Normal view

“Bisogna tassare i ricchi, basta essere subalterni alla destra”: da Milano l’appello di Sinistra italiana con Podemos e la France Inosumise

6 June 2026 at 16:46

Mentre nel campo progressista si torna a litigare sulla necessità o meno di una patrimoniale, Sinistra Italiana a Milano ha riunito una ventina di europarlamentari della European Left Alliance (Ela) per rilanciare la necessità di una tassa per i più ricchi. Sul palco della Santeria Toscana, zona Sud della città, sono intervenuti il segretario Nicola Fratoianni e l’eurodeputata Avs Ilaria Salis, ma anche l’europarlamentare spagnola di Podemos Irene Montero e la collega de la France Insoumise Manon Aubry. Sul palco del locale milanese campeggiava la scritta “Tax the rich”, proprio di fronte alla sede de “il Pane quotidiano”, l’associazione laica che ogni giorno distribuisce cibo a chi ne ha bisogno.

In Italia, ha esordito Fratoianni, “il 10% della popolazione detiene il 60% della ricchezza. Bisogna intervenire perché è inaccettabile che mentre la ricchezza complessiva cresce, aumenta anno dopo anno la povertà assoluta”. L’obiettivo, sostenuto dai partecipanti europei all’evento di Milano, è quello di recuperare risorse dalla fascia di popolazione più ricca.

Mikhail Maslennikov, membro di Oxfam, ha spiegato la loro proposta di introdurre una tassa sui grandi patrimoni che coinvolgerebbe lo 0,5% dei cittadini con un gettito stimato tra i 13 e i 16 miliardi di euro. Il leader di Avs ha affermato dal palco che con gli alleati di Ela verranno studiati gli strumenti migliori per portare avanti la proposta, avendo in mente diverse soluzioni. “Dalla tassa sui grandi patrimoni fino alla riforma, nel caso italiano, del sistema del prelievo sull’Irpef che è ormai anti-progressivo e in violazione della Costituzione – ha detto -. Si tratta di una proposta ragionevole, di buon senso e riformista”. Tra le idee però c’è anche quella di una tassa di successione che, ha continuato Fratoianni, “non esiste in Italia, con percentuali ridicole del 3-4% e con esenzioni di 1 milione di euro per ogni figlio: storture che vanno corrette”.

Proprio nell’ottica di un’alleanza internazionale, all’evento milanese hanno partecipato anche i membri dei principali partiti della sinistra europea. Sono i loro gli interventi più duri, in particolare quelli della europarlamentare spagnola di Podemos, Irene Montero, e dell’europarlamentare di La France Insoumise, Manon Aubrey. “La ricchezza non è onesta. La ricchezza è un grande furto – ha detto Montero -. Ci obbligano a guardare coloro che ci derubano. Non c’è proposta più giusta che possiamo fare per la nostra società che dire chiaramente ai ricchi di restituire ciò che è stato rubato”. Della stessa opinione anche la francese che dal palco ha parlato della necessità storica di “bandire i miliardari” per “salvare la democrazia”.

Dal palco non sono mancati i riferimenti alle divisioni con il campo largo. “Ogni volta che osiamo avanzare questa proposta – ha commentato Fratoianni – ricomincia la solita litania e ci accusano di essere radicali. Ai colleghi dell’ala progressista dico: la sinistra in questi anni ha subito una pesante subalternità culturale nei confronti della destra, soprattutto sul tema del fisco. È ora di dire basta”. Al leader di Sinistra Italiana ha fatto eco la deputata Elisabetta Piccolotti: “Siamo convinti che il tempo ci darà ragione e anche che i nostri alleati, che ora sono perplessi, nel tempo si convinceranno”. Poi un riferimento al governo: “La destra fa campagna brutale contro di noi dicendo che vogliamo tassare il ceto medio. Al contrario vogliamo dare sollievo ai lavoratori che pagano molte più tasse dei milionari. A Giorgia Meloni diciamo: scegliete voi la soglia da cui tassare, perché non ne esiste una incapace di ridistribuire ricchezze”.

Mentre dal palco di Milano si parlava di patrimoniale, quasi in parallelo, è arrivato un parziale stop da parte della segretaria del Pd, Elly Schlein:Non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista”, ha spiegato parlando al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, sottolineando però che “ne discuteremo” anche se “non è tra le cose condivise”. Proprio Schlein, intervistata sul Nove da Accordi&Disaccordi, solo il primo giugno aveva detto: “Tassare i super-ricchi non dev’essere un tabù”. Una frase che ha provocato le polemiche dentro lo stesso campo progressista.

Secondo Fratoianni, “i cittadini in larga maggioranza sono già favorevoli”. Dopo le parole di Schlein, a Piazza Pulita su La7 era intervenuto leader di Italia Viva, Matteo Renzi, a paventare il rischio della fuga dei capitali: “La patrimoniale funziona come slogan ma nella realtà dei fatti spinge i ricchi ad andare via: bisogna piuttosto diminuire le tasse ai poveri”. Sulla questione è intervenuta anche l’eurodeputata Ilaria Salis, presente a Milano: “Occorre impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi”.

L'articolo “Bisogna tassare i ricchi, basta essere subalterni alla destra”: da Milano l’appello di Sinistra italiana con Podemos e la France Inosumise proviene da Il Fatto Quotidiano.

“In 17 contro Gianluca Ibarra Silvera, colpito 30 volte”, il pm di Milano contesta la premeditazione per l’omicidio della stazione Certosa

6 June 2026 at 15:05

Un’azione “unitaria e coordinata”, con il gruppo che si dispone lungo le banchine per controllare le vie di fuga, poi l’inseguimento sui binari e infine l’accerchiamento della vittima già a terra. È questa la ricostruzione dell’accusa sull’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne ucciso nella notte tra il 26 e il 27 maggio alla stazione di Milano Certosa. Secondo il capo d’imputazione, sarebbero almeno 17 i giovani coinvolti nell’aggressione, oltre a nove persone ancora da identificare. Per due di loro è stato emesso un decreto di fermo: uno, il 19enne originario del Perù Jefferson Smit Echevarra Verano, sarà interrogato domani dalla giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla; l’altro risulta invece irreperibile e sarebbe al momento latitante.

Il giovane è accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dal numero degli aggressori. Il pm Elio Ramondini ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistenti gravi indizi e il pericolo di fuga. Tutto, secondo gli investigatori, prende avvio da un primo diverbio avvenuto intorno alle 21.50 nel sottopasso e nelle aree esterne della stazione. Da quel momento il gruppo, che si sarebbe autodefinito appartenente ai “Latin King”, si sarebbe organizzato in modo compatto.

La dinamica dell’aggressione

Gli aggressori si sarebbero disposti lungo la banchina del binario 1, controllando le possibili vie di fuga della vittima, del fratello e di un amico. Poi avrebbero attraversato i binari per raggiungere il binario 5, dove si trovavano i tre giovani. A quel punto sarebbe iniziata una prima fase di intimidazione: sguardi minacciosi, bottiglie di vetro strisciate a terra e gesti che, secondo la ricostruzione, avrebbero avuto lo scopo di incutere paura. Subito dopo, la situazione sarebbe degenerata.

I tre giovani avrebbero tentato la fuga correndo lungo la banchina in direzione Villapizzone e poi sui binari, inseguiti dal gruppo che avrebbe lanciato contro di loro sassi e bottiglie. La corsa di Gianluca Ibarra Silvera si sarebbe interrotta quando il 22enne è caduto a terra. È in quel momento che, secondo la Procura, si sarebbe consumata la fase più violenta: il giovane sarebbe stato accerchiato da più persone mentre si trovava prima in posizione prona e poi supina.

A quel punto sarebbero partiti i colpi: fendenti sferrati con coltelli e cocci di bottiglia, insieme a colpi inferti con pietre. L’aggressione sarebbe durata pochi minuti ma con estrema violenza, con circa trenta colpi al tronco, alla schiena e agli arti. Dopo l’assalto, il corpo sarebbe stato trascinato per alcuni metri e abbandonato in una stretta intercapedine tra i binari e la recinzione della stazione, dove è stato trovato poco dopo le 22.15. I soccorsi si sono rivelati inutili: il decesso è stato dichiarato in ospedale alle 23.30.

Decisiva, per la ricostruzione, la testimonianza del fratello della vittima, che avrebbe assistito nascosto a poca distanza, oltre alle immagini delle telecamere di videosorveglianza e alla geolocalizzazione dei telefoni cellulari degli indagati. Secondo gli inquirenti, il gruppo si sarebbe mosso in modo preordinato, trasformando un diverbio in un’azione di branco culminata nell’accerchiamento e nell’uccisione del 22enne. Ora la parola passa alla gip, che dovrà decidere sulla convalida del fermo per il 19enne e sulla richiesta di custodia cautelare in carcere, mentre proseguono le ricerche del secondo destinatario del provvedimento e degli altri complici non ancora identificati.

L'articolo “In 17 contro Gianluca Ibarra Silvera, colpito 30 volte”, il pm di Milano contesta la premeditazione per l’omicidio della stazione Certosa proviene da Il Fatto Quotidiano.

Chiude lo Spirit de Milan, il locale della musica nel cuore della Bovisa costretto a lasciare gli spazi: “Fatto tutto il possibile per trovare una soluzione”

6 June 2026 at 13:21

Addio (o almeno arrivederci) allo Spirit de Milan. Il locale milanese, nel cuore del quartiere Bovisa, dopo oltre 10 anni di attività dovrà chiudere i battenti. La chiusura è dovuta alla scadenza del contratto di affitto degli spazi e alla mancata concessione di una proroga da parte della proprietà, come si legge in una nota diffusa sui social dal locale.

Lo Spirit era ospitato dal 2015 all’interno dell’ex stabilimento Cristallerie Livellara, proponendosi come uno dei più significativi esempi di recupero di archeologica industriale di Milano. Spettacoli, concerti, serate danzanti, ma anche un semplice luogo di incontro: lo Spirit nel tempo si è affermato come un punto di riferimento nel panorama culturale milanese con serate le più disparate, dal jazz ai balli nazionali, passando per “incontri ed eventi dedicati alla musica dal vivo e alle tradizioni popolari”.

Come spiegato nel post “nonostante le numerose interlocuzioni e le soluzioni prospettate per preservare l’attività, la proprietà ha evidenziato una mancanza di volontà nell’individuare un percorso condiviso che consenta di proseguire il progetto, anche solo in una fase transitoria”. Secondo il fondatore, Luca Locatelli, è stato fatto “tutto il possibile per trovare una soluzione condivisa vantaggiosa per tutte le parti coinvolte, portato un progetto convincente e al contempo in questi anni riqualificato uno spazio che a oggi sembra destinato a scomparire sotto le macerie”.

Nel comunicato vengono ripercorse anche le tappe della vicenda, sottolineando che la responsabilità è della proprietà degli spazi. “Nel giugno 2017 viene firmato un contratto di affitto di 6 anni + 6 anni. Nel dicembre 2020, in pieno secondo lockdown, viene notificata un’ingiunzione di sfratto per procura, e viene manifestata l’intenzione di vendere l’immobile occupato da Spirit de Milan a una società terza”, si legge ancora. A questo punto il locale fa valere le proprie ragioni “e il giudice non convalida lo sfratto”. Quindi “la proprietà comunica in seguito di non voler rinnovare il contratto per gli ulteriori 6 anni previsti”, si legge ancora, “adducendo un intervento di integrale ristrutturazione dell’area locata”. La questione arriva davanti a un giudice e viene conciliata.

Nel frattempo , “per favorire la continuità del progetto e per agevolare la vendita dell’immobile, Spirit de Milan presenta un primo interlocutore interessato all’acquisto, una solida società attiva a livello nazionale che ha l’intenzione di mantenere lo Spirit de Milan come attività prevalente. Dopo mesi di colloqui, la proprietà non prosegue le trattative”.

Anche più recentemente, si legge ancora, lo Spirit trova “un secondo acquirente, altrettanto solido e fortemente determinato, che dopo parecchi mesi di trattative, ad aprile presenta un preliminare di acquisto concordato, a cui però la proprietà smette di rispondere”. Fino a oggi, quando emerge che la proprietà “ha già una trattativa in fase avanzata con un altro soggetto terzo”.

Insomma per il locale milanese è la fine della sua esistenza. Almeno nella forma attuale, nel cuore del quartiere Bovisa. “Speriamo di potervi dare presto notizie su come e dove potremo proseguire questa avventura”, conclude il fondatore.

L'articolo Chiude lo Spirit de Milan, il locale della musica nel cuore della Bovisa costretto a lasciare gli spazi: “Fatto tutto il possibile per trovare una soluzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Omicidio di Milano Certosa, ricercato un 20enne italiano. Tra gli indagati trapper Reyomar

6 June 2026 at 11:04

C’è un secondo ragazzo ricercato per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne accoltellato a morte nella notte tra il 26 e il 27 maggio davanti alla stazione di Milano Certosa. Dopo il fermo di un 19enne eseguito nelle scorse ore, la Procura ha emesso un provvedimento anche nei confronti di un altro giovane, un ventenne italiano con famiglia di origini peruviane che avrebbe lasciato l’Italia e si troverebbe ora all’estero, forse in Spagna. Gli uomini della Squadra Mobile gli stanno dando la caccia mentre l’inchiesta cerca di ricostruire cosa sia accaduto quella notte nella periferia nord di Milano e, soprattutto, perché un ragazzo di 22 anni sia stato ucciso con una violenza che ha colpito gli stessi investigatori.

Il trapper indagato

C’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa, tra gli indagati. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10 mila follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.

Oscuro il movente

Il delitto resta infatti avvolto da molti interrogativi. Uno dei principali riguarda il movente. Secondo quanto emerge dagli accertamenti, prima dell’aggressione ci sarebbe stato un confronto tra due gruppi di giovani. Durante il diverbio alcuni degli aggressori si sarebbero presentati come appartenenti ai Latin Kings, una delle più note pandillas latinoamericane. È da qui che parte il lavoro degli investigatori. Bisogna capire se si sia trattato di una semplice rivendicazione o se dietro l’agguato vi sia davvero un collegamento con il mondo delle bande giovanili. Gli approfondimenti sono in corso e al momento non ci sono conferme sull’effettiva appartenenza degli indagati all’organizzazione.

L’interrogatorio

Sarà interrogato domenica dalla giudice per le indagini preliminari, Sara Cipolla, Jefferson Smit Echevarra Verano, fermato venerdì. Il ragazzo è accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dal numero degli aggressori, in tutto 17. Il pm Elio Ramondini ha chiesto la convalida del fermo e la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti del giovane. L’altro presunto accoltellatore per cui è stato disposto il fermo è appunto latitante. Il pubblico ministero ha disposto l‘autopsia che si terrà mercoledì prossimo. Nel pomeriggio i genitori della vittima dovrebbero recarsi in Questura per la notifica dell’avviso di fissazione dell’esame autoptico e il riconoscimento.

Le piste

Tra le piste investigative compare anche quella di un possibile rito di iniziazione. Si tratta, precisano fonti vicine all’inchiesta, soltanto di una delle ipotesi al vaglio e ancora tutta da verificare. Gli inquirenti stanno cercando di capire se l’aggressione possa essere maturata nell’ambito di dinamiche interne alle pandillas o se abbia invece origini differenti. L’inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola e seguita dal pm Elio Ramondini e dall’aggiunta Bruna Albertini, ha già portato all’iscrizione di otto giovani residenti tra Milano e l’hinterland. Nei giorni scorsi la Squadra Mobile ha effettuato perquisizioni e sequestri, analizzando immagini delle telecamere, telefoni e altri elementi raccolti durante le indagini.

L’omicidio

Gianluca Ibarra Silvera, nato a Milano da una famiglia originaria dell’Ecuador, era stato colpito da numerosi fendenti. Soccorso in condizioni disperate, era morto poche ore più tardi in ospedale. La stazione di Certosa non è un luogo qualsiasi per chi segue il fenomeno delle pandillas milanesi. Da tempo rappresenta uno dei punti di ritrovo di gruppi giovanili latinoamericani e di compagnie di ragazzi che frequentano la zona. Negli ultimi mesi erano ricomparse anche alcune scritte con la sigla “LK”, acronimo dei Latin Kings, accanto a riferimenti alla MS-13. Finora, però, non si erano registrati episodi di sangue paragonabili a quello costato la vita al ventiduenne. Ora l’attenzione degli investigatori è concentrata sul secondo giovane ricercato. La sua individuazione potrebbe aiutare a chiarire i ruoli dei partecipanti all’aggressione e a dare una risposta alla domanda che resta ancora senza soluzione: cosa ha scatenato l’assalto mortale al 22enne.

L'articolo Omicidio di Milano Certosa, ricercato un 20enne italiano. Tra gli indagati trapper Reyomar proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano

6 June 2026 at 10:26

Era pronto alla fuga con un pullman e per questo motivo c’è un secondo uomo fermato per caporalato nell’inchiesta della Procura di Milano sullo sfruttamento dei manovali indiani pagati 1,50 euro l’ora nel cantiere del nuovo Consolato statunitense, realizzato da Caddell Construction, in piazzale Accursio nel capoluogo lombardo. Nella notte fra venerdì e sabato il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il fermo di Aji Appukuttan, il 51enne indiano che nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri viene definito il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni ed è ritenuto dagli inquirenti il “caporale operativo” e l’intermediario del sistema di “sfruttamento” scoperto.

È accusato di aver imposto ad almeno 50 lavoratori l’apertura di un conto corrente in Italia, attraverso la firma su pratiche in una lingua a loro sconosciuta, con cui ogni mese sarebbero stati prelevati automaticamente i 500 euro sottratti alla busta paga per remunerare l’alloggio nei Residence le Groane e Residence Ripamonti destinati agli immigrati giunti in Italia con la formula distacco intra-societario internazionale che invece prevede l’obbligo di garantire vitto e alloggio ai lavoratori impiegati all’estero. Così come è sempre Appukuttan, come viene indicato nei verbali, ad aver imposto il pagamento dei 350 euro mensili in “contanti” per il “pranzo e la cena” da consumare in cantiere durante i lavori edili della maxi struttura diplomatica. Lo avrebbe fatto con “reiterate minacce di licenziamento e rimpatrio” in India, in particolare nei confronti di chi, dopo essersi infortunato, avrebbe chiesto di “potersi assentare” per il “riposo”. Intimidazioni, come quella di “essere rispediti” nella nazione asiatica, che costano al 51enne l’accusa di caporalato aggravato.

“Da quello che ho visto con i miei occhi in tante occasioni, tratta gli operai indiani come schiavi, come si vede nei film che parlano degli schiavi. Io quando vedevo quelle scene in cui trattava male gli operai gridando e mandandoli via chiedevo a qualche operaio che parla inglese cosa avesse detto, mi rispondevano che li aveva minacciati dicendo che li avrebbe licenziati e mandati in India”, ha detto un testimone dell’inchiesta, il cui verbale è riportato nel decreto di fermo di Appukuttan. Ha detto di non conoscere tutti i “nomi” dei lavoratori coinvolti (con picchi di 500 persone in cantiere) ma “tutti quelli con cui ho parlato mi dicevano di avere paura di lui”. Il 51enne avrebbe tenuto i “contatti con la società indiana che li porta in Italia e da quello che mi hanno detto pagano soldi per venire”, circa 500mila rupie (5-6mila euro) per ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’uomo in Italia “li spaventa” e “quando è successo che alcuni di loro hanno protestato o per qualsiasi problema tra Caddell e gli operai” lui si sarebbe occupato della risoluzione dei problemi. Il testimone ha fornito agli inquirenti ulteriori informazioni sul sistema di sfruttamento dietro il progetto di rigenerazione urbana dei 40mila metri quadrati dell’ex Tiro a segno che potrebbero portare a sviluppi giudiziari nelle prossime settimane.

Il fermo, che dovrà essere convalidato dal gip, è stato disposto per il pericolo di fuga dell’indagato che inoltre si sarebbe adoperato per tentare di depistare l’inchiesta: a partire dal 29 maggio, quando i carabinieri hanno dato esecuzione al decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società statunitense indagata per la legge 231, Appukuttan avrebbe “inviato” messaggi “nella chat di gruppo” degli operai “intimando di non parlare e di non riferire all’esterno quanto accadeva in cantiere” e chiedendo di sapere cosa avessero riferito sulla sua figura. Lo stesso giorno avrebbe cambiato il “domicilio” in Italia, allontanandosi dal precedente alloggio di Garbagnate, nel Milanese.

“Voleva scappare dall’Italia – ha messo a verbale un operaio 41enne in una delle testimonianze – solo che ha capito che con l’aereo è pericoloso così si sta organizzando con la Caddell per farlo scappare via”. “Sono a conoscenza – ha aggiunto – del fatto che gli operai indiani hanno parlato di lui da voi. Vogliono fargli prendere un pullman o qualche altro mezzo che non si può controllare, perché sanno che al 100% se prende l’aereo lo scoprite e lo potete arrestare”. Nei giorni scorsi era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio Ulas Demir, il cittadino turco indagato come manager di Caddell Construction nella sede secondaria italiana. Aveva acquistato un volo per Istanbul il giorno dopo il commissariamento d’urgenza dell’azienda. Elemento che, assieme alle intercettazioni telefoniche, ha fatto ipotizzare il pericolo di fuga alla base del provvedimento. Il fermo è già stato convalidato dal gip di Bergamo che ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare.

L'articolo “Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.

Omicidio di Milano Certosa, primo fermo per la morte di Gianluca Ibarra Silvera: è un 19enne

5 June 2026 at 20:10

A dieci giorni dall’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato a morte nella notte tra il 26 e il 27 maggio vicino alla stazione di Milano Certosa, arriva la prima svolta investigativa. La Procura di Milano ha disposto il fermo di uno dei giovani finiti nel mirino della Squadra Mobile nell’ambito dell’indagine sul delitto che ha sconvolto la periferia nord del capoluogo lombardo. Si tratta di un 19enne, di origine peruviana. Altri sette ragazzi, residenti tra Milano e l’hinterland, sono stati perquisiti e ascoltati dagli investigatori.

Il provvedimento è maturato dopo giorni di accertamenti coordinati dal pubblico ministero Elio Ramondini e dall’aggiunta Bruna Albertini. Gli agenti della Squadra Mobile hanno raccolto testimonianze, effettuato sopralluoghi, analizzato immagini di videosorveglianza e sviluppato una serie di riscontri tecnici che avrebbero consentito di identificare alcuni dei presunti partecipanti all’aggressione.

Secondo quanto emerso finora, il giovane fermato farebbe parte del gruppo che la notte del delitto avrebbe accerchiato e inseguito Gianluca e suo fratello nell’area della stazione ferroviaria. Gli altri sette ragazzi ascoltati dagli investigatori non risultano, al momento, destinatari di misure restrittive, ma la loro posizione resta al vaglio degli inquirenti.

La pista delle pandillas

L’indagine continua a concentrarsi sull’ipotesi di un’aggressione maturata nell’ambiente delle cosiddette “pandillas” latinoamericane. La stazione di Milano Certosa, secondo fonti investigative, sarebbe tornata negli ultimi tempi a essere un luogo di ritrovo di gruppi giovanili riconducibili a diverse bande, tra cui i Latin Kings e la Mara Salvatrucha, nota come MS-13. Nell’area sarebbero state notate più volte scritte con la sigla “LK”, acronimo di Latin Kings. Proprio questo elemento era stato richiamato nei giorni scorsi dal fratello della vittima, testimone diretto dell’aggressione.

Intervistato dalla trasmissione televisiva Fuori dal coro, il giovane aveva raccontato che il gruppo di aggressori si sarebbe presentato gridando “Somos los reyes”, ovvero “Siamo i re”, frase che secondo lui richiamava chiaramente la gang. “Hanno fatto un marchio sulla parete con la scritta LK. È una gang”, aveva dichiarato.

L’inseguimento sui binari

Il racconto del fratello di Gianluca restituisce il quadro di una violenza improvvisa e brutale. I due giovani sarebbero stati circondati da un gruppo numeroso di ragazzi armati di coltelli, bottiglie e pietre. “Hanno iniziato ad accerchiarci, siamo scesi sui binari correndo. Avevamo trenta persone dietro che ci rincorrevano”, aveva raccontato. Nel tentativo di fuggire, i due fratelli si sarebbero separati. Gianluca sarebbe stato raggiunto dal branco e colpito ripetutamente.

“L’hanno preso, sono saltati in massa su di lui. Saranno stati una ventina a picchiarlo e accoltellarlo”, aveva detto il fratello, che ha poi assistito agli ultimi istanti di vita del ventiduenne. “Mi è morto tra le braccia. Gli dicevo di resistere, ma era pieno di ferite”.

Un delitto senza un movente chiaro

Resta ancora da chiarire il movente dell’omicidio. Gli investigatori non escludono che la vittima possa essere stata scambiata per qualcun altro oppure che l’aggressione sia nata da una dinamica di affermazione territoriale tipica delle bande giovanili. “Un vero motivo non c’era”, ha sostenuto il fratello di Gianluca. “L’hanno ucciso solo per il gusto di farlo oppure ci hanno scambiato per qualcuno che non eravamo”.

L’identificazione del primo sospettato rappresenta ora un passaggio cruciale per ricostruire la sequenza dei fatti e individuare le responsabilità degli altri componenti del gruppo che avrebbe preso parte al pestaggio mortale. Gli investigatori attendono gli ultimi riscontri per definire il quadro accusatorio e accertare il ruolo di ciascuno dei giovani coinvolti.

L'articolo Omicidio di Milano Certosa, primo fermo per la morte di Gianluca Ibarra Silvera: è un 19enne proviene da Il Fatto Quotidiano.

Milano, l’ex procuratrice aggiunta Siciliano si candida vicesindaca. Sala: “La prova che una parte dei pm fa politica”

5 June 2026 at 12:03

“Non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse a caso, porto rispetto alle altre istituzioni, anche alla Procura. Però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica e con la candidatura della Siciliano credo che ci sia una solida dimostrazione di ciò”. Il sindaco di Milano Beppe Sala commenta in modo durissimo la scelta di Tiziana Siciliano, ex procuratrice aggiunta nel capoluogo lombardo, di candidarsi alle elezioni comunali del prossimo anno. Siciliano, in pensione da dicembre 2025, era responsabile del pool specializzato in reati contro la pubblica amministrazione, e in quanto tale ha coordinato le recenti inchieste sull’urbanistica che hanno terremotato la giunta Sala. Ora correrà da vicesindaca nella lista “Milano Libera” dell’imprenditore Massimiliano Lisa, amministratore del museo su Leonardo Da Vinci “Leonardo3” in galleria Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo.

A questo proposito, ad alimentare le polemiche sulla candidatura dell’ex pm è una nuova inchiesta, nata proprio da un esposto di Lisa, con l’ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione degli spazi commerciali in galleria da parte del Comune. La denuncia era arrivata quando Siciliano era ancora in servizio, ed era stata assegnata a un magistrato del suo dipartimento. Ma la pm, interpellata sul tema, ha sottolineato di essere completamente estranea alla gestione dell’indagine, spiegando di aver conosciuto Lisa solo dopo il pensionamento, cioè a gennaio 2026: “Non vorrei sbalordirvi, ma io questo esposto non lo ricordo in alcun modo, ne arrivavano centinaia. L’assegnazione avveniva automaticamente, tramite il sistema informatico. Sono in pensione da cinque mesi e cinque mesi, nel nostro mondo, sono un’infinità”.

Una versione su cui Sala attacca Siciliano, dicendosi poco convinto: “Ogni giorno che passa sono sempre più perplesso. Leggo che Siciliano dice che non ricorda l’esposto di Massimiliano Lisa. Ora, ho qualche dubbio, ma non ho nessuna prova che non si ricordi. Ma che una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in procura, si candidi con una persona che conosce poco senza fare alcuna verifica, ecco questo è incomprensibile“, dice il sindaco a margine della festa dei Carabinieri. Trovando la solidarietà del governatore leghista Attilio Fontana: “Sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella che dice il sindaco Sala è una delle ipotesi”, afferma il presidente della Regione.

L'articolo Milano, l’ex procuratrice aggiunta Siciliano si candida vicesindaca. Sala: “La prova che una parte dei pm fa politica” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Caso Minetti, Travaglio: “La Procura non può accusare il Fatto di falso, è diffamazione. Si rimangino tutto e ci chiedano scusa o li denunciamo”. Su La7

4 June 2026 at 22:02

“Possono anche raccontare che gli asini volano, ma l’unica cosa che la Procura Generale non può fare è accusare il Fatto Quotidiano di falso, perché questa è una diffamazione. E non possono farlo perché non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quella cosa lì se la rimangiano e ci chiedono scusa, altrimenti li denunciamo“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, sul caso della grazia concessa a Nicole Minetti e sulle verifiche della Procura Generale di Milano che ha smentito l’inchiesta del quotidiano.

Il direttore sottolinea: “Continueremo a lavorare su questa vicenda invereconda per dare delle notizie. Non sta a noi del Fatto Quotidiano dare o togliere le grazie. Le grazie le danno o le tolgono eventualmente quelli che ne hanno la competenza. Noi ci siamo semplicemente occupati di una grazia che non stava né in cielo né in terra – continua – Abbiamo fatto interviste a testimoni che hanno smontato punto per punto il parere favorevole alla grazia dato a gennaio dalla Procura Generale di Milano. Abbiamo offerto ai nostri lettori delle notizie: intanto che era stata concessa la grazia, visto che il Quirinale se l’era inguattata. Abbiamo fatto interviste che non possono essere smentite per la semplice ragione che i testimoni che noi abbiamo intervistato non sono stati sentiti dai magistrati“.

Travaglio aggiunge: “Non so se avete letto il tragicomico comunicato della Procura Generale di ieri che dice che l’intervista alla massaggiatrice che lavorava a casa di Cipriani non è vera, perché è stata smentita dalle indagini difensive. Cioè praticamente tu affidi le indagini sulla Minetti alla Minetti, agli avvocati della Minetti e ai testimoni che hanno trovato gli avvocati della Minetti. È l’oste che dice che il vino è buono, ma va benissimo. Noi abbiamo un inviato in loco – prosegue e continueremo a documentare che i due presupposti alla origine della grazia non ci sono: che Minetti ha cambiato vita e che sottrarla ai servizi sociali che le avrebbero tolto il passaporto avrebbe pregiudicato il trasporto del bambino malato all’unico ospedale al mondo che poteva curarlo”.

Circa la richiesta di risarcimento danni pari a 250 milioni di euro avanzata da Minetti e Cipriani contro Il Fatto, Travaglio precisa: “Mi occuperò di fare causa anch’io a quelli che hanno diffamato noi, così vediamo chi vince. Se bastasse chiedere dei soldi per ottenerli, saremmo tutti lì che li chiediamo. Non basta chiedere dei soldi per ottenerli: di solito chi fa richieste di soldi per liti temerarie non solo non li incassa ma li sborsa”.

L'articolo Caso Minetti, Travaglio: “La Procura non può accusare il Fatto di falso, è diffamazione. Si rimangino tutto e ci chiedano scusa o li denunciamo”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.

Inchiesta sugli spazi in Galleria a Milano affittati dal Comune: negli esposti il nome dell’imprenditore Rudy Citterio

4 June 2026 at 20:28

L’inchiesta della Procura sugli spazi affittati dal Comune di Milano ai privati, anche nella Galleria Vittorio Emanuele, ha tra i protagonisti Rudy Citterio, imprenditore da trent’anni attivo nel business dei locali notturni milanesi. È quello di cui è convinto Massimiliano Lisa, che lo cita nei suoi esposti che, presentati un anno fa alla Guardia di finanza, hanno dato origine all’inchiesta oggi condotta dalla pm Grazia Colacicco. Citterio è descritto da Lisa come il mediatore informale che si occupa di facilitare i rapporti tra imprenditori privati e la pubblica amministrazione.

Nei suoi esposti, Lisa denuncia la gestione, a suo dire opaca, degli spazi in Galleria affittati dal Comune, tra i quali quelli dove ha sede il Museo Leonardo3 da lui gestito.

Nei mesi scorsi, Lisa si è candidato sindaco di Milano con la lista civica Milano libera, che ha indicato come candidato vicesindaco e assessore alla trasparenza Tiziana Siciliano, il sostituto procuratore che ha avviato le indagini sull’urbanistica milanese e che, dopo essere andata in pensione nel dicembre scorso, ha dato la sua disponibilità a candidarsi nella lista di Lisa.

Nato a Desio nel 1959, Rodolfo Citterio ha avuto ruoli di vertice dentro Silb, il Sindacato italiano locali da ballo, e Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, aderente alla Confcommercio. Nel 2010 è stato coinvolto (e perfino posto agli arresti domiciliari) in una inchiesta sui locali notturni milanesi e sui rapporti con funzionari pubblici, da cui è uscito prosciolto.

L'articolo Inchiesta sugli spazi in Galleria a Milano affittati dal Comune: negli esposti il nome dell’imprenditore Rudy Citterio proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il prof della Scuola militare Teuliè arrestato per violenza sessuale: “Mandi una fotina? Ti do 8,5 per dettagli hard”

4 June 2026 at 17:04

Scriveva al suo studente in chat: “7,5 meritato, 8,5 per qualche dettaglio hard all’insaputa di Elena (nome di fantasia, ndr)”. Solo una delle centinaia di messaggi che il professore mandava a otto studenti maschi. Seguivano richieste di foto intime, video di rapporti e altro. Il tutto in cambio “dell’aiutino”. Per anni, almeno dal 2024 e fino a pochi giorni fa, ha agito in questo modo un professore di latino che insegna all’interno della notissima Scuola militare Teuliè di Milano con sede in corso Italia nel pieno centro della città. È stato arrestato oggi e messo ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale, maltrattamenti e concussione. Perché “abusando della propria posizione di docente e delle condizioni di inferiorità psichica degli studenti costringeva gli stessi a subire ripetuti atti sessuali (…) chiedendo loro di inviargli materiale fotografico e video ritraente il corpo, il torso nudo, le parti intime”.

A far scattare l’indagine, coordinata dalla sezione di pg dei carabinieri di Palazzo di Giustizia agli ordini del colonnello Alessio Carparelli, è stata una denuncia interna. Secondo il gip con il suo comportamento il docente “ha dimostrato un chiaro spregio delle più elementari regole deontologiche oltre che della legge penale avendo costretto studenti anche minorenni a subire atti sessuali”. Inoltre ha dimostrato “di essere capace di porre in essere condotte sessualmente violente e manipolatorie nei confronti di un significativo numero di studenti”.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano riportata nell’ordinanza del giudice, le attenzioni del docente della Teuliè “si concentravano soprattutto sugli studenti più fragili, con problemi scolastici e quindi maggiormente esposti all’influenza di un professore. Per di più, deve essere tenuto presente che tutte le persone offese sono studenti di una scuola militare dove la gerarchia ha, senza dubbio, un valore ancor più rilevante che negli ordinari percorsi scolastici”. Dalle testimonianze degli studenti emerge poi che il professore “rivolgeva domande sulla vita sentimentale, corporea e intima, chiedendo di riferire particolari di relazioni sessuali con le fidanzate (…). Imponeva rapporti personali riservati e occultati rispetto all’ordinario contesto scolastico, consegnando il proprio numero di telefono, imponendo di non salvarlo con il proprio nominativo, invitando a scaricare Telegram, utilizzando nickname e messaggi effimeri cancellando o facendo cancellare le conversazioni e convocando gli studenti in luoghi appartati (…). Strumentalizzava il proprio potere valutativo e il ruolo di docente e di componente interno della commissione di maturità, richiamando il proprio potere di incidere sul percorso scolastico degli allievi e lasciando intendere possibili conseguenze negative in caso di mancata adesione alle sue richieste”.

Uno dei ragazzi, infatti, riferirà ai carabinieri: “Posso dire che durante le ore di lezione è solito toccare e appoggiarsi proprio fisicamente sui ragazzi e inizia a palpare, anche stamattina mi è successo. Mi si è appoggiato addosso e ha iniziato a toccare il petto e la gola”. Un altro studente dopo aver ricevuto dai lui il compito: “Dopo avermi dato chiarimenti sul mio elaborato mi diceva di essere sempre disponibile per aiuti scolastici, come persona, per chiarimenti o altro, ma in cambio mi chiedeva l’invio di foto o video di me e di quello che stavo facendo. Foto anche esplicite, di parti intime”. In un’altra testimonianza uno studente racconta: “Mi ricordo una volta, in un compito meritavo un voto molto basso, tipo 4, e io gli chiedevo di alzarmi il voto perché altrimenti non sarei potuto uscire. In quell’occasione lui mi ha chiesto esplicitamente una mia foto intima e io gliela mandavo. Mi scriveva su Telegram ‘mi mandi una fotina?’ accompagnata da una emoji di una melanzana per farmi capire cosa volesse. Quando mi serviva qualcosa gli mandavo quello che mi chiedeva”. Il professore, probabilmente ben consapevole di quello che stava facendo, in più occasioni ha chiesto ai suoi studenti di cancellare messaggi e foto anche distruggendo i telefoni.

Annotano i carabinieri: “Il 29 aprile 2026, mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma, veniva avvicinato dal docente che, dopo avergli offerto un lecca-lecca, gli proponeva di distruggere il suo telefono dietro il pagamento di 400/500 euro dicendogli di aver lui stesso provveduto a cambiare dispositivo dopo aver cancellato tutto. Dato il netto rifiuto del ragazzo, l’indagato insisteva affinché cancellasse almeno il contenuto”. Inquietante il fatto che solo poche settimane fa lo stesso professore sia venuto a conoscenza dell’indagine a suo carico e per questo ha iniziato a fare pressione sugli studenti casomai questi fossero stati convocati in Procura.

Intercettato dice: “È importante, so tutto, qualcuno mi ha informato”, dopodichè aggiunge “di essere venuto a conoscenza tramite sue fonti che uno dei ragazzi era dai magistrati per testimoniare”. Anche per questo il gip scrive che i motivi per i quali il docente è stato informato sulle indagini in corso “dovranno necessariamente essere oggetto di accertamento”. L’indagato inoltre pagava gli studenti non solo per cancellare le tracce delle loro comunicazioni, ma anche, secondo i pm, per ingrazziarseli. Spiega uno studente che dopo un corso di recupero il professore di latino “mi regalò un buono Amazon di 100 euro, lui mi rispondeva che era un regalo per il mio compleanno. Dopo il corso mi ha portato 350 euro in contanti dicendomi di divertirmi. Mi ripeteva di tenere a me e che per me avrebbe fatto qualsiasi cosa. Inizialmente mi diceva che i soldi erano un prestito, ma poi mi diceva che il denaro non era un problema”.

Insomma l’obiettivo del professore della Teuliè, secondo la Procura, era sempre lo stesso: ottenere sotto la minaccia anche della bocciatura agli esami di maturità. “Se non vieni a a casa mia concretizzando, la maturità la sostieni con le tue sole forze”. E ancora: “ Alla fine, chi ti ha aiutato in maniera molto concreta in questo anno sono io, sono solo io e mi sono dovuto pure sorbire quella classaccia di merda. Quindi io non voglio ogni volta, diciamo, ribadire e sottolineare questo, però un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto, perché poi ti ricordo, che c’è sempre la maturità e la maturità non c’è il generale che ti ascolta eh, perché li ci sono tutti i vari professori capito?”.

L'articolo Il prof della Scuola militare Teuliè arrestato per violenza sessuale: “Mandi una fotina? Ti do 8,5 per dettagli hard” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ahuva Zeloof arriva a Milano con “Faith”: libro e mostra dal 5 al 14 giugno alla Galleria Rubin

4 June 2026 at 16:28

Il lancio di un libro e una mostra personale. Doppio appuntamento dal titolo Faith che segna l’approdo milanese del lavoro artistico di Ahuva Zeloof. Alla Fondazione Sozzani verrà presentato l’opera dell’autrice che ripercorre il suo percorso scultoreo, e quale occasione migliore per mostrare per la prima volta al pubblico del capoluogo lombardo, in questo caso alla Galleria Rubin, le creazioni raccontate tra le pagine del libro. La mostra, curata dall’art director Avshalom Gur, inizierà il 5 giugno e si concluderà il 14 in via Santa Marta 10.

Faith ripercorre lo sviluppo dell’ultima serie scultorea di Zeloof e si propone come una guida visiva per “riconnettersi con la propria anima” e ritrovare pace e armonia con il mondo naturale. Un impianto che si muove tra immagine e materia, e che restituisce la complessità di un lavoro in cui la scultura viene osservata tanto nella sua forma tridimensionale quanto nella sua trasposizione fotografica.

Il percorso dell’artista, iniziato negli anni Novanta attraverso la sperimentazione con diversi media, è segnato da un rapporto costante e quasi magnetico con la pietra. Un materiale che Zeloof non intende semplicemente modellare, ma interrogare, esplorando quel confine sottile tra ciò che viene scolpito e ciò che la natura ha già inscritto nella materia. Il progetto nasce anni fa su una spiaggia della Terra Santa, nei pressi di Cesarea, dove l’artista inizia a raccogliere pietre nubiane levigate dal mare. Con il tempo, quelle forme organiche sembrano rivelare ai suoi occhi scenari biblici e iconici: il Muro del Pianto, Mosè, il Monte Sinai. Ecco perché Zeloof sceglie di rinunciare alla manipolazione fisica della materia: “perché l’Arte è già lì”. L’artista si concentra quindi sulla composizione e sulla disposizione degli elementi, sperimentando per oltre un anno con materiali diversi, dal plexiglass al legno, affinché siano le forme stesse a raccontare una storia.

Il riferimento alla natura e alla sua capacità di generare meraviglia si intreccia con una sensibilità che richiama i maestri del Romanticismo. In questa prospettiva, la natura diventa luogo di rigenerazione di senso, capace di restituire speranza e unità in contrasto con la vita urbana contemporanea. La fede, suggerisce il progetto, emerge così come sentimento universale, inscrivibile anche nelle forme più umili, semplicemente “trovate” dall’artista. “Questa volta non cerco volti, ma figure bibliche. Monumenti sacri e scene di pellegrinaggio appaiono ai miei occhi quando guardo queste collezioni di pietre. Creato dalla natura e trovato dall’artista”, spiega Zeloof.

Faith 25 in bronze (foto di Georgia Metaxas)

Figura nota per le sue sculture in pietra e per le figure in bronzo, Zeloof ha attraversato un lungo percorso di ricerca sul tema della texture e della completezza artistica. Dopo aver cresciuto quattro figli, ha iniziato a scolpire solo quando questi hanno lasciato la casa: un passaggio biografico che ha segnato l’avvio di una nuova fase creativa, culminata in un successo sviluppatosi negli ultimi quindici anni. L’artista ha esposto a livello internazionale accanto a nomi come Tracey Emin e David Hockney, e ha presentato tre grandi mostre personali a Londra. Faith è un ulteriore punto di svolta del suo percorso, in cui la manipolazione della materia si riduce per lasciare spazio a una dimensione più essenziale e spirituale, affidata allo sguardo di chi osserva.

L'articolo Ahuva Zeloof arriva a Milano con “Faith”: libro e mostra dal 5 al 14 giugno alla Galleria Rubin proviene da Il Fatto Quotidiano.

Milano, arrestato un insegnante della scuola militare Teuliè: violenza sessuale, concussione e maltrattamenti sugli allievi

4 June 2026 at 14:56

Violenza sessuale, concussione e maltrattamenti nei confronti di “diversi allievi della Scuola” (almeno 7): l’accusa è infamante ed è rivolta a un insegnante della scuola militare Teuliè di Milano. Il professionista ha 48 anni ed è stato arrestato (ai domiciliari). L’indagine delle pm Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, condotta dai carabinieri della sezione di Polizia giudiziaria, ha ricostruito anche la “condizione di assoggettamento psichico degli studenti”, oltre a sopraffazioni, umiliazioni e vessazioni e agli abusi sessuali.

Le indagini della Procura di Milano, in particolare dei dipartimenti di contrasto ai reati ai danni delle ‘fasce deboli” e nella pubblica amministrazione, come si legge in una nota del procuratore Marcello Viola, “svolte dai Carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria” hanno portato “all’applicazione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un insegnante della Scuola Militare Teuliè”, molto nota in città e frequentata da ragazzi che hanno l’età degli ultimi tre anni delle superiori. L’arresto è “per i reati di violenza sessuale, concussione e maltrattamenti, commessi nei confronti di diversi allievi della Scuola”. Le contestazioni, stando alle indagini, “rappresentano un quadro di costanti pressioni svolte dall’insegnante, il quale, abusando della posizione educativa ricoperta“, e in particolare del ruolo “di componente interno della Commissione al prossimo esame di maturità”, e della condizione “di assoggettamento psichico degli studenti, sottoposti a un regime di sopraffazione, vessazione, umiliazione e manipolazione, costringeva i giovani allievi a subire abusi sessuali, a condividere particolari della vita intime”. Da quanto si apprende la pm Menegazzo, che coordina l’inchiesta, sta sentendo in queste ore professori e ufficiali dell’istituto militare di corso Italia, colleghi del docente arrestato.

Che, stando a quanto si legge nell’ordinanza del gip, anche “dopo aver saputo di essere sottoposto a indagine ed essendo perfettamente conscio dell’illegittimità del suo comportamento, ha cercato di inquinare le prove arrivando a chiedere a degli studenti” di “mentire ai magistrati requirenti“. Tra le condotte contestate, come emerge dalle oltre 20 pagine del provvedimento emesso su richiesta della Procura diretta da Marcello Viola, c’è anche il fatto che gli studenti – alunni liceali a cavallo della maggiore età – erano “costretti” a subire abusi, perché altrimenti il 48enne li avrebbe “ostacolati“, così gli diceva, “nell’esame e nel conseguimento della maturità” di quest’anno. L’inchiesta è scattata dopo le dichiarazioni rese lo scorso marzo da uno degli allievi “ai suoi superiori”.

Uno studente ha raccontato a verbale di aver “percepito” una “richiesta” del docente come “una velata minaccia” e il fatto che poteva “venire meno il suo sostegno scolastico”. E ancora: “Io non vado molto bene a scuola – ha detto il ragazzo – e quindi potrei rischiare la bocciatura“. Un altro ha spiegato che il prof avrebbe potuto “assumere un atteggiamento ostile“, se non sottostava alle sue richieste. L’insegnante dava anche soldi ai ragazzi, dai 100 ai 300 euro, sempre stando agli atti, e chiedeva in alcuni casi anche di inviargli “fotografie erotiche“. Su Telegram scriveva: “Mi mandi una fotina?”. Un alunno ha raccontato di essere rimasto “pietrificato” durante un abuso. Due studentesse hanno messo a verbale che, “pur non avendo mai assistito direttamente” alle violenze “nei confronti dei compagni maschi” sapevano dei “netti favoritismi” nei confronti di alcuni allievi. La giudice mette in rilievo tutte le “condotte sessualmente violente e manipolatorie nei confronti di un significativo numero di studenti“. E oggi le pm Mannella e Menegazzo, coi carabinieri, stanno ascoltando una serie di testimoni, tra cui altri docenti della scuola.

L'articolo Milano, arrestato un insegnante della scuola militare Teuliè: violenza sessuale, concussione e maltrattamenti sugli allievi proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Bastardo. Ora mi aspetto giustizia”, la madre di Pamela Genini urla in aula contro Gianluca Soncin imputato per il femminicidio

4 June 2026 at 11:57

La Corte d’Assise di Milano ha ammesso come parti civili i familiari di Pamela Genini nel processo a carico di Gianluca Soncin, il 53enne accusato di aver ucciso la ex compagna il 14 ottobre scorso nella sua abitazione nel quartiere Gorla di Milano. Respinta invece la richiesta di costituzione di parte civile di Francesco Dolci, ex fidanzato della vittima e oggi indagato dalla Procura di Bergamo nell’inchiesta sulla profanazione della tomba della giovane. Soncin è imputato per omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dalla crudeltà, dai futili motivi e dalla relazione affettiva cessata. Secondo la ricostruzione della Procura, coordinata dall’aggiunta Letizia Mannella e dalla pm Alessia Menegazzo, avrebbe fatto realizzare di nascosto una copia delle chiavi dell’abitazione della donna, entrando in casa armato di un coltello prelevato dalla sua collezione e colpendola con 76 fendenti.

All’apertura dell’udienza erano presenti la madre della vittima, Una Smirnova, i fratelli Nicola e Veronica Genini e gli altri familiari. Quando l’imputato è entrato in aula scortato dalla polizia penitenziaria, la donna gli ha urlato contro: “Bastardo”. Poco dopo si è sentita male ed è stata accompagnata fuori dall’aula. Al termine dell’udienza ha spiegato ai cronisti il motivo della sua reazione: “Vederlo mi ha provocato un effetto devastante, la sua crudeltà, la sua lucidità, la sua mancanza di rispetto e di pentimento… Èuna persona che non si può descrivere, in aula purtroppo ho avuto un momento di sfogo, ma è stato terribile guardarlo per la prima volta. Ora mi aspetto giustizia”. La famiglia punta alla massima pena. “Noi chiediamo giustizia e l’ergastolo”, ha dichiarato Pier Giuseppe Rota, compagno della madre di Pamela, prima dell’inizio del processo.

La Corte ha ammesso come parti civili la madre della giovane, anche in qualità di amministratrice di sostegno del marito malato, e i due fratelli della vittima. Respinte invece le richieste avanzate da due associazioni e quella di Francesco Dolci. “La esistenza di un rapporto sentimentale di pochi mesi, maggio-ottobre 2025, non connotato da una stabile e continuativa convivenza e caratterizzato dalla presenza di un rapporto sentimentale parallelo non consente di riconoscere la legittimazione alla costituzione di parte civile di Francesco Dolci, aldilà di ogni questione su separati procedimenti”, hanno scritto i giudici nelle motivazioni lette in aula. La posizione di Dolci è stata al centro di un duro confronto tra le parti. L’avvocato della madre della vittima, Nicodemo Gentile, ha chiesto di respingere la sua istanza sostenendo che “Francesco Dolci è stato uno stalker in vita e dopo la morte” di Pamela Genini. “Con questa istanza la realtà supera la più fervida immaginazione. Nessun rispetto per la famiglia già oltraggiata”, ha affermato il legale. “Come emerge dagli atti dell’inchiesta di Bergamo, Pamela lo chiamava ‘amico con benefit, stalker, mostrò’. Da ottobre 2025 abbiamo questo stalker e lo dice anche la Procura di Bergamo che parla dell’ossessione di Dolci”.

La difesa dell’uomo ha invece sostenuto l’esistenza di una relazione stabile tra lui e la vittima. “Questo procedimento non c’entra con Bergamo e da maggio del 2025 i due avevano un rapporto stabile e ciò emerge dal cellulare e dalle testimonianze dei genitori. Era un rapporto parallelo sì, ma duraturo e continuativo e lui è stato l’ultima persona con cui ha parlato lei e questo deve far riflettere”, ha dichiarato l’avvocata Eleonora Prandi. “Lei ha chiesto aiuto a lui e poi Dolci ha collaborato con i pm. La loro relazione è sfociata anche in una richiesta di matrimonio di lei, avevano un progetto in essere”. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Dolci fu effettivamente l’ultima persona a sentire Pamela. Poco prima dell’omicidio la giovane gli inviò un messaggio: “E’ matto (…) che faccio?”. “Stanno arrivando, la polizia, li ho chiamati”, rispose lui dopo aver allertato le forze dell’ordine. Quando gli agenti arrivarono nell’appartamento, però, la donna era già stata uccisa.

Dopo la decisione della Corte, Dolci ha commentato all’Adnkronos la sua esclusione dal processo. “Peccato perché come parte civile avrei potuto combattere con il mio avvocato contro Soncin”. E ancora: “Bisogna sempre affidarsi nelle mani della giustizia, ma io ero la persona più vicina a Pamela e infatti quando aveva bisogno mi veniva sempre a cercare. Di certo non lo facevo per soldi di costituirmi parte civile, ma per combattere fino alla fine questa guerra”. L’uomo ha poi replicato alle accuse rivoltegli dalla famiglia della vittima. “Io di fronte a queste cose sono totalmente allibito. Mi hanno riferito che sembrava il processo a me e non a Soncin”. E ha aggiunto: “Come sempre dalla morte di Pamela a questa parte la famiglia attacca me e non Soncin. Mi sembra assurdo che queste persone parlino di miei atti persecutori nei confronti di Pamela, che non sono veri, e nessuno invece parla di quelli di Soncin”.

Sul fronte processuale, la difesa del 53enne ha depositato una serie di richieste istruttorie, tra cui una consulenza medico-legale e accertamenti sui telefoni cellulari acquisiti durante le indagini. L’obiettivo è contestare le aggravanti formulate dall’accusa. “Lo scopo del processo è capire come è successo il fatto e appurarlo nel modo migliore possibile e capire perché è successo, il movente”, hanno spiegato gli avvocati Pietro Sartori e Simona Luceri. “Pamela Genini è morta per i colpi inferti dall’imputato, ma c’è tutto il tema delle aggravanti su cui la difesa avanzerà degli argomenti”. La Procura si è opposta alla richiesta di una nuova perizia medico-legale, ritenendola “solo esplorativa, per cercare una nuova ricostruzione di dinamica”. La Corte si è riservata di decidere sulle richieste difensive al termine dell’istruttoria dibattimentale e ha rinviato il procedimento al 13 luglio, quando inizierà l’esame dei primi testimoni.

L'articolo “Bastardo. Ora mi aspetto giustizia”, la madre di Pamela Genini urla in aula contro Gianluca Soncin imputato per il femminicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.

Caso Igor Squeo: morì dopo un intervento di polizia, la Procura generale avoca l’inchiesta e indaga 6 agenti e un medico

3 June 2026 at 21:28

Quattro agenti l’avrebbero sottoposto a una “impropria contenzione“, altri due avrebbero falsificato la annotazione di servizio, una dottoressa avrebbe somministratico un farmaco anestetico senza monitoraggio e poi avrebbe falsificato la relazione. Sono i sette indagati per la morte di Igor Squeo, deceduto a 33 anni dopo un intervento della polizia nel suo appartamento. Era la notte tra l’11 e il 12 giugno del 2022: una volante della polizia intervenne per sedare una rissa tra Squeo e un ragazzo ivoriano. Il giovane milanese fu ammanettato mani e piedi e bloccato al suolo, era agitato, sotto l’effetto degli stupefacenti. I poliziotti chiesero l’intervento di un medico che gli somministrò un farmaco per sedarlo. Il decesso arrivò 4 ore più tardi in ospedale. Del caso si è occupata negli ultimi anni anche la parlamentare di Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi.

Ora, a dare la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di agenti e medico, è stata Chi l’ha visto? che ha anche rivelato che a procedere è la procuratrice generale di Corte d’appello, Francesca Nanni, che ha avocato a sé l’inchiesta dopo due richieste di archiviazione dei pm i quali hanno ipotizzato una morte per “intossicazione acuta da cocaina”. Nanni, insieme col sostituto pg Massimo Gaballo, hanno accolto così la richiesta dei legali della famiglia. Nei giorni scorsi la Procura generale ha chiesto alla gip Maria Idria Gurgo di Castelmenardo di disporre una perizia medico legale per “accertare le cause del decesso“. La perizia medico legale in incidente probatorio, secondo la Pg, è necessaria anche “eventualmente per procedere all’esumazione del cadavere per verificare la presenza di ulteriori fratture ossee, oltre a quelle rilevate in sede di autopsia”.

Per la Procura generale, come si legge negli atti, le indagini hanno “totalmente trascurato l’ipotesi investigativa proposta dalle parti civili“, ossia che “il decesso di Squeo possa essere stato causato da asfissia posizionale determinata dall’impropria contenzione fisica” del 33enne, durante l’intervento degli agenti, “riferita da personale del 118“. In sostanza, Squeo sarebbe deceduto per l’impossibilità di respirare dovuta al peso dei poliziotti che lo bloccavano a terra e forse per il farmaco usato per sedarlo. Quattro poliziotti sono, perciò, indagati per omicidio preterintenzionale, due per falso ideologico mentre la dottoressa per omicidio colposo e falso ideologico perché in questa ricostruzione ha somministrato un farmaco anestetico al giovane “senza monitoraggio, nonostante la saturazione dell’82%” e poi ha “ritoccato” la relazione di soccorso, indicando “falsamente la saturazione del 96%“.

L'articolo Caso Igor Squeo: morì dopo un intervento di polizia, la Procura generale avoca l’inchiesta e indaga 6 agenti e un medico proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa

3 June 2026 at 12:41

“Un euro e cinquanta all’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. Quando sono arrivato in Italia credevo che la vita fosse migliore che in Kenya e invece..”. Davanti al cantiere del consolato Usa di Milano, Joseph (nome di fantasia) si mischia tra le bandiere dei sindacati confederali che si sono date appuntamento questa mattina per protestare contro lo sfruttamento fatto emergere dalla procura di Milano. “Ci venivano a prendere dal residence alle sei del mattino e ci riportavano indietro alle sei di sera” aggiunge l’uomo che aveva già lavorato per la stessa ditta. “Sul contratto con il quale ci hanno fatto prendere il visto, lo stipendio era di 2200 euro”.

Ma la realtà è differente. E quando i sindacati hanno provato ad entrare nel cantiere sono stati respinti per “questioni di extraterritorialità”. Una situazione che secondo Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil “non è l’eccezione ma la punta di un iceberg”. I controlli in un settore che è sempre più in espansione sono insufficienti. “Non bastano venti ispettori in tutta Milano – conclude il segretario della Camera del Lavoro di Milano Luca Stanzione – chiediamo che il governo intervenga aprendo un tavolo con noi perché solo con gli ispettori si possono controllare i cantieri. Senza gli ispettori le leggi non vengono applicate”.

L'articolo “Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌