina sperimenta soluzioni di questo tipo, ma mai prima d’ora erano state osservate su un’unità di queste dimensioni. Nello stesso periodo, inoltre, un altro sottomarino sarebbe stato varato presso il cantiere di Huludao, sul Mare di Bohai, in una struttura nota per la costruzione di unità a propulsione nucleare. C’è chi non esclude che possa trattarsi della stessa classe di sottomarini, un’eventualità che, se confermata, indicherebbe un programma di sviluppo già in fase avanzata e sostenuto da una capacità industriale notevole.

First look at 120m sailless Submarine, the one at Huludao apparently there is one at Jiangnan also. Should have ~ 9000T submerged displacement

So far China has launched 3 SSN/GN this year incl 1x 09V and three shipyards can now make nuclear subs https://t.co/5xmKvrvitm pic.twitter.com/cvlbH3gl7I

— Hûrin (@Hurin92) June 3, 2026

La mossa del Dragone

Restano ovviamente numerosi interrogativi sulla reale natura del nuovo mezzo. Gli analisti ritengono improbabile che si tratti di un sottomarino lanciamissili balistici, categoria che richiederebbe dimensioni ancora maggiori per ospitare gli ultimi missili strategici cinesi JL-3.

Più plausibile l’ipotesi che sia un sottomarino d’attacco di nuova generazione, forse collegato al programma Type-095, considerato da tempo uno dei progetti più attesi della marina cinese. Anche il sistema di propulsione resta oggetto di discussione. Le dimensioni del battello suggeriscono una propulsione nucleare convenzionale, ma non si esclude completamente l’impiego di soluzioni ibride basate sulle quali la Cina starebbe investendo per garantire una maggiore autonomia operativa.

In assenza di annunci ufficiali, la Marina cinese continua a mantenere il massimo riserbo sui propri programmi più avanzati. Una strategia, quella del gigante asiatico, che costringe osservatori e servizi di intelligence a fare affidamento su immagini satellitari e analisi tecniche per decifrare l’evoluzione di una forza subacquea sempre più moderna e temibile. Soprattutto nelle acque dell’Indo-Pacifico.

Faccia a faccia tra navi cinesi e di Taiwan: alta tensione nelle isole contese

Nuovo episodio di tensione nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riferito dalla Guardia Costiera di Taipei, una nave della Guardia Costiera cinese è entrata nelle acque che Taipei considera soggette alla propria giurisdizione attorno alle isole Pratas, conosciute anche come Dongsha. L’incidente si è verificato nelle prime ore della mattina del 5 giugno e ha dato origine a un confronto ravvicinato tra le unità navali delle due parti.

Il faccia a faccia navale tra Pechino e Taipei

Che cosa è successo? Le autorità taiwanesi hanno dichiarato di aver individuato l’imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. Una motovedetta di Taipei è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Guardia Costiera di Taiwan e riportata da Newsweek, la nave cinese avrebbe ignorato gli avvertimenti ricevuti e aumentato la velocità, passando da cinque a nove nodi prima di effettuare una brusca virata verso l’interno delle acque rivendicate da Taipei. A quel punto si è sviluppato un vero e proprio stallo tra le due unità, con entrambe le parti impegnate a mantenere la propria posizione.

In una nota ufficiale, l’amministrazione taiwanese ha ribadito che soltanto le sue autorità hanno il diritto di far rispettare la legge nelle acque attorno alle Dongsha, sottolineando che la Repubblica di Cina (Taiwan ndr) e la Repubblica Popolare Cinese “non sono subordinate l’una all’altra”.

Scintille nelle isole contese

Le isole Pratas si trovano circa 400 chilometri a sud-ovest di Taiwan e a poco più di 300 chilometri da Hong Kong. Sebbene siano amministrate da Taipei, vengono rivendicate anche da Pechino e rappresentano uno dei punti più delicati della competizione strategica tra le due sponde dello Stretto. Taiwan mantiene sull’arcipelago una piccola guarnigione di marines, mentre la Cina considera l’isola principale parte integrante del proprio territorio nazionale.

Nelle ultime settimane, tra l’altro, navi da ricerca e pescherecci cinesi sono stati più volte segnalati in prossimità delle coste taiwanesi, costringendo la Guardia Costiera locale a operazioni di monitoraggio e allontanamento.

Per il Taipei Times, gli incidenti registrati attorno alle Dongsha sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, passando da episodi sporadici a oltre trenta casi annuali. Parallelamente, anche le incursioni aeree e navali cinesi nelle zone limitrofe allo Stretto di Taiwan sono diventate quasi quotidiane. Di fronte a questa crescente pressione, il governo taiwanese sta investendo nel rafforzamento delle proprie capacità di sorveglianza marittima.

Non è un caso che il Consiglio per gli Affari Oceanici di Taiwan abbia ottenuto finanziamenti straordinari superiori a 935 milioni di dollari per l’acquisto di quaranta nuove unità della Guardia Costiera e per l’ammodernamento dei sistemi di monitoraggio.

Aerei, navi e blitz elettronico: la Cina sfida la fregata europea nello Stretto di Taiwan

Altissima tensione nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto sapere di aver dispiegato unità navali e aeree per seguire e monitorare il transito della fregata olandese De Ruyter, impegnata nel passaggio attraverso il braccio di mare che separa Taiwan dalla Cina continentale. Le autorità del Dragone hanno ribadito la volontà di difendere la propria sovranità e di mantenere alta l’attenzione su ogni attività militare straniera nelle aree che ritengono di interesse nazionale.

Alta tensione nello Stretto di Taiwan

Il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese ha scritto sui social media che, in meno di due settimane, l'elicottero imbarcato sulla fregata olandese De Ruyter aveva "violato illegalmente lo spazio aereo sopra le isole Xisha (nome cinese delle Isole Paracelso) e successivamente la fregata aveva attraversato lo Stretto di Taiwan".

Il colonnello Xu Chenghua, portavoce del comando di teatro operativo, ha dichiarato che le forze armate cinesi "rimarranno in stato di massima allerta in ogni momento per salvaguardare con fermezza la sovranità e la sicurezza della Cina, nonché la pace e la stabilità regionale". Lo stesso Xu ha aggiunto che le forze navali e aeree "hanno gestito la situazione in modo efficace", senza fornire dettagli. Il post includeva due foto della nave da guerra olandese, una delle quali mostrava anche l'elicottero.

Ma che cosa è successo precisamente? Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha usato aerei militari e navi da guerra per tracciare e controllare la nave occidentale durante l’attraversamento dello Stretto di Taiwan. Dal canto suo, il governo dei Paesi Bassi ha spiegato che la De Ruyter stava operando nella regione per ragioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche, sottolineando che la missione si è svolta nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Che cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale

La vicenda, come detto, è arrivata pochi giorni dopo un altro confronto tra la stessa fregata e le forze armate cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva accusato l’unità olandese di essere entrata illegalmente nell’area delle isole Paracelso e di aver fatto decollare un elicottero in uno spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per arrivare a una riunificazione con l’isola. Non solo: le autorità cinesi ritengono che lo stretto abbia natura sostanzialmente interna o comunque soggetta alla propria giurisdizione, una posizione contestata da Stati Uniti, Paesi europei e numerosi altri governi, che invece lo considerano una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione.

Lo scorso aprile, il ministero della Difesa olandese aveva annunciato che la De Ruyter, una fregata di comando e difesa aerea, avrebbe trascorso cinque mesi nell'Indo-Pacifico per partecipare a operazioni ed esercitazioni internazionali con gli alleati. L'imbarcazione ha un equipaggio di circa 200 persone ed è equipaggiata con un elicottero navale avanzato NH90. Il mese scorso, la nave in questione ha fatto scalo a Manila, dove ha partecipato ad esercitazioni congiunte con la Marina filippina.

A fine maggio, durante il transito nello Stretto di Taiwan dell’imbarcazione olandese, sono scoppiate le tensioni. Secondo quanto riferito dai media cinesi, le forze aeree e navali del Dragone avevano emesso avvertimenti verbali e utilizzato contromisure elettroniche non specificate per allontanare il velivolo alzatosi in volo dalla De Ruyter. È stata la prima volta che l'esercito cinese ha affermato di aver utilizzato questi strumenti contro navi o aerei da guerra stranieri in acque contese.

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