Normal view

Migranti, il Parlamento Ue approva le nuove regole sui rimpatri: Meloni esulta, opposizioni all’attacco: “Disumane”

17 June 2026 at 18:05

Il Parlamento europeo ha approvato il regolamento rimpatri con 418 sì, 218 no e 30 astenuti. A favore tutte le forze di destra e centrodestra dell’Eurocamera: Popolari (Ppe), Conservatori (Ecr), Patrioti (Ppe) e Sovranisti (Ecr), più alcuni eurodeputati di centrosinistra, in una votazione che, come già in passato sul tema immigrazione, spacca la tradizionale maggioranza centrista. Tra le novità principali, l’ordine di rimpatrio che diventa europeo (l’adesione degli Stati membri resta, per ora, volontaria), la possibilità di trattenere chi va rimpatriato fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei, l’obbligo di collaborare con le autorità ai fini del rimpatrio e relative sanzioni, e soprattutto il finanziamento di Return hubs, per trasferire in Paesi terzi compiacenti gli stranieri in attesa di rimpatrio. Giorgia Meloni ha rivendicato il risultato come un grande successo: “La strada è quella del modello Albania”. Diametralmente opposte le valutazioni delle opposizioni, dal Pd al M5s e AVS, che parlano di norme “disumane”.

Le novità introdotte dal regolamento approvato vanno lette con quelle introdotte dal nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, operative dallo scorso 12 giugno, che impongono agli Stati membri procedure in frontiera e procedure accelerate che di fatto ridurranno le probabilità di vedere esaminate le richieste d’asilo, in particolare per chi proviene da Paesi d’origine con un tasso di accoglimento delle domande inferiore al 20%, che è considerato un pericolo e chi sarà accusato di aver mentito alle autorità. La cosiddetta “finzione di non ingresso” in territorio Ue consentirà di snellire le procedure di rimpatrio per tutte le domande respinte o ritenute infondate. A questo punto, però, rimane il solito collo di bottiglia: i rimpatri effettivi sono pochi, nell’ordine di qualche migliaio per l’Italia, perché senza la collaborazione dei Paesi d’origine non se ne fa nulla. E’ qui che si inserisce il nuovo regolamento e la possibilità per gli Stati Ue di siglare accordi bilaterali con Paesi terzi dove trasferire chi va rimpatriato, anche se non ha alcun legame con quel paese, anche se si tratta di famiglie con minori (esclusi i minori stranieri non accompagnati).

Ad oggi l’Ue effettua poco più di un rimpatrio per ogni cinque ordinati. Da qui la scelta, che spacca il Parlamento Ue disegnando la convergenza tra popolari ed estrema destra, di optare per il più semplice allontanamento dal territorio Ue. In altre parole, le persone da rimpatriare verranno “cedute” a Paesi terzi che gestiranno la detenzione e, in base agli accordi siglati, l’organizzazione dell’eventuale rimpatrio, che tuttavia resta improbabile visti i rari accordi con i veri Paesi d’origine. Col rischio che i deportati finiscano in un limbo, anche giuridico. Se infatti la Commissione europea sostiene che ogni accordo sarà sottoposto a verifica e monitoraggio, anche coinvolgendo UNHCR e OIM, le garanzie citate dal nuovo regolamento sono piuttosto poche. La condizione centrale è che l’intesa possa essere conclusa solo con uno Stato che rispetti gli standard internazionali sui diritti umani e i principi del diritto internazionale, compreso il principio di non-refoulement, il divieto di rinviare una persona verso un Paese dove rischia persecuzioni, torture o trattamenti inumani. Ma le norme non impongono che il Paese terzo sia un “Paese sicuro”, né che abbia aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Non emerge nemmeno l’obbligo di garantire alle persone trasferite uno status giuridico stabile, tantomeno quello di di accoglierle e integrarle sul proprio territorio qualora il rimpatrio verso il Paese d’origine si confermi impraticabile.

Meloni esulta: “Provvedimento storico frutto soprattutto del lavoro del governo italiano che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Unione europea”, spiega la premier in un video sui social, registrato mentre è a Evian per il G7. “Il regolamento prevede tra l’altro anche la possibilità di aprire centri di rimpatrio nei paesi terzi, quindi di fatto seguendo la strada aperta dal governo italiano con il protocollo con l’Albania, una soluzione innovativa che la sinistra italiana ed europea ha tentato di contrastare in ogni modo ma che grazie a questo governo è diventato oggi uno strumento a disposizione dell’Europa intera”. “Un risultato politico importante che dimostra come la linea del buon senso, della legalità e del controllo dell’immigrazione irregolare non sia più solo italiana, ma stia diventando la linea dell’Europa. Chi ieri diceva ‘non si può farè, oggi vota ciò che l’Italia chiedeva da anni”, ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami.

“Quelle previste sono vere e proprie pratiche di deportazioni che non tengono conto della tutela dei diritti delle persone”, ribatte la delegazione del Pd a Strasburgo. “La realtà è che tutta questa operazione non produrrà alcuna armonizzazione né maggiore sicurezza. Ci renderà soltanto ancora più ricattabili da quei Paesi a cui appalteremo la gestione di un fenomeno da governare con serietà e non con la propaganda, come fa da anni la destra europea e quella in Italia”. Il M5s: “Questo regolamento, frutto della collaborazione fra estrema destra e PPE, è disumano e tratta le persone come oggetti. Questo non è il vero volto dell’Unione europea”. “Seppellito il diritto d’asilo: l’Europa ha stabilito la possibilità di aprire centri di rimpatrio in paesi terzi e aperto allo scenario della caccia al migrante in stile Ice e a deportazioni indiscriminate”, ha scritto in una nota la delegazione di Alleanza Verdi e Sinistra. Preoccupati anche i vescovi Ue. La Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) esprime “profonda preoccupazione per alcuni aspetti del nuovo quadro normativo che rischiano di indebolire l’effettiva tutela dei diritti fondamentali e della dignità delle persone vulnerabili. In particolare, l’ampliamento della detenzione, le limitazioni ai ricorsi e alle procedure di ricorso effettivi e la crescente esternalizzazione delle responsabilità verso paesi terzi sollevano gravi questioni etiche e umanitarie”.

L'articolo Migranti, il Parlamento Ue approva le nuove regole sui rimpatri: Meloni esulta, opposizioni all’attacco: “Disumane” proviene da Il Fatto Quotidiano.

La Spagna regolarizza i migranti, l’Italia no

17 June 2026 at 08:56

Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità. E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.

L'articolo La Spagna regolarizza i migranti, l’Italia no proviene da Lavoce.info.

Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali

17 June 2026 at 07:04

Nuovo doppio giro di vite nella stretta all’immigrazione in Svezia, dove i dipendenti statali saranno obbligati a denunciare da protocollo gli stranieri senza documenti per aumentare il numero dei rimpatri. Oltre a quella che è stata rinominata la “legge sulla delazione“, sono stati irrigiditi anche i criteri per il rilascio e la revoca dei permessi di soggiorno, sulla cui valutazione avrà un peso sempre maggiore lo “stile di vita” dell’interessato.

Il Paese, che andrà alle urne a settembre, ha un Governo guidato dal primo ministro Ulf Kristersson (Partito dei Moderati), in carica dall’ottobre 2022, con un esecutivo di minoranza di centro-destra formato dal Partito Moderato, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali con il sostegno esterno del partito di estrema destra, i Democratici di Svezia. L’onda xenofoba che ancora una volta sta attraversando l’Europa è partita dal Nord e nel Nord si incancrenisce. In Svezia, il Paese sempre meno propenso a quell’accoglienza che, nei decenni scorsi, l’aveva elevato a modello europeo, in particolare per la percentuale più alta di rifugiati accolti in proporzione alla popolazione.

A novembre del 2015, quando la crisi dei profughi era al suo apice, Stoccolma decretò il ripristino dei controlli alla frontiera con la Danimarca che, dal canto suo, non mise a disposizione neanche un poliziotto. Il traffico ferroviario collassò e molti lavoratori transfrontalieri dovettero rassegnarsi e lasciare l’impiego per i tempi biblici che il trasferimento comportava. Fu l’inizio di una serie di provvedimenti sempre più disinvolti e lontani dalla tradizione svedese, in concomitanza con l’affermarsi ben più energica e fiera delle destre estreme e di un malcontento generale sempre silenzioso.

Oggi la Commissione di Previdenza Sociale ha ottenuto il voto del Parlamento per due proposte. La prima, come detto, puntava a obbligare sei enti governativi svedesi a denunciare automaticamente alla polizia le persone senza documenti con le quali fossero venuti in contatto durante l’esercizio delle rispettive professioni. Tra questi, enti scolastici e sanitari. A sua volta, questa potrebbe trasmettere le informazioni all’Agenzia per l’immigrazione o ai Servizi di sicurezza. Inoltre, l’Autorità svedese per i reati economici e la Procura saranno obbligate a fornire informazioni sugli stranieri, su richiesta di un’Agenzia delle forze dell’ordine. La legge, ribattezzata “operazioni di controllo rafforzate“, prevede anche l’uso di ulteriori strumenti per verificare l’identità degli stranieri, come la possibilità di sequestrare e perquisire il telefono cellulare, mentre impronte digitali e fotografie saranno lecitamente utilizzate in misura maggiore e più efficace rispetto al passato. Il rischio di essere denunciati, indurrà di fatto gli stranieri a non usufruire, ad esempio, di servizi sanitari che, sulla carta, prevedono esenzioni per le fasce più deboli della popolazione.

La seconda proposta appoggia quella del governo di modifica della legge sugli stranieri. In particolare, per il rilascio o la revoca dei permessi di soggiorno dovrà essere presa in maggiore considerazione la condotta dello straniero che viene definita anche “stile di vita”. La nuova normativa raccomandata dalla Commissione mira a creare “maggiori opportunità per espellere gli stranieri”.

Le reazione di Jan Willem Goudriaan, Segretario Generale dell’Unione Europea dei Servizi Pubblici: “Se venissero introdotti obblighi di segnalazione nei servizi pubblici, le persone avrebbero paura di utilizzare servizi essenziali come ospedali, sistemi di assistenza, scuole e trasporti pubblici, mettendo a rischio i nostri iscritti che lavorano in questi settori. Dobbiamo inoltre ricordare ai governi che i servizi pubblici cesserebbero di funzionare senza i lavoratori migranti in Svezia e in molti Stati membri dell’Ue. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una nuova caccia alle streghe che costringa i lavoratori a fare da informatori. Non c’è nulla da guadagnare da un obbligo di segnalazione che mira a deportare i migranti senza documenti che non hanno commesso alcun reato. Questa ‘legge sulla delazione’ minaccia il diritto fondamentale all’asilo e il principio di non respingimento, alimentando al contempo un clima di sospetto, paura e razzismo, anche all’interno del settore pubblico. Non fa altro che legittimare l’estrema destra, fin troppo felice di vedere realizzati i suoi sogni più sfrenati di sorveglianza di massa, detenzione e deportazione a scapito dell’etica del servizio pubblico”.

Louise Bonneau, Responsabile Advocacy di PICUM, rete di organizzazioni che lavorano per garantire la giustizia sociale e i diritti umani ai migranti privi di documenti: “Il voto di oggi rappresenta una grave battuta d’arresto per i diritti umani in Svezia. Non accetteremo questa come la parola definitiva. Siamo al fianco dei nostri partner nella continua lotta per l’abrogazione di questa legge e per la tutela dei diritti umani di tutti in Svezia.”

L'articolo Svezia, approvata la “legge sulla delazione”: i dipendenti pubblici dovranno denunciare i migranti senza documenti, anche negli ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.

I quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara mi ricordano il corpo di Cristo

14 June 2026 at 05:44

Da antica tradizione, nella festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’, è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione.

Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato, si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia, e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendolara in Calabria, il primo giorno di questo mese.

Com’è tristemente noto si tratta della strage di quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.

Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo, è riuscito ad abbandonare il veicolo.

Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O ancora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali. I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi.

Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.

L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole.

Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiere spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.

L'articolo I quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara mi ricordano il corpo di Cristo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Scontro tra Vannacci e Gruber sulla remigrazione. “A lei piacciono i clandestini”. “Non dica sciocchezze”

11 June 2026 at 08:22

Scontro incandescente aOtto e mezzo(La7) tra Lilli Gruber e Roberto Vannacci sulla remigrazione, uno dei cavalli di battaglia della proposta politica del fondatore di Futuro Nazionale.
A una domanda diretta della conduttrice, l’europarlamentare spiega che andrebbero rimpatriati i clandestini, includendo anche coloro ai quali è scaduto il permesso di soggiorno.
Gruber insiste sul piano pratico: “Ma come facciamo a remigrarli? Per rimpatriarli ci vogliono gli accordi bilaterali con i Paesi”.
Vannacci replica che gli accordi esistono già “con quasi tutti i Paesi” di provenienza degli immigrati, ma che non vengono applicati. Quindi, chiama in causa Forza Italia, più volte evocata polemicamente dal politico nel corso della trasmissione: “Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare l’implementazione degli accordi di rimpatrio, vota contro“.
Il leader di Futuro Nazionale entra poi nel merito della sua proposta, sostenendo la necessità di realizzare “tantissimi” Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) destinati a chi, dopo ripetuti decreti di espulsione, continua a permanere sul territorio nazionale.

“Quindi li mettiamo in galere a cielo aperto – osserva Gruber – Ma se non abbiamo accordi bilaterali con i Paesi d’origine come facciamo?”.
Vannacci richiama allora il decreto europeo sui Paesi sicuri: “Possiamo portare queste persone in un Paese terzo, considerato sicuro, e da lì potranno essere accompagnate nel Paese di origine. L’importante è che non stiano da noi. Le piace come soluzione?“.
La conduttrice non nasconde il proprio dissenso: “No, guardi, io sono per una soluzione molto rigorosa. Sono per il governo del fenomeno dell’immigrazione, non per gli slogan vuoti con promesse irrealizzabili, come anche la sua remigrazione“.
“Lo dice lei che sono proposte irrealizzabili – ribatte Vannacci – Noi invece così governiamo il fenomeno dell’immigrazione. Il presidente Trump ha remigrato due milioni di persone in due anni, di cui un milione e mezzo volontariamente. Quindi è possibile e fattibile”.
Gruber accoglie con scetticismo i numeri citati dal politico: “Veramente quelli sono dati forniti dall’ex ministra di Trump”. Il riferimento è all’ex segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem, silurata dal presidente degli Stati Uniti nel marzo scorso.
Sono dati ufficiali – replica Vannacci – Lei ha altri dati? Clandestini?”.
“Non ho altri dati perché non sto in America”, risponde la giornalista.
Ma le piacciono i clandestini, quindi magari anche i dati clandestini“, rilancia il politico con tono provocatorio.
La conduttrice reagisce immediatamente: “No, guardi, a me non piacciono i clandestini. Lei non dica delle sciocchezze, per favore, perché io ho sempre detto che il fenomeno dell’immigrazione va governato, non va strumentalizzato, come fa lei e come fanno tanti altri“.
“Governare il problema vuol dire anche riportare nel Paese di origine gli immigrati clandestini”, insiste Vannacci.

Il confronto prosegue per diversi minuti in un crescendo di tensione. Gruber torna sul nodo centrale della discussione: “Mi risponda: con i Paesi con i quali non abbiamo un accordo bilaterale, come facciamo la remigrazione?”.
Vannacci ribadisce la soluzione del trasferimento nei Paesi terzi considerati sicuri.
“Quindi queste persone vanno deportate”, osserva la conduttrice.
“Certo”, replica l’europarlamentare. “Ma lei cosa intende per deportazioni? Movimentazione coatta al di là della loro volontà?”.
“La chiami come vuole”, taglia corto Gruber.

Negli ultimi minuti della trasmissione il confronto si sposta sul terreno dell’identità e dell’appartenenza. In un acceso scambio con la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, che ricordava la presenza in Futuro Nazionale di numerosi esponenti provenienti da altre forze del centrodestra, Vannacci definisce orgogliosamente “rifiuti degli altri” e “sporca dozzina” i suoi nuovi compagni di viaggio, annunciando che vuole fare “solo gli interessi degli italiani”.
Gruber commenta sarcasticamente: “Io ho un passaporto italiano, sono sudtirolese di madrelingua tedesca, mi sento una cittadina del mondo e europea. Quindi pensi un po’ come siamo variegati noi italiani”.
Io no invece, non mi sento europeo ma italiano – ribatte Vannacci – Ho giurato fedeltà alla Repubblica italiana e non alla ‘rinsecchita’ di Bruxelles“.
La conduttrice gli ricorda: “Lei ha giurato sulla Costituzione italiana da generale. E c’è anche l’articolo 3 della Costituzione“.
Visibilmente irritato, l’europarlamentare replica: “Ho giurato sulla Costituzione da militare di leva e poi da ufficiale, non da generale”.
“Sembra che lei lo abbia dimenticato”, osserva Gruber.
“E chi è che ha violato l’articolo 3? Me lo dica lei invece di insinuare“, incalza Vannacci.
La risposta della conduttrice arriva con il punto di Pagliaro ormai imminente: “Per parlare di politica internazionale dovrò invitarla un’altra volta”.

L'articolo Scontro tra Vannacci e Gruber sulla remigrazione. “A lei piacciono i clandestini”. “Non dica sciocchezze” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Trecento migranti curdi sequestrati e torturati in Libia per mesi: “I miliziani minacciavano di asportarci i reni”. L’inchiesta della Bbc

9 June 2026 at 16:20

Rapiti, torturati e minacciati di espianto forzato di organi. È quanto accaduto la scorsa estate a 300 migranti curdi diretti nel Regno Unito. Lo riporta la Bbc. I giovani, tutti provenienti dal Kurdistan iracheno, sono stati catturati in Libia da una milizia locale: gli aguzzini hanno chiesto alle famiglie un riscatto di 5mila dollari, minacciando di espiantare i reni dei prigionieri se il pagamento non fosse stato effettuato immediatamente. Il quotidiano britannico è riuscito a parlare con alcuni ex ostaggi riportando la loro testimonianza. Almeno uno di loro è morto e non è chiaro in quanti siano ancora prigionieri dei libici.

La Bbc riporta di aver visionato prove e fotografie che confermano l’accaduto. Le immagini suggeriscono che siano stati effettuati interventi chirurgici forzati sugli ex prigionieri, sui cui corpi sono ancora evidenti prove di torture. Oltre ai soprusi fisici, le vittime sono state tenute in uno stato di sovraffollamento, con quasi 180 persone che condividevano una sola cella in condizioni fatiscenti. Lo spazio era così angusto che tutti dovevano dormire seduti, avevano un unico bagno e chi ci metteva troppo tempo veniva picchiato. Il cibo consisteva in un solo pezzo di pane al giorno, hanno raccontato le famiglie degli ostaggi, ma solo dietro pagamento di un supplemento ai rapitori. Il quotidiano britannico ha parlato anche con alcuni degli ex ostaggi tornati a casa: un giovane ha spiegato di essere stato torturato con ustioni alla gamba, mentre un altro, di 16 anni, ha raccontato di “non aver visto il sole per sei mesi”.

L’obiettivo della milizia era guidare i migranti attraverso la Libia verso la costa del Mediterraneo: da lì poi sarebbero partiti alla volta dell’Europa. A quel punto però, è scoppiata una discussione sul pagamento dovuto all’organizzatore della tratta, loro connazionale, che Bbc identifica con il nome di Noah Aaron. L’uomo al momento sta scontando una condanna a 10 anni di carcere in Francia per riciclaggio di denaro e traffico di esseri umani. Aaron avrebbe lavorato in passato insieme a un altro trafficante, Kardo Jaf, arrestato il mese scorso. I due provengono dalla città di Ranya, nel Kurdistan iracheno, che il think tank britannico Chatham House definisce come una regione “piena di reti di contrabbando attive”. Bbc ha iniziato indagare sulla storia delle vittime a febbraio 2026, mentre stava facendo ricerche proprio su Jaf. A quel punto, un uomo li ha avvicinati, raccontando di essere il padre di uno dei giovani tenuti prigionieri. Come spiegato al quotidiano, i contrabbandieri di Aaron avevano chiesto migliaia di dollari per organizzare il viaggio verso il Regno Unito, ma, una volta arrivati in Libia nell’estate 2025, i migranti sono stati trattenuti. Il testimone ha detto di aver pagato il riscatto il figlio, che era uno dei 110 ostaggi rimpatriati a gennaio con un aereo organizzato dal governo iracheno. Dopo la testimonianza del padre della vittima, decine di altre persone si sono fatte avanti, mostrando foto scattate con i cellulari. Alcuni dei familiari hanno pagato il riscatto e alcuni sono stati liberati, ma le autorità curde sospettano che altri ostaggi possano aver pagato con i loro organi interni.

L'articolo Trecento migranti curdi sequestrati e torturati in Libia per mesi: “I miliziani minacciavano di asportarci i reni”. L’inchiesta della Bbc proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Così lavoriamo per portare nelle istituzioni chi resta escluso. La mancanza di rappresentanza non ti fa immaginare un futuro”

8 June 2026 at 07:07

Cinque anni fa Fantapolitica nasceva con un obiettivo preciso: aiutare giovani progressisti a entrare nelle istituzioni locali. Oggi quella missione si è trasformata in qualcosa di più ampio. Perché nel frattempo l’organizzazione si è accorta che il problema della rappresentanza non riguardava soltanto l’età. Le persone che riuscivano ad arrivare alla candidatura avevano spesso caratteristiche simili: percorsi universitari, reti consolidate, disponibilità economiche e capitale sociale. Chi proveniva da comunità marginalizzate, dal Sud o da contesti migratori, invece, restava escluso molto prima del momento del voto. È da questa consapevolezza che Fantapolitica, che il 5 giugno ha celebrato i suoi primi cinque anni di attività, sta ridefinendo il proprio ruolo. Da rete di supporto per candidati under 30 è diventata anche un laboratorio che lavora per allargare l’accesso alla rappresentanza politica, accompagnando movimenti, associazioni e comunità spesso assenti dalle istituzioni.

“Quando è nata l’organizzazione il nostro obiettivo principale era supportare persone under 30 progressiste nell’entrare nelle istituzioni locali”, racconta a ilfattoquotidiano.it Cristiana Cerri Gambarelli, tra le fondatrici di Fantapolitica. “Però già nei primi anni ci siamo rese conto che finivamo per supportare sempre le stesse persone. C’era un identikit ricorrente: persone bianche, con una certa stabilità economica e un forte capitale culturale e relazionale. Ci siamo chieste se non dovessimo fare un passo indietro e lavorare anche con chi non arriva nemmeno a prendere in considerazione la candidatura”. Da qui nasce la svolta. Continuare a sostenere giovani candidati, ma parallelamente sviluppa percorsi rivolti alle organizzazioni territoriali e alle comunità sottorappresentate. L’obiettivo, spiegano, non è soltanto accompagnare chi si candida, ma costruire quella “capacità istituzionale” che permette a movimenti e associazioni di incidere sulle decisioni pubbliche e, quando necessario, esprimere una propria rappresentanza. I numeri raccontano una crescita significativa. Dal 2021 Fantapolitica ha supportato oltre 60 candidature ai consigli comunali italiani. 36 persone siedono oggi nei consigli comunali. Solo nelle amministrative del 2026 l’organizzazione ha accompagnato 27 candidature, con otto eletti già al primo turno, di cui sette donne, e cinque in attesa dei ballottaggi.

Per Hajar Drissi, attivista dell’organizzazione, il tema della rappresentanza va ben oltre le statistiche. “Per gran parte della mia vita non ho visto persone con background migratorio nei luoghi dove si prendono le decisioni. Quando non vedi persone come te in quei luoghi, smetti di immaginare che possano appartenere anche a te. La mancanza di rappresentanza toglie la possibilità di immaginare un futuro”. Negli anni Fantapolitica ha progressivamente spostato l’attenzione su alcuni degli ostacoli strutturali che limitano l’accesso alla politica. Attraverso il progetto TACKLE, sviluppato insieme a “Dalla Parte Giusta della Storia”, l’organizzazione lavora per riportare il tema della riforma della cittadinanza al centro del dibattito pubblico. “Ci siamo resi conto che esistono persone molto attive nei propri territori che non possono nemmeno candidarsi”, spiega Cerri Gambarelli. “Finché non si ha la cittadinanza non si hanno diritti politici. Se vogliamo rendere la partecipazione più democratica dobbiamo abbattere proprio quelle barriere strutturali che impediscono a determinate persone di essere rappresentate”.

Accanto a questo lavoro, c’è quello sui territori. È il caso del Patto per Restare, rete che riunisce sessanta organizzazioni siciliane impegnate sul diritto a costruire il proprio futuro senza essere costretti a lasciare la propria terra. Un progetto che riflette una convinzione maturata negli anni all’interno dell’organizzazione: la politica di prossimità, quella che si costruisce città per città e quartiere per quartiere, rappresenta uno dei terreni decisivi per ricostruire partecipazione e fiducia. “Stiamo facendo una piccola rivoluzione contro la narrativa secondo cui i giovani non hanno voglia di impegnarsi”, sostiene Drissi. “La realtà è che i giovani hanno voglia di fare politica e di sostenersi a vicenda. Quello che spesso manca sono gli strumenti e le possibilità concrete per farlo”. Una convinzione che nasce dall’esperienza accumulata in questi anni. Oggi la rete costruita da Fantapolitica coinvolge decine di amministratori locali, attivisti e organizzazioni sparse in tutto il Paese. Un patrimonio di relazioni che, secondo l’organizzazione, dimostra come la distanza dei giovani dalle istituzioni non coincida necessariamente con una distanza dalla politica.

Resta però un nodo che l’organizzazione considera decisivo: quello economico. Perché la rappresentanza, sostengono, è anche una questione di risorse. “Fare politica costa tantissimo”, osserva Drissi. “Per molte persone il problema non è disinteresse, ma il fatto di non potersi permettere una campagna elettorale o un periodo di aspettativa dal lavoro. Per questo la nostra utopia è arrivare un giorno a sostenere economicamente chi decide di candidarsi. Se vogliamo colmare davvero i divari di rappresentanza dobbiamo affrontare il problema alla radice”. Cinque anni dopo la nascita, la sfida resta la stessa ma con un orizzonte più ampio. Non soltanto aiutare nuove generazioni a entrare nelle istituzioni, ma fare in modo che quelle istituzioni assomigliano sempre di più al Paese reale.

L'articolo “Così lavoriamo per portare nelle istituzioni chi resta escluso. La mancanza di rappresentanza non ti fa immaginare un futuro” proviene da Il Fatto Quotidiano.

A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto

7 June 2026 at 06:42

Lampedusa è di nuovo lì, come un promemoria che l’Europa si ostina a ignorare. Ogni volta che succede qualcosa sull’isola, Bruxelles scopre di avere una coscienza. E puntualmente la rimette nel cassetto. Ancora sbarchi nell’ultimo mese sul molo Favaloro, che ne seguono diversi altri. Anche se nessuno ne parla, siamo nel pieno della stagione degli sbarchi!

Sbarco è una parola che confonde. È un termine non umanitario, piuttosto è militare. Si sbarca in Normandia, non a Lampedusa.

Cosa c’è di umano nel chiamare sbarco, ad esempio, quello avvenuto a metà maggio caratterizzato dalla storia di una neonata ivoriana di un mese morta di freddo? Vestiti fradici, barca di sette metri, partenza da Sfax-El Amra. I rianimatori hanno provato tutto, ma il suo cuore aveva già deciso che non valeva la pena aspettare l’ennesima riunione dei ministri dell’Interno. La seppelliranno a Cala Pisana, accanto a tombe senza nome: il cimitero più visitato dai vivi solo quando c’è da fare passerelle. Accanto alla morte della bambina, l’ennesimo orrore: diverse donne stuprate durante il viaggio. Lo conferma Francesco D’Arca, responsabile del poliambulatorio dell’isola: “Non è un episodio isolato, ma l’ennesima ferita aperta nel Mediterraneo”.

Ferite sul corpo, certo, ma soprattutto dentro. Solita storia: mentre i migranti provano a ricominciare, medici, psicologi e volontari tengono insieme i pezzi di un’umanità che i governi europei trattano come un fastidio stagionale. Dopo il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha devastato diverse coste di Sicilia e Calabria, il mare è diventato una lavatrice impazzita. Più di 1.800 persone morte. In alcuni giorni si muore più nel Mediterraneo che in un giorno di guerra in Iran.

La rotta tunisina resta una delle più pericolose al mondo, ma tranquilli: c’è sempre qualcuno pronto a spiegare che “la situazione è sotto controllo”. In questo scenario, la visita di Papa Leone il prossimo 4 luglio non è un evento: è un dito nella piaga. Tredici anni dopo Papa Francesco e la sua “globalizzazione dell’indifferenza”, un nuovo pontefice torna nello stesso punto della ferita, perché la ferita è ancora lì. E sanguina.

Papa Prevost arriva mentre il Mediterraneo vive una delle sue stagioni più tragiche. La sua presenza non sarà la solita foto da tg: sarà un appello diretto ai governi europei ad aprire corridoi umanitari, a creare vie legali a superare la logica emergenziale che da anni è diventata la foglia di fico perfetta per non fare nulla. Eppure, anche in mezzo alla distrazione generale, questa visita ricorda che l’umanità concreta esiste: volontari, medici, famiglie, comunità locali che non hanno mai smesso di accogliere. Senza decreti, senza conferenze stampa, senza hashtag.

Di fronte alla morte della neonata, alle donne violentate, ai corpi senza nome, risuonano ad esempio le parole del cardinale Matteo Zuppi, uno che non ha paura di dire le cose come stanno: “Non possiamo permettere che il Mediterraneo diventi un confine di morte. È il luogo dove si misura la nostra umanità, non la nostra paura.” E ancora: “L’Europa deve decidere se vuole essere una comunità solidale o un condominio dove ognuno chiude la porta.” Tradotto: o siamo un continente, o siamo un insieme di citofoni.

Lampedusa pertanto non è un confine periferico ma piuttosto il centro morale dell’Europa. La morte della neonata, le violenze sulle donne, le 1.800 vite inghiottite dopo il ciclone Harry: tutto questo non chiede solo lacrime, ma politica. Non commozione, ma decisioni. La visita di Papa Prevost arriva come un invito — o forse un monito — a non voltarsi dall’altra parte. Perché, come ricordava Papa Francesco nel 2013, “le migrazioni non sono un’emergenza, ma un segno dei tempi”. I tempi e le troppe morti, oggi, ci chiedono coraggio e non comunicati stampa.

L'articolo A ogni arrivo a Lampedusa, Bruxelles scopre di avere una coscienza. Per rimetterla subito nel cassetto proviene da Il Fatto Quotidiano.

Formigli esplode con Borgonovo: “Noi facciamo propaganda? Non te lo consento. Levati il cappello davanti alla nostra inchiesta”

5 June 2026 at 12:42

Scontro durissimo a Piazzapulita (La7) tra il conduttore Corrado Formigli e il vicedirettore de La Verità Francesco Borgonovo, sull’inchiesta realizzata dall’inviata Emanuela Pala all’interno della rete che fa capo a Martin Sellner e al movimento della Remigrazione.
Il reportage, frutto di oltre un anno di lavoro sotto copertura, porta le telecamere della trasmissione dentro gli ambienti riconducibili a Sellner, attivista austriaco e fondatore del Movimento Identitario, nonché sostenitore della cosiddetta “remigrazione”, ossia il rimpatrio degli immigrati verso i Paesi d’origine.
Nel servizio vengono documentate alcune affermazioni di stampo filo-nazista pronunciate da persone che gravitano nell’orbita del movimento. Un’impostazione che Borgonovo, collegato da remoto, contesta apertamente, sostenendo che quelle posizioni non possano essere estese all’intero universo dei sostenitori della remigrazione.
Il giornalista, autore anche della prefazione all’edizione italiana del manifesto di Sellner, Remigrazione. Una proposta, pubblicato da Passaggio al Bosco, difende strenuamente il concetto politico elaborato dall’attivista austriaco. In studio, oltre a Pala, sono presenti Stefano Cappellini di Repubblica e l’ex magistrato Gianrico Carofiglio.

A innescare l’acceso confronto è una domanda diretta di Formigli: “Tu appoggi quelle teorie espresse da Sellner?”.
Borgonovo respinge immediatamente la premessa: “Intanto, non c’è nessuna teoria, c’è una proposta politica fatta in chiaro, che si potrebbe discutere se non facessimo tutte le volte questa pantomima col bau bau. Io penso che la remigrazione sia un atto umanitario“.
Il vicedirettore de La Verità sostiene che l’immigrazione di massa produca sfruttamento e condizioni di schiavitù, Formigli replica chiamando in causa la recente tragedia dei quattro lavoratori morti carbonizzati in un minivan ad Amendolara, ma Borgonovo respinge con forza l’accostamento e contrattacca: “Se vuoi, rispondi tu alle tue stesse domande. Del resto, ve la siete cantata e suonata tra di voi finora“.

Il giornalista cita Soros, attribuisce lo sfruttamento dei braccianti a un sistema economico fondato sulla libera circolazione della manodopera e accusa anni di politiche favorevoli all’apertura delle frontiere e alla globalizzazione di avere alimentato tensioni sociali e impoverimento. Infine, aggiunge un riferimento ai seguaci filo-nazisti di Sellner, ripresi nel reportage: “Poi vi stupite se c’è qualche imbecille che dice bestialità. Con questa propaganda ne produrrete molti di più e non vi spiegate perché la gente vota a destra”, afferma.
È proprio il riferimento alla “propaganda” a far esplodere definitivamente il confronto. Formigli interrompe Borgonovo e lo incalza: “Ma chi è che fa la propaganda, scusa? Voi chi?”. ”
“Anche qui si fa, si è fatta stasera”, risponde il vicedirettore de La Verità.

A quel punto il conduttore difende con decisione il lavoro della propria inviata e alza i toni: “Quindi, per te questa inchiesta è propaganda? Tu ti devi levare il cappello di fronte a questa inchiesta, se sei un giornalista, hai capito? Non importa da che parte stai: ti levi il cappello di fronte a una giornalista e a una collega che è andata lì a suo rischio e pericolo per raccontare delle cose che tu non puoi smentire. Quindi, levati il cappello e non parlare di propaganda qua”.
Borgonovo prova a replicare, ma Formigli lo interrompe nuovamente: “Tu stai insultando il lavoro giornalistico di una mia inviata”.
“Io non ho insultato nessuno – ribatte il giornalista – Allora parla tu, così dai lezioni di democrazia e di giornalismo”.
La tensione resta altissima fino agli ultimi secondi dello scambio. “No, tu stai insultando un lavoro giornalistico in questa trasmissione e non te lo consento”, insiste Formigli.
Borgonovo nega ancora: “Stiamo facendo un dibattito e non sto assolutamente insultando nessuno”.
Il conduttore ribatte: “Se tu dici che fa propaganda qualche partito, puoi dirlo, ma se tu dici che noi facciamo propaganda attraverso il lavoro giornalistico, non te lo consento, fine”.
“E allora sai che c’è? – chiosa Borgonovo – Parla tu, raccontatevela fra di voi”.

L'articolo Formigli esplode con Borgonovo: “Noi facciamo propaganda? Non te lo consento. Levati il cappello davanti alla nostra inchiesta” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌