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Sui casi Erri De Luca e Francesco De Gregori: attenzione a non ridurre la controversia a una caricatura

5 June 2026 at 06:37

Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.

Correzione. Qualche giorno fa, commentando le critiche rivolte a Erri De Luca e a Francesco De Gregori per certe loro affermazioni sbalorditive (De Luca: “Sono sionista. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere è già sionista. So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota”. De Gregori: “Non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno per insegnare come si vive o che posizione prendere su Gaza, su Israele o su Dylan”), abbiamo definito quelle critiche come una “caccia alle streghe”.

Così facendo, però, abbiamo ridotto la controversia a una caricatura. Infatti non erano in discussione il diritto di De Luca di definirsi sionista o di negare che a Gaza sia in corso un genocidio; né il diritto di De Gregori a fare il pesce in barile, diversamente da Springsteen, Roger Waters ed Eric Clapton; si contestavano il contenuto delle loro posizioni e il loro significato politico. Trasformare una critica in un tentativo di censura sposta il dibattito dal merito alla libertà di espressione. Le due questioni non coincidono.

Abbiamo poi affermato che sono i governi ad avere l’obbligo di schierarsi. Anche qui abbiamo confuso i piani: il punto non è l’obbligo giuridico degli artisti, ma l’eventuale obbligo morale e civile di chiunque, quindi anche di un artista, di prendere posizione contro crimini di guerra.

Abbiamo inoltre sostenuto che gli artisti non dovrebbero essere giudicati per le loro idee. Ma allora non avrebbe senso elogiarli per il coraggio civile, l’antifascismo, l’impegno contro il razzismo o a favore dei diritti umani. E giudicare non è censurare. Se un artista afferma qualcosa in pubblico, gli altri hanno il diritto di considerare la sua affermazione intelligente o sciocca, coraggiosa od opportunistica, condivisibile o moralmente riprovevole. Pretendere che le idee di un artista siano immuni dal giudizio significa attribuirgli un privilegio che nessun altro cittadino ha.

Infine, l’assunto secondo cui “è sionista chiunque si batta per due popoli, due Stati”, un argomento di De Luca che abbiamo fatto nostro, è storicamente falso. Per decenni sono esistiti sionisti contrari allo Stato palestinese e favorevoli all’annessione integrale dei territori; ancora oggi esistono correnti sioniste che rifiutano la soluzione dei due Stati. Al tempo stesso, molti sostenitori dei due Stati non si definiscono affatto sionisti. Le due posizioni non coincidono.

Anche la nostra ridefinizione di sionismo (“movimento che a fine ’800 teorizzò il diritto degli ebrei perseguitati in Europa ad avere uno Stato nella terra degli avi”) era una semplificazione eccessiva. Il sionismo è sempre stato un insieme eterogeneo di correnti: binazionali, socialiste, religiose, territorialiste e anche apertamente colonialiste. Ridurlo a un’etichetta umanitaria e pacifista significa rimuovere il nodo storico centrale: la Palestina non era una terra vuota, ma un territorio abitato prevalentemente da arabi.

Una definizione adeguata dovrebbe considerare sia le aspirazioni nazionali ebraiche sia le conseguenze della loro realizzazione sulla popolazione residente. Abbiamo cioè dimenticato le questioni che hanno reso controverso il termine sionista nel corso della storia.

Inoltre, dal fatto che il sionismo rivendicasse uno Stato ebraico non segue affatto che la risoluzione 181 dell’Onu fosse, in quanto tale, “sionista”, come abbiamo sostenuto. La risoluzione del 1947 rappresentò un compromesso diplomatico elaborato da un organismo internazionale per affrontare un conflitto tra due nazionalismi. Fu sostenuta dai dirigenti sionisti dell’epoca, ma anche da governi e diplomatici che non erano affatto sionisti. Chiamarla “sionista” significa confondere il sostegno a una specifica soluzione politica con l’adesione a un’ideologia.

Avremmo dovuto precisare che si può sostenere la soluzione “due popoli, due Stati” senza essere sionisti; e che molti, pur desiderando la pace, la considerano impraticabile e/o ingiusta. In sostanza, abbiamo ridefinito il sionismo in modo selettivo e benevolo, e poi, con un “quindi” non giustificato né dai fatti storici né dalla logica, abbiamo esteso l’etichetta di “sionista” a posizioni molto più ampie.

Per tutti questi motivi la chiusa a effetto (“chi sostiene due Stati è sionista, anche se non lo sa”) è una forzatura che avremmo dovuto risparmiarvi. Ci scusiamo per ogni confusione causata dai nostri errori.

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Il whitewashing di Leone sull’intelligenza artificiale: le ultime fallacie dell’enciclica

4 June 2026 at 05:04

Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta. Per presentarla, il Papa ha voluto accanto a sé Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, la Big Tech che si oppone ai sistemi d’arma autonomi e alla sorveglianza di massa dei cittadini; ma che collabora col governo Usa, con l’intelligence e col Pentagono. Anthropic fa parte del complesso militare statunitense, non è la colomba della pace di Picasso. Chi meglio del papa per il whitewashing?

22) L’enciclica fa emergere l’idea che la modernità tecnica, l’individualismo e la digitalizzazione abbiano allontanato l’uomo dalla sua “autenticità”. Ma epoche pre-tecnologiche avevano guerre costanti, fame, schiavitù, oppressione sistematica e mortalità enorme. Il papa è nostalgico di una una comunità “autentica” mai realmente esistita.

23) L’enciclica descrive l’uomo come relazionale, spirituale, comunitario, aperto al dono; ma l’uomo è anche competitivo, aggressivo, tribale, opportunista. Il papa minimizza l’antropologia conflittuale.

24) L’enciclica critica severamente il capitalismo, l’IA, il militarismo, la tecnocrazia, l’individualismo; ma non critica il potere religioso e il dogmatismo. Non c’è simmetria critica.

25) L’enciclica avanza spesso una tesi forte e per impedire contestazioni la corrobora con affermazioni ovvie e condivisibili. Tesi forte implicita: “La visione cristiana è necessaria per salvare l’uomo dall’IA”. Affermazione ovvia: “Dobbiamo proteggere dignità, pace e giustizia”. La tattica è detta motte & bailey. Tutti concordano sulla seconda frase (motte: la rocca sicura), ma il papa usa questo accordo per dare legittimità alla prima (bailey: il campo largo e utile, ma difficile da difendere).

26) L’enciclica accosta cose diverse fino a renderle moralmente equivalenti: tecnocrazia, individualismo, militarismo, relativismo, capitalismo aggressivo, transumanesimo. L’effetto è gettare su quei fenomeni la stessa colpa morale. Ma sostenere l’innovazione tecnologica non significa sostenere il dominio; difendere il mercato non significa idolatrare il profitto; valorizzare l’autonomia non equivale al nichilismo.

27) L’enciclica contrappone la logica del profitto alla logica della fraternità. Come se le azioni sociali potessero essere sempre guidate da motivazioni “pure”. In realtà gli esseri umani agiscono con motivazioni miste; interesse personale e cooperazione convivono; le istituzioni funzionano anche grazie a incentivi non altruistici. Inoltre, buone intenzioni possono creare disastri economici, e incentivi mal progettati possono corrompere sistemi altruistici. Il papa sottovaluta la teoria dei sistemi e i cosiddetti “effetti emergenti”.

28) L’enciclica presume di sapere cosa sia il vero bene umano: relazioni, trascendenza, limite, apertura a Dio, comunità, fraternità. Ma altri potrebbero sostenere che la realizzazione umana consiste nell’autonomia, nella creatività individuale, nella conoscenza, nel libero pensiero, nell’auto-determinazione.

29) L’enciclica sostiene che dialogo, fraternità, discernimento e ascolto possano sempre ricomporre i conflitti. Questa è un’ingenuità da Miss Universo.

30) L’enciclica riformula idee religiose in un linguaggio universale. Esempi: “peccato” = “disumanizzazione”; “carità” = “solidarietà”; “ordine morale cristiano” = “bene comune”; “salvezza” = “sviluppo integrale”. Così il testo sembra universalista pur mantenendo una struttura teologica implicita. Il papa suggerisce quindi che se qualcosa è universale, allora dovrebbe essere condiviso da tutti. Ma l’universalità filosofica non equivale al consenso reale. Molte persone non condividono la metafisica cristiana, la legge naturale, l’antropologia relazionale e l’idea del limite come bene.

31) L’enciclica usa categorie non falsificabili: dignità, fraternità, civiltà dell’amore, umanesimo integrale. Se una politica fallisce, si può sempre dire: “Non era uno sviluppo autenticamente umano”. Questo rende il sistema teorico resistente alle confutazioni empiriche.

32) L’enciclica dice di non voler dominare, ma si pone come giudice morale universale: dell’economia, della politica, della guerra, dell’educazione, della tecnologia, della cultura. Il papa mostra la Chiesa allo stesso tempo come una voce tra le altre e come l’interprete massimo della vera umanità. Altra contraddizione.

33) L’enciclica è scritta in uno stile alto, simbolico e spirituale che produce autorevolezza, ma linguaggio elevato non significa argomentazione valida. Spesso le immagini bibliche, il tono profetico, il lessico morale e i riferimenti spirituali mascherano passaggi deboli dal punto di vista logico.

34) L’enciclica presenta la Dottrina sociale della Chiesa come uno sviluppo coerente e organico, ma storicamente molte posizioni ecclesiali sono cambiate in modo drastico: libertà religiosa, democrazia, diritti umani, rapporto col liberalismo, schiavitù, pluralismo. Il papa minimizza le discontinuità reali.

35) L’enciclica parla a tutti gli uomini in nome della dignità universale, ma in sostanza il modello umano pieno coincide con l’antropologia cristiana. Quindi chi rifiuta quella visione è incompleto? Alienato? Meno umano?

36) Domandine finali: sacerdoti creati con l’IA sono già in grado di confessare e rimettere i i peccati. Questa assoluzione vale? No? Perché invece quella impartita da un prete in carne e ossa sì, visto che la sua assoluzione è altrettanto virtuale e tutto sta nel credergli? La religione è un sistema simbolico che organizza il mondo, attribuisce significati, orienta i comportamenti; l’IA è l’aggiornamento di questa macchina antica, quella della credenza collettiva. Il mercato delle anime è un ricco orticello, la posta in gioco è il controllo dell’intermediazione. Senza timore di concedere all’iperbole, che papa Bob sia preoccupatissimo è più che comprensibile. (3. Fine)

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Smontiamo l’enciclica sull’Ai. Ad esempio, troppi concetti vaghi

3 June 2026 at 05:00

Siamo smontando pezzo per pezzo l’enciclica di Papa Leone, una sbalorditiva collazione di prosperi e fallacie che la metà basta.

9) L’enciclica afferma che il pluralismo culturale è una ricchezza, ma che nessuno, a parte la Chiesa, possiede totalmente la verità. Il papa vuole tenere insieme l’apertura dialogica e l’esclusività dottrinale. Tutta l’argomentazione ne viene indebolito.

10) L’enciclica presenta la Chiesa come promotrice di dignità, pace, dialogo e fraternità, chiedendo perdono per qualche errore del passato (la tolleranza dello schiavismo). Così facendo minimizza le alleanze con poteri autoritari, il colonialismo missionario, le sue discriminazioni strutturali (a quando un papa donna?). E’ cherry picking storico.

11) L’enciclica esalta la sofferenza, la fragilità e il limite attribuendogli un valore spirituale. E’ una fallacia di idealizzazione: alcune sofferenze distruggono persone; molte malattie non “umanizzano”; la medicina moderna ha ridotto enormi quantità di dolore inutile. Che dal dolore possa derivare una crescita personale non implica che il dolore sia di per sé positivo, una fissa di chi ha per modello Cristo in croce.

12) L’enciclica attribuisce molti problemi alla tecnocrazia, alla sete di profitto, all’individualismo, al relativismo. Ma guerre, sfruttamento e controllo sociale esistevano prima del capitalismo digitale. Il papa moralizza fenomeni storici complessi invece di analizzarne le cause materiali, geopolitiche e istituzionali. Le guerre, per dire, possono nascere anche da scarsità di risorse, deterrenza, sicurezza strategica, equilibrio di potenza, interessi materiali.

13) L’enciclica disegna scenari inquietanti: IA che domina; sorveglianza totale; perdita dell’umano; manipolazione; nuove schiavitù; guerra automatizzata; disgregazione sociale. Questi rischi esistono, ma il papa li accumula creando una pressione emotiva. “Se non adottiamo questa visione etica/spirituale, andremo verso la disumanizzazione.” E’ un classico sofisma ad baculum (impaurire per convincere).

14) L’enciclica sostituisce all’analisi empirica una narrazione salvifica: dalla Babele tecnologica si esce con una conversione morale che porta all’armonia, alla civiltà dell’amore, alla fraternità universale, all’umanità riconciliata. Ma alcune visioni del mondo sono incompatibili fra loro, per esempio il liberalismo, la teocrazia, il relativismo, la legge naturale cattolica. Il papa minimizza conflitti irriducibili.

15) L’enciclica usa concetti vaghi (es.: il bene comune) senza darne una definizione operativa, per cui le affermazioni diventano tautologiche. “La tecnologia deve servire il bene comune”: ma chi definisce il bene comune? Con quali criteri? E in caso di conflitto tra beni?

16) L’enciclica implica che l’umano autentico è aperto a Dio, rifiuta il dominio, è relazionale e vive la fragilità. Chi non è d’accordo è meno umano?

17) L’enciclica equivoca spesso tra descrizione e prescrizione. Per esempio passa da “la società è interdipendente” a “quindi dobbiamo essere solidali”. Ma l’interdipendenza non implica solidarietà. Anche i mercati sono interdipendenti.

18) L’enciclica scredita idee in base alla loro presunta origine spirituale: la tecnologia nasce dall’orgoglio prometeico; l’individualismo dall’egoismo; il transumanesimo dal rifiuto del limite. Il giudizio negativo non viene fondato sugli effetti concreti.

19) L’enciclica idealizza la comunità come intrinsecamente buona. Ma le comunità possono essere oppressive, conformiste, violente. Il papa sottovaluta il ruolo positivo del conflitto e del dissenso radicale.

20) L’enciclica rappresenta la Chiesa come orientata al servizio, all’ascolto, al bene comune. Ma le istituzioni religiose hanno anche interessi, potere, strategie; conflitti interni. Le intenzioni dichiarate non coincidono con la realtà storica.

21) L’enciclica assume che autorità morali, educatori, istituzioni, Chiesa e Stato debbano guidare le persone verso il “vero bene”. Ma questo presuppone che alcuni sappiano meglio di altri cosa sia il “vero bene”. Ed ecco che il riconoscimento del pluralismo e dell’autonomia individuale va a farsi friggere. (2. Continua)

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