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Alla corte di Giuliano dell’Uva e diario di viaggio a Napoli. Elle Decor le dedica un numero speciale. Da collezione

8 June 2026 at 11:47

Napoli non è mai una sola, ma un insieme di frequenze che vibrano simultaneamente. Napoli é un pezzo di design naturale, stratificato all’ombra del Vesuvio. A Galleria Italia un parterre internazionale per abbracciare una città colta, brillante e ospitale senza le lenti deformanti del luogo comune, del folklore.
La chicchissima designer Carolina von Humboldt, aristocratica della Mitteleuropa, é arrivata da New York. Ma non solo per l’evento, ha visto Napoli sotto una luce diversa da quando era venuta una ventina d’anni fa. E ha deciso di trasferirsi, cerca casa, l’ha trovata in uno dei palazzi più storici di Montedidio, il quartiere mondo, qui ci fu il primo insediamento degli antichi greci. Decisione immediata quella di lasciare lo skyline di Manhattan e a fine mese arriva il suo trasloco di mobili da New York. Il primo a complimentarsi é proprio il sindaco Gaetano Manfredi, impegnato su doppio fronte, dall’America’s Cup, il prossimo anno, alla riqualificazione del litorale, passando per il risanamento di Bagnoli. Il blu cobalto del mare, il rosso pompeiano di Palazzo Reale, Napoli, di ieri, oggi e domani vista dallo sguardo poetico di Mimmo Jodice, celeberrimi i suoi ritratti delle sculture classiche che incontrano i paesaggi del mediterraneo. Dopo un importante intervento di valorizzazione il Cimitero delle Fontanelle, l’ex ossario scavato in una grande cava di tufo, riapre con un nuovo ingresso firmato da G124, team di giovani progettisti coordinati da Renzo Piano.

Design, arte e collezionismo tra Napoli e il mondo

Cantieri aperti in tutto il mondo da Hong Kong a Parigi, passando per Capri, dove sta rifacendo adesso lo storico albergo San Felice di fianco al Quisisana, Giuliano Andrea dell’Uva é nella lista di AD fra i migliori 100 interior designer nel mondo. E così il suo studio di progettazione in una iconica dimora di pregio con soffitti affrescati diventa una home gallery dove riceve il gotha del design. Da sorprendere con un mega babà innaffiato al rum a forma di Vesuvio, creazione della storica pasticceria Scaturchio. E poi ci sono i site-specifc che imprimono un carattere unico alla home gallery affacciata sul mare di Pozzuoli del gallerista Alfonso Artiaco, un Gagosian Spettacolare l’installazione di Sol LeWitt che sembra un sole frastagliato iridescente di colori.

Napoli nel sistema globale dell’arte e della cultura

Napoli non più raccontata come città “laterale” rispetto ai grandi sistemi dell’arte. La prima a fare un ponte fra New York, Londra, Parigi è stata lei, Lia Rumma, tra le figure più autorevoli dell’arte contemporanea. Aprì la sua prima galleria a Napoli nel 197, a Milano nel ’99 e portò i Sette Palazzi Celesti, spettacolare installazione di Anselm Kiefer al Pirelli Hangar Bicocca. E poi c’è la metropolitana quasi un museo diffuso, firmata da artisti e architetti internazionali. Come l’ultima arrivata, la stazione Monte Sant’Angelo progettata da Anish Kappor dove sembra di entrare in un enorme cratere.

Tradizione, memoria e nuove eccellenze napoletane

La Grotta della Sibilla a Cuma, potente e enigmatica. Come sono i gioielli scultura in pietra di occhio di tigre disegnati da Paola Grande e Giulia Di Pace, madre e figlia, la sapienza degli antichi orefici l’hanno eredita dal nonno. Due boutique/salotto dedicati all’arte, una a Napoli e l’atra in Via Fiori Chiari a Milano.
A Palazzo Cellammare sotto il portale progettato nel ‘700 da Ferdinando Sanfelice, l’atelier di Mariano Rubinacci è un viaggio nell’Alta Sartoria, maestria e tradizione partenopea. Ha vestito i gentiluomini più eleganti del mondo. Oggi sono i quattro figli a portare l’iconico brand in giro da Tokyo a Los Angeles. Alessandra Rubinacci é lo spin off della comunicazione, Il suo mantra: Guardati allo specchio e decidi cosa vuoi essere… TikTokeggiando, un po’ rock star, un po’ glam/trash i suoi video sono virali. Suo partner di vita in e in action Giovanni Naldi, appassionato di scalate in solitaria. Agli antipodi, dunque una coppia perfetta. In lavorazione anche un documento sui 100 anni del brand Rubinacci.

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A Marano dei ragazzini giocano a basket senza canestro: il video simbolo di passione e degrado

5 June 2026 at 15:20

Non c’è il ferro. Non c’è la rete. Del canestro a Marano di Napoli c’è solo la base e il tabellone. Eppure ogni pomeriggio, nel campetto in questione, un gruppo di ragazzi continua a giocare a basket come se nulla mancasse. Palleggiano, costruiscono azioni e tirano verso un bersaglio invisibile, affidando all’immaginazione ciò che il degrado ha portato via. Ha fatto il giro del web il video che mostra 7 ragazzi palleggiare e tirare a canestro, ma senza il ferro: “Abbiamo una regola: per segnare si colpisce la parte interna del quadrato nero”, dice uno de ragazzi. È stato condiviso da “La Giornata Tipo”, pagina social che si occupa di basket.

Immagini che sono il simbolo della passione e dei campetti degradati, ma che fanno riflettere: si dice spesso che i giovani non giochino più per strada – calcio, basket o qualsiasi altro sport che sia -, ma poi le condizioni in cui sono costretti a giocare sono queste. “La loro passione per lo sport mi ha colpito. Per questo ho deciso di riprenderli e di diffondere il filmato: volevo mandare un messaggio di speranza“, riassume Francesco Calabrese, l’autore del video, in una dichiarazione pubblicata dal Corriere della Sera.

Da quel video, qualcosa si è mosso. Diversi i personaggi del mondo dello sport che si sono fatti avanti per capire se, e come, poter aiutare. Da Giovanni Malagò all’ex cestista Andrea Bargnani, fino alla Federazione Italiana Pallacanestro. E si è mosso anche qualcosa nel Comune, che in una nota ha comunicato “l’accelerazione ai previsti lavori di riqualificazione e ammodernamento“, che cominceranno il 10 giugno con un finanziamento di 200 mila euro.

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“Pensavo che morissero solo gli altri. Ci ho pensato incessantemente per giorni e più volte al giorno, leggevo i manifesti funebri e mi facevo il calcolo”: la confessione di Peppe Iodice

5 June 2026 at 10:07

“Pensavo che morissero solo gli altri”. Con questa frase Peppe Iodice affronta il tema della morte ai microfoni del “De Core Podcast”, condotto da Alessandro Pieravanti e Danilo da Fiumicino. Nell’intervista, ripresa dal quotidiano Il Mattino, Iodice parla ininterrottamente per due ore e ripercorre i passaggi della sua vita: le paure subentrate dopo i cinquant’anni, i ricordi dell’infanzia a Barra, la genesi del programma “Peppy Night” e il rifiuto all’offerta della Rai per evitare limiti editoriali.

Il rapporto con la fine della vita è diventato un pensiero pressante dopo il compimento dei cinquant’anni: “Ci ho pensato incessantemente per giorni e più volte al giorno. Leggevo i manifesti funebri e mi facevo il calcolo“, ha ammesso. Questa riflessione si è tradotta in scelte artistiche precise per il suo recente progetto cinematografico: “Volevo raccontare una storia, non fare un film di gag. Assisto al mio funerale, dentro una bara vera, in una chiesa vera. E ho voluto accanto amici e parenti”. Una decisione non banale date le sue radici: “Trattare la morte era pericoloso, soprattutto rappresentando una città molto scaramantica”.

L’infanzia a Barra e il legame viscerale con Napoli

Dalla paura della fine al principio di tutto. Iodice, per tutti semplicemente “Pinuccio“, è cresciuto nella periferia orientale di Napoli. “Barra, San Giovanni e Ponticelli erano un bel triangolo. Diciamo scoppiettante”, ricorda parlando degli anni Ottanta. Nessun cliché di miseria nel suo passato, come lui stesso ci tiene a smitizzare: “Peccato, sarebbe stato bello fare il racconto alla Nino D’Angelo o Massimo Ranieri. Invece avevo una famiglia normale”. Il padre lavorava all’Enel, la madre era casalinga: “Ci potevamo permettere tante cose. Come la villeggiatura… prima non si chiamava vacanza. E noi facevamo un mese. Sempre in posti decisi dai miei genitori. Oggi le mie figlie sono le mie tour operator. Ero già simpatico ma non conquistavo”. Oggi risiede a Portici, che definisce ironicamente “praticamente i Parioli”. Il legame con la città resta il motore della sua identità. “La mia prima lingua è il napoletano, è la lingua del cuore”, afferma, ribadendo che, qualora diventasse sindaco, non avrebbe dubbi sulle priorità: “Partirei dalle periferie”. Una passione che si riflette anche sul calcio: “Io non sono sportivo, sono tifoso. A Napoli il tifo si chiama malattia”.

Il “no” alla Rai e il successo arrivato con la maturità

Il podcast ha toccato anche i retroscena professionali, a partire dalla nascita del fortunato format “Peppy Night“. L’idea si è concretizzata durante la pandemia, in seguito a una promessa fatta al produttore Pino Oliva appena dimesso dalla rianimazione: “Mi disse: se sopravvivo dobbiamo fare uno spettacolo il primo gennaio”. La prima edizione si svolse in un clima anomalo: “Il primo anno avevamo il teatro vuoto e solo amici. Gli ascolti furono pazzeschi”. Il successo ha poi attirato le attenzioni della televisione di Stato, rispedite al mittente per salvaguardare la propria libertà espressiva: “Mi hanno proposto di portarlo in Rai. Prima ho detto sì, poi ho cambiato idea. Come lo faccio lì non potrei farlo da nessun’altra parte. Avrei troppi limiti”. Una lucidità garantita da una popolarità raggiunta con l’età adulta: “Forse se fosse successo prima mi sarei montato la testa”. Un pensiero va anche ai colleghi della nuova generazione, con un elogio netto a Stefano De Martino: “È un top player. Ha un futuro incredibile davanti ed è uno dei pochissimi che non si atteggia mai”.

L’autovalutazione: “Non mi sento mai bene”

Lontano dal palcoscenico, la sua stabilità poggia unicamente sugli affetti: “La famiglia è il mio posto felice. La mia isola che non c’è. Ho una famiglia solida, quella di una volta”. Ma Iodice non si fa sconti quando si tratta di autocritica. Sottopostosi a una pagella finale nel corso del podcast, il comico si è assegnato un “3” per il sesso e un “5” per la fame. Bocciatura totale per l’atletismo e il pollice verde, fermi a “0”. Si definisce poco invidioso (“2”), moderatamente egocentrico (“3 tendente a 4”) e ipocondriaco (“4”), pur respingendo il pessimismo (“0”). Il tutto chiuso da una battuta sulle proprie condizioni fisiche che sintetizza il suo sguardo sul mondo: “Non mi sento mai bene”.

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Emergenza Gip a Napoli: richieste di arresto per 1300 indagati, ma mancano una decina di giudici per smaltirle tempestivamente

3 June 2026 at 19:09

Ci sono circa 1300 richieste di arresto pendenti per altrettanti indagati, ma troppi pochi giudici per le indagini preliminari per smaltirle. È questa la nuova emergenza che attraversa il Palazzo di giustizia di Napoli. Se ne discute da settimane in occasione di alcune interlocuzioni informali interne tra gli uffici giudiziari. Colloqui e studi iniziati quando pareva imminente l’entrata in vigore del Gip collegiale.

Le analisi e i rilievi presto si tradurranno in una comunicazione ufficiale al ministero di Giustizia. Con la precisazione: ogni singola richiesta del pm può riguardare anche un centinaio di soggetti. Il che rende il lavoro dell’ufficio Gip particolarmente gravoso, in una condizione di persistente inadeguatezza dell’assetto organizzativo, non più coerente con il carico effettivo di lavoro e con la complessità delle funzioni esercitate.

I numeri, infatti, non tornano: i giudici non bastano a fronteggiare con tempestività tutte le richieste pendenti, gran parte delle quali – riguardanti circa un migliaio di indagati – provenienti dalla Direzione Distrettuale Antimafia guidata da Nicola Gratteri. Fatti e vicende gravi, tradotte in statistiche che ilfattoquotidiano.it ha appreso attraverso fonti qualificate. E che certificano la sofferenza dell’ufficio dei gip napoletani, presieduto dalla dottoressa Giulia Romanazzi. Al momento presso il suo ufficio risultano in servizio 41 giudici (di cui due in procinto di essere trasferiti).

Di fatto, a partire dal mese di settembre, saranno in servizio effettivo soltanto 39 giudici. Un numero distante dal completamento della pianta organica, che ne prevede 47. Ma anche questa dotazione formale appare non più adeguata. Non è stata mai aggiornata rispetto alle indicazioni contenute nella circolare tabellare che imporrebbero un assetto più ampio e coerente con i flussi dell’ufficio e con la notevole mole di fascicoli lavorati dall’ufficio della procura e trasmessi ai giudici per il loro vaglio.

La questione è presto detta. La pianta organica dei pm di Napoli – la procura più grande d’Italia – prevede 102 magistrati requirenti, e 96 sono in servizio. “Il rapporto corretto tra il numero di pm e quello di Gip dovrebbe essere di due a uno – spiega una fonte al Fatto – Di conseguenza la pianta organica dell’ufficio Gip dovrebbe essere composta da almeno una cinquantina di magistrati”. Ce ne vorrebbero almeno 52, secondo i calcoli interni alla magistratura partenopea.

L’ufficio Gip di Napoli vanta una produttività notevolissima in termini di quantità e di peso dei procedimenti, molti dei quali su vicende di criminalità organizzata. Negli ultimi tre anni ha gestito più di 73.000 indagati noti e più di 160.000 modelli a carico di ignoti, ha ridotto del 26,7% la pendenza dei noti e più che dimezzato il settore ignoti. E nell’ultimo anno ha emesso più di 500 ordinanze cautelari personali, quasi tutte contro clan camorristici di grandi dimensioni.

Negli uffici della magistratura napoletana si chiede quindi un intervento urgente per la stabilizzazione degli addetti all’Ufficio per il Processo, per il rafforzamento del personale amministrativo di cancelleria, per l’adeguamento della pianta organica dei magistrati dell’ufficio Gip fino a 52 unità, e per la tempestiva copertura dei posti vacanti, così da assicurare la continuità e la piena funzionalità del servizio giudiziario.

A Napoli e in provincia si delinque, tantissimo. E i giudici per arrestare i delinquenti continuano a scarseggiare.

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