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Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi

3 June 2026 at 15:25

È il 10 marzo scorso, in collegamento con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia sono tutti schierati dietro un tavolo della prefettura di Matera. Raccontano cosa hanno scoperto seguendo il filo rosso lasciato da uno spaventoso incidente stradale in Val d’Agri, avvenuto in autunno: quattro braccianti stranieri morti, altri sei feriti. La presidente Chiara Gribaudo chiede, loro rispondono per quanto possibile perché le inchieste sono ancora aperte e gli accertamenti tutt’altro che finiti. La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, è la punta dell’iceberg di quanto avviene nelle campagne al confine tra Basilicata e Calabria: lo raccontano bene i vertici delle forze dell’ordine di Matera nel corso di quella audizione di tre mesi fa. Basta riascoltare le parole del questore Mario Della Cioppa, del comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Russo e del comandante della Guardia di Finanza Roberto Maniscalco.

La “mafia del Pakistan”

Rimettendo insieme i pezzi di vecchie inchieste e dell’indagine sulla morte dei quattro indiani che viaggiavano insieme ad altri 6 braccianti hanno scoperto molto altro. Così a dicembre erano arrivati quattro arresti: caporali, come i due pachistani fermati per aver bruciato da vivi tre afgani e un loro connazionale dentro il minivan nella stazione di servizio tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il canovaccio è sempre lo stesso, l’humus dal quale affiorano le indagini non cambia mai. Per questo l’unico sopravvissuto alla strage di lunedì, Taj Mohammad Alamyar, ha usato un’espressione calzante: “Mafia del Pakistan”.

I testimoni nelle strutture protette

Davanti alla Commissione, il racconto dei vertici delle forze dell’ordine era stato chiarissimo: dalle indagini coordinate dalla procura di Matera, guidata da Alessio Coccioli, era emerso un quadro netto. Allora, come nella vicenda di Amendolara, c’erano i 300 euro da lasciare ai caporali per un alloggio fatiscente che costringeva a vivere i braccianti in “condizioni degradanti”, aveva raccontato il comandante Russo. Svelando anche un retroscena dell’inchiesta che sostanzia il comportamento mafioso di quei caporali: i superstiti della strage in Val d’Agri, spiegò, erano stati intimiditi dai caporali affinché fornissero una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa, agli investigatori. Una vera e propria minaccia che aveva spinto carabinieri e polizia a spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta al fine di tutelarsi e garantire un racconto veritiero: un trattamento riservato ai testimoni di giustizia che decidono di rompere il muro di silenzio imposto dai clan mafiosi.

I metodi di sorveglianza e il secondo livello

Anche grazie a questi accorgimenti, gli inquirenti erano arrivati all’arresto dei quattro caporali ed erano riusciti a rimettere insieme un quadro accusatorio solido. Nelle carte, si racconta di paghe giornaliere da 42 euro per 8 ore di lavoro nei campi alle quali aggiungere altre 2-3 ore trascorse sui bus per andare e tornare dai terreni. “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso per andare in bagno. E non sempre li veniva accordato”, avevano spiegato gli investigatori. Delineato la posizione dei caporali, la procura di Matera sta ora mettendo a fuoco un secondo livello, quello dei datori di lavoro, per verificare un loro eventuale coinvolgimento in quello che tra Siberitide e Piana di Metaponto appare come un “sistema” collaudato.

Gli imprenditori denunciati e i reclutatori

Del resto la Finanza, a novembre 2025, aveva denunciato i titolari di una trentina di aziende agricole della costa jonica lucana per il mancato versamento dei contributi dei dipendenti. L’ammanco era considerevole: oltre 2 milioni di euro, nei quali era compreso anche il 9% a carico del lavoratore. In sostanza, gli imprenditori aveva trattenuto sui loro conti correnti circa 200mila euro dei braccianti lucrando ulteriormente sul loro lavoro già mal pagato. Un sistema nel quale la Cgil Calabria continua a insistere sul coinvolgimento della ‘ndrangheta e che, certamente, non finisce ai caporali. In alcune inchieste degli anni scorsi erano emersi anche alcuni reclutatori in Nord Africa il cui compito era fornire una sorta di lista di braccianti da arruolare; in cambio intascavano tra i 5 e 10mila euro per favorire la loro assunzione fittizia nelle aziende. Lo schema si è ripresentato, in una sorta di eterna replica, in un’altra più recente indagine della Dda di Potenza. Un “sistema”, appunto, con caporali e livelli superiori che spartiscono la torta sulle spalle dei disperati allestendo una partita truccata, nella quale a perdere erano e sono sempre i braccianti.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

3 June 2026 at 11:38

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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Amin, Ullah, Safi e Waseem: chi erano i braccianti bruciati vivi ad Amendolara. Il più grande aveva 29 anni

3 June 2026 at 09:35

Il più giovane di tutti, Ullah Ismat Qiemi, aveva 19 anni. Il più gande, Waseem Khan, dieci in più. Sono morti insieme, uno accanto all’altro, trasformati in torce umane perché avevano detto basta: volevano essere pagati il giusto per raccogliere le fragole nelle campagne della Basilicata. La stessa sorte è toccata ad Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, che di anni ne avevano rispettivamente 28 e 27. Erano tutte giovanissime, le vittime della strage di braccianti di Amendolara, dove due caporali della zona, i pachistani Safeer Ahmed e Ali Raza, li hanno rinchiusi in un minivan dentro una stazione di servizio lungo la statale 106, li hanno cosparsi di benzina e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino. Saafer e Raza ora sono in carcere, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato.

Avrebbero voluto ammazzare anche Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afgano come tre delle quattro vittime. Ma lui è riuscito a fuggire e martedì ha raccontato quegli attimi, definiti “un inferno”, durante i quali è riuscito a fuggire da dentro la vettura riportando ustioni alle braccia e alle mani. I cinque condividevano tutto: la casa a Villapiana, spartita con altri cinque “invisibili” del Metapontino e della Siberitide tra materassi a terra e cucinino, l’occupazione nei campi dove raccoglievano le fragole per sostentarsi e aiutare le famiglie nei loro Paesi di origine. Agli altri quattro è toccato lo stesso destino, anche, dal quale Alamyar è riuscito a scampare per miracolo.

Martedì ha raccontato i soprusi, le minacce e lo sfruttamento che tutti hanno subito da quella che ha definito la “mafia del Pakistan”, un sistema di caporalato che tra Basilicata e Calabria è già stato focalizzato da diverse inchieste nell’ultimo periodo. Ricevevano cibo e avevano un alloggio, ma non venivano pagati per il loro lavoro nei campi. In più, i caporali pretendevano anche 5 euro per il trasporto da Villapiana alle campagne nei quali dovevano raccogliere la frutta. Così a un certo punto si sono ribellati. Hanno alzato la testa, chiedendo quel poco che gli spettava. A quel punto, secondo il suo racconto, è iniziato un diverbio con i pachistani. Finito in quella stazione di servizio sulla statale 106 tra Amendolara e Roseto Capo Spulico: meno di un minuto per ammazzare quattro persone diventate invisibili.

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Il superstite della strage di braccianti ad Amendolara: “Ho rotto il finestrino a testate. Volevano i soldi”

2 June 2026 at 14:16

Dice che c’è una “grande mafia del Pakistan”, che i due fermati erano caporali a caccia di soldi per il trasporto e pronti a trattenere buona parte del loro già misero salario. È un testimone chiave della strage di Amendolara, dove 4 braccianti sono stati bruciati vivi da due pachistani in un minivan, perché lui era lì dentro. Sopravvissuto. Ancora in grado di raccontare perché è riuscito a rompere il finestrino a suon di testate. L’unico a uscire vivo da un inferno del quale porta ancora i segni addosso.

È un bracciante afgano, regolare in Italia, che con le quattro vittime condivideva tutto. Il lavoro, la casa a Villapiana e i soprusi dei due fermati dalla procura di Castrovillari, che coordina il lavoro della Mobile di Cosenza e dei carabinieri, per il quadruplice omicidio. Erano due caporali, lascia intendere nel suo racconto consegnato ai microfoni del Tg1 e della TgR Calabria. In un italiano stentato ha raccontato che tre vittime erano afghane, non pachistani come ipotizzato finora, e che i due fermati erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare.

La strage dunque sarebbe stata una sorta di vendetta, la punizione finale per aver alzato la testa. Di fronte al rifiuto dei cinque all’interno del van, ha raccontato, i due hanno gettato prima la benzina nell’abitacolo e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino, bruciando vivi i quattro migranti. Lui è riuscito a fuggire rompendo un finestrino. All’indomani ha ancora le braccia fasciate per le ustioni. “Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo – ha detto ancora – Ho pensato di morire”.

L’uomo ha anche aggiunto che i cittadini pakistani minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farlo lavorare e che non li pagavano: “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”. Quindi ha aggiunto che nel suo settore di lavoro, nelle campagne tra Basilicata e Calabria dove in questo periodo si coltivano soprattutto fragole, c’è una “grande mafia del Pakistan”.

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