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Strage di braccianti ad Amendolara, alle vittime inflitta “una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme”. Gip: “Trappola omicidiaria”

5 June 2026 at 07:36

Il modo in cui sono stati uccisi i quattro braccianti agricoli ad Amendolara, nella Sibaritide, per il gip Orvieto Matonti è stata una vera e propria “trappola omicidiaria”, ordita dai due indagati pakistani Alì Raza e Ahmed Safeer. È quanto c’è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei loro confronti dal giudice per le indagini preliminari che ha convalidato il fermo disposto dalla Procura di Castrovillari poche ore dopo l’incendio del minivan all’interno del quale, il primo giugno, sono morti carbonizzati tre afgani e un pakistano: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyan, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi. Un quinto bracciante, Taj Mohammad Alamyar, è riuscito invece a salvarsi scappando dal portellone posteriore mentre il mezzo andava a fuoco. Da qui le accuse di omicidio plurimo e tentato omicidio mosse nei confronti dei due indagati ai quali, condividendo l’impianto accusatorio del procuratore Alessandro D’Alessio, il gip ha contestato anche le aggravanti della premeditazione e dell’aver agito per futili motivi e con crudeltà. Nel capo di imputazione, infatti, si legge che Raza e Safeer hanno “inflitto alle vittime una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme, ostacolando deliberatamente ogni loro disperato tentativo di fuga e aumentando gratuitamente le sofferenze fisiche e morali”.

I magistrati non hanno dubbi: Raza a Safeer “hanno optato per una modalità attuativa del proposito criminoso straordinariamente cruenta, proprio per arrecare tremende sofferenze fisiche ed interiori in uno spazio di tempo apprezzabile tra l’inizio dell’attingimento del corpo delle vittime dalle fiamme e la loro morte”. Secondo il giudice, infatti, “la gravità dei fatti di reato commessi nonché le modalità di commissione degli stessi, evidenziano una personalità incline a delinquere, una estrema pericolosità soggettiva e una spiccata incapacità di autocontrollo degli indagati. Infatti, costoro hanno dato alle fiamme ben cinque persone, uccidendone quattro e tentando di ucciderne una quinta”. Le dodici pagine di ordinanza racchiudono i minuti interminabili in cui i braccianti agricoli si sono trasformati in torce umane. I due arrestati “hanno agito in maniera perfettamente coordinata e senza accordi verbali; hanno previamente individuato lo strumento (benzina, accendino, fuoco), il luogo aperto al pubblico (stazione di servizio) in pieno giorno per non destare sospetti nei trasportati, con cui vi erano delle questioni in sospeso, per poi… dare alle fiamme i soggetti e intrappolarli mortalmente, mantenendo una ferma glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli consumare dal rogo”. Fondamentale è stato il video registrato dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella piazzola della stazione di servizio. Una strage quasi in diretta e per questo il gip parla di “granitici e convergenti elementi di prova da cui emerge una qualificata probabilità di conferma della colpevolezza degli indagati in sede dibattimentale”.

Una ricostruzione che è stata confermata, tra l’altro, dall’unico superstite, Taj Mohammad Alamyar, che ha riportato diverse ustioni alle braccia. “Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”. Tay collabora subito con gli investigatori della squadra mobile di Cosenza e per il giudice “non si rinvengono elementi che possano minare la sua credibilità”. Il suo racconto è un film dell’orrore ed finito nell’ordinanza di arresto: “Stamattina – ha affermato il superstite – io e questi ragazzi con cui lavoravamo insieme, siamo stati presi da Alì, il conducente del mezzo su cui viaggiavamo. Alì aveva fumato hashish. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. Io mi trovavo seduto dietro. Il conducente era vestito di nero ed è il capo. La persona seduta a lato passeggero era vestita di bianco. Noi lavoratori abbiamo chiesto che doveva farci un contratto lavorativo per noi che siamo arrivati dalla Sardegna”. Prima di salire in macchina con i due carnefici, quindi, le vittime avevano avuto una discussione con il pakistano Alì Raza che alle cinque del mattino aveva addirittura chiamato la polizia. Secondo Taj, l’ha fatto “perché l’altro aveva tirato fuori il coltello” ricevendo in cambio un pugno da “uno dei ragazzi che è morto”. Per questo “aveva il viso un po’ tumefatto. Il litigio è avvenuto di mattina presto. Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto”.

Quel giorno i braccianti agricoli erano andati comunque a lavoro insieme. La discussione avuta poche ore prima sembrava essere rientrata tanto che tutti e sette sono risaliti insieme sull’auto per rientrare a casa: “Io mi trovavo seduto nel portabagagli. – ha affermato sempre il superstite – Sulla via del ritorno ci siamo fermati alla benzina. Il capo ha spento la macchina, ha chiuso tutti i finestrini ed è sceso. La benzina l’ha cosparsa tutta per terra. Non avevamo litigato un’altra volta. Poi ha cosparso anche il portabagagli di benzina… dopodiché ha dato fuoco alla macchina con un accendino. Io mi trovavo nel bagagliaio. Non ho capito più niente, sono saltato dal portabagagli. Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco ed un ragazzo albanese che si è fermato, mi ha aiutato. Un altro ragazzo, arabo, che passava da lì si è fermato. Sino ad allora non conoscevo né il ragazzo arabo, né quella albanese. Poi sono andato a casa a Villapiana per medicarmi. E poi quando sono venuti i poliziotti mi hanno portato in ospedale per medicarmi”. Agli investigatori, Taj parla anche del possibile movente: “Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo dieci persone. Alì ha appiccato il fuoco e poi è scappato, mentre l’altro no, perché teneva la portiera chiusa per non fare uscire i miei amici che erano seduti sul sedile posteriore. I due hanno preparato un piano tra loro. Quando alla macchina hanno dato fuoco, sia Ali che l’altro hanno bloccato le portiere. Ho visto che Ali e l’altro spingevano le porte. Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio. Alì e l’altro erano già scappati. Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”.

Nell’ordinanza trova spazio anche la testimonianza di un altro bracciante che non c’entra nulla con la strage ma che è amico dell’arrestato Alì Raza. Poche ore dopo il rogo, passando dall’area di servizio, il testimone si è accorto dell’auto bruciata: “Mentre ero fermo nel traffico, – dice – ho sentito che a seguito di un incendio divampato nel predetto distributore di benzina, erano morti dei soggetti di nazionalità pakistana. Per questo motivo alle ore 16:43, ho deciso di chiamare… Alì per chiedergli se fosse a conoscenza di quanto fosse accaduto ad Amendolara. Alì non ha risposto alla mia chiamata, tuttavia immediatamente dopo mi ha richiamato. Gli ho domandato se sapesse cosa fosse successo ad Amendolara (CS) e se conosce i pakistani morti. Alì mi ha risposto che la macchina bruciata era la sua, che lo stesso aveva messo fuoco alla sua macchina per ammazzare le persone al suo interno. A quel punto, ho domandato ad Alì perché lo avesse fatto. Mi ha spiegato di averli uccisi perché, la mattina stessa, le vittime avevano avuto una discussione con suo fratello e un suo amico, arrivando ad aggredirli fisicamente. Io gli ho risposto che ha sbagliato, e subito dopo, Alì ha chiuso la telefonata”.

Per il gip, anche questa testimonianza “si salda con i precedenti elementi di prova”. I braccianti agricoli sono stati “puniti in un modo così brutale ed atroce solo per aver avanzato delle pretese retributive e di regolarizzazione contrattuale”. E “anche ove si ritenesse – si legge nell’ordinanza – che il motivo fosse da riferirsi alla colluttazione avuta tra Ahmed Safeer ed una delle vittime, esso sarebbe da considerarsi del tutto sproporzionato rispetto al reato commesso e si atteggerebbe quale mera occasione per dare sfogo a un tremendo impulso criminale di entrambi”. Oltre al pericolo di fuga, secondo il gip, esiste anche un rischio di recidiva. I due pakistani arrestati, infatti, “in nessuna fase del procedimento, hanno mostrato in alcun modo segni di pentimento o di resipiscenza. Si può ragionevolmente pronosticare che, in situazioni simili, gli indagati potrebbero ricorrere, senza alcuna remora e per futili motivi, a commettere reati della stessa indole”.

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Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi

3 June 2026 at 15:25

È il 10 marzo scorso, in collegamento con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia sono tutti schierati dietro un tavolo della prefettura di Matera. Raccontano cosa hanno scoperto seguendo il filo rosso lasciato da uno spaventoso incidente stradale in Val d’Agri, avvenuto in autunno: quattro braccianti stranieri morti, altri sei feriti. La presidente Chiara Gribaudo chiede, loro rispondono per quanto possibile perché le inchieste sono ancora aperte e gli accertamenti tutt’altro che finiti. La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, è la punta dell’iceberg di quanto avviene nelle campagne al confine tra Basilicata e Calabria: lo raccontano bene i vertici delle forze dell’ordine di Matera nel corso di quella audizione di tre mesi fa. Basta riascoltare le parole del questore Mario Della Cioppa, del comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Russo e del comandante della Guardia di Finanza Roberto Maniscalco.

La “mafia del Pakistan”

Rimettendo insieme i pezzi di vecchie inchieste e dell’indagine sulla morte dei quattro indiani che viaggiavano insieme ad altri 6 braccianti hanno scoperto molto altro. Così a dicembre erano arrivati quattro arresti: caporali, come i due pachistani fermati per aver bruciato da vivi tre afgani e un loro connazionale dentro il minivan nella stazione di servizio tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il canovaccio è sempre lo stesso, l’humus dal quale affiorano le indagini non cambia mai. Per questo l’unico sopravvissuto alla strage di lunedì, Taj Mohammad Alamyar, ha usato un’espressione calzante: “Mafia del Pakistan”.

I testimoni nelle strutture protette

Davanti alla Commissione, il racconto dei vertici delle forze dell’ordine era stato chiarissimo: dalle indagini coordinate dalla procura di Matera, guidata da Alessio Coccioli, era emerso un quadro netto. Allora, come nella vicenda di Amendolara, c’erano i 300 euro da lasciare ai caporali per un alloggio fatiscente che costringeva a vivere i braccianti in “condizioni degradanti”, aveva raccontato il comandante Russo. Svelando anche un retroscena dell’inchiesta che sostanzia il comportamento mafioso di quei caporali: i superstiti della strage in Val d’Agri, spiegò, erano stati intimiditi dai caporali affinché fornissero una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa, agli investigatori. Una vera e propria minaccia che aveva spinto carabinieri e polizia a spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta al fine di tutelarsi e garantire un racconto veritiero: un trattamento riservato ai testimoni di giustizia che decidono di rompere il muro di silenzio imposto dai clan mafiosi.

I metodi di sorveglianza e il secondo livello

Anche grazie a questi accorgimenti, gli inquirenti erano arrivati all’arresto dei quattro caporali ed erano riusciti a rimettere insieme un quadro accusatorio solido. Nelle carte, si racconta di paghe giornaliere da 42 euro per 8 ore di lavoro nei campi alle quali aggiungere altre 2-3 ore trascorse sui bus per andare e tornare dai terreni. “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso per andare in bagno. E non sempre li veniva accordato”, avevano spiegato gli investigatori. Delineato la posizione dei caporali, la procura di Matera sta ora mettendo a fuoco un secondo livello, quello dei datori di lavoro, per verificare un loro eventuale coinvolgimento in quello che tra Siberitide e Piana di Metaponto appare come un “sistema” collaudato.

Gli imprenditori denunciati e i reclutatori

Del resto la Finanza, a novembre 2025, aveva denunciato i titolari di una trentina di aziende agricole della costa jonica lucana per il mancato versamento dei contributi dei dipendenti. L’ammanco era considerevole: oltre 2 milioni di euro, nei quali era compreso anche il 9% a carico del lavoratore. In sostanza, gli imprenditori aveva trattenuto sui loro conti correnti circa 200mila euro dei braccianti lucrando ulteriormente sul loro lavoro già mal pagato. Un sistema nel quale la Cgil Calabria continua a insistere sul coinvolgimento della ‘ndrangheta e che, certamente, non finisce ai caporali. In alcune inchieste degli anni scorsi erano emersi anche alcuni reclutatori in Nord Africa il cui compito era fornire una sorta di lista di braccianti da arruolare; in cambio intascavano tra i 5 e 10mila euro per favorire la loro assunzione fittizia nelle aziende. Lo schema si è ripresentato, in una sorta di eterna replica, in un’altra più recente indagine della Dda di Potenza. Un “sistema”, appunto, con caporali e livelli superiori che spartiscono la torta sulle spalle dei disperati allestendo una partita truccata, nella quale a perdere erano e sono sempre i braccianti.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

3 June 2026 at 11:38

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Amin, Ullah, Safi e Waseem: chi erano i braccianti bruciati vivi ad Amendolara. Il più grande aveva 29 anni

3 June 2026 at 09:35

Il più giovane di tutti, Ullah Ismat Qiemi, aveva 19 anni. Il più gande, Waseem Khan, dieci in più. Sono morti insieme, uno accanto all’altro, trasformati in torce umane perché avevano detto basta: volevano essere pagati il giusto per raccogliere le fragole nelle campagne della Basilicata. La stessa sorte è toccata ad Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, che di anni ne avevano rispettivamente 28 e 27. Erano tutte giovanissime, le vittime della strage di braccianti di Amendolara, dove due caporali della zona, i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, li hanno rinchiusi in un minivan dentro una stazione di servizio lungo la statale 106, li hanno cosparsi di benzina e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino. Saafer e Raza ora sono in carcere, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato.

Avrebbero voluto ammazzare anche Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afgano come tre delle quattro vittime. Ma lui è riuscito a fuggire e martedì ha raccontato quegli attimi, definiti “un inferno”, durante i quali è riuscito a fuggire da dentro la vettura riportando ustioni alle braccia e alle mani. I cinque condividevano tutto: la casa a Villapiana, spartita con altri cinque “invisibili” del Metapontino e della Siberitide tra materassi a terra e cucinino, l’occupazione nei campi dove raccoglievano le fragole per sostentarsi e aiutare le famiglie nei loro Paesi di origine. Agli altri quattro è toccato lo stesso destino, anche, dal quale Alamyar è riuscito a scampare per miracolo.

Martedì ha raccontato i soprusi, le minacce e lo sfruttamento che tutti hanno subito da quella che ha definito la “mafia del Pakistan”, un sistema di caporalato che tra Basilicata e Calabria è già stato focalizzato da diverse inchieste nell’ultimo periodo. Ricevevano cibo e avevano un alloggio, ma non venivano pagati per il loro lavoro nei campi. In più, i caporali pretendevano anche 5 euro per il trasporto da Villapiana alle campagne nei quali dovevano raccogliere la frutta. Così a un certo punto si sono ribellati. Hanno alzato la testa, chiedendo quel poco che gli spettava. A quel punto, secondo il suo racconto, è iniziato un diverbio con i pachistani. Finito in quella stazione di servizio sulla statale 106 tra Amendolara e Roseto Capo Spulico: meno di un minuto per ammazzare quattro persone diventate invisibili.

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Il superstite della strage di braccianti ad Amendolara: “Ho rotto il finestrino a testate. Volevano i soldi”

2 June 2026 at 14:16

Dice che c’è una “grande mafia del Pakistan”, che i due fermati erano caporali a caccia di soldi per il trasporto e pronti a trattenere buona parte del loro già misero salario. È un testimone chiave della strage di Amendolara, dove 4 braccianti sono stati bruciati vivi da due pachistani in un minivan, perché lui era lì dentro. Sopravvissuto. Ancora in grado di raccontare perché è riuscito a rompere il finestrino a suon di testate. L’unico a uscire vivo da un inferno del quale porta ancora i segni addosso.

È un bracciante afgano, regolare in Italia, che con le quattro vittime condivideva tutto. Il lavoro, la casa a Villapiana e i soprusi dei due fermati dalla procura di Castrovillari, che coordina il lavoro della Mobile di Cosenza e dei carabinieri, per il quadruplice omicidio. Erano due caporali, lascia intendere nel suo racconto consegnato ai microfoni del Tg1 e della TgR Calabria. In un italiano stentato ha raccontato che tre vittime erano afghane, non pachistani come ipotizzato finora, e che i due fermati erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare.

La strage dunque sarebbe stata una sorta di vendetta, la punizione finale per aver alzato la testa. Di fronte al rifiuto dei cinque all’interno del van, ha raccontato, i due hanno gettato prima la benzina nell’abitacolo e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino, bruciando vivi i quattro migranti. Lui è riuscito a fuggire rompendo un finestrino. All’indomani ha ancora le braccia fasciate per le ustioni. “Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo – ha detto ancora – Ho pensato di morire”.

L’uomo ha anche aggiunto che i cittadini pakistani minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farlo lavorare e che non li pagavano: “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”. Quindi ha aggiunto che nel suo settore di lavoro, nelle campagne tra Basilicata e Calabria dove in questo periodo si coltivano soprattutto fragole, c’è una “grande mafia del Pakistan”.

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