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Il Piano Italia 5G tagliato del 30%: 412 aree rurali fuori dalla banda larga. Mentre esplode la guerra delle torri

12 June 2026 at 07:00

412 aree rurali escluse dal Piano Italia 5g, con sindaci infuriati e centinaia di contenziosi legali: rispetto agli obiettivi del bando di gara, missione fallita per Inwit, la multinazionale con il compito di portare la connessione internet, veloce e senza fili, nei territori rurali d’Italia. In tutto erano 1.385 zone, tra paesini montani o di campagna, dove le aziende private arrancano perché i clienti sono pochi e i profitti troppo magri. Ma il target del bando di gara è stato rimodulato ufficialmente al ribasso, includendo nel perimetro della banda larga solo 973 aree: quelle già coperte dal segnale sono 964, scadenza dei lavori fissata al 26 giugno. Dunque viene sforbiciato il contributo del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) destinato al raggruppamento temporaneo di imprese capeggiato da Inwit: da 345 milioni a 242.860.418. In cassa dell’erario restano oltre 100 milioni di euro. Ma almeno il rischio di costose penali, previste dal bando, pare escluso.

Molise e Val D’Aosta senza torri. Ma Inwit e Chigi sbandierano l’obbiettivo Ue: 500 km quadrati coperti dal segnale

La decisione è stata assunta a fine maggio, ad un mese dal traguardo, spiega il Dipartimento per la trasformazione digitale rispondendo a ilfattoquotidiano.it. Alla struttura di palazzo Chigi, guidata dal Fratello d’Italia Alessio Butti, era giunta la domanda sul numero esatto delle aree ancora da coprire, visto che il dato era sparito dal sito ufficiale del Piano Italia 5G. Senza quel numero è impossibile misurare al millimetro l’avanzamento dei lavori. Tuttavia il ritardo era già lampante, da tempo. A fine marzo scorso le zone con la connessione 5G ristagnavano al 66% del target sancito dal bando gara: ma il 60% era la milestone prevista per giugno 2025, con avanzamento all’80 entro fine 2025. Malgrado i dati, Inwit e il Dipartimento per l’innovazione hanno mostrato ottimismo, provando ad eludere gli obiettivi del bando con il traguardo dei 500 chilometri quadrati percorsi dal segnale 5g.

Quel target è ufficialmente raggiunto, ma si tratta dell’asticella concordata dal governo italiano con la Commissione europea. Per Inwit, invece, è vincolante il bando aggiudicato nel giugno 2022, guidando il Raggruppamento temporaneo di imprese con Tim e Vodafone-Fastweb. Dunque Infratel (la società pubblica che ha curato il bando, con il compito di attuarlo) ha provveduto a ‘rimpicciolire’ il Piano Italia, nel nome della “necessità di adeguare gli obiettivi contrattuali previsti con quelli stabiliti a livello europeo con conseguente riduzione del contributo”, scrive il Dipartimento. In che modo è avvenuta la rimodulazione? “Mediante la sottoscrizione di appositi atti aggiuntivi alle convenzioni in essere con i beneficiari”. Risultato: da 1385 aree si è scesi a 973. Ritoccando al ribasso l’asticella, “il soggetto attuatore ha provveduto ad attuare quanto prescritto dall’articolo 1, comma 483, della legge 30 dicembre 2024, n. 207”. Tuttavia, non è chiaro quanto il taglio delle aree coperte dal segnale (del 29,75%) incida sul numero delle utenze servite. Le torri attive sono 452 (leggiamo sul sito ufficiale) ma il target precedente ne indicava circa 900. In Molise e Valle D’Aosta non ci sono tralicci per le antenne del 5g. In Calabria 27, la metà di quelli previsti. La quota dei siti completati è al 38 per cento in Liguria, al 31 in Toscana, al 29 nel Lazio, al 28 in Abruzzo. Invitata da ilfattoquotidiano.it ad esprimere un commento, Inwit non cita gli obiettivi del bando di gara ma solo quelli concordati con Bruxelles: “Il numero di aree da coprire è stato aggiornato coerentemente con il target europeo definito dalla Commissione UE, e il RTI lo ha raggiunto con un numero di infrastrutture inferiore rispetto a quanto previsto inizialmente, coprendo la superficie target in termini di km quadrati, con maggior efficienza finale”. Bruxelles, tuttavia, non sarebbe stata interpellata sul taglio delle aree.

Ai Comuni solo le briciole del 5G: i sindaci infuriati fanno saltare il Piano con i ricorsi al Tar

Eppure, per accelerare la diffusione della banda larga l’Italia aveva steso il tappeto rosso al gigante straniero, tagliando circa 400 milioni di euro l’anno dal bilancio dei Comuni italiani. Da una media di 8mila euro, il canone annuo di locazione per le aree dove installare le torri è sceso a 800 euro: quanto un dehors con sedie e tavolini all’aperto. Giù del 90 per cento, grazie ad un emendamento Pd-FdI al decreto n. 77 del 2021, firmato dal governo Draghi. Alla Tower company è stata concessa licenza di installare i tralicci su aree in deroga ai piani locali, e perfino la possibilità dell’esproprio di suolo pubblico. Ma non è bastato a centrare l’obiettivo di partenza, perché nessuno aveva pronosticato il prevedibile: invece di obbedire, i sindaci infuriati hanno fatto ricorso al Tar aprendo centinaia di contenziosi legali. Così è naufragato il Piano Italia 5G.

La guerra delle torri: Tim e Fastweb+Vodafone vogliono i loro siti e il titolo Inwit giù in borsa

Con una coda paradossale: dopo aver preteso dai Comuni lo ‘scontone’ del 90 per cento sul canone d’affitto, Inwit ha imposto il prezzo ai suoi alleati. Per piazzare le loro antenne sui torri, Tim e Fastweb+Vodafone pagano insieme un canone da circa 20mila euro l’anno. Le due compagnie non hanno gradito, al punto da firmare, il 29 marzo, “un accordo per la costruzione e gestione di 6 mila nuove torri”. Lo scopo? “Allineare i costi alla media europea”. Insomma, meglio investire su tralicci di proprietà che pagare l’obolo della locazione: dunque i due ex alleati hanno avviato la disdetta dei contratti con Inwit. E il titolo del colosso è andato giù in borsa. Così è nata la guerre delle torri, dopo quella coi Comuni, sulle ceneri dell’originario Piano Italia 5G. Pensare che Telecom e Vodafone già possedevano torri per le antenne. Le hanno vendute ad Inwit tra il 2015 e il 2020, per tornare ora alla casella di partenza. Qualcosa deve essere andato storto.

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Intelligenza artificiale, il governo approva due decreti attuativi. Nordio: “Nuovo reato per punire chi omette misure di sicurezza”

10 June 2026 at 14:51

Il governo prova a mettere a terra la legge delega sull’Intelligenza artificiale, la n. 132 del 25 settembre 2025, fino ad ora rimasta sulla carta. Il consiglio dei ministri della tarda mattina è il tentativo di palazzo Chigi di cambiare marcia, con due decreti legislativi. La parola “minori” non compare sostanzialmente mai, né in conferenza stampa né all’ordine del giorno del Cdm. Eppure la legge 132 impone ai ragazzi fino a 14 anni l’accesso ai servizi di Ia solo con il consenso dei genitori. Ma ad oggi la norma è inapplicata. Nei decreti, tuttavia, c’è il tema della protezione dei cittadini. Il ministro Nordio ha annunciato la nascita di un nuovo reato: sarà punito chi progetta o realizza sistemi di Ia senza le “necessarie misure di sicurezza”.

I provvedimenti sull’intelligenza artificiale sono arrivati a palazzo Chigi dopo le parole di Giorgia Meloni all’assemblea romana di Confcommercio: “I rischi dell’Ia? In primis l’impatto sul mercato del lavoro”, per la premier “imponderabile”. La presidente del Consiglio tratteggia futuri distopici. “Rischiamo oggettivamente un mondo nel quale sempre più persone non saranno necessarie, un mondo nel quale la ricchezza si concentra e si verticalizza ancora di più”. Dunque l’Ia “va governata”, anche “per l’impatto che può avere sulle nostre democrazie”, poiché diventa difficile distinguere quello che è vero da quello che non lo è”.

Alfredo Mantovano ha esultato in conferenza stampa, dopo l’approvazione dei provvedimenti: “L’Italia in virtù di questi decreti attuativi, insieme con la legge 132, è la prima nazione che si dota di una disciplina normativa nazionale organica in materia di intelligenza artificiale”. Cosa contengono i due decreti? Norme sull’utilizzo dell’algoritmo nel campo della formazione (anche scolastica), sui poteri delle Autorità nazionali nel settore Ia, sull’attività di polizia e sulla responsabilità civile e penale. Mantovano ha precisato come i due decreti “andranno alla valutazione delle commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e di alcune autorità di garanzia, prima fra tutte quella sulla trattamento dei dati personali”.

In conferenza stampa ha parlato una nutrita schiera di ministri e sottosegretari: Matteo Piantedosi (Interni), Carlo Nordio (Giustizia), Marina Elvira Calderone (Lavoro), Bernini (Università), Alessio Butti (sottosegretario all’Innovazione. Il filo conduttore degli interventi è la volontà di rassicurare il cittadino: l’Intelligenza artificiale non prenderà decisioni autonome, ma sarà al servizio degli uomini. Il potere di scelta “deve essere sottoposto a una revisione e sorveglianza umana qualificata”, ha ricordato il ministero degli Interni. Che esclude rischi di sorveglianza di massa: “nessun “Grande fratello, perché è vietato l’utilizzo di banche dati biometriche create con raccolta massiva e generalizzata di dati dal web”. “Ci sono delle regole stringenti per l’identificazione biometrica in tempo reale per finalità di polizia, che è ammessa solo in casi eccezionali”, ha rassicurato Piantedosi.

Anche il Guardasigilli resta in tema di ordine pubblico, presentando un nuovo reato penale: “ossia la punizione di chi progetta, realizza e omette le necessarie misure di sicurezza dei sistemi di Intelligenza artificiale, quando da tale condotta derivi un concreto pericolo per la sicurezza delle persone o dello Stato”, ha dichiarato Nordio. Giova ricordare come OpenIA (casa madre di ChatGPT) sia sotto processo civile e penale, negli Usa, per via delle denunce sulla scarsa sicurezza presentate dallo Stato della Florida. Non è chiaro, tuttavia, come sarà declinato il concetto espresso da Nordio. Cosa significa, esattamente, “concreto pericolo per la sicurezza delle persone o dello Stato”?

Calderone ha rassicurato i lavoratori: l’Ia non prenderà decisioni sul futuro dei lavoratori al posto dei dirigenti in carne ed ossa. Le scelte che “incidono sul rapporto di lavoro come assunzione, modifica delle condizioni contrattuali, licenziamento e sanzioni disciplinari”, non saranno assunte “esclusivamente da un sistema automatizzato”. La ministra ha ripreso i timori di Meloni sull’occupazione. L’Ia sarà “integrata” nei percorsi formativi dei lavoratori con lo scopo di “prevenire l’obsolescenza delle competenze” e “aumentare l’occupabilità”. La ministra del Lavoro ha offerto alcuni numeri sulla piattaforma Edo (Educazione digitale per l’occupazione): “al 30 aprile avevamo già formato 167mila persone e al 9 giugno 180mila sulle competenze digitali”.

Il ministro della Scuola Giuseppe Valditara ha annunciato “la modifica dei programmi scolastici: l’intelligenza artificiale entrerà nel curriculum formativo dei licei”. Ma già alla scuola primaria “saranno introdotti alcuni cenni per abituare i bambini al linguaggio dell’intelligenza artificiale”. Cambieranno le linee guida sull’educazione civica, per “formare i giovani alla consapevolezza dei rischi legati all’Ia, all’utilizzo dei social, dei device”. Valditara ricorda i fondi da 100 milioni di euro per preparare i docenti all’insegnamento dell’intelligenza artificiale come disciplina. Altri 100 milioni di euro saranno destinati alla formazione degli insegnanti sull’educazione e la prevenzione dei rischi connessi all’IA.

Il sottosegretario Alessio Butti ha ricordato l’articolo 26 della legge 132, con l’istituzione del reato di deepfake: ovvero le immagini (quasi) indistinguibili dalla realtà. Chi le produce e diffonde online, senza il consenso dell’interessato, rischia la reclusione da 1 a 5 anni. Butti non esclude carta di identità per i robot dotati di Intelligenza artificiale, sulla scia di alcuni Paesi: “Non lo fanno certamente per un vezzo, ma per avere una tracciabilità dalla ideazione, progettazione, produzione, commercializzazione, impiego dell’umanoide e quindi poter risalire a chi ha effettivamente in quella filiera la responsabilità”. Sulla stessa lunghezza d’onda la ministra dell’Università Anna Maria Bernini: “L’intelligenza artificiale ha bisogno di avere un referente, qualcuno che risponda per lei dei danni che può produrre”.

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Stop alla caccia grossa della cornacchia molesta a Pordenone: il Tar sospende la doppia ordinanza del sindaco

9 June 2026 at 10:14

PORDENONE – La caccia grossa alla cornacchia considerata “molesta” a Pordenone è stata per il momento interrotta da un decreto del presidente del Tar del Friuli Venezia Giulia. A darne notizia è la Lega Antivivisezione (Lav) che ha ottenuto la sospensione con effetto immediato delle due ordinanze con le quali il sindaco del capoluogo friulano aveva dato ordine di sopprimere il volatile, che evidentemente in queste settimane difende anche la prole.

Una prima ordinanza firmata da Alessandro Basso porta la data del 29 maggio. Quando si è diffusa la notizia del ricorso dell’associazione ambientalista, il primo cittadino ha firmato una nuova ordinanza, praticamente una duplicazione della precedente, così da vanificare l’istanza al Tar. La Lav, assistita dall’avvocato Alessandro Sperotto del foro di Pordenone, si è rivolta direttamente al presidente del Tribunale amministrativo ottenendo una vittoria. La decisione è arrivata l’8 giugno mentre era in corso un presidio ambientalista in via Damiani a Pordenone. Era iniziato alle 6 e vi hanno preso parte esponenti di Lav, Oipa, Meta e Anonymous for the Voiceless.

L’abbattimento dell’animale indicato nei provvedimenti impugnati costituirebbe un danno grave e (palesemente) irrimediabile – scrive il Tar – Non appare del tutto convincente l’argomentazione motivazionale secondo cui non si riesca a (e sarebbe addirittura impossibile) conseguire – pur se con l’ausilio della scienza, delle moderne tecniche, dei sofisticati strumenti e dei potenti mezzi (civili e militari) dei quali l’Ordinamento amministrativo può disporre – l’obiettivo di neutralizzare la condotta iper/aggressiva di una cornacchia, senza però giungere all’estremo rimedio del suo abbattimento”.

Era proprio il comportamento dell’uccello, aggressivo nei confronti di chi transita nei pressi del suo nido, ad aver avviato le segnalazioni giunte in municipio. Qualche passante era stato colpito alla testa. Così il sindaco aveva dato incarico alla forestale di provvedere, ordinando “l’intervento straordinario di rimozione forzata dell’esemplare molesto di corvide da attuarsi mediante prelievo selettivo eutanasico”.

“Siamo felicissimi di questo risultato – ha dichiarato Massimo Vitturi, responsabile Animali Selvatici della LAV – la condanna a morte degli animali è sempre inaccettabile, tanto più quando avviene nei confronti di animali selvatici che si comportano come qualsiasi genitore di fronte a possibili minacce verso la prole, un comportamento che adotterebbe anche qualunque essere umano”. Gli ambientalisti invocavano soluzioni alternative rispetto all’abbattimento, in nome di una convivenza pacifica con il mondo animale. “Ora il sindaco Basso faccia immediatamente scaricare le armi e avvii un confronto con le associazioni per individuare insieme una soluzione incruenta e praticabile che rispetti la vita degli animali e garantisca la serenità dei cittadini” ha concluso la Lav.

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Roccella: “Primi sulla tutela dei minori online”. Ma il divieto su pornografia e intelligenza artificiale resta inapplicato

8 June 2026 at 07:05

Mentre negli Usa sono citati in tribunale i giganti di Big Tech per i danni ai più giovani, la ministra della famiglia Eugenia Roccella rivendica i risultati del governo sulla tutela dei minori online. Ma le leggi italiane sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Oggi i bambini possono accedere ai siti di pornografia, con un dispositivo e una connessione internet, malgrado il decreto Caivano del 2023 ponga il divieto d’ingresso ai minorenni. E sin dalla tenera età si può usare liberamente l’intelligenza artificiale, sebbene ci sia l’obbligo del consenso dei genitori, grazie alla legge n.132 del 25 settembre 2025. C’è un eccezione: dal 5 giugno ChatGPT inaugura funzioni di verifica dell’età disattivando alcune impostazioni per gli adolescenti. Ma il movente potrebbe essere la causa civile mossa dallo Stato della Florida, più che le leggi italiane in vigore da tempo: il consenso dei genitori infatti non è previsto sulla pagina del sito che informa sui controlli. Del resto, il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi.

Roccella, il 4 giugno in Parlamento per il question time, ha esultato: “L’Italia è stata tra i primi Paesi a porsi il problema della tutela dei minori in ambiente digitale”. Sì, ma con risultati quantomeno discutibili. “Siamo il primo Paese europeo – ha ricordato la ministra – che si è dotato di una disciplina specifica per impedire ai minori di accedere a siti pornografici attraverso sistemi di verifica dell’età”. Peccato che i controlli siano ancora in alto mare e lo abbia ammesso anche Roccella: “Una recente sentenza del Tar del Lazio, nel marzo 2026 pur confermando la validità dell’impianto elaborato dall’Agcom, è intervenuta con ulteriori e complesse richieste procedurali che dovranno essere espletate prima di rendere la verifica dell’età pienamente efficace”. La ministra omette due dettagli, sul decreto Caivano. Il primo: le “complesse richieste procedurali” sono le notifiche ai Paesi e alla Commissione che ospitano le sedi legali delle piattaforme hard, in omaggio alla direttiva europea “e-commerce”. Dunque, probabilmente, bastava avvisare Cipro e Bruxelles per obbligare Pornhub ad escludere i minori dai video pornografici, disinnescando ricorsi al Tar. Roccella, al question time, non ha neppure spiegato il mancato appello al Consiglio di Stato da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) di fronte alla bocciatura del tribunale amministrativo. In questo modo, l’obbligo della verifica dell’età per le piattaforme pornografiche potrebbe restare in vigore, nell’attesa del pronunciamento definitivo. Invece, ad oggi, Onlyfan ha rispettato il divieto e quasi nessun altro. Con un paradosso: i giganti stranieri con sede in Europa proseguono indisturbati senza controlli sull’età, mentre i piccoli siti italiani sono stati oscurati. Dunque porno sì, ma solo d’importazione.

“La situazione italiana è folcloristica, perseveriamo ad approvare leggi sulla tutela dei minori online che non vengono rispettate”, dice Nicola Bernardi a ilfattoquotidiano.it. Il presidente di Federprivacy ricorda il Gdpr europeo approvato nel 2018: “Stabilisce il limite dei 16 anni per l’accesso autonomo alle piattaforme tecnologiche, prima serve il consenso dei genitori”. Da otto anni tuttavia i vincoli di Bruxelles sono ignorati dai colossi. L’Europa ha lasciato facoltà ai Paesi di abbassare la soglia fino ai 13 anni. L’Italia ha fissato l’asticella a 14, con il decreto legislativo n. 101 del 2018, modificando il codice della privacy risalente al 2003. Dunque la legge per tutelare i minori online c’è già. Eppure ne vengono sfornate altre, parimenti destinate a cadere nel vuoto. “Non è una vittoria ma pura propaganda politica, dovremmo far rispettare le leggi già esistenti senza tirarne fuori altre dal cilindro”, ammonisce il presidente di Federprivacy. “Mi chiedo se ci sia la volontà politica di rafforzare la tutela dei minori, oppure se si strizza l’occhio alle multinazionali tecnologiche”. All’origine dei “divieti fantasma” c’è la mancanza di un sistema collaudato per la verifica dell’età, sino ad oggi un vero rebus, tra rischi per la privacy e di sicurezza. Anche se Bernardi e diversi addetti ai lavori coltivano un dubbio: “Come è possibile che i giganti tecnologici, l’avanguardia globale dell’innovazione con più miliardi in cassa degli Stati, non abbiano strumenti per verificare l’età degli utenti?”.

In attesa di un sistema a prova di riservatezza, senza rischi di furto dell’identità, di fatto ogni divieto per i minori sembra un’illusione. Come l’obbligo di accedere ai servizi dell’intelligenza artificiale solo con il consenso dei genitori, fino a 14 anni. Lo stabilisce la legge n. 132 del 25 settembre 2025, nata da un ddl governativo. Ma fino ad ora inapplicata, perché i chatbot sono a disposizione senza vincoli di età, su una miriade di piattaforme e servizi digitali.

Da allora, un cambiamento c’è: il 5 giugno ChatGPT ha avviato nuove procedure per la verifica dell’età. Leggiamo sul sito: “Per aiutare gli adolescenti ad avere un’esperienza adeguata alla loro età, utilizziamo segnali per prevedere se un account possa appartenere a una persona sotto i 18 anni”. Quali segnali? “Ad esempio, argomenti generali di cui parli o i momenti della giornata in cui utilizzi ChatGPT”. Se il sospetto è che l’utente sia minorenne, “alcuni argomenti vengono trattati con maggiore attenzione per ridurre i contenuti sensibili, come la violenza esplicita o scene cruente; sfide virali che potrebbero indurre comportamenti rischiosi o dannosi; giochi che parlano di sesso, amore o violenza, contenuti che spingono a seguire ideali di bellezza impossibili, diete poco sane o a criticare il proprio corpo”. Giova ricordare come OpenIa sia sotto processo penale e civile, contro lo Stato dello Florida negli Usa.

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“Profitti sulla pelle degli adolescenti”: non solo social, anche l’Intelligenza artificiale finisce in tribunale. La Florida accusa Altman e ChatGPT

6 June 2026 at 07:56

Dopo i social network anche l’intelligenza artificiale finisce in tribunale per i possibili nefasti effetti sugli utenti. Mentre Meta accetta per la prima volta di pagare una sanzione, milionaria, lo Stato americano della Florida ha accusato OpenAI di badare più ai miliardi che al benessere di bambini e adolescenti. “Sam Altman e ChatGPT hanno scelto la corsa all’intelligenza artificiale a discapito della sicurezza dei nostri figli. Hanno scelto il profitto a discapito della sicurezza pubblica e noi in Florida non lo tollereremo”, ha dichiarato il primo giugno in conferenza stampa il procuratore generale James Uthmeier. Nel mirino di quest’ultimo c’è il design della tecnologia: ChatGPT “è progettato per comportarsi come un amico, incoraggiando l’utilizzo del chatbot, per poi abbandonare gli adolescenti vulnerabili dinanzi a qualsiasi spaventoso bisogno rivelino al loro ‘confidente’. Nella migliore delle ipotesi, questa caratteristica progettuale è imprudente, nella peggiore è intenzionale”.

L’esperto: “Sotto accusa la progettazione delle tecnologie”

Non solo ChatGPT, ma anche i social network sono sul banco degli accusati per le caratteristiche dell’algoritmo: contro Meta, casa madre di Facebook e Instagram, negli Usa ballano 2400 cause intentate intentate da bambini, famiglie, distretti scolastici, 42 procuratori generali statali. Dunque potrebbe essere solo l’inizio della valanga. “La vera novità, sul piano giuridico, è che si prova a far rispondere il modo in cui il prodotto è progettato, non solo l’uso che ne fa chi lo adopera”, commenta con ilfattoquotidianoi.it Marco Martorana, avvocato, docente all’università di Parma, specializzato in tecnologie digitali. “Che a citare OpenAI sia uno Stato, e non più soltanto le famiglie delle vittime, cambia la natura della partita: l’Ia non è solo un affare tra privati ma può diventare un questione di salute pubblica”, prosegue il legale. Tuttavia appare concreto il rischio che i colossi sfuggano ai tribunali con la scorciatoia delle multe milionarie, per loro leggere come noccioline. “La scelta di Meta di chiudere con una transazione il caso del Kentucky, pochi giorni prima del processo e senza ammettere alcuna responsabilità, mostra il rovescio – avvisa Martorana – pagare diventa il modo per dare un prezzo al rischio ed evitare quel confronto in aula”.

Meta accetta la sanzione: 9 milioni alle scuole del Kentucky per la salute mentale dei più giovani

Meta per la prima volta (il 21 maggio secondo i documenti visionati dall’agenzia Reuters) ha accettato la sanzione, da 9 milioni, per evitare il processo contro il distretto scolastico della Contea di Breathitt, nello Stato del Kentucky. Le scuole otterranno 27 milioni per affrontare i problemi di salute mentale dei più giovani. Anche Snap, Youtube e TikTok sono usciti dal processo previsto a giugno pagando la loro parte della multa. Ma alle porte ci sono le denunce di altri 1200 distretti scolastici. “La condotta degli imputati ha portato a una crisi di salute mentale tra i giovani americani e non è un’iperbole”, scrivono i legali della contea di Breathitt nell’atto di citazione. Anzi, le parole sono da intendersi letteralmente, suffragate dalle società scientifiche di pediatria e psicologia. “Il fatto che sia presente una crisi di salute mentale tra i giovani americani è stato dichiarato dall’American Academy of Pediatrics, dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, dalla Children’s Hospital Association e dal Surgeon General degli Stati Uniti”. Nel mirino ci sono le scelte di progettazione compiute dalle piattaforme per tenere agganciati gli utenti il più a lungo possibile, con il rischio di alimentare dipendenza soprattutto nei più giovani. Lo scopo? “Generare profitti”. Lo strumento? I ragazzi. “Se perdiamo il contatto con gli adolescenti negli Stati Uniti, perdiamo il flusso di clienti”, sosteneva un documento interno di Instagram rivelato dal New York Times nel 2023. Secondo gli accusatori del Kentucky, i colossi dei social network sarebbero consapevoli dei pericoli. E’ la stessa ipotesi del procuratore del New Mexico, dove è corso la seconda fase del processo civile contro Meta, dopo la condanna del marzo al risarcimento da 375 milioni di dollari. Ora il New Mexico ne chiede 10 volte di più: 3,7 miliardi, per risolvere i problemi di salute mentale dei più giovani.

La Florida contro Sam Altman e OpenIA

Lo Stato della Florida rivolge a OpenAi accuse molto simili a quelle piovute sulle piattaforme social. Secondo il procuratore Uthemier la multinazionale e Sam Altman erano a conoscenza dei rischi, soprattutto per i minori. Dunque il Ceo dovrebbe essere ritenuto “personalmente responsabile per il danno causato ai cittadini della Florida”: colpevole di “totale disprezzo per il rischio per la vita umana derivante dalla condotta della sua azienda”. Sulla multinazionale pende una sanzione “potenzialmente da miliardi di dollari”, secondo le dichiarazioni di Uthemier riportate da Cnn.

La causa civile è una costola dell’indagine penale annunciata dal procuratore il 21 aprile scorso, frutto della sparatoria avvenuta il 17 aprile 2025 nel campus dell’università dello Stato, con un bilancio di 2 morti e 6 feriti. L’imputato Phoenix Ikner avrebbe consultato l’intelligenza artificiale per ricevere consigli su armi e munizioni, l’orario e l’area migliore per colpire il maggior numero di persone. “Se quel bot fosse una persona, verrebbe accusato di concorso in omicidio premeditato”, aveva dichiarato Uthmeier in una conferenza stampa. Nell’occasione il procuratore della Florida aveva rammentato il lavoro del suo ufficio per perseguire i crimini legati all’uso dell’intelligenza artificiale: una condanna a 135 anni di carcere per un predatore sessuale; il processo in corso ad un presunto pedofilo, con 46 capi d’accusa relativi a materiale pedopornografico generato dall’IA .

La causa civile presentata il primo giugno invece accusa OpenAI di pratiche commerciali ingannevoli e sleali per accelerare i guadagni in barba ai rischi: “A causa delle false dichiarazioni degli imputati su ChatGPT e della loro negligente introduzione di ChatGPT in Florida e nel mondo, gli omicidi di massa sono stati aiutati (…), le persone vulnerabili sono state incoraggiate al suicidio (…) gli utenti hanno perso capacità di pensiero critico e i minori sono diventati dipendenti da uno strumento che finge compassione umana per raccogliere i propri dati senza la supervisione dei genitori. Lo sscopo del colosso? “Accumulare grandi fortune, nonostante conoscano il pericolo di ChatGPT”. In una dichiarazione, OpenAI ha affermato di ritenere che i minori “necessitino di una protezione significativa” e di aver “messo in atto protezioni e politiche all’avanguardia nel settore”. Anche le piattaforme social come Facebook, Instagram e TikTok ripetono da anni di fare tutto il possibile per tutelare gli utenti, soprattutto i minori. Ma la palla ora passa ai tribunali.

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