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L’ortografia al tempo della sua riproducibilità tecnica

4 June 2026 at 13:30

Il settimanale tedesco Die Zeit apre con una domanda che non è proprio l’equivalente delle tette in copertina con cui hanno campato i settimanali italiani per decenni, ma per gli appassionati del genere forse è anche meglio: «L’ortografia è ancora importante?». Tra l’altro, se buttate un occhio all’immagine qui sopra, vi prego di notare la finezza del refuso nella testata sottolineato in rosso (io ovviamente ci ho messo ore ad accorgermene).

Ad ogni modo, il punto è questo: grazie all’intelligenza artificiale e ai correttori automatici, non è mai stato così facile scrivere senza fare errori. Dunque, perché dovremmo preoccuparci di studiare come scrivere correttamente? Si tratta ovviamente di una domanda retorica, cui seguono varie buone ragioni per non delegare anche questo compito alle macchine (o almeno non del tutto). Io però non riesco a non pensare al fatto che ogni volta che apro Netflix ci trovo una serie americana, «The Lincoln lawyer», il cui titolo in italiano – o meglio, in quello che vorrebbe essere italiano – recita così: «Avvocato di difesa». Il titolo. Su Netflix. Dove evidentemente, tra quelli che si occupano del mercato italiano, non c’è nessuno – un dirigente, uno scrittore, un correttore di bozze, un manovale, un facchino, un usciere, un parente o un amico di uno qualsiasi di questi qui – che abbia abbastanza dimestichezza con la nostra lingua da sapere che in italiano si dice «avvocato difensore» e non «avvocato di difesa» (sì, il fatto che il romanzo da cui è tratta la serie sia stato pubblicato in Italia con quel titolo vent’anni fa non è un’attenuante, per Netflix, semmai un’aggravante, per l’Italia; d’altra parte, se gli uffici del Quirinale funzionano come funzionano quando si occupano di questioni leggermente più delicate come il potere di grazia, posso io prendermela con chi decide i titoli delle serie tv?).

In realtà, non penso che un caso del genere si possa definire neanche un errore di ortografia, è evidente che qui non si tratta della correttezza della scrittura, che il problema è a monte, ma comunque, insomma, forse in Italia con l’intelligenza artificiale dovremmo essere un po’ meno schizzinosi dei tedeschi.

P.S. Volendo inserire il link all’articolo, che avevo letto sull’ipad in pdf, ho messo il titolo su google – Ist Rechtschreibung noch wichtig? – e come capita ormai sempre più spesso alla domanda ha risposto direttamente l’intelligenza artificiale: «Sì, l’ortografia è ancora fondamentale. Garantisce chiarezza, professionalità e rispetto nella comunicazione. Anche nell’era della correzione automatica e dell’intelligenza artificiale, testi corretti rimangono importanti per evitare malintesi e per lasciare una buona impressione sul lettore». Decida dunque il lettore se la risposta conferma o smentisce la tesi di cui sopra.

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Il periodo in cui Steve Jobs non sapeva più cosa fare

4 June 2026 at 03:45

«Hai presente quando ti tirano un pugno nello stomaco e resti completamente senza fiato?», raccontò Steve a Newsweek nel 1985. «Devi rilassarti per ricominciare a respirare. È così che mi sono sentito per tutta l’estate.» Per tutta l’estate del 1985 Steve aveva cercato di rilassarsi e respirare. Erano sparite le frenetiche riunioni sui prodotti, le scadenze incessanti e le folle adoranti che fino ad allora erano state la sua vita. Riempiva il tempo con letture, lunghe passeggiate nei boschi e viaggi.

A giugno andò in Italia con la fidanzata, Tina Redse, consulente informatica dallo spirito idealista e un po’ hippy, per esplorare le maestose chiese e i dolci vigneti della Toscana. Traeva ispirazione da tutto ciò che vedeva, persino dai marciapiedi di Firenze rivestiti in pietra serena, un’arenaria locale dalle sfumature grigio-azzurre (in seguito la userà come pavimentazione negli Apple Store).

Poi fu la volta di Parigi. Si chiedeva se non fosse giunto il momento di usare le ingenti fortune accumulate per condurre una vita tranquilla da espatriato americano: leggere letteratura nei caffè e studiare i grandi maestri nei musei. A Tina piaceva l’idea di ritirarsi insieme a lui e stabilirsi lì.

[…] Ma Steve non riusciva a stare lontano dal lavoro a lungo. Voleva continuare a costruire e a creare. All’inizio del luglio 1985 visitò l’Unione Sovietica, dove incontrò funzionari del Partito comunista per parlare della possibile apertura di una fabbrica di Macintosh.

Due giorni dopo Steve abbandonò il suo futuro europeo e tornò in California, meditando di entrare in politica – gli piaceva l’idea di diventare una figura storica leggendaria come John F. Kennedy o Ronald Reagan. Parlò perfino con due consulenti politici, Pat Caddell e Scott Miller, della possibilità di candidarsi al Senato.

Ma aveva un problema: non sapeva se candidarsi nelle file dei democratici o dei repubblicani. Non si era mai nemmeno registrato per andare a votare. Alla fine rinunciò. «Ho ancora troppi capelli per la politica», disse.

[…] Nella sua quiete, Steve stava avviando un processo di riflessione più strutturato per decidere i suoi prossimi passi. Cominciò a elencare punto per punto i suoi progetti preferiti durante gli ultimi dieci anni in Apple. Emergeva una tendenza molto evidente: era attratto dalle iniziative legate all’istruzione. Aiutare scuole e studenti lo riportava in contatto con la sua gioventù felice. Un ricordo spiccava su tutti: l’Apple University Consortium. Avviato prima dell’uscita del Mac, il Consortium era stato un piano per assicurarsi l’acquisto in grandi quantità di Macintosh da parte delle università a prezzi scontati, incoraggiando al tempo stesso i professori a sviluppare la libreria di software di cui Apple aveva bisogno. Il programma era nato da un’idea di Dan’l Lewin, raffinato e brillante esperto di vendite dall’eloquio sicuro e dal volto angelico. […] Nei suoi viaggi si sentiva ripetere sempre la stessa richiesta: i professori vogliono macchine 3M. Il termine 3M indicava postazioni di lavoro con un megabyte di memoria, un display da un milione di pixel e una potenza di calcolo sufficiente a eseguire un milione di istruzioni al secondo.

[…] Steve decise di fondare una nuova azienda dedita alla creazione di un computer 3M. […] Aveva bisogno di una squadra di prim’ordine per costruire la macchina che i ricercatori desideravano davvero. Cominciò così a contattare i colleghi Apple di cui si fidava di più. Convincerli non sarebbe stato facile – Apple, nonostante le difficoltà, restava un marchio di successo. Steve, di contro, era sul punto più basso della sua carriera. Puntare su di lui e sulla sua visione era rischioso. Restare in Apple presentava però anche degli svantaggi. Come Dan’l, molti dipendenti di Apple trovavano indigeste sia la leadership rigida di John sia la tracotanza di Jean-Louis. Sentivano la mancanza della visione di Steve, della sua passione per la tecnologia e del suo stile. Alcuni arrivarono a indossare in ufficio magliette con la scritta «Vogliamo indietro Jobs».

Steve presentò l’idea di fondare una nuova azienda prima di tutti a Rich, chiedendogli di entrare nella startup – ancora senza nome – come vicepresidente dell’ingegneria hardware digitale. Rich, ancora esasperato da Jean-Louis, accettò.

Susan Barnes era un altro obiettivo chiave. La sua competenza finanziaria era indispensabile per raccogliere fondi per la nuova azienda. MBA a Wharton, assunta inizialmente come responsabile della contabilità generale di Apple, era stata promossa a controller della divisione Macintosh, dove era una delle quattro persone che rispondevano direttamente a Steve. […] Bud Tribble, compagno di Susan, era entrato in Apple nel 1981 mentre studiava medicina e conduceva ricerche sui disturbi neurologici nell’ambito di un programma MD/PhD congiunto presso la Washington University. Aveva imparato l’informatica da alcune delle menti più brillanti dell’epoca nel ramo del software e decise di abbandonare un futuro stabile nella medicina per entrare in Apple, dove aveva contribuito a progettare l’interfaccia utente del Mac. Bud apprezzava Steve. Ammirava la sua capacità di portare l’arte nella tecnologia. Insoddisfatti della direzione presa da Apple sotto John, Bud e Susan decisero di partecipare insieme alla nuova impresa di Steve.

George Crow, l’ingegnere analogico che aveva progettato il sistema video e l’alimentazione del Mac, non aspettò neanche la chiamata di Steve. […] Il martedì dopo il fine settimana del Labor Day il telefono di Dan’l squillò mentre era sotto la doccia. Era Steve che gli chiedeva di incontrarlo quella sera a casa sua, a Woodside, per fare una passeggiata. Camminando fianco a fianco, Steve gli espose la sua visione: una nuova azienda informatica incentrata sulle università, il mercato che Dan’l conosceva meglio di chiunque altro. 

[…] Steve telefonò a tutti per dare la notizia che rendeva reale la loro congiura: si sarebbe dimesso da Apple la settimana successiva, giovedì 12 settembre. Proponeva che i cinque cofondatori facessero altrettanto il giorno dopo, come raccomandato dallo stesso consulente legale esterno di Apple, Larry Sonsini, che consigliava Steve sul modo più giusto di gestire le dimissioni. «Apple non sarebbe stata una concorrente diretta, non necessariamente», racconterà in seguito Larry per spiegare perché avesse deciso di aiutare Steve. Se erano ancora dell’idea di portare avanti il piano, si sarebbero incontrati tutti a casa di Steve la sera successiva alle sue dimissioni.

Dan’l, Susan, Bud, Rich e George capivano di aver architettato un ammutinamento. Non potevano più tirarsi indietro. Se avevano preso la decisione sbagliata, le loro carriere e le loro vite avrebbero potuto uscirne stravolte.

Tratto da “Steve Jobs. L’esilio – La storia mai raccontata di NeXT e la rinascita di un visionario americano”, di Geoffrey Cain, Egea, 376 pagine, 25,56 euro,

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Che cos’è l’anonimizzazione e perché è al centro dello scontro tra Google e l’Europa

3 June 2026 at 06:06

Quando si cerca qualcosa su Google, si lascia una traccia. Non necessariamente un nome, non necessariamente un indirizzo. Ma una serie di domande, nel tempo, in una certa zona geografica, con un certo ritmo, può dire molto di una persona — abbastanza, in alcuni casi, da identificarla. È esattamente questo il nodo tecnico attorno a cui si sta stringendo uno dei confronti più delicati tra la Commissione europea e il colosso di Mountain View, in applicazione del Regolamento sui mercati digitali, il cosiddetto Digital Markets Act (Dma).

La Commissione ha avanzato una proposta, ai sensi dell’articolo 6, comma 11 del regolamento, che obbligherebbe Google a condividere con terze parti i dati delle ricerche degli utenti, opportunamente anonimizzati. L’obiettivo dichiarato è favorire la concorrenza: se i concorrenti di Google Search potessero accedere a quei dati, potrebbero migliorare i propri algoritmi e competere su basi più eque. In teoria, i dati sarebbero privati dei riferimenti identificativi. In pratica, sostiene Google, non lo sarebbero affatto.

Che cos’è l’anonimizzazione, e perché è difficile
L’anonimizzazione è il processo con cui si rimuovono da un insieme di dati tutte le informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona. Il principio è semplice; l’applicazione, assai meno. La difficoltà nasce dal fatto che i dati, anche quando sembrano generici, tendono a diventare identificativi se combinati tra loro o con informazioni di contesto.

Nel caso delle query di ricerca, Sergei Vassilvitski, senior research director di Google, ha portato alcuni esempi concreti nel corso di un briefing organizzato da Google e a cui Linkiesta ha partecipato. Alcune persone aprono le loro ricerche scrivendo direttamente il proprio nome: «Mi chiamo [Nome Cognome] e voglio sapere…». Un comportamento meno raro di quanto si pensi. Altri usano Google come strumento di traduzione per comunicare con qualcuno che parla una lingua diversa, generando sequenze di domande che ricostruiscono una conversazione privata. Prese singolarmente, queste query sembrano innocue. Messe in fila, rivelano una persona specifica.

L’identificazione diventa ancora più precisa quando si aggiunge la localizzazione geografica.Vassilvitski ha citato il caso di qualcuno che cerca informazioni su una malattia cronica e sugli orari compatibili con il proprio lavoro, qualificandosi come parrucchiera in un’area rurale. In una piccola zona con pochi saloni, i candidati possibili si riducono a una manciata di persone. Senza bisogno di nome e cognome, l’identità emerge.

Su questo terreno si è mosso anche Łukasz Olejnik, ricercatore indipendente affiliato al King’s College di Londra, che in un’analisi pubblicata ad aprile ha definito la proposta della Commissione uno dei maggiori rischi per la riservatezza e la sicurezza nazionale in Europa degli ultimi decenni. Il criterio di soglia previsto – più di 50.000 utenti registrati nell’arco di tredici mesi – è talmente basso, ha scritto, da lasciare passare una quantità enorme di termini sensibili: sintomi medici, nomi locali, farmaci. Filtrerebbe solo ciò che è assolutamente unico.

Non è una questione di tempo
Google non chiede semplicemente più tempo. Il punto, come ha spiegato Vassilvitski nel briefing, è di metodo: le misure preliminari della Commissione sono uscite intorno alla metà di aprile, il periodo di consultazione pubblica è durato due sole settimane, e la decisione finale è attesa entro la fine di luglio. Un calendario stretto per problemi che sono, come ha detto lo stesso esperto, «al limite della ricerca attuale». Quello che si chiede è un confronto aperto, con esperti di anonimizzazione e riservatezza esterni all’industria, capaci di raggiungere un consenso condiviso su cosa significhi davvero rendere anonimi questi dati. Molti di questi esperti, ha aggiunto, non sapevano nemmeno che il procedimento fosse in corso, e quando lo hanno scoperto avevano già pochissimo tempo per rispondere.

Non è una posizione isolata. Il think tank ECIPE e l’Information Technology and Innovation Foundation hanno entrambi prodotto analisi critiche delle misure proposte. La fondazione, in un commento formale alla Commissione dello scorso maggio, ha sostenuto che le misure vanno ben al di là di quanto necessario, con effetti negativi sulla riservatezza degli utenti, sugli incentivi all’innovazione e sulla praticabilità commerciale dell’intero sistema.

L’altro fronte: Android e gli assistenti artificiali
Le divergenze con la Commissione non si esauriscono sulla ricerca. Un secondo procedimento, ai sensi dell’articolo 6, comma 7 del Dma, riguarda Android e impone a Google di garantire agli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Gemini, il proprio assistente. In concreto: accesso al microfono, alla fotocamera, al contenuto dello schermo, ai comandi vocali, ai sensori, alle impostazioni del dispositivo, all’esecuzione in background.

Dal punto di vista ingegneristico, spiega Google, si tratta di un livello di integrazione profondissimo, sviluppato con anni di lavoro e test di sicurezza specifici. Un agente di intelligenza artificiale che opera a livello di sistema non funziona come un normale assistente testuale: deve interpretare lo schermo in tempo reale, eseguire comandi, operare in ambienti variabili. Aprire queste interfacce indiscriminatamente, senza una validazione rigorosa, aumenta la superficie di attacco. L’esempio che circola nel dibattito è quello di Samsung, che ha integrato Perplexity su alcuni suoi dispositivi Android dopo un lungo lavoro di ingegneria della sicurezza dedicato: la prova che si può fare, ma non per decreto e non in poche settimane.

La revisione del Dma e le tensioni con le grandi piattaforme
Il Dma è entrato in vigore nel maggio del 2023 e si applica a un gruppo ristretto di grandi operatori digitali – Google, Apple, Meta, Amazon, ByteDance – classificati come gatekeeper, cioè controllori di infrastrutture digitali essenziali. La prima revisione formale del regolamento, pubblicata dalla Commissione lo scorso aprile aprile, lo ha dichiarato ancora valido nei suoi obiettivi. I risultati concreti per i cittadini ci sono – schermate di scelta per i browser, possibilità di installare app da fonti alternative, maggiore controllo sui dati – ma l’enforcement è stato lento e politicamente complicato.

L’anno scorso Apple è stata multata per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni, entrambe per violazioni del Dka. Molti osservatori hanno giudicato le cifre troppo basse, e si è diffusa l’ipotesi che Bruxelles stesse calibrando le sanzioni per non inasprire le tensioni commerciali con Washington, dove l’amministrazione Trump aveva minacciato ritorsioni contro le aziende europee che colpissero i colossi tecnologici americani. La Commissione ha smentito ogni condizionamento.

Ora tocca a Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, citando fonti interne alla Commissione, è in arrivo una sanzione nell’ordine delle centinaia di milioni di euro per il caso di auto-preferenziamento nei risultati di ricerca. Sarebbe la multa più alta mai inflitta sotto il Dma. Google si è già difesa in anticipo: le modifiche apportate alla ricerca in ossequio al regolamento europeo rappresentano, secondo un suo portavoce, «il peggioramento più grave nella storia del prodotto».

La dimensione geopolitica
Sullo sfondo di questa vicenda si staglia una tensione più ampia, che va oltre il diritto della concorrenza. Il Dma era stato concepito come uno strumento veloce, capace di imporre compliance rapida senza i tempi biblici dell’antitrust tradizionale. In parte lo è stato. Ma la sovrapposizione tra regolazione digitale europea e guerra commerciale transatlantica ha cambiato il contesto: ogni multa è diventata un potenziale casus belli, ogni procedimento un terreno su cui si misurano i rapporti di forza tra Bruxelles e Washington.

In questo scenario, Google critica la Commissione europea di non ascoltare. A niente è servito, dicono, inviare alcuni esperti di sicurezza Android per presentare all’esecutivo prove concrete di come certi obblighi possano consentire l’uso di spyware, registrazione audio e furto di foto. Il tutto, aggiungono, mentre il Parlamento europeo discute pubblicamente su come difendersi da sofisticati rischi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale (come Mythos di Anthropic), e il ramo normativo della Commissione europea che si occupa esclusivamente di concorrenza a Bruxelles (Dg Comp) sembra intenzionata a smantellare attivamente la sicurezza di base destinata a fermarli. La decisione finale è attesa per fine luglio.

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Il nuovo chip Nvidia, e il futuro dei pc governati dall’intelligenza artificiale

2 June 2026 at 03:45

Al Computex di Taipei appena iniziato, Nvidia si è esposta con un annuncio molto audace. L’azienda di Jen-Hsun Huang ha presentato RTX Spark, un nuovo processore progettato per portare gli agenti di intelligenza artificiale direttamente dentro i personal computer e sui desktop Windows. Dal punto di vista tecnico è una novità importante, perché trasforma Nvidia da semplice produttore di acceleratori grafici a fornitore di una piattaforma di calcolo completa. Ma ovviamente questa storia non riguarda solo l’hardware, l’orizzonte della notizia è molto più vasto.

Per decenni il pc è stato organizzato attorno alle applicazioni. Si apriva Word per scrivere, Excel per fare calcoli, Photoshop per modificare immagini. Nvidia sta scommettendo su un modello completamente diverso. Durante il Computex, Huang ha spiegato che questi sistemi sono stati progettati per usare agenti di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dover dipendere continuamente dal cloud. Reuters ha definito RTX Spark un passaggio dal «pc app-centrico» al «pc che usa gli agenti di intelligenza artificiale». Quindi si avrebbe un computer pensato per coordinare assistenti digitali capaci di svolgere compiti autonomamente.

È un’evoluzione diversa anche rispetto alla forma delle precedenti innovazioni tecnologiche nel settore informatico, progettate quasi sempre per dare all’utente chatbot più potenti o laptop più veloci. Nvidia, scrive il New York Times nel suo approfondimento, sta lavorando con Microsoft e con i principali produttori di computer per permettere agli assistenti digitali di «usare i pc operando autonomamente mouse e tastiera come farebbe un utente». È un tentativo di trasformare il computer nel luogo in cui vivranno gli agenti di intelligenza artificiale della prossima generazione.

È anche una dichiarazione di guerra a Intel (guerra di mercato, s’intende). Per quarant’anni la filiera dei pc Windows è stata regolata da una divisione dei compiti molto chiara: Intel produceva il processore centrale, Nvidia forniva le schede grafiche più avanzate. Con RTX Spark quel confine sbiadisce. Nvidia vuole controllare la piattaforma nel suo insieme, dal processore centrale agli strumenti che eseguono modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo.

Lo sfondo finanziario rende la sfida ancora più credibile, sicuramente più di quanto non sarebbe stata solo pochi anni fa. Nvidia ha chiuso l’ultimo esercizio fiscale con ricavi superiori a duecentoquindici miliardi di dollari, in crescita del sessantacinque per cento rispetto all’anno precedente. Intel, che continua a difendere la centralità della CPU nell’era dell’intelligenza artificiale, si è fermata a poco meno di cinquantatré miliardi.

L’investitore M.G. Siegler, esperto del settore, ha scritto sul suo sito Spyglass che quello che si è visto sul palco del Computex è più di un semplice lancio di prodotto, sintetizzando tutto con una formula molto efficace: Nvidia starebbe cercando di «diventare Intel prima che Intel riesca a diventare Nvidia».

Se per anni l’intero settore tecnologico ha cercato di replicare il successo di Nvidia nell’intelligenza artificiale, oggi l’azienda di Santa Clara in California ha iniziato a occupare territori che storicamente appartenevano ad altri: prima i supercomputer per l’intelligenza artificiale, poi i processori per server, adesso il personal computer.

Negli ultimi due anni abbiamo imparato a pensare all’intelligenza artificiale come a una finestra di testo. ChatGpt, Claude, Gemini funzionano con uno scambio di messaggi in forma scritta. Nella visione di Nvidia, dietro l’angolo ci aspetta una specie di rivoluzione copernicana: «Posso immaginare perfettamente un giorno in cui ci sarà un supercomputer AI dentro ogni casa», ha detto Huang. «Gestirà tutti i tuoi agenti, tutti i tuoi assistenti, e loro faranno continuamente cose per te». È una visione del modo in cui l’informatica potrebbe evolvere nel prossimo decennio. Si può intravedere ciò che oggi sta prendendo forma in Cina: negli ultimi mesi Alibaba, Tencent e ByteDance hanno iniziato a integrare agenti di intelligenza artificiale dentro le proprie piattaforme, trasformando chatbot e assistenti in sistemi capaci di acquistare prodotti, prenotare servizi, confrontare offerte e completare operazioni per conto degli utenti.

Questa storia si collega a una delle contraddizioni più interessanti del dibattito sull’intelligenza artificiale. Negli ultimi mesi, gran parte della discussione politica americana si è concentrata sui rischi dei modelli più avanzati: i timori per la sicurezza informatica, il rinvio di un ordine esecutivo di Donald Trump condizionato da David Sacks, le richieste di supervisione governativa, perfino i paragoni con la deterrenza nucleare. È qui che si registra una curiosa asimmetria tra politica e Big Tech. Perché più i governi iniziano a preoccuparsi dei rischi della tecnologia, più le aziende lavorano per renderla invisibile e strutturale, praticamente sottintesa. Da un lato il tentativo, piuttosto disperato, di controllare i modelli più avanzati, dall’altro l’idea di integrarli dentro computer, smartphone, automobili e dispositivi domestici.

La discussione pubblica ha iniziato ad assomigliare sempre più a quella delle grandi tecnologie strategiche del Novecento, sui toni della deterrenza e dei rischi per la sicurezza, con inevitabili accordi tra grandi potenze. Una tecnologia eccezionale, nel senso più ampio del termine. Le aziende dell’intelligenza artificiale, invece, stanno cercando di trasformarla in una tecnologia ordinaria. E quando una tecnologia diventa ordinaria, di solito è già troppo tardi per decidere se la volevamo davvero.

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La scelta europea tra IA open source e sovranità *

26 May 2026 at 09:25

Usa, Cina ed Europa hanno approcci diversi all’IA e al finanziamento del suo sviluppo. Per l’Unione europea è però arrivato il momento di decidere se la dipendenza tecnologica dai modelli americani è un fatto da gestire o un problema da affrontare.

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