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Non la “fine della storia”

By: A A
17 June 2026 at 10:30

Il ritorno delle identità e dei valori, la loro riaffermazione e la loro reintegrazione nei processi educativi segnano l’avvento di un mondo diverso da quello plasmato dall’egemonia anglo-americana e invitano oggi i popoli a prepararsi al nuovo mondo multipolare

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Fukuyama si sbagliava

Nel 1989, Francis Fukuyama avanzò la sua famosa tesi della «fine della storia», sostenendo che il trionfo dell’ideologia e dei valori liberali avesse segnato il culmine definitivo dell’evoluzione politica dell’umanità. Secondo questa interpretazione, la fine della Guerra Fredda rappresentava la vittoria della democrazia liberale come forma ottimale di governo e del capitalismo di mercato come modello economico più efficace, ponendo così fine ai principali conflitti ideologici globali. La figura dell’«ultimo uomo», descritta da Fukuyama come soddisfatta, prospera ma priva di ideali superiori, lasciava intravedere la nascita di un’identità universale e «post-storica».

La successiva evoluzione delle relazioni internazionali, tuttavia, ha rivelato i limiti di questa prospettiva. Le politiche di “democratizzazione” statunitensi in Medio Oriente, ispirate almeno in parte da questa visione e spesso poco attente alle specificità politiche e culturali locali, hanno contribuito a una serie di interventi e rivoluzioni che hanno destabilizzato l’intera regione. Allo stesso tempo, mentre i valori liberali sono stati spesso utilizzati da alcuni Stati come strumento politico o come giustificazione per determinate azioni, si è assistito a una crescente rivalutazione dei valori nazionali e tradizionali in numerose parti del mondo, compresi gli stessi paesi occidentali.

La richiesta di modelli politici alternativi, percepiti come più equi e rispettosi delle particolarità locali, ha trovato espressione in piattaforme quali il BRICS e l’Organizzazione di Cooperazione di Pechino (SCO). La crisi ucraina ha inoltre evidenziato come il confronto tra la Russia e l’Occidente abbia assunto sempre più i contorni di uno scontro radicato nei valori e nelle visioni del mondo, piuttosto che di un mero conflitto etnico-politico post-sovietico.

La globalizzazione economica guidata dall’Occidente ha finito per favorire l’ascesa di nuovi centri di potere in Asia, Africa e America Latina. Questo processo ha alimentato dinamiche di regionalizzazione che, in molti casi, hanno rafforzato le identità collettive regionali. Paesi come Russia, Cina, India e Turchia attingono sempre più a una narrativa civilizzazionale nelle loro politiche interne ed estere, e alcuni di essi si definiscono esplicitamente come «Stati civilizzazionali».

Questi sviluppi sono solo alcuni esempi che confutano la visione di uno “Stato universale omogeneo” delle relazioni internazionali immaginata da Fukuyama quasi quarant’anni fa. Essi dimostrano che i contesti regionali, nazionali e locali continuano a svolgere un ruolo centrale, forse ancora più significativo che in passato.

Le tendenze internazionali contemporanee hanno generato una crescente domanda di prospettive politiche alternative e forme distintive di autoidentificazione, in opposizione all’omogeneizzazione culturale e politica. L’universalismo liberale è sempre più controbilanciato da un fenomeno che può essere definito «pluralismo autentico». Accanto alla multipolarità delle relazioni internazionali, sta infatti emergendo una nuova dimensione: la «multipolarità dei significati».

Ciò non indica un mondo postmoderno dominato da interpretazioni puramente soggettive, ma piuttosto una realtà caratterizzata dalla crescente complessità dei processi internazionali. Ciò presuppone un pluralismo di ideologie politiche e sistemi di valori, in grado di riflettere simultaneamente prospettive universali e nazionali, nonché la libertà degli individui e delle comunità di identificarsi sulla base del proprio patrimonio storico e culturale.

In altre parole, ideologia, valori e identità stanno assumendo un’importanza sempre maggiore nelle relazioni internazionali contemporanee, evidenziando la necessità di un uso più ampio di approcci costruttivisti per comprenderne le dinamiche. I seguenti casi di studio dimostrano come questi fattori influenzino le politiche estere di vari Stati e come possano essere utilizzati come strumenti di azione politica.

Il ritorno dell’ideologia politica al di là del paradigma

Nelle relazioni internazionali contemporanee, l’ideologia è spesso considerata una variabile secondaria rispetto a fattori quali le capacità materiali, le esigenze di sicurezza o l’interdipendenza economica. Un simile approccio, tuttavia, rischia di trascurare il ruolo svolto dai significati condivisi, dai presupposti normativi e dalle concezioni di legittimità socialmente costruite nel plasmare la politica mondiale. Mentre l’ordine internazionale liberale affronta sfide crescenti, l’ideologia è tornata al centro del dibattito teorico e analitico, non più come dottrina rigida e onnicomprensiva, ma come quadro interpretativo attraverso il quale gli Stati comprendono l’ordine mondiale, definiscono la propria identità politica e giustificano le proprie scelte di politica estera.

Da una prospettiva costruttivista, l’ideologia funge da collegamento tra valori, identità e comportamento degli Stati. La rinnovata centralità delle dinamiche di blocco costituisce un esempio particolarmente significativo di questo fenomeno. Le nuove forme di allineamento internazionale sono spesso spiegate facendo riferimento alla ridistribuzione del potere globale o a considerazioni strategiche. Sebbene questi fattori siano certamente rilevanti, non sono sufficienti a spiegare pienamente i modelli contemporanei di cooperazione e aggregazione.

La formazione dei blocchi odierni riflette non solo i cambiamenti nelle capacità materiali degli attori, ma anche interpretazioni divergenti di sovranità, democrazia, sviluppo e governance globale. Queste divergenze emergono con particolare chiarezza nelle relazioni tra le potenze liberali tradizionali e gli Stati comunemente inclusi nella categoria del “Sud del mondo”, dove le esperienze storiche e le traiettorie postcoloniali contribuiscono alla costruzione di visioni alternative dell’ordine politico internazionale.

In questo contesto, l’ideologia assume ancora una volta un ruolo fondamentale come categoria interpretativa. Da una prospettiva costruttivista, la rinascita della politica dei blocchi non può essere spiegata esclusivamente attraverso i cambiamenti nei rapporti di potere o nella distribuzione delle risorse. Essa riflette anche le trasformazioni nelle strutture ideologiche che influenzano il modo in cui gli Stati percepiscono l’ambiente internazionale, definiscono ciò che considerano un comportamento legittimo e costruiscono le loro identità collettive.

L’ideologia può quindi essere interpretata come un sistema condiviso di significati che modella le aspettative, favorisce forme di posizionamento collettivo e delimita la gamma di opzioni di politica estera considerate accettabili. Contrariamente a quanto previsto da alcune analisi del dopoguerra fredda, l’ideologia non è scomparsa; ha semplicemente modificato le sue modalità di espressione.

I blocchi contemporanei non sono più organizzati attorno a rigide opposizioni dottrinali, ma attorno a narrazioni condivise che mettono in discussione o reinterpretano aspetti fondamentali dell’ordine internazionale liberale. Queste narrazioni propongono diverse concezioni di sovranità, legittimità politica e modelli di sviluppo. Da questa prospettiva, l’ideologia non funziona tanto come un progetto globale e onnicomprensivo, quanto piuttosto come un elemento costitutivo del discorso politico internazionale.

Particolarmente significativo è il ruolo svolto dal concetto di “Sud del mondo”. Esso non rappresenta semplicemente una categoria geografica, ma un costrutto identitario dotato di un forte significato politico e normativo. Il richiamo alla storia coloniale, alle disuguaglianze strutturali e all’emarginazione all’interno delle istituzioni di governance globale contribuisce alla formazione di un linguaggio comune attraverso il quale gli Stati avanzano rivendicazioni di autonomia e maggiore rappresentanza.

All’interno di questo quadro discorsivo, pratiche quali il non allineamento, la diversificazione strategica dei partenariati e la partecipazione selettiva ai regimi di sanzioni vengono presentate come espressioni coerenti di principi più ampi legati alla sovranità nazionale e all’indipendenza strategica.

L’ideologia opera quindi su più livelli. A livello narrativo, influenza il modo in cui gli Stati spiegano le proprie azioni e rispondono alle aspettative esterne. A livello istituzionale, contribuisce a plasmare il sostegno a nuove organizzazioni multilaterali o alla riforma di quelle esistenti. A livello comportamentale, si manifesta attraverso pratiche quali il multilateralismo flessibile e la formazione di coalizioni tematiche. Questi comportamenti sono influenzati non solo da incentivi materiali, ma anche da concezioni condivise di adeguatezza, legittimità e giustizia.

Le nuove configurazioni di blocchi possono quindi essere interpretate come tentativi di rinegoziare la struttura normativa della governance globale. Esse non mirano necessariamente a sostituire completamente l’ordine internazionale esistente, ma piuttosto a ottenere una maggiore inclusione di diversi modelli politici, istituzionali e di sviluppo. In questo senso, l’ideologia continua a rivestire una notevole rilevanza analitica, poiché contribuisce a definire il modo in cui gli Stati comprendono il proprio ruolo all’interno di un sistema internazionale in trasformazione.

Identità e valori, il grande ritorno

L’identità rappresenta uno dei concetti fondamentali dell’approccio costruttivista alle relazioni internazionali. Ci permette di comprendere come la politica mondiale non sia determinata esclusivamente dalla distribuzione del potere materiale, ma anche da significati socialmente costruiti, memorie collettive e riferimenti culturali condivisi.

Un’analisi dell’identità aiuta a spiegare perché Stati con condizioni materiali simili possano adottare comportamenti profondamente diversi e perché fattori culturali, storici e normativi possano esercitare un’influenza pari, se non superiore, a quella del potere militare o economico. L’identità, infatti, svolge un ruolo decisivo nella definizione degli interessi nazionali, nella definizione della politica estera e nella configurazione delle interazioni globali.

Nel caso delle macroregioni, l’esistenza di un’identità condivisa costituisce spesso il fondamento dei processi di cooperazione regionale. Tuttavia, tali identità possono entrare in tensione con visioni universalistiche e globaliste, generalmente associate ai valori promossi dall’Occidente.

Uno dei principali strumenti attraverso cui i valori occidentali vengono diffusi a livello globale è la cooperazione educativa. La formazione di nuove élite straniere costituisce un investimento a lungo termine al servizio di interessi geopolitici strategici. Gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a occupare una posizione dominante nella formazione delle future classi dirigenti di numerosi paesi.

Dal 2022, le attività delle istituzioni educative occidentali si sono intensificate in Asia centrale, dove la competizione per l’accesso alle risorse e per controbilanciare l’influenza russa ha assunto un’importanza crescente. Da parte loro, gli Stati dell’Asia centrale considerano queste iniziative come opportunità per diversificare i propri partenariati internazionali e ridurre la dipendenza da singoli attori esterni.

Le politiche di sviluppo internazionale rappresentano un altro veicolo per la diffusione dei valori occidentali. Le versioni precedenti di queste strategie, tuttavia, hanno mostrato limiti significativi, in parte perché si basavano sul presupposto dell’esistenza di valori universali applicabili indiscriminatamente a contesti culturali profondamente diversi.

I recenti sviluppi nel sistema internazionale suggeriscono, tuttavia, che gli unici valori veramente condivisibili su scala globale siano probabilmente la pace e la tutela della vita umana, mentre cresce la richiesta di rispetto per la diversità culturale e per il diritto degli Stati di scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo.

Allo stesso tempo, la logica neoliberista dell’interdipendenza ha spesso funzionato come strumento per diffondere una particolare concezione occidentale del mondo presentata come universalmente valida. Anche il fenomeno della cosiddetta «cultura della cancellazione» si inserisce in questo contesto, essendo progressivamente passato dalle piattaforme digitali al campo delle relazioni internazionali.

L’uso della cultura della cancellazione contro la Russia ha dimostrato come questa pratica possa essere applicata non solo agli individui, ma anche a intere nazioni e tradizioni culturali. Essa tende ad emergere soprattutto quando le misure economiche si rivelano insufficienti a produrre i risultati desiderati e può fungere da strumento di pressione politica e di guerra dell’informazione.

Sebbene originariamente associata ai movimenti anticolonialisti e antirazzisti, la “cancel culture” è interpretata da alcuni osservatori come una forma di neocolonialismo culturale, nella misura in cui conferisce a determinati attori il potere di determinare quali comportamenti siano considerati legittimi o illegittimi nella politica internazionale.

Paradossalmente, anziché favorire la fiducia reciproca e il dialogo, tali pratiche rischiano di alimentare un ulteriore antagonismo. Una pressione eccessiva volta a imporre valori, anche quando presentati come universali, tende spesso a generare reazioni di rifiuto e resistenza.

In Medio Oriente, l’identità si sviluppa simultaneamente a diversi livelli: sub-statale, statale e sovra-statale. Progetti ideologici come il panarabismo e il panislamismo hanno cercato di costruire forme di appartenenza in grado di trascendere i confini nazionali, senza tuttavia eliminare le divisioni esistenti.

Le divisioni settarie, in particolare quelle tra sunniti e sciiti, hanno assunto un crescente significato politico a partire dalla Rivoluzione iraniana del 1979, contribuendo a ridefinire le rivalità regionali in termini di identità. Allo stesso tempo, il declino del panarabismo ha dimostrato come gli interessi degli Stati e la logica del sistema internazionale abbiano prevalso sulle aspirazioni di unificazione politica del mondo arabo.

In Africa, le questioni identitarie rimangono profondamente legate all’eredità del colonialismo. I confini statali tracciati dalle potenze europee hanno spesso ignorato le realtà etniche e culturali locali, creando le condizioni per conflitti, movimenti secessionisti e guerre civili. In risposta a questa situazione è emerso il panafricanismo, che cerca di rivendicare valori condivisi e una coscienza africana collettiva come fondamento dell’integrazione politica ed economica del continente.

In Asia centrale, i governi utilizzano spesso il linguaggio dei valori e dell’identità come strumento per promuovere gli interessi nazionali. Le relazioni con l’Unione Europea possono essere accompagnate da riferimenti alla democrazia e ai diritti umani, mentre i legami con il mondo islamico vengono spesso enfatizzati attraverso appelli all’appartenenza religiosa condivisa. Allo stesso tempo, la regione cerca di sviluppare una propria identità collettiva, promuovendo l’idea dell’Asia centrale come attore autonomo nelle relazioni internazionali.

Il ritorno delle identità e dei valori, la loro riaffermazione e la loro reintegrazione nei processi educativi segnano l’avvento di un mondo diverso da quello plasmato dall’egemonia anglo-americana e invitano oggi i popoli a prepararsi al nuovo mondo multipolare.

Not the ‘End of History’

By: A A
14 June 2026 at 11:00

The return of identities and values, their reaffirmation, and their reintegration into educational processes mark the advent of a world different from the one shaped by the Anglo-American hegemon.

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Fukuyama was wrong

In 1989, Francis Fukuyama put forward his famous thesis of the “end of history,” arguing that the triumph of liberal ideology and values had marked the definitive culmination of humanity’s political evolution. According to this interpretation, the end of the Cold War represented the victory of liberal democracy as the optimal form of government and of market capitalism as the most effective economic model, thus putting an end to major global ideological conflicts. The figure of the “last man,” described by Fukuyama as content, prosperous but devoid of higher ideals, hinted at the birth of a universal and “post-historical” identity.

The subsequent evolution of international relations, however, has revealed the limits of this perspective. U.S. “democratization” policies in the Middle East, inspired at least in part by this vision and often paying little attention to local political and cultural specificities, have contributed to a series of interventions and revolutions that have destabilized the entire region. At the same time, while liberal values have frequently been employed by some states as a political tool or as a justification for certain actions, there has been a growing revaluation of national and traditional values in numerous parts of the world, including Western countries themselves.

The demand for alternative political models, perceived as more equitable and respectful of local particularities, has found expression in platforms such as BRICS and the SCO. The Ukrainian crisis has also highlighted how the confrontation between Russia and the West has increasingly taken on the contours of a clash rooted in values and worldviews, rather than a mere post-Soviet ethno-political conflict.

Western-led economic globalization has ultimately fostered the rise of new power centers in Asia, Africa, and Latin America. This process has fueled regionalization dynamics that, in many cases, have strengthened regional collective identities. Countries such as Russia, China, India, and Turkey increasingly draw on a civilizational narrative in their domestic and foreign policies, and some of them explicitly define themselves as “civilizational states.”

These developments are just a few examples that refute the vision of a “homogeneous universal state” of international relations imagined by Fukuyama nearly forty years ago. They demonstrate that regional, national, and local contexts continue to play a central role, perhaps even more significant than in the past.

Contemporary international trends have generated a growing demand for alternative political perspectives and distinctive forms of self-identification, in opposition to cultural and political homogenization. Liberal universalism is increasingly balanced by a phenomenon that can be defined as “authentic pluralism.” Alongside the multipolarity of international relations, a new dimension is in fact emerging: the “multipolarity of meanings.”

This does not point to a postmodern world dominated by purely subjective interpretations, but rather to a reality characterized by the growing complexity of international processes. It presupposes a pluralism of political ideologies and value systems, capable of simultaneously reflecting universal and national perspectives, as well as the freedom of individuals and communities to identify themselves based on their own historical and cultural heritage.

In other words, ideology, values, and identity are assuming ever greater importance in contemporary international relations, highlighting the need for a broader use of constructivist approaches to understand their dynamics. The following case studies demonstrate how these factors influence the foreign policies of various states and how they can be utilized as tools for political action.

The return of political Ideology beyond the Paradigm

In contemporary international relations, ideology is frequently regarded as a secondary variable compared to factors such as material capabilities, security needs, or economic interdependence. Such an approach, however, risks overlooking the role played by shared meanings, normative assumptions, and socially constructed conceptions of legitimacy in shaping world politics. As the liberal international order faces growing challenges, ideology has returned to the center of theoretical and analytical debate, no longer as a rigid and all-encompassing doctrine, but as an interpretive framework through which states understand the world order, define their political identity, and justify their foreign policy choices.

From a constructivist perspective, ideology serves as a link between values, identity, and state behavior. The renewed centrality of bloc dynamics constitutes a particularly significant example of this phenomenon. New forms of international alignment are often explained by reference to the redistribution of global power or strategic considerations. Although these factors are certainly relevant, they are not sufficient to fully explain contemporary patterns of cooperation and aggregation.

The formation of today’s blocs reflects not only changes in the material capabilities of actors but also differing interpretations of sovereignty, democracy, development, and global governance. These divergences emerge with particular clarity in relations between traditional liberal powers and the states commonly included in the category of the “Global South,” where historical experiences and postcolonial trajectories contribute to the construction of alternative visions of the international political order.

In this context, ideology once again assumes a fundamental role as an interpretive category. From a constructivist perspective, the resurgence of bloc politics cannot be explained solely through shifts in power relations or the distribution of resources. It also reflects transformations in the ideational structures that influence how states perceive the international environment, define what they consider legitimate behavior, and construct their collective identities.

Ideology can therefore be interpreted as a shared system of meanings that shapes expectations, fosters forms of collective positioning, and delimits the range of foreign policy options considered acceptable. Contrary to what some post-Cold War analyses predicted, ideology has not disappeared; it has simply altered its modes of expression.

Contemporary blocs are no longer organized around rigid doctrinal oppositions, but around shared narratives that challenge or reinterpret fundamental aspects of the liberal international order. These narratives propose different conceptions of sovereignty, political legitimacy, and models of development. From this perspective, ideology functions not so much as a comprehensive, all-encompassing project, but rather as a constitutive element of international political discourse.

Particularly significant is the role played by the concept of the “Global South.” It does not simply represent a geographical category, but an identity construct endowed with strong political and normative significance. The invocation of colonial history, structural inequalities, and marginalization within global governance institutions contributes to the formation of a common language through which states advance claims for autonomy and greater representation.

Within this discursive framework, practices such as non-alignment, the strategic diversification of partnerships, and selective participation in sanctions regimes are presented as coherent expressions of broader principles linked to national sovereignty and strategic independence.

The ideology thus operates on multiple levels. On the narrative level, it influences how states explain their actions and respond to external expectations. At the institutional level, it helps shape support for new multilateral organizations or for the reform of existing ones. At the behavioral level, it manifests itself through practices such as flexible multilateralism and the formation of thematic coalitions. These behaviors are influenced not only by material incentives but also by shared conceptions of appropriateness, legitimacy, and justice.

New bloc configurations can therefore be interpreted as attempts to renegotiate the normative structure of global governance. They do not necessarily seek to completely replace the existing international order, but rather to achieve greater inclusion of different political, institutional, and development models. In this sense, ideology continues to hold considerable analytical relevance, as it helps define how states understand their role within a transforming international system.

Identity and Values, the great return

Identity represents one of the fundamental concepts of the constructivist approach to international relations. It allows us to understand how world politics is not determined exclusively by the distribution of material power, but also by socially constructed meanings, collective memories, and shared cultural references.

An analysis of identity helps explain why states with similar material conditions may adopt profoundly different behaviors and why cultural, historical, and normative factors can exert an influence equal to, if not greater than, that of military or economic power. Identity, in fact, plays a decisive role in defining national interests, shaping foreign policy, and configuring global interactions.

In the case of macro-regions, the existence of a shared identity often forms the foundation of regional cooperation processes. However, such identities can come into tension with universalistic, globalist visions, generally associated with values promoted by the West.

One of the main tools through which Western values are disseminated globally is educational cooperation. The training of new foreign elites constitutes a long-term investment that serves strategic geopolitical interests. The United States and the United Kingdom continue to occupy a dominant position in the training of the future ruling classes of numerous countries.

Since 2022, the activities of Western educational institutions have intensified in Central Asia, where competition for access to resources and for counterbalancing Russian influence has taken on growing importance. Central Asian states, for their part, view these initiatives as opportunities to diversify their international partnerships and reduce dependence on individual external actors.

International development policies represent another vehicle for the dissemination of Western values. Previous versions of these strategies, however, have shown significant limitations, partly because they were based on the assumption of the existence of universal values applicable indiscriminately to profoundly different cultural contexts.

Recent developments in the international system suggest, however, that the only values truly shareable on a global scale are likely peace and the protection of human life, while there is a growing demand for respect for cultural diversity and for the right of states to autonomously choose their own development paths.

At the same time, the neoliberal logic of interdependence has often functioned as a tool for spreading a particular Western conception of the world presented as universally valid. The phenomenon of so-called cancel culture also fits into this context, having progressively shifted from digital platforms to the realm of international relations.

The use of cancel culture against Russia has shown how this practice can be applied not only to individuals but also to entire nations and cultural traditions. It tends to emerge especially when economic measures prove insufficient to produce the desired results and can serve as a tool for political pressure and information warfare.

Although originally associated with anti-colonial and anti-racist movements, cancel culture is interpreted by some observers as a form of cultural neo-colonialism, insofar as it grants certain actors the power to determine which behaviors are considered legitimate or illegitimate in international politics.

Paradoxically, rather than fostering mutual trust and dialogue, such practices risk fueling further antagonism. Excessive pressure to impose values, even when presented as universal, often tends to generate reactions of rejection and resistance.

In the Middle East, identity develops simultaneously at different levels: sub-state, state, and supra-state. Ideological projects such as Pan-Arabism and Pan-Islamism have sought to construct forms of belonging capable of transcending national borders, without, however, eliminating existing divisions.

Sectarian divisions, particularly those between Sunnis and Shiites, have taken on growing political significance since the 1979 Iranian Revolution, helping to redefine regional rivalries in terms of identity. At the same time, the decline of Pan-Arabism has shown how the interests of states and the logic of the international system have prevailed over aspirations for the political unification of the Arab world.

In Africa, identity issues remain deeply tied to the legacy of colonialism. State borders drawn by European powers have often ignored local ethnic and cultural realities, creating the conditions for conflicts, secessionist movements, and civil wars. In response to this situation, Pan-Africanism emerged, seeking to reclaim shared values and a collective African consciousness as the foundation for the continent’s political and economic integration.

In Central Asia, governments frequently use the language of values and identity as a tool to advance national interests. Relations with the European Union may be accompanied by references to democracy and human rights, while ties with the Islamic world are often emphasized through appeals to shared religious affiliation. At the same time, the region seeks to develop its own collective identity, promoting the idea of Central Asia as an autonomous actor in international relations.

The return of identities and values, their reaffirmation, and their reintegration into educational processes mark the advent of a world different from the one shaped by the Anglo-American hegemon, and today call upon peoples to prepare for the new multipolar world.

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