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Dl accise, non passano lo stop al pignoramento dei conti correnti e l’emendamento Lotito per riaprire la sanatoria fiscale per le partite Iva

10 June 2026 at 12:50

Débâcle per la maggioranza in commissione Finanze del Senato: per problemi di copertura mercoledì sono stati ritirati sia l’emendamento Lotito che puntava a riaprire la sanatoria riservata alle partite Iva che aderiscono al nuovo biennio del concordato preventivo biennale con le Entrate sia quello della Lega che bloccava il pignoramento dei conti correnti per i contribuenti in regola con rottamazioni o rateizzazioni fiscali. Il giorno prima il partito di Matteo Salvini aveva dovuto dire addio anche alla riapertura della rottamazione quater per chi era decaduto e all’allargamento della quinquies anche ai debiti nati da accertamento, esclusi dalle norme inserite nell’ultima legge di Bilancio.

Solo la proposta a prima firma del senatore di Forza Italia e presidente della Lazio è stata ripescata trasformandola in un ordine del giorno: per le coperture “il governo si è impegnato a trovare una soluzione”, ha fatto sapere il presidente della Commissione, Massimo Garavaglia. Il fatto è che il nuovo regalo alle partite Iva a cui si applicano gli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa), il 53% delle quali stando a quelle “pagelle” è inaffidabile, costerebbe caro. L’emendamento ritirato prevedeva infatti per i soggetti Isa che aderiscono al concordato per il biennio 2026-2027 potessero adottare il regime di ravvedimento speciale versando l’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e delle relative addizionali, nonché dell’imposta regionale sulle attività produttive.

Il ravvedimento, val la pena di ricordare, è di fatto un condono forfettario: ha permesso a chi ha accettato la proposta di reddito dell’Agenzia delle Entrate per il biennio 2024-2025 di mettersi in regola per eventuali redditi evasi tra 2018 e 2023 pagando un’imposta sostitutiva dell’Irpef del 10, 12 o 15% – crescente al diminuire dell’indice di affidabilità fiscale – sul reddito già dichiarato incrementato di una quota fissa legata sempre al punteggio Isa: dal 5 (per chi ha Isa pari a 10) al 50% (in caso di Isa sotto il 3). Quei contribuenti dunque hanno sanato il nero pregresso sborsando una minuscola percentuale delle imposte evase, peraltro con la comoda opzione delle 24 rate mensili. Predita prevista per le casse pubbliche: quasi 1 miliardo. Riproponendo il regalo, il conto salirebbe.

In attesa di capire come si muoverà il governo, le uniche modifiche sostanziali incassate dalla maggioranza sono l’allungamento dei tempi per versare il dovuto in caso di adesione alla rottamazione quinquies e di quello per le definizioni agevolate decise dagli enti locali: i debitori avranno tempo per aderire fino al 15 dicembre (prima la scadenza era il 31 ottobre).

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Anche le navi fantasma dietro il mistero dei prezzi del petrolio che (ancora) non esplodono nonostante il blocco di Hormuz

10 June 2026 at 07:12

Con il traffico nello Stretto di Hormuz crollato da tre mesi a una piccola frazione dei livelli pre guerra, il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile. Un mistero che interroga trader, analisti e banche d’affari. Perché non si è vista la paventata esplosione delle quotazioni? E’ solo questione di tempo? Una prima risposta all’arcano porta in Cina: la Repubblica popolare ha drasticamente ridotto le importazioni di greggio contribuendo a tamponare la carenza globale di offerta. Ma in parallelo c’è un altro fattore che secondo diverse stime può aver giocato un ruolo non secondario: una parte del petrolio del Golfo continua ad uscire dal Golfo Persico su petroliere che spengono i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto e attraverso successive operazioni di trasbordo in mare aperto che rendono più difficile ricostruire il percorso del greggio.

A rilanciare l’ipotesi è stato Javier Blas, editorialista di Bloomberg specializzato in materie prime. Secondo Blas, il calo delle scorte di greggio negli Emirati Arabi Uniti e l’aumento delle operazioni di trasferimento tra petroliere appena fuori dallo Stretto suggeriscono che una parte dei flussi continui a raggiungere i mercati internazionali. Un ulteriore indizio è la gara bandita dalla compagnia petrolifera statale emiratina Abu Dhabi National Oil Company per la vendita di circa 14 milioni di barili, seguita a pochi giorni di distanza da una seconda offerta da 2 milioni di barili.

L’ipotesi è che parte del greggio venga caricata su piccole navi che attraversano il tratto più delicato del Golfo tenendo spenti i transponder AIS – i dispositivi che per questioni di sicurezza comunicano costantemente le coordinate, il nome e le dimensioni della barca – in modo da impedire il monitoraggio satellitare dei movimenti. Una volta fuori dall’area più controllata, il petrolio verrebbe trasferito su altre petroliere attraverso operazioni ship-to-ship, o STS, già utilizzate in passato per aggirare sanzioni e restrizioni commerciali.

Secondo JP Morgan, nelle ultime due settimane di maggio questi flussi clandestini avrebbero toccato quota 2,1 milioni di barili al giorno. Jan Stuart, stratega energetico di Piper Sandler, parlando con la Cnn ha stimato che nell’intero mese circa 2,9 milioni di barili al giorno siano riusciti a lasciare il Golfo Persico, 900mila dei quali grazie a veri e propri transiti fantasma effettuati da navi che navigano “al buio. Altri 2,1 milioni di barili sarebbero invece transitati dietro il pagamento di pedaggi o accordi con soggetti legati all’Iran.

Si tratta di numeri comunque del tutto insufficienti, da soli, a spiegare la tenuta del mercato, visto che prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 15-16 milioni di barili al giorno. La stabilità dei prezzi resta legata a doppio filo alla riduzione dell’import cinese, all’aumento delle esportazioni americane e alla capacità dei produttori del Golfo di utilizzare oleodotti che bypassano Hormuz come il saudita East-West Pipeline che collega i giacimenti dell’est del Paese al porto di Yanbu sul Mar Rosso o quello che collega Abu Dhabi al terminale di Fujairah. Il tutto in parallelo al crescente ricorso alle riserve strategiche. Una serie di tasselli che finora hanno evitato il precipitare della crisi. Ma la calma apparente non può durare a lungo: più le scorte si avvicinano ai livelli operativi minimi, sotto i quali il petrolio rimasto non è davvero disponibile perché serve a mantenere in funzione raffinerie, oleodotti, depositi e reti di distribuzione, più sale il rischio della violenta esplosione dei prezzi che distruggerebbe sufficiente domanda da compensare il crollo dell’offerta.

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Inchiesta Ponte, l’ex magistrato (prima della notizia dell’indagine) difendeva la riforma voluta dal governo: “La Corte dei Conti non deve essere un freno”

9 June 2026 at 18:16

“I miei amici del governo a cominciare da Salvini (…) si sarebbero aspettati (…) una presa di distanza”. Così parlava l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, stando a un’intercettazione riportata nel decreto di perquisizione disposto dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, per spiegare a un imprenditore anche lui indagato perché aveva evitato di partecipare a una manifestazione durante la quale i giornalisti gli avrebbero chiesto conto della decisione della magistratura contabile di stoppare il progetto dell’opera. Miele, accusato di aver passato informazioni riservate sull’orientamento degli altri membri della Camera di consiglio nella speranza di ottenere in cambio un trampolino verso la presidenza dell’Antitrust o incarichi di vertice in una società pubblica, assicurava di non essere “allineato a questi deficienti dei miei colleghi”. E il suo disallineamento è in effetti palese anche nel giudizio espresso proprio martedì dalle pagine del Sole 24 Ore sulla contestata riforma della Corte dei conti approvata in via definitiva lo scorso dicembre. Quella che tra il resto fissa un tetto del 30% al danno erariale contestabile in caso di colpa grave, limitando pesantemente i risarcimenti che potranno essere richiesti a chi ha sprecato risorse pubbliche.

Ecco: quel provvedimento, che per l’Associazione Nazionale Magistrati della Corte dei Conti “indebolisce i presìdi di legalità e responsabilità a tutela dei cittadini”, “snatura le funzioni di controllo e consultive della Corte” e “abbassa la soglia di attenzione sull’uso del denaro pubblico”, secondo Miele “non è affatto un colpo di spugna, ma si inserisce tra le misure necessarie per superare la cosiddetta ‘paura della firma‘ e rendere la Pubblica amministrazione più efficiente“. Poco importa anche se il modesto limite del 30% previsto dalla riforma Foti, rinviata più volte alla Consulta per profili di incostituzionalità, secondo il presidente della Corte Guido Carlino “fa sì che resto del danno non risarcito resti a carico dell’amministrazione, e quindi della collettività, indebolendo gli effetti deterrenti della responsabilità amministrativa e incentivando una maggiore leggerezza nell’adozione di atti e provvedimenti amministrativi”. Per Miele si tratta invece di un passo avanti: “Negli ultimi anni l’esecuzione delle condanne ha permesso di recuperare meno del 10% del danno riconosciuto, lasciando il restante 90% a carico della collettività. Con il limite al 30% e l’introduzione del nuovo obbligo assicurativo per gli amministratori pubblici, il recupero di questa quota è invece pienamente garantito“.

Insomma, garantisce il magistrato andato in pensione nel febbraio 2026 al quotidiano di Confindustria, “si recupera più di prima e si introduce la possibilità di allontanare i disonesti dalla gestione pubblica”. “Condivisibili” poi le novità su controllo preventivo di legittimità e funzione consultiva, perché in quel modo si incoraggia la Corte ad essere un organo “al servizio” della Pa, con un “ruolo collaborativo”, e non un “potere“. Perché “oggi il Paese vuole una Corte che sia volano dell’azione amministrativa, non un freno“. Come invece, per esempio, nel caso del mancato visto di legittimità alla delibera del Cipess sul “Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria”. Cioè il ponte caro a quel Matteo Salvini che Miele, intercettato, annovera tra gli “amici del governo”.

Coerentemente, il già presidente aggiunto usa nei confronti della Corte parole che non sfigurerebbero in bocca al leader della Lega: “La Corte, piuttosto che opporsi in tutti i modi all’applicazione della legge” – sentenzia parlando delle parti della riforma oggetto di delega, a partire dalla gerarchizzazione interna della Corte e della minore autonomia dei magistrati contabili – “adottando interpretazioni molto singolari e acrobatiche e inondando la Corte costituzionale di questioni di legittimità, dovrebbe prendere atto che oggi non può più essere quella degli ultimi anni”. Deve insomma guardare al futuro. Proprio come Miele, che nelle intercettazioni ambientali svela senza remore le proprie ambizioni: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il Presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto…c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsement… certo che va bene”. Secondo gli investigatori del Ros dei carabinieri, per spianarsi la strada il magistrato contabile avrebbe assicurato un orientamento favorevole al giudizio di legittimità sull’approvazione del progetto definitivo del Ponte.

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Perché il petrolio non è salito oltre i 200 dollari al barile nonostante la chiusura di Hormuz? Il ruolo della Cina e quanto può durare

9 June 2026 at 06:32

Dura ormai da oltre tre mesi, per il mercato petrolifero mondiale, quello che per l’Agenzia internazionale dell’energia è il più grave choc di approvvigionamento dell’epoca moderna. La chiusura dello Stretto di Hormuz seguita agli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran ha sottratto ai normali flussi commerciali oltre 10 milioni di barili al giorno, circa un quinto del petrolio trasportato via mare. Perché, allora, lo scenario da incubo di quotazioni a 200 o addirittura 300 dollari al barile non si è materializzato? Come si spiega che il Brent sia rimasto sotto quota 100 dollari per gran parte della crisi? Analisti e diverse banche d’affari lo spiegano con una combinazione di fattori straordinari: il ricorso alle riserve strategiche occidentali, l’aumento delle esportazioni statunitensi, la capacità dei produttori del Golfo di aggirare parzialmente Hormuz attraverso gli oleodotti. Ma, soprattutto, il drastico calo degli acquisti di greggio da parte della Cina.

In aprile le importazioni totali cinesi sono scese a circa 9,3-9,4 milioni di barili al giorno di cui 8 via mare, il minimo da quasi quattro anni. A maggio, secondo le società specializzate nel monitoraggio delle petroliere Vortexa e Kpler, gli arrivi via mare sono ulteriormente crollati a 6,5-7,5 milioni di barili al giorno, i livelli più bassi da circa un decennio. Si tratta di una riduzione enorme rispetto ai volumi osservati all’inizio dell’anno: secondo JP Morgan, vale circa tre quarti dell’aggiustamento complessivo registrato sul mercato mondiale durante la crisi. Dopo che per oltre vent’anni il Paese è stato il principale motore della crescita della domanda mondiale di petrolio, ora quella che l’esperto di materie prime di Bloomberg Javier Blas ha definito “la mano invisibile della Cina” sta insomma contribuendo a stabilizzare i prezzi mentre il mondo affronta una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi decenni.

Le stime, va chiarito, derivano dal monitoraggio dei flussi via nave, non dai dati doganali definitivi. E una riduzione delle importazioni non coincide necessariamente con un crollo dei consumi. Vale a dire che la Repubblica popolare non sta necessariamente usando molto meno greggio: ne compra molto meno sul mercato internazionale perché sta attingendo alle sue enormi scorte. Nei primi quattro mesi dell’anno, infatti, raffinerie e trader cinesi avevano approfittato degli acquisti di greggio russo e iraniano a prezzi scontati per mettere da parte riserve record che si sono aggiunte a quelle accumulate in passato. Reuters, sempre in base a dati di Vortexa e Kpler, stima che a inizio maggio le scorte commerciali avessero raggiunto un picco di almeno 1,25 miliardi di barili. Nelle settimane successive, con le importazioni in forte calo, le raffinerie hanno iniziato ad attingere a quei magazzini a un ritmo stimato intorno a un milione di barili al giorno.

Per la Cina c’è anche una convenienza economica immediata. Con il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, attingere alle scorte accumulate nei mesi precedenti consente di evitare acquisti a prezzi gonfiati dalla guerra e di limitare le perdite delle raffinerie. Molti impianti cinesi stanno operando con margini negativi perché il governo continua a contenere i prezzi dei carburanti per proteggere consumatori e imprese dall’impennata delle quotazioni internazionali. In queste condizioni, comprare meno greggio sul mercato e utilizzare le riserve diventa una scelta razionale.

Ma dietro la svolta potrebbero però esserci anche fattori strutturali. Rory Green, responsabile della ricerca macro sui mercati emergenti di TS Lombard, commentando i dati con Cnbc ha ipotizzato che la rapida elettrificazione del Paese abbia ridotto la dipendenza dal petrolio molto più velocemente di quanto previsto. La diffusione delle auto elettriche, l’espansione delle energie rinnovabili, il potenziamento del trasporto pubblico e l’aumento della produzione domestica di energia starebbero insomma modificando il rapporto tra crescita e consumi di greggio. Consentendo a Pechino di ridurre gli acquisti senza effetti immediati sull’economia.

Resta però da capire quanto questa strategia possa durare. Secondo Bloomberg e Société Générale, il mercato regge perché sta consumando rapidamente tutti i cuscinetti disponibili. Gli Stati Uniti hanno già attinto alle riserve strategiche per 172 milioni di barili su un totale di circa 357 milioni (se si considera la sola riserva federale) e la Cina dovrà presto o tardi tornare sul mercato per ricostituire le scorte. Se quel momento arriverà prima della normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz, il balzo delle quotazioni rischia di essere repentino e violento. Cosa dicono i dati? Emma Li, analista di Vortexa, ha detto a Reuters che anche nell’ipotesi di un’accelerazione dei prelievi fino a 2 milioni di barili al giorno le riserve potrebbero sostenere il mercato cinese almeno fino a metà settembre. Più complicato ipotizzare che Pechino da sola possa continuare a lungo ad attutire gli squilibri globali creati dal conflitto scatenato da Washington con l’alleato israeliano.

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La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi

4 June 2026 at 07:30

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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