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Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

9 June 2026 at 15:09

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

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Trump prevê acordo entre Irã e Israel em poucos dias e fala em reabertura de Ormuz

Donald Trump declarou nesta terça-feira (9) que as negociações para encerrar o conflito entre Irã e Israel estão próximas de um desfecho. Segundo o presidente dos Estados Unidos, um entendimento entre as partes poderá ser concluído em até três dias, abrindo caminho para a retomada da circulação no Estreito de Ormuz e para novas garantias relacionadas ao programa nuclear iraniano.

Ao conversar com jornalistas após acompanhar as finais da NBA, Trump afirmou que as duas nações aceitaram interromper os ataques recentes após uma nova rodada de confrontos registrada nos últimos dias. De acordo com ele, os avanços ocorreram com participação direta da diplomacia americana.

Presidente dos EUA diz que acordo prevê reabertura do Estreito de Ormuz | Foto: Tom Williams/Getty Images

O republicano também declarou estar confiante de que as negociações caminham para um resultado positivo e disse não enxergar obstáculos significativos para a assinatura do acordo. Mesmo com o otimismo, destacou que as restrições impostas pelos Estados Unidos aos portos iranianos permanecem em vigor.

Um dos pontos centrais das conversas, segundo Trump, é impedir que o Irã desenvolva armamento nuclear. Ele afirmou que o eventual acordo incluirá mecanismos para evitar esse cenário e contribuirá para reduzir a instabilidade na região.

Apesar das declarações, o momento segue delicado. Irã e Israel suspenderam temporariamente as ofensivas mútuas após uma escalada recente de violência, mas autoridades iranianas já sinalizaram que novos ataques poderão ocorrer caso operações militares israelenses continuem no sul do Líbano.

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L'ultima scommessa degli ayatollah: i raid per spaccare l'asse Donald-Bibi

Lo scambio, nelle ultime 24 ore, di raid missilistici e incursioni aeree tra Iran e Israele ci regala tre verità. Assai amare. La prima è che gli Stati Uniti nonostante la pretesa di Donald Trump di «dettare legge» a Israele e al resto mondo non esercitano più il ruolo di potenza globale. La seconda è che il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua ad usare la guerra come strumento di propaganda elettorale. Il terzo è che all'Iran è ormai concesso di utilizzare la leva del Libano per influenzare un eventuale accordo con gli Usa sul nucleare e su Hormuz. Ma non solo. All'Iran viene permesso anche l'uso dei missili per minare, per la prima volta in 78 anni, l'alleanza israeliano americana.

Ma partiamo da Israele. A una settimana dalla furibonda telefonata in cui Donald Trump definiva Netanyahu un «fottuto pazzo» la Casa Bianca non sembra capace di controllare le mosse dell'alleato con cui ha dichiarato guerra all'Iran. Secondo fonti statunitensi e israeliane citate dall'informatissima agenzia Axios domenica sera il presidente Usa avrebbe chiesto al premier israeliano di non reagire agli attacchi missilistici iraniani e di concedere più tempo alla diplomazia. Una richiesta ignorata da un premier israeliano andato avanti per la propria strada senza nemmeno avvertire la Washington. Del resto nelle ore precedenti Netanyahu aveva autorizzato alcuni raid aerei sui sobborghi meridionali di Beirut violando così il monito americano scaturito durante la cosiddetta «telefonata maledetta». Raid utilizzati dalla Repubblica Islamica per giustificare, come promesso in precedenza, la rappresaglia missilistica contro lo Stato Ebraico. Ma l'ormai ingestibile alleato israeliano non sembra destinato a tornare sotto controllo. Non almeno fino alle elezioni del prossimo autunno quando le mosse di Netanyahu sul fronte libanese ed iraniano ne determineranno la sopravvivenza politica.

In questo scenario il ritorno a casa degli israeliani fuggiti dalle regioni del nord bersagliate dai missili di Hezbollah è al primo punto del programma di Netanyahu. Mentre al secondo c'è l'impegno a continuare a colpire l'Iran, considerato dalla maggioranza degli israeliani il «padrino» del Partito di Dio e il «nemico esistenziale» dello Stato ebraico. In questa logica diventa, però, irrinunciabile impedire a Trump di chiudere un accordo con Teheran in cui il cessate il fuoco sul fronte libanese rappresenti la condizione per la riapertura di Hormuz. Anche perchè questo, oltre a garantire la sopravvivenza di Hezbollah, finirebbe con il trasformarlo in vero attore del negoziato. Ovviamente i primi a intuire la devastante portata delle crepe apertasi nel rapporto israeliano americano sono gli iraniani. E in primo luogo quei «pasdaran» trasformati dalla guerra negli indiscussi demiurghi delle scelte politiche e militari del paese. Consapevoli che un Israele privo del supporto americano non avrebbe mai la capacità di abbatterli non esitano - come avvenuto domenica sera - a rischiare un diluvio di bombe pur di trasformare Netanyahu e Trump in avversari.

Un risultato quasi raggiunto visto l'acrimonia con cui Trump spiega al Financial Times che Netanyahu «non avrà altra scelta se non accettare un accordo con l'Iran perché sono io a dettare legge su tutto. Netanyahu non detta legge». Affermazioni poco in sintonia con l'immagine di un'America e di un Presidente che - nonostante l'indiscussa potenza militare ed economica non riescono ad imporre la propria volontà né ad amici, né a nemici. Una nazione e un presidente costretti obtorto collo ad anteporre le ragioni di politica ed economia interna - in questo caso il prezzo della benzina, l'inflazione, le elezioni di Midterm e, non ultimi, i mondiali di calcio al via giovedì - alla gestione di quell'ordine globale vero simbolo, un tempo, della potenza americana.

Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)

Donald Trump fatica a tenere a freno Benjamin Netanyahu, la cui campagna militare contro Hezbollah in Libano rischia ogni giorno di far deragliare il fragile negoziato con l'Iran, al pari di quanto fatichi a controllare la crescente pattuglia di Repubblicani dissidenti del Congresso, sempre più insofferenti con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm. I due fronti sembrano alimentarsi a vicenda. Israele sembra volere accelerare il passo, temendo forse un compromesso al ribasso con Teheran per i propri obiettivi di sicurezza e, possibilmente, anche un indebolimento politico interno del tycoon. I pasdaran sembrano invece, con le loro estemporanee sortite militari, voler testare la volontà di reazione americana.

A Capitol Hill, i "ribelli" del Gop - quei deputati e senatori vittime degli endorsement ostili di Trump durante le primarie e/o in lotta per la propria sopravvivenza politica in collegi a rischio - hanno ormai da settimane "varcato il Rubicone", unendo le proprie forze a quelle dei Democratici. La cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore ci restituisce l'immagine di un presidente che mostra crescenti segnali di nervosismo. Il modo in cui si è strappato il microfono di dosso, interrompendo bruscamente un'intervista con Nbc News, dopo che la giornalista Kristen Welker gli aveva contestato le sue accuse (senza prove) di "elezioni truccate" in California, viene letto da molti osservatori come un sintomo di questo stato d'animo.

L'insistenza con cui il tycoon, negli scambi di battute con i giornalisti e perfino negli incontri elettorali preferisce soffermarsi sui progetti di rinnovamento della Casa Bianca in corso e sul nuovo (e contestato) Arco di Trionfo che vuole costruire su una riva del Potomac sono, per molti all'interno del suo stesso partito, un segnale dell'imbarazzo del presidente di fronte alle due grandi crisi del momento: la guerra e l'economia. Le ondate di post su Truth con le quali rassicura il suo popolo Maga e promette un rapido esito del negoziato con Teheran non sembrano più sufficienti a esorcizzare la realtà. Il premier israeliano ha sfidato apertamente gli appelli alla moderazione lanciati domenica da Trump, fermando la rappresaglia per il lancio dei missili iraniani solamente dopo l'ennesima telefonata, avvenuta ieri. I toni sono stati descritti come "educati". Un passo avanti rispetto al "sei pazzo" e "che c... stai facendo" di qualche giorno fa, ma non certo quel "Netanyahu fa quello che dico io" col quale aveva tentato di frenare in precedenza gli strappi dell'alleato. Che sia stato un segnale politico (a Tel Aviv e Teheran) o la conferma della mancanza di scorte adeguate, non è un caso che stavolta gli Usa non abbiano lanciato un solo intercettore per fermare i missili iraniani contro Israele.

Altri imbarazzi per Trump sono giunti sul fronte interno: il voto del Congresso per limitare i suoi poteri di guerra; lo stop al fondo da 1,8 miliardi per risarcire i suoi alleati e sostenitori finiti sotto inchiesta o in carcere durante l'era Biden; la cancellazione del miliardo di dollari chiesto per la nuova Ballroom della Casa Bianca; la bocciatura della nomina dell'inesperto Bill Pulte a direttore dell'Intelligence Nazionale; la possibile bocciatura per la conferma di Todd Blanche (suo ex avvocato personale) a capo del dipartimento della Giustizia. A Trump serve un cambio di passo per tornare a dominare la propria narrazione. L'accordo con Teheran potrebbe risolvere la gran parte dei suoi problemi, anche interni. Ma se è vero, come ha rivelato Axios, che dopo due mesi di discussioni gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si siano incontrati solamente giovedì scorso con i massimi esperti nucleari Usa per discutere dei possibili dettagli tecnici del testo, questo denota quantomeno un ritardo. Agli scienziati messi in campo all'epoca da Barack Obama ci vollero due anni per mettere a punto un trattato.

Il diritto all'autodifesa di Tel Aviv spezza il ricatto di Teheran

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele ce n'è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi di governo e Idf sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all'autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall'astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che viola tutti i cessate il fuoco. Il ricatto consiste in una formula molto semplice inventata dall'Iran: il dialogo con gli Stati Uniti è possibile solo se Israele ignora le aggressioni degli Hezbollah.

Le cose stanno in modo semplice: gli Hezbollah, benché in condizioni non floride ma pur sempre ben armati, nutriti, comandati dall'Iran nonostante i cessate il fuoco di marzo e di aprile, seguitano a attaccare coi missili il Nord di Israele, spopolano le città di confine, colpiscono coi droni l'esercito che si è stanziato nel Sud per cercare di privarli delle armi, dato che nessun altro, ne l'Unifil né il governo di Aoun, che vorrebbe, ci riescono. Domenica una scarica di missili particolarmente aggressiva rischia di colpire una scolaresca in gita. Netanyahu torna allora a Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, base militare e strategica di Hezbollah e bombarda un edificio. La risposta viene allora dall'Iran: c'è un cambio strategico, invece di chiedere copertura ai suoi proxy si lancia alla loro difesa e bombarda Israele largamente. Nelle ultime ore notturne di ieri però ecco una scelta a sua volta strategica. L'Iran, la cui condizione è assai precaria, subisce un attacco israeliano: nonostante la supposta contrarietà di Trump, Netanyahu dà l'ordine e i caccia attaccano alcuni obiettivi. Lanciamissili, tre fabbriche petrolchimiche.

Qui comincia la sfida concettuale. Trump si sa, vuole continuare a trattare con l'Iran, e chiede sia a Israele che a Iran di piantarla. L'Iran accetta, ma con una clausola che lascia il Libano ostaggio nelle sue mani: Israele non deve attaccare gli Hezbollah, chiamati per suo comodo "Libano", altrimenti "si applicheranno misure molto più pesanti di quelle già intraprese". Ovvero, continuerebbe la guerra con Israele. A Trump questo non piace. Ma appena uscita la dichiarazione iraniana, gli Hezbollah, che erano stati ben acquattati per 30 ore durante tutta l'operazione iraniana e non si muovono senza ordini dei loro interlocutori di Teheran, ricominciano a sparare. Il Nord è di nuovo sotto il fuoco terrorista. Israele dunque è in un dilemma mentre Trump guarda. Ma lo è veramente? Il rapporto con gli americani è troppo intimo perché possano immaginare che l'aggressione degli Hezbollah vada impunita. Centcom e le varie strutture di collegamento sono attive a ogni minuto, e non risultano liti né discussioni. Huckabee ha fatto una dichiarazione di appassionata condanna dell'attacco iraniano, mentre nella dichiarazione dell'ambasciatore israeliano negli Usa era evidente, quando ha spiegato al suo inizio l'operazione israeliana in Iran, lo scopo di mantenere alto il rapporto con gli Usa insieme alla libertà di punire sempre e necessariamente chi aggredisce Israele. Con una pinzetta e molta determinazione, la scelta di Israele è l'unica possibile nella giungla in cui è collocata la villa israeliana. Non esiste la possibilità che Netanyahu lasci pavoneggiare l'Iran nelle penne libanesi. Siamo in Medioriente. È anche logico che la reazione decisa di Israele abbia fornito di nuovo ai Paesi del Golfo e al mondo arabo sunnita una buona ragione per riprendere il tema dell'utile alleanza anti iraniana che rifonderebbe il Medioriente. Questo a Trump può piacere.

Vittoria difficile. Donald chiuderà solo negoziando

Il presidente Donald Trump si trova coinvolto in un conflitto per il quale non dispone delle leve politiche e militari necessarie a conseguire una vittoria rapida e decisiva. In questo quadro, una soluzione negoziata è per lui l'opzione migliore, se non l'unica, perché tutte le alternative non sembrano in grado di chiudere in modo per lui accettabile il conflitto. Una via d'uscita che, tuttavia, si scontra con gli interessi opposti degli altri due protagonisti assoluti della crisi: Israele e Iran. Le alternative all'accordo sono infatti quantomeno problematiche. Una campagna finalizzata alla conquista dell'Iran e, in ultima analisi, di Teheran richiederebbe forze terrestri nell'ordine di diversi milioni di uomini tra truppe combattenti, supporto logistico e riserve. Un simile sforzo sarebbe impensabile senza una mobilitazione nazionale sostenuta dal Congresso e, soprattutto, senza un'opinione pubblica disposta ad accettarne costi e sacrifici. Oggi nessuna di queste condizioni appare presente. Nemmeno il dominio marittimo offre uno sbocco convincente. Controllare davvero il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso richiederebbe una simultanea concentrazione di forze navali che la Marina americana non riesce a garantire. Basti ricordare che, per liberare il Kuwait nel 1991, gli Stati Uniti schierarono sei portaerei con i relativi gruppi da battaglia. Oggi incontrano crescenti difficoltà nel mantenere per lunghi periodi al largo dello Stretto di Hormuz anche solo due squadre navali su portaerei. Resta l'opzione aerea. Gli Stati Uniti possono certamente continuare a colpire l'Iran, ma la storia suggerisce prudenza nei confronti dell'idea che una campagna di bombardamenti possa, da sola, imporre rapidamente una resa politica a una grande potenza regionale. L'unico caso in cui la potenza aerea ebbe un ruolo decisivo nella resa di un grande Paese fu quello del Giappone, ma tale risultato fu il prodotto di uno sforzo enorme culminato con l'impiego di due armi atomiche. In ogni caso, un bombardamento orientato alla distruzione sistematica delle capacità iraniane richiederebbe tempi molto lunghi e livelli di produzione bellica e di consenso politico tutt'altro che all'orizzonte. Tutte e due cose che Trump sa di non avere.

Netanyahu avvisa Iran e Hezbollah: "La battaglia va ancora avanti". Il tycoon lo frena: "Resterai da solo"

Iran e Israele hanno interrotto gli attacchi reciproci in seguito all'appello del presidente statunitense Donald Trump a "cessare immediatamente di sparare". L'ultima ondata di bombardamenti ha rappresentato il confronto più diretto tra Teheran e Tel Aviv dal cessate il fuoco di aprile, e l'azione ha minacciato di compromettere gli sforzi di Washington per raggiungere un accordo con la Repubblica islamica e porre fine alla guerra che dura da oltre tre mesi. Benjamin Netanyahu e Trump si sono sentiti telefonicamente ieri, e il presidente Usa avrebbe detto al premier israeliano: "Meglio che tu stia molto attento a quello che fai, perché potresti ritrovarti molto presto da solo contro l'Iran". E Bibi ha convocato l'intero gabinetto di sicurezza alle 21 ora locale. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche da quando sono scoppiati i combattimenti contro l'Iran domenica notte, Netanyahu ha affermato che sospenderà i raid contro Teheran "per ora", pur sottolineando che la lotta contro la Repubblica islamica e Hezbollah "non è finita" e che Israele continuerà a rispondere a qualsiasi attacco sul suo territorio.

"Se il regime terroristico iraniano commetterà l'errore di aggredirci di nuovo, reagiremo con la forza", ha sottolineato. "Oggi, l'Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, e noi siamo più forti che mai. Ma la nostra lotta contro di loro non è ancora finita", ha chiarito il premier. Ha aggiunto che l'esercito continuerà a operare nel sud del Libano per "distruggere tutte le infrastrutture terroristiche di Hezbollah nella zona di sicurezza, comprese le enormi basi sotterranee a Beaufort". "Pensavano di poter lanciare attacchi dal Libano e dall'Iran contro Israele e che noi non avremmo risposto. Questo non è successo e non succederà. Non finché sarò io al comando", ha avvertito Netanyahu. "Israele ha tutto il diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario".

Nonostante i vari annunci, lo Stato ebraico e Hezbollah hanno continuato a scambiarsi colpi nella giornata di ieri, con le sirene d'allarme che risuonavano in diverse comunità del nord di Israele dopo che il gruppo sciita ha preso di mira le truppe di stanza nel sud del Libano. Tel Aviv ha risposto con una serie di attacchi contro obiettivi del Partito di Dio in quella stessa zona. Pure il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito la linea di Israele, ovvero ha affermato che l'esercito continuerà a operare contro Hezbollah in Libano e a colpire Beirut se il gruppo terroristico attaccherà lo Stato ebraico. "Dahyeh a Beirut sarà trattata allo stesso modo delle comunità del nord", ha tuonato Katz, riferendosi alla roccaforte della milizia sciita nella zona sud della capitale libanese. "Qualsiasi attacco alle comunità del nord porterà a un attacco a Dahyeh. L'Idf continuerà a operare in Libano contro l'organizzazione terroristica di Hezbollah", ha affermato. Israele "respinge categoricamente le minacce di Teheran", ha detto Katz, "qualsiasi tentativo della Repubblica islamica di collegare il Libano e l'Iran e di attaccare Israele incontrerà una forte reazione, come è accaduto domenica", ha infine aggiunto. Tel Aviv non ha mai interrotto la sua campagna in Libano, sostenendo che debba essere trattata separatamente da qualsiasi cessate il fuoco con l'Iran. Anche Hezbollah ha continuato i suoi attacchi. Teheran ha a lungo affermato che qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti dipenderebbe dalla fine dei combattimenti nel Paese dei cedri. L'ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa, ha dichiarato che i negoziati tra Beirut e Tel Aviv sarebbero dovuti riprendere presto a Washington. La situazione per ora sembra sia tornata sotto controllo. Israele ha revocato le restrizioni di sicurezza nel paese.

Il regime minaccia Usa e Israele: "Sarà l'inferno se Satana insiste". E Khamenei jr adesso è isolato

Risposte. Minacce. Fauci spianate. Teheran non cede di un passo, almeno in apparenza. "Se la coalizione americano-sionista supererà ancora una volta il limite, la regione diventerà per essa un inferno", ha scritto ieri in una nota su X il segretario del Consiglio nazionale supremo per la Sicurezza dell'Iran, Mohammad Bagher Zolghadr. "Abbiamo infranto l'equazione di un cessate il fuoco sulla carta e delle sue ripetute violazioni sul campo", ha scritto sempre su X il presidente del Parlamento e capo della squadra negoziale iraniana nei colloqui con gli Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo: "Finché non ci sarà la reale volontà di costruire la fiducia, questa sarà la risposta dell'Iran".

Parole che sanno di piombo e di sangue. E che fanno seguito alle azioni militari con cui le Guardie Rivoluzionarie hanno ribattuto colpo su colpo agli attacchi israeliani, compiuti ancora ieri mattina con missili balistici lanciati dall'aria che hanno colpito tra l'altro Karaj, Isfahan, Tabriz e la parte occidentale di Teheran, tra cui l'aeroporto di Mehrabad, e il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr, nella provincia del Khuzestan, che ha subito danni parziali. In risposta i pasdaran hanno annunciato di aver attaccato due basi aeree "importanti e strategiche" in Israele, a Nevatim e Tol Nof e un impianto chimico a Haifa. Attacchi "dedicati ai martiri della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025". "Siamo pienamente pronti a impartire una lezione punitiva a tutto campo al nemico su tutti i fronti e abbiamo pianificato operazioni adeguate a qualsiasi scenario da parte del nemico", si legge nella dichiarazione riportata dall'agenzia Irna. "Abbiamo dimostrato che lo spazio aereo dei territori occupati e della regione è sotto la volontà e il controllo dei missili distruttivi delle forze aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie", come ha detto il portavoce delle stesse Guardie, Hossein Mohebi.

L'Iran non molla, e si dice "pronto a una guerra di lunga durata con il regime sionista e a infliggere un duro colpo agli interessi statunitensi", come scrive Taksim. E in caso di aggressione contro qualsiasi parte dell'"asse della resistenza, che include Hezbollah, l'Iran risponderà, trascendendo i confini geografici, il che altererà gli equilibri regionali", come ha avvertito il capo del Consiglio per il Discernimento, Sadegh Amoli Larijani. Ma dietro questo ghigno, questo occhio per occhio e dente per dente, esiste a Teheran una grande paura che la nuova escalation militare possa intossicare la strada del dialogo che faticosamente sembrava delinearsi. "È del tutto naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha dichiarato il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghei, in una conferenza stampa.

E mentre l'organizzazione per l'Aviazione Civile iraniana ha annunciato che tutti i voli negli aeroporti di tutto il Paese sono stati cancellati fino a nuovo avviso e il viceministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Kazem Gharibabadi, ha deplorato le nuove sanzioni dell'Ue contro due individui iraniani e un'unità delle Guardie Rivoluzionarie per aver minacciato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz parlando di "azione politica e ipocrita degli europei" a cui "l'Iran non attribuisce alcun valore", le comunicazioni tra la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei e i funzionari iraniani sono state interrotte domenica notte. Anche gli attacchi missilistici contro Israele delle ultime ore sarebbero stati condotti senza alcun coordinamento con l'ufficio della Guida Suprema, perché troppo rapidi per poter essere concordati con il figlio di Ali, ucciso il 28 febbraio nel primo attacco iraelo-statunitense alla teocrazia.

Missili incrociati Israele-Iran. Beirut può far saltare il banco

Missili iraniani su Israele, raid israeliani contro obiettivi militari in Iran, il Libano di nuovo nel mirino. Il Medioriente ha vissuto una delle notti più infuocate da mesi, in una spirale di rappresaglie che ha spinto Donald Trump a intervenire d'urgenza per scongiurare il crollo definitivo della tregua, che comunque rimane appesa a un filo. L'escalation ha visto Israele colpire l'Iran dopo che la Repubblica islamica lo ha preso di mira per rappresaglia contro un attacco aereo sui sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno lanciato attacchi contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, mentre lo Stato ebraico ha risposto colpendo obiettivi militari nell'Iran centrale e occidentale. In parallelo, il fronte libanese ha continuato ad alimentare la crisi: come reazione al lancio di razzi da parte di Hezbollah, l'Idf ha colpito la periferia meridionale di Beirut, distruggendo infrastrutture nel quartiere di Dahiyeh.

Trump e Benjamin Netanyahu si sono sentiti due volte in meno di ventiquattr'ore, e su Truth il presidente americano ha scritto che le due parti devono "smettere immediatamente di sparare". Dopo il suo intervento, la nuova escalation sembra essere rientrata: ieri mattina i Pasdaran hanno annunciato la sospensione delle operazioni, e anche il premier israeliano ha fatto sapere che "attualmente il fuoco è cessato, perché dopo aver colpito il regime terroristico, esso ha smesso di attaccarci. Abbiamo il pieno diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni volta che sarà necessario". Il tycoon, da parte sua, ha affermato che "i negoziati finali sulla pace stanno procedendo, salvo che l'ignoranza o la stupidità non si frappongano al loro cammino". Mentre parlando al Financial Times, ha spiegato che l'alleato "non avrà altra scelta" se non quella di accettare un accordo con l'Iran. "Decido io. Decido tutto io. Non è Netanyahu a decidere", ha aggiunto. Gli attacchi dell'Iran non hanno comunque modificato la sua volontà di concludere i negoziati: "Non avranno alcun impatto. Vedremo come andrà a finire, ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta", ha sottolineato il comandante in capo.

La Repubblica islamica, invece, ha attribuito a Washington la responsabilità della ripresa dei combattimenti e ha dichiarato che l'escalation influirà sui colloqui di pace. "Nessuno crede che il regime sionista compirebbe un'azione qualsiasi senza un previo coordinamento e una cooperazione con gli Stati Uniti. È naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, dicendo che comunque "le consultazioni proseguono in ogni circostanza". Intanto l'Iran, dopo avere chiuso lo spazio aereo ai voli civili nella parte occidentale del Paese, ha annunciato che i voli in tutti gli aeroporti nazionali sono cancellati fino a nuovo avviso.

E in Libano, l'Idf ha colpito la zona meridionale meno di un'ora dopo che l'Iran aveva annunciato la sospensione delle operazioni militari: secondo quanto riferito, Israele ha attaccato i villaggi di Az-Zrariyah e Arabsalim, nel distretto di Nabatieh, e Kfar Tebnit. Un funzionario dello stato ebraico ha precisato che "su richiesta di Trump" sono stati interrotti i raid contro l'Iran, ma quelli "contro il Libano meridionale continueranno con tutta la forza nei prossimi giorni. Bombarderemo anche Dahiyeh, nel Sud di Beirut, se gli attacchi contro le nostre comunità e i nostri cittadini dovessero proseguire".

Trump: "Nostro elicottero abbattuto da Teheran, risponderemo". Teheran: "Rischio costante per le forze straniere nei pressi di Hormuz". Raid di Israele in Libano

L’escalation tra Israele e Iran resta al centro della crisi mediorientale. L’Idf rivendica la prontezza a nuovi attacchi contro Teheran, mentre il conflitto si estende dal Libano alla Striscia di Gaza: raid israeliani colpiscono Tiro e comandanti della Jihad islamica. Sullo sfondo, gli Stati Uniti seguono il dossier Hormuz dopo lo schianto di un Apache, con l’equipaggio salvo, e Trump assicura che un accordo con l’Iran potrebbe arrivare entro pochi giorni, pur tra nuove tensioni regionali. Ma dopo poche ore rilancia: "Gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco".

Il drone ucraino pilotato da 2mila km: come funziona Sting, l’arma che cambia la guerra nei cieli

Per oltre due anni la guerra in Ucraina è stata raccontata come il primo grande conflitto dominato dai droni. Oggi, però, il campo di battaglia sembra essere entrato in una nuova fase: quella della guerra tra droni. Non più soltanto velivoli senza pilota impiegati per colpire obiettivi terrestri, ma sistemi progettati esclusivamente per dare la caccia ad altri UAV, trasformando il cielo in una sorta di arena automatizzata.

In questo contesto si inserisce il risultato annunciato nelle ultime settimane dalla società ucraina Wild Hornets, uno dei gruppi di sviluppo tecnologico più attivi al fianco delle forze di Kiev. Nata come associazione di volontari, inclusi sviluppatori e ingegneri, che raccoglieva donazioni e comprava droni commerciali per i combattenti al fronte, è poi balzata verso la trasformazione in azienda produttrice. Committenti e consulenti? I soldati stessi assieme ai loro reparti.

Il suo drone intercettore Sting ("pungiglione") sarebbe riuscito a essere controllato operativamente da una distanza record di circa 2000 chilometri grazie al sistema di controllo remoto Hornet Vision Ctrl, con il pilota che si trovava addirittura fuori dal territorio ucraino. Secondo quanto comunicato dall'azienda e confermato da diversi media specializzati, il test rappresenta un passaggio cruciale nella trasformazione delle operazioni anti-drone.

Wild Hornets has donated ONE THOUSAND STING interceptors to Ukrainian forces

As part of the “One of a Thousand” initiative, we provided frontline crews with 1,000 STING interceptor drones equipped with the Hornet Vision digital communication system to strengthen Ukraine’s… pic.twitter.com/u3y6qpsFSo

— Wild Hornets (@wilendhornets) May 22, 2026

Il prezzo di partenza va da 1000 fino a 2.500 dollari, e ne vengono prodotti un po’ più di 10mila al mese. Lo Sting è alimentato con una batteria che gli consente di volare per 25 minuti, anche se necessita appena di cinque minuti. Viene pilotato mettendosi in coda al nemico per raggiungerlo, esplodere, in modo da investirlo con lo scoppio e farlo esplodere in volo.

La sfida degli Shahed e la risposta ucraina

L'evoluzione dello Sting è strettamente legata alla crescente minaccia rappresentata dai droni kamikaze Shahed, di progettazione iraniana e prodotti su larga scala anche dalla Russia con la denominazione Geran. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato l'impiego di questi sistemi, utilizzandoli in attacchi di saturazione contro infrastrutture energetiche, depositi militari e grandi centri urbani. Il loro costo relativamente contenuto e la capacità di essere lanciati in sciami hanno spesso messo in difficoltà le tradizionali difese antiaeree, molto più costose.

Per questo Kiev ha investito nello sviluppo di droni intercettori economici e altamente manovrabili. Lo Sting utilizza una testata esplosiva di piccole dimensioni e può neutralizzare il bersaglio sia con l'impatto diretto sia con una detonazione di prossimità. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il sistema ha registrato un tasso medio di successo compreso tra l'80 e il 90 %, con giornate operative nelle quali il rapporto è stato di "un lancio, una distruzione". La stessa Wild Hornets sostiene che oltre 3.000 droni nemici siano stati abbattuti nei primi sette mesi di impiego operativo.

L'interesse internazionale attorno a queste piattaforme è cresciuto rapidamente. Analisti occidentali e osservatori militari vedono infatti negli intercettori ucraini una possibile risposta anche alle minacce che arrivano dal Medio Oriente, dove gli Shahed hanno dimostrato la loro efficacia in numerosi teatri di crisi.

Il controllo da 2.000 km e la rivoluzione della guerra distribuita

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non riguarda soltanto il drone in sé, ma il modo in cui viene pilotato. Grazie al sistema Hornet Vision Ctrl e all'utilizzo di collegamenti satellitari, gli operatori possono controllare il velivolo a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dal punto di lancio. La Wild Hornets ha mostrato come un pilota situato in un altro Paese sia riuscito a gestire uno Sting impegnato nei cieli dell'Ucraina settentrionale, stabilendo il nuovo record operativo dei 2.000 chilometri.

L'obiettivo è soprattutto quello di proteggere il personale. I piloti di droni sono diventati uno dei bersagli prioritari della ricognizione russa e spesso vengono individuati e colpiti poco dopo l'avvio delle operazioni. Allontanare fisicamente gli operatori dalla linea del fronte significa quindi ridurre drasticamente i rischi e, allo stesso tempo, ampliare la copertura difensiva del territorio. Secondo fonti dell'industria ucraina, in prospettiva i droni potrebbero essere pilotati persino da un altro continente.

Il modello ricorda, su scala ridotta, quello già utilizzato dagli Stati Uniti per i grandi droni strategici come gli MQ-9 Reaper, controllati a migliaia di chilometri di distanza dai teatri operativi. La differenza è che qui si parla di sistemi dal costo di poche migliaia di dollari, pensati per essere prodotti e impiegati in massa.

La nuova corsa globale agli intercettori

L'esperienza ucraina sta attirando l'attenzione di governi e industrie della difesa di tutto il mondo. Il motivo è semplice: la proliferazione dei droni d'attacco a basso costo sta rendendo sempre meno sostenibile l'impiego di missili antiaerei tradizionali, il cui prezzo può superare di decine o centinaia di volte quello del bersaglio da abbattere. Gli intercettori FPV rappresentano invece una soluzione asimmetrica e relativamente economica.

Parallelamente, la corsa tecnologica continua. Le aziende ucraine stanno lavorando a sistemi sempre più veloci e integrati con algoritmi di intelligenza artificiale, mentre la Russia sperimenta versioni più rapide dei propri droni Shahed e introduce contromisure elettroniche per eludere gli intercettori.

In questa prospettiva, il record dei 2000 chilometri annunciato dalla Wild Hornets va oltre il semplice primato tecnico. Segna l'ingresso in un'epoca in cui il combattimento aereo a corto raggio può essere gestito da operatori lontanissimi dal fronte, collegati attraverso reti satellitari e infrastrutture digitali globali. Una trasformazione che potrebbe influenzare non soltanto la guerra in Ucraina, ma il modo stesso in cui saranno concepite le difese aeree del futuro.

Trump: "Chiederò a Netanyahu di non attaccare"

Ieri era il giorno numero 100 della guerra in Iran, partita l'ultimo giorno di febbraio con l'attacco israelo-statunitense al regime teocratico, che ne è uscito decapitato. Pochi avrebbero immaginato che si sarebbe andati in tripla cifra quel sabato di fine inverno. Eppure per Donald Trump, il regista dell'operazione, "questa non è una guerra infinita, è in corso da tre mesi". Trump ha parlato ieri lungamente a Nbc News, lAnche se con pura non-logica trumpiana, il presidente nega di aver mai promesso di tenere fuori gli States dal contesto bellico. "Non ho garantito l'assenza di guerre - ha garantito il tycoon -. Perché mai altrimenti ho dovuto costruire la forza militare più potente del mondo?" Di certo The Donald ha assicurato di non voler ritirare i 50mila soldati impegnati nel conflitto in Medio Oriente prima che si giunga a una conclusione del conflitto. Trump si avventura in un parallelo numerico con la guerra del Vietnam, nella quale gli States persero oltre 58mila soldati. "Qui abbiamo perso 13 persone ed è un numero elevato. Tredici persone: trippe. Ma se guardiamo al Vietnam o una qualsiasi delle ultime sette o otto guerre che hanno causato moltissime vittime, noi ne abbiamo perse 13".

Ma ci sarà l'accordo con Teheran? Trump appare ottimista, le due parti sarebbero "molto vicine" alla firma. "Ci sono un paio di punti ancora da definire, non sono neanche questioni di grande entità" visto che l'Iran "ha accettato il fatto di non dotarsi di armi nucleari", ha detto Trump, precisando di aver voluto voler inserire una clausola che impedisca agli ayatollah anche la possibilità di acquistarle, che Teheran avrebbe accettato dopo un'iniziale riluttanza. E in serata Donald avverte Netanyahu della necessità di non rispondere al fuoco dopo il bombardamento iraniano che, dice, non ha causato vittime. Lo rivela lo stesso Trump, in un colloquio telefonico con il giornalista di Axios, Barak Ravid, riportata dallo stesso reporter su X. Secondo Ravid, Trump ha affermato che una risposta militare israeliana rischierebbe di alimentare ulteriormente il conflitto. "Se Bibi li colpisce di nuovo, tutto continuerà come negli ultimi 47 anni o negli ultimi 3mila". E che l'allarme resta alto lo dimostra anche il fatto che le scuole iraniane oggi rimarranno chiuse,

E a proposito di nucleare, a Nbc Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con l'Iran per recuperare e distruggere il suo uranio. "Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti, porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove". "Se invece - ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca - non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza". Infine Trump ha detto che in caso di accordo, non ci sarebbe automaticamente lo sblocco dei beni di Teheran congelati, pari a 24 miliardi di dollari. "Avverrà in un secondo momento".

I jet di Israele colpiscono Beirut. E l'Iran furioso lancia i missili

La nuvola di fumo non è stata grande, ma sta creando una possibile nebbia mondiale: a Dahiyeh, la base principale delle attività degli Hezbollah, ieri i caccia israeliani hanno colpito un edificio probabilmente parte delle strutture del comando dell'organizzazione. Si parla di due morti e 11 feriti, ancora niente è chiaro fuorché la rabbia iraniana, il terzo, indispensabile protagonista nella vicenda israelo-libanese. Mentre faticosi incontri di pace fra l'ambasciatore israeliano e l'ambasciatrice libanese negli Usa cercano una strada e il presidente Aoun seguita a rivendicare la sovranità dall'Iran, Teheran tiene i fili degli Hezbollah. Nella mattina di domenica, dopo una nottata agitata in cui di nuovo Hezbollah aveva bombardato Israele con razzi e droni, i missili sono stati indirizzati su due cittadine dell'Alta Galilea e sul Kibbutz Neot Mordechai in cui gruppi di bambini si avventuravano in una rischiosa gita scolastica, dopo tanti giorni di cautela e di rifugi. Hanno fatto in tempo a rifugiarsi, ma tutta Israele ha visto filmati i loro pianti e l'inutile tentativo delle maestre di calmarli.

Israele non ne può più, tutto il Nord è occupato dalla violenza del proxy dell'Iran, che però sta trattando con Trump. Il presidente americano nei giorni scorsi ha chiesto a Netanyahu in modo perentorio di lasciar stare Beirut. Ma la disperazione delle famiglie, mentre i soldati seguitano a cadere nel mezzo del cessate il fuoco (solo ieri due ventenni, più di 12 uccisi dalla tregua) non è più contenibile con promesse: Netanyahu, che alla riunione di gabinetto di prima mattina aveva annunciato che Israele non avrebbe sopportato oltre gli attacchi continui, ha dato l'ordine. Nella mattina un altro fronte aveva mostrato la sua faccia, quella del terrorismo interno, nel cuore di Israele, vicino ad Herzlya, pressso Tel Aviv, dove un arabo israeliano armato di un'arma "Carlo" ha attaccato i passanti in una stazione di benzina e poi ha dato loro la caccia durante l'inseguimento: un morto e quattro feriti. Lui, Omar Mandar Yassin, è stato eliminato.

Le conseguenze dell'attacco a Beirut possono diventare mondiali. L'Iran maneggia i suoi proxy come burattini. Dato che aveva imposto come prezzo della prosecuzione della trattativa con Trump che Israele non attaccasse gli Hezbollah, adesso si presenta come il grande vendicatore. Prima Ebraihim Rezai, portavoce del Comitato per la Sicurezza "darà una risposta ferma e dura all'attacco del regime sionista. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati". E già in serata sono scattate le sirene d'allarme in tutto il Paese: due i missili balistici intercettati dall'Iron Dome. Mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, pubblicava su X un'immagine che ritrae le bandiere di Iran e Libano unite. Segno dellasolidarietà di Teheran a Beirut contro gli attacchi israeliani.

Trump non sembra scandalizzato per l'intervento israeliano, ha solo chiesto "obiettivi precisi", ma è consapevole che Netanyahu ha stabilito da ieri una regola precisa: se Hezbollah attacca, Israele va a Dahiyeh. Vediamo se l'Iran si accontenterà di una risposta relativa per non destare l'ira degli Usa, ma ribadire il suo odio e la sua gestione degli Hezbollah, o decidere che di tornare in guerra anche con Trump.

Droni russi su Chernobyl. "Danni molto gravi". Ma non ci sono radiazioni

Tra parole, ipotesi di trattative e accuse incrociate, il conflitto in Ucraina è ben lontano dal fermarsi e, anzi, seguendo lo spartito ormai consolidato da settimane, rischia di avvicinarsi a quella escalation tanto temuta e da più parti evocata. La notte scorsa per esempio un drone russo ha colpito una struttura di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nei pressi della tristemente nota centrale nucleare di Chernobyl, causando un incendio che grazie al pronto intervento delle forze di sicurezza è stato domato evitando conseguenze ben più rischiose con i livelli di radiazione sono rimasti stabili. "Un attacco estremamente vile", secondo Zelensky. Il tutto mentre Kiev prosegue nella sua strategia di attacchi in profondità contro strutture energetiche e petrolifere per fiaccare le forze russe già impantanate sul campo.

"La Russia ha deliberatamente colpito un'infrastruttura nucleare, la sfrontatezza della Russia sia aumentata, superando da tempo ogni limite", ha denunciato Zelensky. "Danni strutturali significativi", riporta l'agenzia internazionale per l'energia atomica. "Attaccare una struttura che ospita grandi quantità di materiale nucleare è come giocare con il fuoco e non deve mai accadere", ha detto il direttore Rafael Grossi parlando di episodio "preoccupante". Un altro attacco è stato lanciato contro Zaporizhzhia, sede della più grande centrale nucleare europea che però non è stata danneggiata. Tre persone invece sono state colpite e uccise da un altro drone mentre aspettavano l'autobus alla fermata. Un'altra persona è rimasta ferita a Balabyne in quello stillicidio ormai quotidiano di raid contro obiettivi civili. Di contro, le forze speciali ucraine rivendicano di aver condotto una serie di attacchi con droni contro il deposito petrolifero di Semykolodezyanska e il terminal petrolifero di Feodosia in Crimea durante la notte. Rivendicati anche blitz nelle regioni occupate di Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhia oltre che nella regione russa di Bryansk.

Ma dopo l'ennesima chiusura al dialogo di Putin che ha rifiutato un confronto diretto con Zelensky per arrivare alla fine dalla guerra, dal Cremlino arrivano segnali discordanti. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, molto vicino allo Zar, ha fatto sapere che Mosca continua a mantenere "contatti sia pubblici sia privati con il regime di Kiev", contrariamente a quanto fatto intendere dallo stesso Putin. "Le comunicazioni pubbliche sono state mantenute quando abbiamo avuto diverse tornate di trattative", ha aggiunto il consigliere di Putin. Nessuna svolta, ma la conferma che sottotraccia qualcosa potrebbe comunque muoversi. Anche senza l'impegno sbandierato per mesi degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha liquidato la questione ucraina con un "se la vedano tra di loro", dopo aver benedetto e messo il cappello sull'ipotesi di un facci a faccia lanciata da Zelensky, Ma le parole del segretario di Stato Marco Rubio, che ha ribadito il sostegno americano a Kiev certificato anche dal via livbera a un nuovo finanziamento, non sono piaciute a Mosca. Rubio aveva dichiarato al Congresso che gli Stati Uniti non possono essere considerati un mediatore imparziale nel processo di pace ucraino perché Washington sostiene l'Ucraina. "Stiamo tenendo conto delle sua parole", ha detto il portavoce del Cremlino Peskov. "Ci sono diversi punti di vista tra i membri del team, alcuni cercano sinceramente di contribuire a una soluzione pragmatica, mentre altri sostengono una posizione diversa", ha detto. E così, tra un attacco, un'accusa e una polemica, la guerra va avanti.

Deficit alle stelle e sondaggi in calo, ma Putin non cede. La via è il petrolio

Un tre più uno scavalcato dai fatti e dai "niet" di Mosca. Difficile interpretare diversamente l'incontro di ieri sera a Londra tra il padrone di casa Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Un incontro al termine del quale i tre leader, auto-nominatisi avanguardia dell'Europa, avrebbero dovuto sottoporre al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivato in serata a Downing Street, le loro idee per una presunta trattativa con la Russia di Vladimir Putin. Un'idea che, come capita ormai dal febbraio 2022, non tiene conto delle reazioni del presidente russo. Un presidente che parlando al foro economico di Pietroburgo ha liquidato come carta straccia la missiva con cui Zelensky proponeva un incontro faccia a faccia. E così siamo alle solite. Il terzetto "europeo" continua a cullarsi in proposte inconcludenti il cui unico risultato è l'ennesima stretta di mano con un presidente ucraino.

Ma l'incontro di Londra è, forse, ancor più surreale. Dimentichi delle delusioni incassate tra il 2022 e 2023 quando una Russia data ormai per quasi sconfitta riprese a mangiarsi i territori del Donbass fino a controllare oggi tutto il Lugansk e l'85 per cento del Donetsk, i tre leader sembrano illudersi che qualche decina di droni arrivati a destinazione tra San Pietroburgo, la Crimea e i territori occupati stiano mettendo in ginocchio la Russia. Di certo quei colpi rendono più difficile gestire i costi di una guerra che, stando a un rapporto del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, spinge la Federazione verso un deficit di fine anno superiore ai 5mila miliardi di rubli (circa 59 miliardi di euro). E sicuramente quei colpi scuotono sia i vertici militari del Cremlino sia l'opinione pubblica. Ma non nel modo in cui li interpretiamo noi europei. Certo il consenso di Putin è per la prima volta in calo dopo tre anni. Ma la maggior parte dei russi pronti a rimproverargli qualcosa non vuole la fine della guerra bensì una risposta più decisa e determinata agli attacchi di Zelensky.

Dunque in questa situazione è assai difficile che le proposte di dialogo o tregua avanzate da un Europa, convinta di poter semplicemente congelare la linea del fronte, possano portare da qualche parte. La fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perché gli impedirebbe di venir ricordato come il presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Senza contare il disinteresse di Donald Trump distratto dalla questione iraniana. Dunque l'unica possibilità concreta per l'Europa sarebbe quella di riallacciare un dialogo partendo dall'alleggerimento di alcune sanzioni e dal riacquisto del petrolio e del gas russo. Una compromesso già abbozzato nelle scorse settimane da fonti del Cremlino, che ricordano come l'energia russa resti a disposizione degli europei rimasti in bolletta a causa della crisi energetica.

Ma in un Europa dove, nonostante la Brexit, torna a giocare da protagonista una Gran Bretagna forte del petrolio del mare del Nord l'argomento resta un autentico tabù. E così per ora al trio londinese non resta che accontentarsi dell'ennesima foto ricordo con Volodymyr Zelensky.

Fronte congelato e l'Ue al tavolo. Il messaggio di Zelensky a Londra

Dall'apparente disimpegno strategico di Trump all'impegno di una triade europea anglo-franco-tedesca che prova a far fruttare il lavoro degli sherpa militari e diplomatici delle ultime settimane. Come ha detto ieri Zelensky arrivando a Londra per "discutere e concordare i punti chiave", gli argomenti sono ancora una volta "la difesa in caso di guerra, maggiore cooperazione per la sicurezza di tutta Europa nella difesa aerea, e la visione condivisa sulle prospettive diplomatiche: l'Europa secondo il presidente ucraino deve partecipare ai negoziati e dev'essere forte". E dunque dovrebbe associare la propria industria militare sempre di più a quella ucraina. Per mostrarsi uniti ed efficienti. E arrivare all'obiettivo esplicitato ieri a Sky News: congelare le linee del fronte "è la via più rapida" per una tregua per poi spostarsi "in un contesto diplomatico", ha aggiunto Zelensky ribadendo che non cederà il Donbass.

Una spinta per rialzare la testa come Continente è giunta solo in parte ieri a Downing Street: dal padrone di casa Starmer, dal presidente francese Macron e dal cancelliere tedesco Merz. Zelensky ha rivendicato l'apertura al dialogo con Putin ("Io pronto a negoziare, deve rispondere alla mia lettera") e ha chiesto al formato E3 di archiviare la fase di rodaggio della Coalizione dei Volenterosi per avviare un'azione in favore di una pace giusta e duratura. Ma come? Al quadro immaginato da Starmer e Macron mesi fa, si sono aggiunte scelte pragmatiche di Kiev. E queste ha messo sul piatto ieri Zelensky, facendo intendere che, in caso di nuovi sostegni militari all'Ucraina come i 70 miliardi che potrebbero essere annunciati dai Paesi dell'Alleanza atlantica al vertice Nato di Ankara, i costi si abbatterebbero. Il riferimento è ai Drone Deals che prevedono la produzione e fornitura di droni, missili e munizioni, oltre a scambi tecnologici con i sistemi di difesa dei Paesi partner. Le intese con vari Paesi europei renderebbero più facile l'approvvigionamento. E risparmiare.

Nel Regno Unito dove l'agenda di Zelensky oggi prevede anche un incontro con Re Carlo III è già realtà l'apertura di una divisione di Ukrspecsystems vicino alla base aerea della Royal Air Force incastonata nel Suffolk, a Mildenhal, per produrre fino a mille droni al mese una volta a regime; si partirà con 200, attesi entro l'anno. Espansione dell'industria del droni ucraini prevista anche in Germania e Danimarca, entro il 27 con le aziende FirePoint e Skyfall. E c'è soprattutto l'idea di integrare nei sistemi europei a protezione dei cieli oggi schiavi di costosi jet l'intelligenza artificiale gialloblù; già testata sul campo per neutralizzare gli attacchi russi e contrattaccare in territorio della Federazione fino a colpire San Pietroburgo. "Non moriremo in silenzio, diventeremo ogni giorno più forti", la lettura ieri di Zelensky. Che esclude Mosca e Minsk per eventuali colloqui, ma "Putin può scegliere il formato che vuole: con Trump, gli europei o bilaterale". Gli E3, tra affari e diplomazia, cercano di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti0 nella ricerca di un'intesa con Mosca, mostrando capacità militare di ultima generazione (efficace e a basso costo con Kiev) e spiragli di dialogo. Dopo la lettera di Zelensky a Putin, questi potrebbero passare nelle mani di Macron, che ha già aperto un canale. O perfino dall'ex proprietario del Chelsea, Roman Abramovich. Zelensky ieri ha infatti confermato che il magnate è stato a Kiev per farsi tramite tra il presidente ucraino e quello russo.

Caccia Nato in volo sul Baltico: abbattuto un drone in territorio lettone

La guerra tra Russia e Ucraina torna ad allargare il fronte della tensione. La Nato ha abbattuto almeno un drone proveniente dalla Russia entrato nello spazio aereo lettone, mentre Kiev denuncia il lancio notturno di 155 droni russi, 124 dei quali intercettati. Mosca sostiene invece di aver abbattuto 310 droni ucraini e accusa Kiev di aver colpito un treno diretto in Crimea. Intanto depositi petroliferi sarebbero stati attaccati in Crimea e a Novorossiysk.

I missili su Beirut poi lo scoppio dell'escalation: così è riesploso lo scontro tra Israele e Iran

Per quasi due mesi il Medio Oriente aveva vissuto in un equilibrio precario. La tregua raggiunta ad aprile tra Stati Uniti e Iran aveva contribuito a raffreddare lo scontro diretto tra Teheran e Israele, ma non aveva mai risolto il nodo più delicato: il Libano e il ruolo di Hezbollah. Proprio lì, nelle periferie meridionali di Beirut controllate dal movimento sciita, si è consumata la crisi che nelle ultime quarantotto ore ha fatto ripiombare la regione sull'orlo di una nuova guerra aperta.

I missili iraniani lanciati contro Israele e la successiva risposta delle Idf contro obiettivi militari nella Repubblica islamica non sono un episodio inatteso, ma il risultato di una tensione accumulata nelle ultime settimane. Da una parte Israele seguita a sostenere che la tregua non limiti la propria libertà di colpire Hezbollah in Libano; dall'altra, Teheran ritiene che l'intesa debba valere su tutti i fronti collegati al conflitto. Due interpretazioni inconciliabili che hanno trasformato Beirut nella miccia dell'ultima escalation.

Beirut, la tregua che nessuno interpretava allo stesso modo

Il punto di rottura è arrivato con il raid israeliano contro la periferia sud di Beirut, storica roccaforte di Hezbollah. L'operazione è stata ordinata dal governo di Benjamin Netanyahu come risposta ai lanci di razzi provenienti dal Libano e considerati una violazione degli accordi di cessazione delle ostilità. Per Israele, infatti, il cessate-il-fuoco non impediva di continuare a colpire le infrastrutture del gruppo sciita quando ritenute una minaccia diretta.

La posizione iraniana, diametralmente opposta. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri esponenti della leadership di Teheran avevano sostenuto pubblicamente che la tregua mediata dagli Stati Uniti riguardasse l'intero teatro regionale, compreso il Libano. Un eventuale attacco a Beirut sarebbe quindi stato interpretato come una violazione dell'intesa e avrebbe comportato una risposta diretta. Quando le bombe israeliane sono cadute su Dahiyeh, quella minaccia è diventata realtà.

La risposta di Teheran e il ritorno dello scontro diretto

Poche ore dopo il raid, l'Iran ha scelto di lanciare una decina di missili balistici verso il nord di Israele, nel primo attacco diretto contro lo Stato ebraico dalla tregua di aprile. Secondo le Forze di difesa israeliane, la maggior parte dei vettori è stata intercettata o è caduta in aree disabitate, ma il significato politico dell'operazione è stato inequivocabile: Teheran ha voluto dimostrare che qualsiasi azione contro Hezbollah può trasformarsi in uno scontro aperto con la Repubblica islamica.

I Guardiani della Rivoluzione hanno descritto il lancio come una rappresaglia per l'attacco su Beirut, mentre le autorità iraniane hanno lasciato intendere che ulteriori operazioni israeliane potrebbero provocare una risposta ancora più ampia, coinvolgendo anche droni e altri alleati regionali. La crisi ha così riportato il Medio Oriente allo scenario che Washington cercava di evitare da settimane: quello di un confronto diretto tra Israele e Iran, senza più il filtro delle rispettive forze alleate.

Il contrattacco dell'Idf

La risposta israeliana è arrivata nella notte, quando l'aviazione dell'Idf ha colpito diversi obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale. Secondo le informazioni diffuse dall'esercito israeliano e confermate da fonti statunitensi, i raid hanno preso di mira siti collegati al programma missilistico e alle infrastrutture utilizzate per gli attacchi contro Israele. Washington ha precisato di non aver partecipato all'operazione, pur ribadendo il sostegno al diritto israeliano di difendersi. Il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr è fra i siti colpiti da Israele.

Il presidente americano Donald Trump avrebbe tentato di convincere Netanyahu a evitare una controffensiva immediata, nel timore che una nuova escalation potesse compromettere definitivamente il dialogo con Teheran. Ma il meccanismo della deterrenza reciproca sembra ormai essersi rimesso in moto. La vicenda di Beirut dimostra come il Libano sia diventato il principale punto di contatto tra la guerra contro Hezbollah e il confronto strategico tra Israele e Iran: un equilibrio tanto fragile che basta un singolo raid per trascinare l'intera regione sull'orlo di un conflitto più vasto.

Raid Idf contro Teheran, interrotte le comunicazioni tra Khamenei e i pasdaran. Trump: "Cessate immediatamente le ostilità"

La tregua tra Iran e Israele è sempre più fragile. Nella notte Teheran ha lanciato nuove ondate di missili verso lo Stato ebraico, facendo scattare le sirene a Gerusalemme, Tel Aviv, Beersheba e nell’area dell’aeroporto Ben Gurion. L’Idf ha risposto colpendo obiettivi militari nell’Iran centrale e occidentale, mentre esplosioni sono state segnalate a Teheran, Tabriz, Isfahan e Karaj. Trump però tira dritto sull’accordo con l’Iran e avverte Netanyahu.

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