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Servizi in orbita, anti-drone e filiere. Così si chiude Ila Berlin

13 June 2026 at 09:02

Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.

Thales Alenia Space e Leonardo nel programma ISOS

Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.

Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.

MBDA tra droni, attacco di precisione e Ucraina

Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.

Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.

OHB Italia e Cosine nella missione Ramses

Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.

Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.

Piemonte e Renania rafforzano la filiera

La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.

L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.

Dai semiconduttori all’Africa. Tutte le intese tra Roma e Seul

12 June 2026 at 15:38

Non solo Indopacifico e Hormuz, ma anche capisaldi della geopolitica futura come chip, IA e spazio con nel mezzo il piano d’azione strategico 2026-2030. Ricco il paniere di temi fra Italia e Repubblica di Corea: il vertice di oggi a Villa Doria Pamphilj tra Giorgia Meloni e Lee Jae Myung ha decretato una svolta fra Roma e Seul. Il bilaterale, la cerimonia di scambio degli accordi e il forum imprenditoriale di alto livello, con la partecipazione di una qualificata delegazione di aziende coreane e italiane, racconta di un’accelerazione oggettiva impressa alle relazioni fra i due Paesi.

Si tratta del terzo incontro tra il presidente Meloni e il presidente Lee in meno di un anno (dopo quelli del 19 gennaio 2026 a Seul e del 24 settembre 2025 a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York) che punta forte sulla collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa. Quattro gli accordi siglati nel settore della cooperazione allo sviluppo, nel campo delle scienze, delle tecnologie avanzate e delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, nella collaborazione nel campo dell’economia sociale e solidale e nel settore delle micro, piccole e medie imprese.

La delegazione italiana è stata composta dai ministri Tajani, Bernini; dai viceministri Valentini e Bellucci. Per la Repubblica di Corea presenti il vice primo ministro e ministro della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione, Bae Kyung Hoon; il ministro dell’interno e della sicurezza, Yun Ho-Jung; il vice ministro delle PMI e delle Start-Up, Yong-Seok Roh. La visita di Stato in Italia di Lee, che l’11 giugno è stato ricevuto al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si inserisce all’interno dell’ampia missione del leader sudcoreano in Europa, che ha visto il 10 giugno Lee partecipare al Vertice Ue-Corea a Bruxelles.

Il Paese è caratterizzato da un interscambio commerciale con l’Italia da circa 11 miliardi di euro, rendendolo il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. In cima al dialogo tra i due leader ci sono stati i semiconduttori, settore nel quale la Corea è uno dei leader mondiali, senza dimenticare anche la cooperazione industriale in settori nevralgici come spazio, automotive ed energia. Nel corso del loro incontro il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica di Corea hanno deciso di elevare le relazioni tra le due Nazioni al livello di Partenariato Strategico Speciale e hanno concordato il Piano d’azione strategico per il periodo 2026-2030.

Si tratta di un impegno per rafforzare la cooperazione economica, promuovendo le opportunità di investimento tra i rispettivi settori privati. Verrà creato, per questa ragione, un comitato di coordinamento congiunto per i semiconduttori, le materie prime critiche e la produzione automobilistica, sulla base del Memorandum d’intesa sulla cooperazione industriale firmato il 9 novembre 2023 tra il ministero delle Imprese e del Made in Italy della Repubblica Italiana e il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia della Repubblica di Corea. Inoltre verrà data un’accelerata all’attuazione dell’accordo di libero scambio Ue-Repubblica di Corea per massimizzare le opportunità derivanti dall’accordo Ue-Repubblica di Corea sul commercio digitale e verrà consentito ai rispettivi settori privati di cogliere le opportunità comuni nei mercati terzi, inclusa l’Africa.

In questo senso saranno preziose le sinergie tra il Piano Mattei per l’Africa e le iniziative attuate dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA) per promuovere la crescita, la prosperità e la creazione di posti di lavoro in Africa. In grande evidenza anche il XIV Programma Esecutivo sulla cooperazione scientifica e tecnologica per il periodo 2026-2028, attraverso progetti congiunti in aree di ricerca prioritarie quali: scienze ambientali e transizione energetica; fisica e scienza quantistica; materiali avanzati e nanotecnologie; patrimonio culturale; intelligenza artificiale in medicina e biotecnologia. Un’alleanza che spazierà anche alla cultura, al turismo, alla sicurezza e alla difesa.

Non solo accordi, anche l’attualità della geopolitica è stata inevitabilmente attenzionata dai leader: lo scambio di vedute è stato “sui principali dossier internazionali, riaffermando il comune impegno per la stabilità e la prosperità dell’Indopacifico e l’intenzione condivisa di contribuire agli sforzi in corso per riaprire lo Stretto di Hormuz”.

Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

12 June 2026 at 14:32

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

Luca Parmitano sarà il pilota della missione Artemis III per riportare l’uomo sulla Luna: “Onorato, l’Italia la mia rampa di lancio”

10 June 2026 at 09:48

Ha parlato commosso per qualche minuto e con un “grazie” in italiano come conclusione. Così l’astronauta Luca Parmitano si è presentato sul palco di Houston, dove il 9 maggio la Nasa ha annunciato l’equipaggio della prossima missione Artemis III. Lui, oltre a essere l’unico italiano, ne sarà il pilota, in un equipaggio di quattro uomini che saluterà la terra per circa due settimane nella metà del 2027. Il loro obiettivo non sarà la superficie lunare, ma dovranno condurre una serie di test per aprire la via del ritorno degli esseri umani sul nostro satellite. Al comando ci sarà Randy Bresnik, insieme ad altri due specialisti, Frank Rubio e Andre Douglas. Con Parmitano sperimenteranno nell’orbita terrestre le tecnologie e l’attracco fra la capsula Orion, sulla quale voleranno, e uno o due veicoli per posarsi sulla Luna costruiti da SpaceX e Blue Origin, le aziende aerospaziali di Elon Musk e Jeff Bezos.

Il sogno di rivedere un piede umano posato di nuovo sulla Luna è rimandato per ora. La Nasa affiderà il progetto ad altri astronauti nel 2028, con le missioni Artemis IV e V che eseguiranno i test di allunaggio. Artemis III però rimane fondamentale per permettere all’umanità di farlo.”La missione – ha detto l’amministratore capo della Nasa, Jared Isaacman, durante la presentazione a Houston dell’equipaggio – dimostrerà la forza dell’innovazione americana e della cooperazione internazionale mentre testeremo complesse operazioni di rendez-vous e attracco e faremo progredire le tecnologie che un giorno ci porteranno ancora più lontano nel Sistema Solare”.

Parmitano, cinquant’anni, è astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea. È pilota sperimentatore dell’Aeronautica Militare e ha due missioni all’attivo oltre ad essere il primo comandante italiano della Stazione Spaziale Internazionale. Quando ha scoperto della nomina era in treno: “Ero talmente incredulo che ho chiesto al mio capo di ripetere esattamente quello che aveva detto, ossia ‘Luca sei stato assegnato come pilota alla missione Artemis III’ – ha raccontato -. Ero circondato da persone. quindi sapevo di non poter dire nulla ad alta voce per cui sono rimasto senza parole”. “La mia base di lancio è stata il mio Paese, l’Italia, che mi ha dato l’istruzione necessaria per arrivare a questa missione. L’Esa è stata la torre di lancio, che mi ha permesso di costruire relazioni e di esprimere tutto il mio potenziale. La Nasa è stata il razzo, e la ringrazio per avermi permesso di far parte di questo incredibile equipaggio”. Poi un ringraziamento alla famiglia e alle figlie: “siete l’energia per la mia anima”.

La missione di Artemis III è molto complessa. Inizialmente doveva essere quella designata per il ritorno sulla Luna, ma nel febbraio 2026 la Nasa ha rivisto il programma e ha deciso che prima di portare gli astronauti sul suolo lunare sarebbe stato opportuno sperimentare nell’orbita terrestre le tecnologie per l’aggancio in orbita della navetta. Dal 10 giugno i quattro astronauti inizieranno l’addestramento “prima al simulatore e poi con un’intensa fase di familiarizzazione con le procedure” ha spiegato Parmitano. “Abbiamo poco tempo – ha aggiunto riferendosi al fatto che la missione è prevista nel 2027 – ma tantissima motivazione. Dovremo eseguire ogni manovra manualmente: è il motivo per cui in questa missione sono stati selezionati piloti sperimentali e con un approccio ingegneristico”.

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Dai distretti allo spazio, il governo presenta gli Stati Generali della Space Economy

9 June 2026 at 15:54

Al ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato presentato il programma degli Stati Generali dello Spazio, promosso dall’Intergruppo parlamentare per lo Spazio per portare nei distretti aerospaziali italiani il confronto sulla nuova fase della Space Economy. L’iniziativa è stata illustrata a Palazzo Piacentini dal ministro Adolfo Urso, Autorità delegata alle politiche spaziali e aerospaziali, e dal presidente dell’Intergruppo, Andrea Mascaretti.

Il programma prevede venti eventi nelle sedici regioni sede dei distretti industriali dell’aerospazio. L’Intergruppo riunisce maggioranza e opposizione, mentre il Governo accompagnerà il percorso con quindici ministri e otto tra viceministri e sottosegretari. Lo spazio viene così collocato dentro una politica industriale diffusa, legata ai territori dove il Paese ha già imprese, competenze, università e centri di ricerca.

Urso ha spiegato che “lo spazio è un settore che oggi unisce l’Italia e proietta la sua industria e la sua economia nel futuro”. La posta in gioco riguarda comunicazioni, dati, sicurezza, osservazione della Terra, difesa e servizi satellitari, ambiti in cui la dimensione tecnologica si lega sempre più a competitività e autonomia strategica.

I numeri della nuova filiera

L’Italia dispone di una catena del valore articolata, con grandi gruppi industriali e Pmi specializzate in componenti, software, equipaggiamenti e apparati. Il comparto copre segmenti diversi, dalla propulsione ai satelliti, dai servizi applicativi alle missioni di esplorazione.

I dati indicano una crescita netta. Tra il 2021 e il 2024 il fatturato della filiera spaziale è salito da 1,9 a 3,1 miliardi di euro, mentre gli addetti sono passati da 5,9 a 8,9 mila. L’export dell’aerospazio è aumentato del 23,3% rispetto al 2022 e gli investimenti diretti esteri sono cresciuti del 37,1%.

Per Urso sono “numeri che confermano come lo spazio sia uno dei nuovi comparti emergenti del Made in Italy e una leva decisiva della politica industriale nazionale”. La crescita dipende ora dalla capacità di trasformare competenze, programmi pubblici e investimenti in servizi, occupazione qualificata e mercato stabile.

La partita dei servizi e delle alleanze

La Space Economy non riguarda soltanto accesso allo spazio, lanciatori, infrastrutture orbitanti e missioni. Una parte crescente del valore nasce dai servizi a terra resi possibili da dati e tecnologie spaziali. I satelliti alimentano applicazioni per agricoltura, monitoraggio ambientale, gestione dei rischi idrogeologici, energia, logistica, telecomunicazioni e trasporti.

Mascaretti ha legato questa prospettiva al ruolo dei territori. “Gli Stati Generali dello Spazio servono a supportare questa sfida nazionale, partendo dai territori dove è presente l’eccellenza dell’industria aerospaziale italiana: imprese, universita, centri di ricerca, startup e giovani competenze”. La sfida riguarda l’integrazione tra grandi imprese, Pmi, ricerca e startup, perché molte tecnologie spaziali richiedono capitali elevati, tempi lunghi e una domanda pubblica stabile.

La strategia nazionale poggia su 7,8 miliardi di euro destinati all’ecosistema aerospaziale al 2028, tra risorse nazionali ed europee. Il quadro comprende la prima legge italiana sullo spazio, il sostegno a startup e Pmi, lo Space act europeo, la presidenza italiana del Consiglio ministeriale dell’Esa fino al 2028 e il rafforzamento del rapporto con la Nasa. Per Urso, “abbiamo riportato lo spazio al centro della politica industriale nazionale e della proiezione internazionale dell’Italia”. La prospettiva dipenderà dalla continuità degli investimenti e dalla capacità di trasformare la crescita industriale in autonomia tecnologica.

Il mistero del meteorite caduto nel Sahara: “E’ la prova di un pianeta scomparso più grande della Luna, chissà quanti altri pianeti ci sono di cui non siamo a conoscenza”

8 June 2026 at 12:05

Un raro meteorite recuperato nel deserto del Sahara contiene la prima prova scientifica di un protopianeta scomparso, le cui dimensioni avrebbero superato quelle della nostra Luna. È quanto emerge da un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Earth and Planetary Science Letters” e condotto dai ricercatori dell’Università del Colorado a Boulder. La scoperta dimostra che questo frammento roccioso apparteneva a un corpo celeste formatosi 4,5 miliardi di anni fa e successivamente distrutto, chiarendo nuovi aspetti sulla velocità e sui meccanismi di formazione dei primi mondi del Sistema Solare.

La scoperta nel Sahara e l’anomalia geochimica

Il meteorite, denominato Northwest Africa (NWA) 12774, è una roccia di circa 500 grammi individuata nel 2019. Gli scienziati lo classificano come angrite, una categoria di meteoriti estremamente rara (ne esistono solo 68 su oltre 80.000 campioni recuperati sulla Terra) che raggruppa le rocce vulcaniche più antiche del Sistema Solare. Misurando i minuscoli elementi radioattivi interni, i geologi hanno datato la roccia a oltre 4,5 miliardi di anni fa. Rispetto ad altri pianeti rocciosi come la Terra o Marte, le angriti presentano una composizione chimica del tutto insolita: contengono pochissima silice. Inizialmente, questa anomalia aveva spinto gli studiosi a ipotizzare che tali frammenti provenissero da asteroidi di dimensioni ridotte, con un raggio compreso tra i 100 e i 200 chilometri.

Le pressioni estreme e le vere dimensioni del protopianeta

Le recenti analisi guidate dal ricercatore Aaron Bell hanno ribaltato le teorie precedenti. I cristalli all’interno di NWA 12774 mostrano una concentrazione eccezionale di alluminio, segno inequivocabile che la roccia si è formata sotto pressioni altissime, calcolate in almeno 17,5 kilobar (un valore oltre 17 volte superiore alla pressione registrata sul fondo della fossa delle Marianne, il punto più profondo della Terra). Condizioni fisiche così estreme non possono generarsi all’interno di un piccolo asteroide. Basandosi su questi dati matematici, il team ha dimostrato che il corpo originario doveva avere un raggio di almeno 1.000 chilometri. Inoltre, i cristalli analizzati mantengono bordi taglienti, una caratteristica che si sarebbe cancellata se la roccia fosse stata esposta al calore prolungato di un gigantesco nucleo planetario. Incrociando questi fattori, le dimensioni del protopianeta genitore sono state ricalcolate a oltre 1.800 chilometri di raggio: un mondo leggermente più grande della Luna (1.737 chilometri) ma più piccolo di Marte (circa 3.300 chilometri).

La collisione cosmica e la ricerca di altri mondi

Riguardo al destino di questo antico mondo roccioso, gli studiosi ritengono che sia stato completamente frantumato durante una delle violente collisioni che hanno caratterizzato i primi milioni di anni del Sistema Solare. I detriti generati dall’impatto, inclusi frammenti come l’NWA 12774, sarebbero stati poi inglobati dai nuovi pianeti in via di formazione, compresa la Terra. La documentazione geologica di questo evento apre la strada a nuove indagini. Come ha spiegato Aaron Bell in merito ai prossimi passi della ricerca: “Ci sono molti meteoriti che non sono stati studiati a fondo, quindi è probabile che esistano altri protopianeti di cui non siamo a conoscenza”.

(Credit foto: John Kashuba/Università del Colorado)

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Allarme evacuazione per gli astronauti della Stazione spaziale internazionale per una perdita d’aria. Il rifugio sulla Crew Dragon, poi il rientro

5 June 2026 at 16:32

Una perdita d’aria in peggioramento nel segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale ha fatto scattare nelle ultime ore un protocollo di emergenza che ha portato gli astronauti a bordo a prepararsi a una possibile evacuazione. La Nasa ha infatti disposto che i membri della missione Crew-12 e l’astronauta americano Chris Williams si mettessero in stato di massima sicurezza all’interno della navicella Crew Dragon, pronti a lasciare la Iss in caso di ulteriore deterioramento della situazione. Il problema riguarda il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, una sezione già da tempo sotto osservazione per la presenza di crepe e microperdite. Secondo quanto riferito dalla portavoce della Nasa Bethany Stevens, il compartimento presenta da tempo anomalie strutturali che l’agenzia spaziale russa Roscosmos ha cercato di contenere con interventi di sigillatura e riparazioni periodiche. Tuttavia, nuove fuoriuscite hanno spinto a programmare un intervento più esteso, inizialmente previsto per il 5 giugno.

La Nasa, in via precauzionale, ha ordinato all’intero equipaggio americano di indossare le tute spaziali e di trasferirsi nella Crew Dragon, configurando di fatto una condizione di “rifugio sicuro” in caso di evacuazione immediata. Una misura attivata secondo protocollo, mentre i controlli sul tasso di perdita di pressione venivano intensificati dai centri di controllo. L’allarme si inserisce in una vicenda che non è nuova per la Iss. Già nei mesi scorsi, e in particolare all’inizio dell’anno, la pressione nel modulo aveva mostrato segnali di relativa stabilizzazione dopo una serie di interventi tecnici. Tuttavia, un nuovo calo era stato rilevato nelle settimane precedenti, riaprendo una questione che NASA e Roscosmos stanno monitorando congiuntamente da tempo.

La situazione più critica si è registrata quando, a seguito dell’aggravarsi delle perdite, è stato disposto il trasferimento temporaneo dell’equipaggio nella navicella Crew Dragon. Quattro astronauti della missione Crew-12 e l’astronauta Chris Williams hanno quindi seguito le procedure di sicurezza, rimanendo pronti a un’eventuale evacuazione immediata dalla Stazione. Tra i membri dell’equipaggio coinvolti figurano gli astronauti americani Jessica Meir e Jack Hathaway, insieme all’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Sophie Adenot e al cosmonauta russo Andrey Fedyaev, tutti attualmente impegnati nella missione orbitale iniziata nei mesi scorsi.

Secondo le comunicazioni diffuse dalla Nasa, la misura è stata adottata esclusivamente in via cautelativa, in coordinamento con Roscosmos, mentre proseguivano le valutazioni tecniche sul comportamento del modulo Zvezda e sul tunnel PrK. Nelle ore successive, dopo nuove analisi dei dati e una sospensione temporanea delle operazioni di riparazione da parte russa, la situazione è stata rivalutata. La Nasa ha quindi comunicato agli astronauti di interrompere le procedure di “safe haven” e di tornare alle normali attività a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, segnalando un miglioramento delle condizioni operative.

L’episodio non si chiude però con una risoluzione definitiva. Le due agenzie spaziali continuano infatti a lavorare sull’origine delle microfessure e sulle modalità più efficaci per stabilizzare in modo permanente la pressione interna del modulo, in un contesto che resta sotto stretta sorveglianza.

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Il Long March 12B apre una nuova fase nei lanci cinesi per le costellazioni

3 June 2026 at 16:31

La Cina ha effettuato il primo lancio del Long March 12B, nuovo vettore sviluppato dalla China Aerospace Science and Technology Corporation. Il razzo è decollato dal centro di Jiuquan e ha portato in orbita un nuovo gruppo di satelliti della costellazione Spacesail, il progetto cinese per una rete internet satellitare in orbita bassa.

Il Long March 12B è oggi il più potente razzo cinese a corpo singolo. Alto circa settantadue metri, utilizza ossigeno liquido e cherosene ed è progettato per trasportare almeno venti tonnellate in orbita bassa. La sua architettura integra dieci motori e sistemi di controllo pensati per aumentare affidabilità e sicurezza del volo.

Il carico lanciato chiarisce il senso operativo della missione. Spacesail punta a costruire una rete globale di comunicazioni satellitari a banda larga, ha già superato centosessanta satelliti lanciati e punta ad arrivare a oltre diecimila satelliti in orbita bassa entro la fine del decennio.

L’orbita bassa diventa infrastruttura

La rilevanza del lancio non riguarda soltanto il successo tecnico. Il nuovo vettore segnala la volontà di Pechino di aumentare la propria capacità di accesso allo spazio. Una costellazione di migliaia di satelliti richiede infatti lanci ripetuti, produzione seriale, controllo orbitale e costi compatibili con un’infrastruttura permanente.

Il Long March 12B risponde a questa esigenza. Porta più massa in orbita, sostiene programmi commerciali e strategici e prepara una possibile evoluzione verso la riutilizzabilità. Il recupero del primo stadio non è stato testato in questo volo, ma viene indicato come una prospettiva di sviluppo. Se il percorso avrà successo, il vettore potrebbe ridurre i costi e aumentare la frequenza dei lanci, due fattori ormai decisivi nella competizione spaziale globale.

La Cina sta quindi lavorando su un passaggio essenziale. Progettare satelliti o missioni avanzate non basta senza una filiera capace di portarli nello Spazio con regolarità. Il debutto del Long March 12B mostra una spinta in quella direzione, anche se il vero banco di prova sarà trasformare il primo successo in una routine affidabile.

La Luna si prepara vicino alla Terra

Il Long March 12B non è il razzo destinato all’allunaggio cinese. La sua funzione immediata resta legata all’orbita bassa e al dispiegamento di costellazioni satellitari. La sua importanza in chiave lunare deriva però dalle competenze che contribuisce a consolidare.

Una presenza stabile sulla Luna richiede molto più di una singola missione. Servono lanci frequenti, sistemi di comunicazione resilienti, capacità logistiche, controllo di piattaforme multiple e infrastrutture spaziali coordinate. Le reti satellitari e i vettori pesanti per l’orbita bassa rientrano in questa base industriale, necessaria per sostenere una strategia lunare di lungo periodo.

Per Pechino, rafforzare l’accesso allo spazio vicino alla Terra significa preparare anche le condizioni per operare più lontano. Il Long March 12B non porta da solo la Cina verso la Luna, ma contribuisce a costruire l’ecosistema tecnico, produttivo e operativo necessario per competere nella fase successiva.

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