10 de Junho: Seguro defende que autonomia europeia é conciliável com a “defesa transatlântica”

I mercati sono in ebollizione e d’altronde non potrebbe essere altrimenti vista la posta in gioco. Da quando, domenica scorsa, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm si sono messe in marcia sul Monte dei Paschi, la grande finanza italiana ha cominciato a entrare in una nuova era. Fatta di incastri e nuovi pesi. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. Ne sono convinti tanto in Italia, quanto all’estero. E ne è convinto anche il mercato, come dimostra l’euforia di Piazza Affari di questi giorni, proprio grazie allo sprint dei titoli delle banche coinvolte (Intesa, Bper, Banco e Unicredit) in quel risiko che potrebbe portare alla nascita di uno dei più grandi poli bancari d’Europa, dietro solo a Bnp Paribas e a Santander.
Il gioiello della corona, comunque, rimangono le Generali, con il loro forziere da 800 miliardi di risparmio oltre all’enorme stock di titoli di Stato. Chi prende Mps, prende Mediobanca e dunque il 13% del Leone. Non può stupire, dunque, che a Palazzo Chigi si segua il dossier con grande attenzione, specialmente sul versante Intesa, la cui operazione congegnata dal ceo Carlo Messina ha un sapore decisamente più italiano rispetto a quella di Bpm, il cui socio principale è la francese Crèdit Agricole. Un punto, questo, su cui però Marcello Messori, economista, saggista, docente allo European university institute e grande esperto di cose bancarie, si sente di fare alcuni chiarimenti.
Il doppio passo verso Mps da parte di Intesa e Banco Bpm ha improvvisamente riacceso il risiko bancario italiano, ripartito ufficialmente qualche mese fa con la scalata del Monte dei Paschi a Mediobanca. Come legge questa nuova stagione di consolidamento bancario? E vede più opportunità o rischi per il sistema del credito?
Uno dei fattori necessari per ridurre i ritardi innovativi dell’economia europea e per salvaguardarne il modello sociale è la costruzione di un mercato finanziario che non sia frammentato in tanti segmenti nazionali o locali e che metta a disposizione efficaci strumenti di allocazione della ricchezza per il sostegno di investimenti innovativi. La costruzione di questo mercato finanziario europeo non può prescindere da un’evoluzione delle banche che, ancora oggi, hanno un ruolo determinante pur non essendo gli intermediari più idonei a finanziare attività innovative. Il consolidamento bancario europeo è, quindi, un passo ineludibile anche se non sufficiente per il futuro della Ue. Le divergenti iniziative, lanciate da Intesa e da Bpm rispetto a Mps, sono ancora racchiuse in un orizzonte nazionale ma potrebbero facilitare o attivare aggregazioni transfrontaliere. In particolare, se avesse successo, l’Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas, ndr) lanciata da Intesa potrebbe sfociare nella creazione di uno dei più importanti gruppi bancari europei. Per giunta, un gruppo bancario italiano, Unicredit, è già impegnato in un’operazione transfrontaliera di consolidamento (acquisizione di Commerzbank, ndr). La mia risposta è, quindi, che vedo più opportunità che rischi in efficaci processi di consolidamento.
C’è chi ha fatto notare come l’operazione messa a terra da Intesa e Bper sia decisamente più made in Italy rispetto a quella di Bpm, rea di essere partecipata in forze da un azionista francese, il Crédit Agricole. Di qui la sensazione che il blocco Intesa-Bper possa proteggere in qualche modo le Generali e il loro patrimonio di debito pubblico e risparmio, meglio di altri. A lei come suona questa lettura?
Non apprezzo tale lettura che, se trovasse un qualche riscontro nella realtà, sarebbe in contrasto con quanto ho appena affermato circa il necessario consolidamento del settore bancario europeo. Resta il dato oggettivo che l’Opas di Intesa, corredata dall’accordo con Unipol di cedere a Bper, banca controllata, di fatto, proprio da Unipol, più della metà degli sportelli di Mps eventualmente acquisiti così da aggirare vincoli antitrust, è un’operazione più strutturata del progetto di fusione abbozzato da Bpm.
Che cosa intende per operazione meglio strutturata?
L’iniziativa di Intesa risponde a obiettivi di rafforzamento non tanto delle attività bancarie più tradizionali, quanto dell’offerta di servizi finanziari ad alto valore aggiunto e utili per la mobilizzazione della ricchezza finanziaria verso attività produttive. In questo senso, la chiave è l’acquisizione di Mediobanca. Per giunta, anche le sinergie fra Intesa e Generali sono, potenzialmente, maggiori di quelle che deriverebbero dalla creazione di un terzo polo fra Mps e Bpm. Sottolineo, però, che la partita su Generali potrebbe essere solo agli inizi. Non dimentichiamoci, infatti, che i principali azionisti attuali di Generali sono, oltre a Mediobanca, il gruppo Defin (la holding) della famiglia Del Vecchio, Unicredit e il gruppo Caltagirone. E non è ancora chiaro quali siano le strategie di ciascuno di tali azionisti rispetto all’evoluzione del grande gruppo assicurativo.
Da tempo immemore Mario Draghi va predicando in Europa che le aggregazioni bancarie sono ormai una necessità e non più un’opzione: senza grandi campioni del credito si rischia di essere vulnerabili a livello sistemico. Alla luce di tutto questo, come vede il futuro delle banche di medie o piccole dimensioni?
L’inevitabile creazione di gruppi bancari transnazionali, in grado di competere in mercati finanziari europei, è compatibile sia con un aumento della concorrenza sia con la presenza di piccolo-medie banche e di altri intermediari. Riguardo al primo aspetto, va sottolineato che, specie nei comparti bancario e finanziario, la struttura di mercato non dipende dalla numerosità degli attori. È più concorrenziale un mercato unificato con poche banche offerenti, che non abbiano incentivi a colludere tra loro, rispetto a un mercato frammentato con moltissimi offerenti, ognuno dei quali opera in nicchie protette. L’effetto dell’auspicabile consolidamento bancario europeo sarà, perciò, di espellere dal mercato le piccole banche locali inefficienti, che prosperano lucrando posizioni di rendita, ma di lasciare ampio spazio ad altre due tipologie di piccole e medie banche. In primo luogo, vi è spazio per piccole e medie banche specializzate nell’offerta di servizi finanziari con basse economie di scala; in secondo luogo, vi è spazio per quelle capaci di offrire finanziamenti e servizi ‘tagliati’ sulle esigenze delle svariate piccole e piccolo-medie imprese efficienti che caratterizzano il settore manifatturiero europeo.
Nelle sue ultime Considerazioni finali, il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha rilanciato la necessità di un debito comune a livello europeo. Non è la prima volta che si inneggia a strumenti finanziari che diano finalmente corpo a un mercato unico ancora zoppo. Eppure, la strada sembra sempre essere in salita, nonostante ci sia una certa consapevolezza a livello europeo che senza debito comune sarà sempre più difficile finanziare gli investimenti di cui il continente necessità. Come lo spiega?
Da tempo miro a provare che la costruzione di una capacità fiscale centrale (Cfc) permanente, in grado di finanziare un insieme di beni pubblici europei (Bpe) e di sostenere investimenti innovativi privati nel quadro di una politica industriale europea in sintonia con il funzionamento dei mercati, porterebbe a benefici netti per tutti gli stati membri della Ue. Vorrei insistere sul concetto economico di beneficio netto. Pur scontando che i diversi paesi della Ue hanno obiettivi e caratteri diversi e hanno un diverso peso decisionale, si è mostrato (in un articolo scritto con Marco Buti) che vi sono combinazioni fra i vari tipi di Bpe sulla base delle quali i ricavi netti sono maggiori dei costi per ognuno dei paesi considerati. Eppure, come lei ha sottolineato nella sua domanda, la strada verso la costruzione di una Cfc e la produzione di Bpe è sempre più in salita.
Perché?
La creazione di una Cfc deve poggiare su drastici ampliamenti del bilancio europeo o del debito comune e sull’abbandono delle protezioni nazionali nei mercati finanziari. Queste scelte sono difficili da assumere per ragioni che esulano dal calcolo economico e investono le ideologie politiche. Per costruire una Cfc, definire una politica industriale europea e produrre gli appropriati Bpe, risulta inevitabile cedere sovranità nazionale a favore di una sovranità europea. Un numero elevato di governi nazionali ritiene che il costo politico di tale trasferimento di sovranità sia eccessivo specie in orizzonti di breve termine dominati dalla conservazione del potere. Ciò non implica che si debba accantonare la speranza di costruire spazi per un maggiore debito europeo. I sondaggi indicano che, di fronte al moltiplicarsi delle minacce internazionali, i cittadini europei vogliono più Europa perché colgono l’inadeguatezza dei governi nazionali. Questi stessi cittadini non percepiscono, però, che la protezione universale europea è incompatibile con l’arroccamento su quelle piccole protezioni particolari offerte da chi difende la sovranità nazionale.






Nuevo intento de Bruselas para debilitar la capacidad económica y militar rusa y acelerar así el fin de la guerra en Ucrania. En un contexto marcado por la creciente preocupación por la seguridad continental, la presidenta de la Comisión Europea, Ursula von der Leyen, presentó este martes el vigesimoprimer paquete de sanciones contra el Kremlin, una batería de medidas que amplía la presión financiera, comercial y política sobre Moscú.
La propuesta llega en un momento especialmente delicado para Europa. Los recientes episodios registrados en Rumanía y en la región báltica, donde se detectaron incursiones o impactos de drones, han reavivado las alarmas sobre la seguridad del espacio aéreo europeo.
Durante la presentación del paquete, Von der Leyen defendió que, más de cuatro años después del inicio de la invasión a gran escala, los objetivos que persigue el Kremlin siguen lejos de materializarse. La dirigente sostuvo que "Rusia ha fracasado claramente en subyugar a Ucrania" y aseguró que las consecuencias económicas de la guerra están afectando cada vez más a la propia sociedad rusa.
Esta nueva tanda de medidas, que todavía requiere la unanimidad de los Veintisiete, se centra en atacar las principales fuentes de ingresos y las vías que utiliza Moscú para esquivar las restricciones. Entre las más relevantes figura la ampliación de la lista negra contra la denominada "flota en la sombra", una red de embarcaciones empleadas para transportar petróleo ruso fuera de los circuitos de control establecidos por los países occidentales. Treinta nuevos buques serán incorporados a las sanciones europeas, sumándose a cientos de barcos que ya tienen restringido el acceso a infraestructuras comunitarias.
Además de los barcos, la Comisión propone actuar contra puertos, operadores y refinerías que colaboren con estas operaciones, consideradas por Bruselas una amenaza tanto para la seguridad marítima como para el medio ambiente europeo.
En el plano financiero, el paquete plantea la prohibición de transacciones con 31 entidades bancarias rusas y con 20 instituciones financieras ubicadas en terceros países. Una de las principales novedades en este ámbito afecta a empresas vinculadas al sector de las criptomonedas. Von der Leyen justificó esta medida asegurando que Rusia depende cada vez más de estos activos digitales para realizar transacciones internacionales y evitar las restricciones comunitarias.
La Comisión apunta a la existencia de un entramado financiero diseñado por Moscú al margen del circuito bancario. Esta infraestructura combina plataformas de criptoactivos, intermediarios y operadores en el extranjero para desviar y movilizar fondos de manera opaca. Así, las restricciones afectarán a empresas situadas fuera de Rusia que hayan contribuido a suministrar tecnología o servicios susceptibles de apoyar su esfuerzo bélico. La jefa de la diplomacia europea, Kaja Kallas, detalló en redes sociales que Bruselas ampliará "la lista de entidades sancionadas y prohibirá las transacciones a través de once plataformas de intercambio de activos digitales".
La ofensiva económica ataca también al comercio y la industria. Bruselas pretende impedir nuevas exportaciones hacia Rusia de tecnologías susceptibles de uso militar, así como de componentes estratégicos para la industria de defensa. Asimismo, se prohibirá la venta de buques metaneros al país y se reforzarán los controles sobre productos considerados de doble uso, es decir, aquellos que pueden tener aplicaciones tanto civiles como militares.
Por primera vez desde el inicio de la guerra, el sector pesquero entra en la rueda de sanciones. La Comisión propone bloquear las importaciones de productos pesqueros rusos y establecer un veto total sobre el bacalao procedente de Rusia. Además, a propuesta de varios Estados miembros, la Unión pretende cerrar las puertas del espacio comunitario a cualquier ciudadano ruso que haya servido en las Fuerzas Armadas desde febrero de 2022, fecha del inicio de la invasión a Ucrania.
La estrategia energética tiene también un lugar central en la propuesta. Bruselas plantea congelar hasta enero de 2027 el mecanismo de revisión automática del límite de precios impuesto al petróleo ruso. Con esta decisión, el tope permanecería fijo en los niveles actuales, evitando una actualización prevista para mediados de julio que podría haber incrementado los ingresos de Moscú debido al reciente encarecimiento del crudo provocado por las tensiones geopolíticas en Oriente Medio y la crisis en el estrecho de Ormuz.
Con esta nueva batería, Bruselas busca debilitar la maquinaria de guerra rusa, pero también acelerar la integración de su aliado. Paralelamente al nuevo fondo de 6.000 millones de euros para la defensa de Kiev, la Unión formaliza su compromiso con el país con una decisión clave: la inminente apertura de las negociaciones de adhesión.


© EFE
A 48 ore dalla domenica che potrebbe aver riscritto equilibri e perimetro del sistema bancario nazionale, da Londra arriva tutto l’apprezzamento per la discesa in campo di Intesa, accompagnata per l’occasione da Bper, per acquisire a mezzo Opas da 30,6 miliardi il Monte dei Paschi e dunque Mediobanca, già parte integrante di Rocca Salimbeni. Un’operazione, come raccontato da questo stesso giornale, gradita a Palazzo Chigi e un po’ di alta sartoria e un po’ dall’anima italiana nonché protesa a salvaguardare le Generali (di cui Piazzetta Cuccia è azionista al 13%, mentre l’altro socio forte è Unicredit con il 9% del Leone) e il loro patrimonio fatto di risparmio e titoli di Stato. Prospettiva che invece con la vittoria di Banco Bpm, i cui soci di riferimento sono i francesi del Crédit Agricole, verrebbe meno.
Di qui una sorta di placet da parte del Financial Times, per il quale “L’offerta di Intesa per Mps ripristina un po’ di buon senso nel panorama del M&A italiano”, premette il quotidiano della City dalla sua famosa rubrica Lex column. Il messaggio di fondo è quello di far emergere il ruolo di Intesa quale attore primario del consolidamento bancario in Italia, ma anche di stabilizzatore della finanza italiana sia privata (con riferimento alla quota di Generali in pancia a Mediobanca) sia pubblica (con riferimento al debito pubblico finanziato e custodito in portafoglio dalle varie entità bancarie coinvolte). “L’M&A italiano spesso ha tanto a che fare con la politica e le personalità quanto con la massimizzazione del profitto. Ciò rende la proposta di acquisizione da 30 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena da parte di Intesa Sanpaolo una gradita rarità”.
Intesa, secondo il FT, ha scelto “il bersaglio giusto, nel senso che le prospettive individuali dell’istituto di credito toscano Mps non sono grandi ed è alle prese con la complessa integrazione dell’arrogante rivale Mediobanca, acquisita lo scorso anno”. Inoltre, “la sua governance è fragile quanto mai: gli azionisti hanno recentemente estromesso e reintegrato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio in una rapida successione”. Al contempo, Intesa “è in un’ottima posizione per acquistare. La più grande banca italiana per asset ha collaborato con la compagnia assicurativa Unipol per spartirsi la rete di vendita al dettaglio si Siena nella speranza di evitare problemi di concorrenza”. Pensando così anche di poter tagliare 1,1 miliardi di euro di costi sovrapposti dalle parti che sta acquisendo, oltre ai 400 milioni di euro che Mps sperava già di risparmiare in spese e costi di finanziamento dall’acquisizione di Mediobanca.
Per fare un riferimento “il rivale di fascia media del mercato Banco Bpm, che domenica ha scritto al consiglio di amministrazione di Mps per proporre una fusione tra pari, pensa di poter tagliare solo 650 milioni di euro dalla combinazione. Ciò rende l’operazione proposta da Intesa un’operazione che crea molto valore, anche escludendo qualsiasi beneficio derivante dal cross-selling di prodotti e simili”. Attenzione, però, a Unicredit. “Se Intesa riuscirà a portarsi via Mps a questo prezzo dipenderà in gran parte dal collega Unicredit, la banca guidata dal veterano banchiere del M&A Andrea Orcel, ora impegnata in una tortuosa battaglia per acquistare la tedesca Commerzbank”. Ma Orcel “potrebbe essere tentato di lanciarsi anche lui in questa battaglia (per Mps, ndr), piuttosto che vedere i rivali italiani crescere nel suo mercato interno. Anche Intesa sarà difficile da battere: potrebbe addolcire la sua offerta di un paio di miliardi senza distruggere valore”. Di sicuro, “una vittoria di Intesa potrebbe piacere anche al primo ministro italiano Giorgia Meloni, in quanto riduce le possibilità che Generali cada in mani straniere”.
Tutto questo mentre, nel giorno in cui i titoli delle tre banche in corsa per Siena sono schizzati in Borsa, il ceo di Ca’ de Sass, Carlo Messina, è tornato a ribadire la bontà dell’operazione su Mps. Per Intesa il “vero valore consiste nel 50% di Monte dei Paschi di Siena che rimarrà con Intesa. E su questa quota possiamo creare un grande valore grazie alle sinergie in termini di ricavi e costi. Dall’altro lato c’è anche Mediobanca, che può portarci asset in gestione ma anche credito al consumo, settore in cui non siamo leader di mercato, ma possiamo diventarlo. E poi c’è la potenzialità di realizzare sinergie di costo grazie alla forza che abbiamo in Intesa”.

