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“È un momento molto bello della mia vita”: a 67 anni la prima volta di Carlo Ancelotti al Mondiale

13 June 2026 at 10:47

Dice “è un enorme onore e anche una responsabilità rappresentare il Brasile”. Aggiunge: “È un momento molto bello della mia vita”. E conclude: “Faccio questo grande passo con felicità e allegria, sono ottimista”. C’è sempre una prima volta, anche a 67 anni appena compiuti e dopo un percorso leggendario come quello che ha portato Carlo Ancelotti a essere l’allenatore italiano più decorato di tutti i tempi: 30 trofei, tra i quali spiccano le 5 Champions e i campionati vinti in Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Spagna. Al timone del Brasile, ereditato nell’estate 2025, c’è l’esordio in panchina, contro il Marocco al MetLife Stadium di East Rutherford (New Jersey, non lontano da New York), in questo mondiale controverso sparso in tre nazioni delle quali una, il Canada, è un po’ anche casa sua: spettacolare la villa che possiede dalle parti di Vancouver. Ancelotti ha una missione da compiere ed è quella che gli chiedono i 213 milioni di abitanti del quinto paese più esteso del pianeta – 8.514.877 kmq -: vincere la Hexa, la sesta coppa del mondo. Lui ci crede: nei mesi che hanno preceduto la manifestazione, ha mostrato un discreto ottimismo.

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Ancelotti è il primo ct straniero a pilotare il Brasile in un mondiale: sa benissimo che avrà i fari puntati addosso e che, alla prima caduta, si scatenerà l’inferno. Il curriculum di 31 anni di carriera in panchina, per un totale di 1.405 partite (837 vittorie, 308 pareggi, 260 sconfitte, media-successi 59,57%) nei club e 12 (7 vittorie, 2 pari e 3 ko) al timone della Seleçao, si traduce in esperienza, saggezza e capacità di affrontare i mari più tempestosi. In questo lungo cammino, Ancelotti ha “bucato” solo una tappa: la Juventus, nel biennio 1997-1999. Era giovane, commise qualche errore, ma si ritrovò anche contro un ambiente che non lo aveva mai accettato.

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Il Brasile rappresenta il coronamento di un sogno. Carlo ha allenato il Real Madrid (“il miglior club del mondo”) e ora gestisce la nazionale più vincente di sempre al mondiale. Un eventuale trionfo aggiungerebbe il suo nome a quelli di Vicente Feola (1958), Aymoré Moreira (1962), Zagallo (1970), Carlos Alberto Parreira (1994) e Scolari (2002). Il Marocco, quarto nell’edizione di Qatar 2022 e campione d’Africa dopo il successo a tavolino sul Senegal, è un test d’ingresso consistente. Carlo, che in panchina sarà affiancato dal figlio Davide, dal preparatore Francesco Mauri e dall’assistente Paul Clement, sa che non sarà facile domare i Leoni dell’Atlante.

In conferenza stampa, con la tuta della Seleçao e gli occhiali che gli danno l’aria di un professore, ha raccontato: “Il Marocco è una squadra molto ben organizzata, con qualità in tutti gli aspetti. Dobbiamo giocare una partita completa. Non possiamo dimenticare nulla, né in fase difensiva, né in fase offensiva, né in transizione. Dobbiamo essere vigili in difesa ed essere solidi sui calci piazzati che sono uno dei nostri punti di forza”.

La perdita last minute per infortunio di Wesley, sostituito dall’atalantino Ederson, ha creato qualche problema di formazione a Carletto: il romanista veniva da una grande stagione ed era una pedina strategica di questo Brasile. Vinicius, Marquinhos e Casemiro, guidati da Ancelotti nei club, sono i pilastri della squadra. Gli ultimi test, 6-2 contro Panama e 2-1 sull’Egitto, sono serviti a rodare il motore. La presenza del regista italiano Paolo Sorrentino, che sta girando un docufilm sulla storia di Ancelotti, ha dato un soffio di leggerezza a questa vigilia. Dalla leggerezza alla bellezza il passo è breve. Un premio Oscar e un gigante della panchina: già così è un film da non perdere.

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Mondiali 2026 al via, dalle stelle a Curaçao tutti i numeri della Coppa che è un inno al gigantismo e al trumpismo

11 June 2026 at 12:23

L’ultimo giro di giostra per Leo Messi, Cristiano Ronaldo, Luka Modric, Edin Dzeko, Guillermo Ochoa, Manuel Neuer, quasi sicuramente Neymar e chissà Harry Kane. Il debutto di Lamine Yamal, Erling Haaland, Désiré Doué, Kerim Alajbegovic, Florian Wirtz, Nico O’Reilly. L’esordio assoluto di nazionali come Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan. Il ritorno di R.D. Congo e Haiti (dopo 52 anni), Iraq (40), Austria, Norvegia e Scozia (28), Turchia (24). Quarantotto squadre al via, un pieno di partite (104), una maratona di 39 giorni, tre nazioni, altrettanti fusi orari, variazioni climatiche anche di 25 gradi, prezzi esorbitanti dei biglietti – il doppio di Qatar 2022 – e un diluvio di denaro tra sponsor, televisioni, annessi e connessi. A voi il Mondiale 2026 Usa-Canada-Messico, tre paesi organizzatori, ma gli Stati Uniti di Trump a dettare legge, e qui sulla parola legge si può discutere dove portino le politiche del presidente Donald, con il silenzio che diventa assenso della Fifa di Gianni Infantino. Un avvocato, pensa te, che attraverso la Gazzetta dello Sport ci racconta la favola del miglior mondiale di sempre. Dimenticavamo: manca l’Italia, alla terza bocciatura di fila e distratta, in parte, dalle elezioni per il successore di Gabriele Gravina, con l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò in vantaggio sullo sfidante Giancarlo Abete e il ritorno, all’orizzonte, di Roberto Mancini in panchina.

Un mondiale mai visto, inno al gigantismo, al business sfrenato e senza vergogna, un evento che vuole celebrare il trumpismo e la cultura MAGA per attutire la prevedibile botta delle elezioni midterm che, a novembre, potrebbero ammaccare l’attuale presidenza Usa. Sul piano tecnico, una manifestazione tutta da scoprire. Dice Jurgen Klismann, nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport: “Sarà una Coppa del Mondo molto impegnativa, sfiancante, in cui conterà molto la testa. Conterà avere un atteggiamento positivo”. Qui Klismann si lascia poi andare a considerazioni discutibili: “Se ti presenti al torneo in modo negativo, pensando a Trump e alle cose che stanno accadendo nel mondo, non vai lontano”. Comprendiamo che l’ex centravanti tedesco vive in California da 28 anni e non vuole mettersi di traverso nei confronti del Paese che lo ospita, ma l’invito a voltarsi dall’altra parte, a non pensare, non è condivisibile. Bisogna invece guardare e riflettere, anche partecipando. Vale anche per chi, nelle tastiere, invoca il boicottaggio del mondiale.

Il lotto delle favorite è il solito. In pole position partono l’Argentina campione in carica, la Francia piena di talenti e con la voglia di vendicare la sconfitta ai rigori nella finale 2022, la Spagna portatrice forse del miglior calcio a livello di nazionali. In seconda fila, il Brasile di Carlo Ancelotti, l’Inghilterra eterna incompiuta, il Portogallo non solo di CR7, ma anche di Vitinha, Neves, Bernardo Silva e Bruno Fernandes, la Germania di Musiala. Tra le outsider, occhio alla Norvegia che non è solo Haaland, ma anche Odegaard, Sorloth, Nusa, la solita Olanda, il Marocco. Incuriosisce la Scozia di McTominay e McGinn, da seguire la Turchia di Montella e il Belgio di Doku. La Croazia è su con gli anni, ma non molla mai, il Senegal vuole vendicare il titolo africano cancellato a tavolino dopo il caos nella finale contro il Marocco.

Tra i moduli di gioco, dominano il 4-3-3 (17 nazionali) e il 4-2-3-1 (13). Distanziati, 3-4-2-1 (6), 4-4-2 (4), 4-1-4-1 (3), 4-4-1-1 (2), 3-4-3, 5-4-1 e 3-4-1-2 (1). Non pervenuto, il 3-5-2 tanto caro all’Italia: forse non è un caso se siamo ancora fuori. Sarà un torneo ad alta quota in attacco, con i migliori bomber in circolazione che lotteranno per il titolo del capocannoniere. Cristiano Ronaldo svetta dall’altro dei suoi 143 gol in nazionale e 973 in totale in carriera – 991 con le selezioni giovanili -, poi Messi a quota 117 con l’Albiceleste in 199 presenze, Harry Kane (79 con la maglia dell’Inghilterra e 442 nei club, ben 61 nell’ultima stagione con il Bayern Monaco), Mbappé (56 con la Francia e 373 tra Monaco, Psg e Real Madrid), Haaland (55 in 50 partite con la Norvegia). C’è abbondanza di centrocampisti di alta qualità, di grandi portieri (Courtois, Maignan, Neuer, Alisson, Martinez) e di ottimi esterni. C’è penuria, anche tra le big, di grandi difensori centrali: mancano talenti nel ruolo e forse non c’è cura da parte dei vivai. In linea con le direttive politiche, sarà il mondiale dell’intolleranza: nei confronti delle perdite di tempo in primis. Il Var sarà ancora più presente e occhio ai cartellini: in una maratona come questa potranno incidere. Il clima rappresenta l’incognita: prepariamoci a partite dalla durata imprecisata, con il rischio di stop prolungati in caso di fulmini in arrivo. La finale avrà l’intervallo più lungo di sempre, causa show annunciato di trenta minuti. Qualcuno, negli spogliatoi, potrà fare un sonnellino.

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Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi | Il commento

10 June 2026 at 07:14

S’intuiva che sarebbe stato il mondiale dell’intolleranza, della prepotenza spacciata come sicurezza, delle paranoie sull’immigrazione, dello strapotere della parte peggiore dell’America, ma le prime immagini che viaggiano sul web in tempo reale ci hanno descritto nelle ultime ore, quando ancora il torneo deve iniziare, uno scenario ancora più oscuro. L’arbitro somalo Omar Artan – il migliore della confederazione africana – rispedito a casa dalla polizia di Miami dopo lunghissimi controlli. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sottoposte a ispezioni minuziose, con tanto di cani antidroga e al limite dell’umiliante coinvolti anche Fabio Cannavaro ct della nazionale asiatica e star mondiali come l’ex Liverpool Sadio Mané e l’ex Napoli Koulibaly -. Il giocatore iracheno Ayman Hussein bloccato in aeroporto e sottoposto a sette ore di interrogatorio. Persino il Belgio di De Bruyne costretto a fare i conti con i metal detector sotto le scarpe. L’Iran è un caso a parte: appare già surreale la presenza della squadra con il fronte di guerra aperto con gli Usa e non sorprende quindi se sia stato concesso di entrare negli Stati Uniti poche ore prima delle partite e di uscire subito dopo.

Il mondiale della prepotenza, del trionfo della cultura – cultura? – MAGA, del trumpismo appare già lanciato verso il titolo del peggiore di sempre. Peggio sicuramente di Italia 1934 in salsa mussoliniana, di Qatar 2022 e dei divieti imposti alle comunità LGBTQ+, di Russia 2018 e del rinascimento putiniano. L’unico per ora accostabile a quello che andrà in scena in Canada, Messico e Usa dall’11 giugno al 19 luglio, il primo a 48 squadre e con un totale di 104 partite, è quello di Argentina 1978 e dei generali macellai, con la caserma ESMA a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires dove vennero torturate e uccise migliaia di persone, anche durante le gare. Quarantotto anni fa non esisteva internet. Il regime di Videla eresse un muro di fronte alle sue vergogne. Solo la nazionale olandese cercò di scuotere le coscienze, nell’indifferenza generale. Gli Oranje arrivarono a giocarsi il titolo nella finale contro i padroni e la persero ai supplementari, dopo aver colpito un palo all’89’ quando il match viaggiava sull’1-1: se un ciuffo d’erba avesse deviato il tiro di Rensenbrink, forse la storia dell’Argentina sarebbe stata diversa e la dittatura sarebbe caduta prima del 1983.

Chiariamo subito: non sono paragonabili la giunta argentina figlia di un golpe e il trumpismo americano. Donald è stato rieletto dal voto presidenziale. Ha ottenuto la maggioranza dei voti in una consultazione democratica. Ma il modello MAGA (Make America Great Again) sta producendo un attacco violento alle libertà e alla libertà. Si alimenta di nazionalismo ottuso, di sovranismo, di suprematismo bianco, di lotta all’immigrazione, di autoritarismo che dà carta bianca ai metodi brutali delle forze dell’ordine. I controlli severissimi alle frontiere, in un paese che è insieme a Israele il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale, erano annunciati, ma le immagini di questa vigilia sono state un colpo di frusta. Sembrava fantasia la caccia agli immigrati negli stadi durante le partite da parte dell’ICE, ma a questo punto, sarà la conseguenza logica di quanto sta avvenendo.

Uno scenario brutale, di cinque settimane pesanti, nelle quali spicca il silenzio della Fifa e del suo presidente, Gianni Infantino, contro il quale si è rivolto in tribunale Michel Platini, dopo i fatti e misfatti che portarono alla caduta dell’ex fuoriclasse della Juventus nel 2015, all’epoca numero uno dell’Uefa e lanciato verso il trono del football mondiale. Infantino è un sodale di Trump. Si vanta di essere amico del presidente statunitense e con una pagliacciata in pieno stile americano gli ha consegnato, lo scorso dicembre, un surreale premio della pace. Infantino è amico dei potenti, da Putin ai reali delle monarchie arabe, ma è ancora più amico di Trump. Affinità ideologiche e amore viscerale per gli affari sono il collante con King Donald. Il mondiale 2026, secondo la propaganda di Infantino, “sarà il più grande evento di sempre”. Il sito della BBC, che non rappresenta un mondo ultra dell’informazione, suggerisce questa descrizione del torneo: “Il più politicizzato, per esempio. E il più costoso. Potenzialmente il più caldo, o il più inquinante. Certamente, il più redditizio per la FIFA. A prescindere dal punto di vista, sembra certo che, al di là dello spettacolo in campo, questa Coppa del Mondo in formato gigante potrebbe essere tra le più controverse di sempre. Dai costi per i tifosi all’impatto della geopolitica, dalle politiche sull’immigrazione fino alla sicurezza, alle condizioni meteorologiche estreme, alla sostenibilità e al ruolo del presidente Donald Trump, questo mondiale suscita apprensione ed entusiasmo”.

E’ vietata anche la critica sportiva, vedi quella dell’allenatore argentino Marcelo Bielsa, ct dell’Uruguay, che ha definito pessima l’organizzazione del torneo parlando dei campi di allenamento. La Fifa ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. “Ci proibiscono di parlare. Chi prova a criticare viene sanzionato”, il suo atto d’accusa. A questo punto siamo arrivati con Infantino: un allenatore non può dire che una struttura tecnica non è degna di un mondiale.

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Dall’11 giugno, con il match Messico-Sudafrica che aprirà il torneo, detterà legge il calcio giocato: quarantotto squadre, 1248 giocatori pronti a scendere in campo, tre nazioni, tre fusi orari, distanze enormi da percorrere e una montagna di gol in arrivo. Questa sbornia collettiva riuscirà ancora una volta a oscurare le coscienze? La vera sfida è questa. Noi italiani, costretti per la terza volta di fila a vivere il mondiale da semplici spettatori, abbiamo la possibilità di sottrarci a questo delirio, anche se, visti i fatti dell’ultima giornata di campionato, il livello della nostra classe politica e il liquame che scorre abitualmente nei social, non c’è da essere ottimisti.

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“L’Olanda vincerà i Mondiali”: lo dice il sistema creato per gioco da un economista tedesco, che finora non ha mai sbagliato

5 June 2026 at 12:41

Secondo i bookmakers, spesso attendibili, il mondiale Usa-Canada-Messico 2026 finirà nelle mani di una nazionale europea, con Francia e Spagna indicate come le super favorite. L’Inghilterra di Thomas Tuchel è la terza incomoda. Argentina e Brasile sono in quarta e quinta posizione nel listino. Nel 1994, il mondiale statunitense registrò il successo del Brasile nella finale conclusa ai rigori contro l’Italia. Le due edizioni messicane, 1970 e 1986, videro il trionfo della Seleçao di Pelé – sempre contro l’Italia – e dell’Argentina di Maradona. Le indicazioni degli scommettitori sono quindi in controtendenza rispetto alla storia calcistica, in base alla quale nelle Americhe hanno sempre conquistato il titolo le squadre di questa area del mondo, con l’eccezione della Germania a Brasile 2014. C’è però un’altra “pista” e sta circolando in Europa da qualche giorno. In Spagna, è stata rilanciata dal quotidiano sportivo Marca. Si tratta della previsione di un economista-matematico tedesco, Joachim Klement, che ha azzeccato le previsioni degli ultimi tre mondiali: Germania campione nel 2014, Francia trionfatrice di Russia 2018 e Argentina iridata in Qatar nel 2022. Stavolta il sistema elaborato da Klement indica l’Olanda e sarebbe non solo una sorpresa, ma anche un successo che consentirebbe di esorcizzare la maledizione del calcio Orange, sconfitto nelle finali del 1974, 1978 e 2010. L’Olanda conquisterebbe il titolo in un ultimo atto inedito, tra due nazionali che non hanno mai sollevato la coppa del mondo: l’avversario dell’ultimo atto sarebbe infatti il Portogallo di Cristiano Ronaldo.

Klement ha creato questo sistema nel 2014, quasi per provocazione. L’idea originaria era quella di dimostrare l’”arroganza” di coloro che credono che l’economia possa spiegare tutto con una semplice formula. Il modello di Klement combina quattro variabili: economiche, demografiche, climatiche e sportive. Prende in considerazione il PIL pro capite, la popolazione, la tradizione calcistica del paese, la temperatura media, lo status di paese ospitante e il ranking FIFA. La ricchezza di un paese, per esempio, è un fattore determinante del successo sportivo, poiché l’abbondanza di risorse consente di finanziare infrastrutture e accademie giovanili, ma c’è un limite: nei paesi benestanti, i giovani tendono ad abbandonare il calcio per altri sport o per i videogiochi. Sul clima, c’è un’indicazione ben precisa: i 14 gradi sono la temperatura ideale per una competizione di lunga durata come la Coppa del Mondo, che in questa prima edizione a 48 squadre avrà la durata di cinque settimane, per un totale di 104 partite.

Nel sistema elaborato dal matematico tedesco, si sottolinea un fattore che incide in modo determinante: la fortuna. Secondo l’analisi di Klement, il 45% dell’esito di una Coppa del Mondo è determinato dal caso, soprattutto nelle partite a eliminazione diretta. Queste conclusioni, “casualità” e “fortuna”, rendono quindi discutibile qualsiasi sistema di previsione, dai bookmakers al modello-Klement, ma l’economista tedesco è il primo a non prendere sul serio il suo sistema, definendolo “tongue-in-cheek”, espressione inglese che significa “fatta in tono ironico e senza serietà”. Avverte anche che chiunque scommetta denaro basandosi sulle sue previsioni non dovrebbe sorprendersi se finisca per perdere. Ma è proprio qui che sta l’ironia: un sistema creato per deridere le previsioni è finito per diventare un oracolo dei mondiali.

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Da Haaland a Mou, la battaglia per il Real Madrid diventa uno show planetario: così Riquelme sfida Florentino Perez

4 June 2026 at 17:18

Tempi eroici – si fa per dire – quelli in cui il comandante Achille Lauro, armatore e dirigente sportivo del Novecento, prima consigliere nazionale della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, poi sostenitore dell’Uomo Qualunque e del Partito Monarchico, infine sindaco di Napoli, consegnava una scarpa sinistra ai potenziali elettori e quella destra solo dopo il voto. Lauro fu anche presidente del Napoli dal 1936 al 1969 e con l’acquisto dello svedese Hasse Jeppson, pagato 105 milioni, nel 1952 fece saltare il banco del mercato. Oggi c’è ben altro: la campagna elettorale del Real Madrid, in vista del voto del 7 giugno, per confermare Florentino Perez o lanciare l’imprenditore di Alicante Enrique Riquelme – magnate delle rinnovabili -, è diventata uno show planetario che sta provocando persino incidenti diplomatici, vedi la reazione furibonda del Manchester City dopo l’annuncio che lo sfidante vorrebbe strappare al club inglese Haaland e Rodri. A quel punto, replica immediata di Florentino: se vinco, squadra affidata a José Mourinho con un contratto triennale – concordato da tempo – e subito un rinforzo in difesa, lo svincolato Konaté, ex Liverpool.

In una Spagna dove traballa la posizione del premier Sànchez, la battaglia per il nuovo boss del Real sta raggiungendo picchi di audience elevati. Tutto è cominciato con l’annuncio a sorpresa del voto anticipato da parte di Florentino Perez, 79 anni, presidente dei Blancos dal 2009, dopo esserlo già stato tra 2000 e 2006 – l’era dei Galàcticos -, patrimonio che lo colloca tra gli uomini più ricchi della patria di Cervantes e 37 trofei conquistati nelle sue gestioni madridiste. La mossa di Perez, dopo una stagione deludente, è stata quella di anticipare il potenziale rivale, Enrique Riquelme, da tempo al lavoro sottotraccia per mettere le mani sul club. Perez dal 2009 a oggi non ha avuto rivali. E’ stato rieletto per cinque volte.

Ora, in un momento di difficoltà e di inevitabili cambiamenti, chiusa la pratica dolorosa e dispendiosa della ristrutturazione dello stadio Santiago Bernabeu – ben 1,76 miliardi di euro il costo del nuovo ingresso principale, dell’intera facciata, dell’aggiunta del tetto retrattile e del nuovo campo in erba -, Perez ha fatto l’ennesimo numero a effetto, ma l’avversario ha risposto annunciando Haaland e Rodri. Il Manchester City, che ha salutato Pep Guardiola e sta incoronando Enzo Maresca, sta valutando gli estremi per un’azione legale. Lo stesso Haaland e chi cura i suoi interessi, l’agente Rafaela Pimenta e il padre Alfie, hanno negato la cosa: “È tutto molto divertente, ma non c’è nulla di vero. Auguriamo a entrambi i candidati il meglio per le elezioni del Real Madrid”.

La partita del voto è aperta. Due settimane fa, Florentino sembrava avviato verso la sesta incoronazione di fila, ma lo sfidante sta recuperando alla grande. I sondaggi lanciati dal giornale sportivo Marca lasciano intendere che il 7 giugno potrebbe addirittura scapparci un clamoroso ribaltone. Il 36% è infatti convinto che Riquelme possa sorprendere il rivale. Il 33% afferma che Florentino vincerà di misura. Il 65% sostiene che l’annuncio di voler strappare Haaland al City potrebbe condizionare le intenzioni di voto. Secondo l’82%, il ritorno di Mourinho non sarà sufficiente a Florentino per imporsi sul rivale. Riquelme sulla scelta del tecnico non si è sbilanciato, ma ha detto di voler “portare l’allenatore che tutti i tifosi sognano alla guida del Real”. Il nome in questione è quello di Jurgen Klopp, il più amato dai madridisti. Se però Riquelme non ha fatto apertamente il nome del tecnico tedesco, dal 2024 coordinatore delle attività calcistiche del gruppo Red Bull, la ragione è molto semplice: non sarà facile convincerlo a tornare in panchina. In Germania sono sicuri che Klopp sia il candidato numero uno per la nazionale, in caso di flop al mondiale.

Haaland, Rodri, Klopp, Mourinho (senza offesa per Konaté): l’universo Real è questo, non c’è da stupirsi. L’unica vera sorpresa, semmai, sarà il trionfo di Riquelme, CEO delle rinnovabili Cox Energy, soprannominato il “Re del Sole”, patrimonio stimato di 460 milioni di euro e ben 187 messi a disposizione nella battaglia per il club. Florentino è un abile imprenditore, ma potrebbe pentirsi di aver sottovalutato il suo avversario.

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