Viva la Repubblica, ma ora serve una fase (ri)Costituente
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Il settimanale tedesco Die Zeit apre con una domanda che non è proprio l’equivalente delle tette in copertina con cui hanno campato i settimanali italiani per decenni, ma per gli appassionati del genere forse è anche meglio: «L’ortografia è ancora importante?». Tra l’altro, se buttate un occhio all’immagine qui sopra, vi prego di notare la finezza del refuso nella testata sottolineato in rosso (io ovviamente ci ho messo ore ad accorgermene).
Ad ogni modo, il punto è questo: grazie all’intelligenza artificiale e ai correttori automatici, non è mai stato così facile scrivere senza fare errori. Dunque, perché dovremmo preoccuparci di studiare come scrivere correttamente? Si tratta ovviamente di una domanda retorica, cui seguono varie buone ragioni per non delegare anche questo compito alle macchine (o almeno non del tutto). Io però non riesco a non pensare al fatto che ogni volta che apro Netflix ci trovo una serie americana, «The Lincoln lawyer», il cui titolo in italiano – o meglio, in quello che vorrebbe essere italiano – recita così: «Avvocato di difesa». Il titolo. Su Netflix. Dove evidentemente, tra quelli che si occupano del mercato italiano, non c’è nessuno – un dirigente, uno scrittore, un correttore di bozze, un manovale, un facchino, un usciere, un parente o un amico di uno qualsiasi di questi qui – che abbia abbastanza dimestichezza con la nostra lingua da sapere che in italiano si dice «avvocato difensore» e non «avvocato di difesa» (sì, il fatto che il romanzo da cui è tratta la serie sia stato pubblicato in Italia con quel titolo vent’anni fa non è un’attenuante, per Netflix, semmai un’aggravante, per l’Italia; d’altra parte, se gli uffici del Quirinale funzionano come funzionano quando si occupano di questioni leggermente più delicate come il potere di grazia, posso io prendermela con chi decide i titoli delle serie tv?).
In realtà, non penso che un caso del genere si possa definire neanche un errore di ortografia, è evidente che qui non si tratta della correttezza della scrittura, che il problema è a monte, ma comunque, insomma, forse in Italia con l’intelligenza artificiale dovremmo essere un po’ meno schizzinosi dei tedeschi.
P.S. Volendo inserire il link all’articolo, che avevo letto sull’ipad in pdf, ho messo il titolo su google – Ist Rechtschreibung noch wichtig? – e come capita ormai sempre più spesso alla domanda ha risposto direttamente l’intelligenza artificiale: «Sì, l’ortografia è ancora fondamentale. Garantisce chiarezza, professionalità e rispetto nella comunicazione. Anche nell’era della correzione automatica e dell’intelligenza artificiale, testi corretti rimangono importanti per evitare malintesi e per lasciare una buona impressione sul lettore». Decida dunque il lettore se la risposta conferma o smentisce la tesi di cui sopra.
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La procura generale di Milano, dopo il supplemento di indagine sollecitato dal Quirinale, conferma il parere favorevole alla Grazia per Nicole Minetti e smentisce ogni dettaglio dell’inchiesta pubblicata dal Fatto. In sintesi: nessuna irregolarità nell’adozione del bambino, nessuna battaglia legale per ottenerlo, conferma del «grave quadro sanitario del minore», nessuna bugia sull’attività di volontariato svolta da Minetti.
Quanto all’avvocata dei genitori biologici del bambino morta in circostanze misteriose, non era l’avvocata dei genitori, bensì del figlio, ed era pure favorevole all’adozione. Infine «risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni».
Come si vede, una ricostruzione piuttosto circostanziata, che a questo punto suona inevitabilmente come una smentita non solo degli articoli del Fatto, ma anche dell’irrituale iniziativa del Quirinale, che avrebbe avuto mille possibilità per consultare la stessa procura, e al limite altri apparati, in modi più discreti e informali. L’idea che il capo dello stato abbia agito solo ed esclusivamente sulla base degli articoli del Fatto – e magari, ancora peggio, dei conseguenti tweet di vongola75 e torquemada76 – non suona per niente rassicurante.
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Ha retto fin quando ha potuto. Ma ora basta. Pina Picierno lascia il Pd che aveva contribuito a fondare diciotto anni fa. Troppa distanza tra la sua idea di un partito aperto e plurale, e questo Pd che giudica estremista, monolitico, indifferente al dissenso.
La notizia era attesa da settimane. La vicepresidente del Parlamento europeo non aveva certo nascosto le ragioni del suo dissenso: «Il Pd non è più la casa dei riformisti», ha detto al Foglio. Non è più capace di parlare a tutti (la mitica vocazione maggioritaria era questo), acconciandosi a «rappresentare una parte» del Paese.
Vocazione minoritaria, si potrebbe dire. La goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo era stata una frase di Elly Schlein – «La linea è una» – che le era parsa una mortificazione del dissenso, a malapena tollerato come un orpello invece di essere il tratto distintivo, anzi, il punto di forza, di un partito che si chiama democratico. «Chiedo, davvero con sincera curiosità: ma se “la linea è una” dove sarebbe lo spazio politico per posizioni diverse?», si era domandata un mese fa la vicepresidente del Parlamento europeo facendo intuire dove voleva andare a parare.
Il Nazareno l’ha ignorata da tempo. Le ha fatto terra bruciata intorno. Anzi: secondo varie fonti, è proprio dal Nazareno che sarebbe stata orchestrata una vasta campagna di delegittimazione di «Pina» essenzialmente sui social: quintali di odio, shitstorm a profusione. Critiche dietro le spalle: a Roma, a Bruxelles. Dove la ferita ha bruciato di più. La vicepresidente del Parlamento europeo trattata come una fastidiosa goccia cinese, con Nicola Zingaretti, l’uomo del Pd a Bruxelles, i rapporti sono deteriorato da quel dì.
La decisione di lasciare il Pd non è dunque un fulmine a ciel sereno. Così come non lo era stata per Elisabetta Gualmini e Marianna Madia (tre donne, chissà se è una casualità). Non va in nessun altro partito, Picierno, che però lascia il gruppo dei socialisti e democratici per approdare al Partito democratico europeo guidato da Sandro Gozi che sta nel gruppo parlamentare di Renew Europe: e la scelta di un gruppo liberal-democratico non è un’indicazione irrilevante. Il fatto è che in Europa prendono corpo movimenti che vanno nella direzione di uno spazio liberalprogressista.
Le intenzioni politiche di Picierno, al di là dei contenitori politici, sono quelle di costruire progressivamente un’area progressista e liberale. Lei non passa a Italia viva o a Azione. Almeno per adesso, pensa a uno «spazio pubblico» da porre a disposizione di un nuovo progetto. Perché per Picierno è evidente che il Pd schleiniano e il campo largo Schlein-Conte sono inadeguati a governare il Paese, distanti come sono da ciò che ci vorrebbe, cioè una piattaforma di riformismo radicale, moderno, europeo. Le vecchie ricette non bastano più. Temi nuovi vengono alla luce e con essi nuove esigenze. Perciò serve una piattaforma di governo innovativa e antipopulista. Ed europeista innanzitutto nel senso della difesa dal neoimperialismo di Vladimir Putin.
Qui si tocca un nervo scoperto. Troppa timidezza, se non ambiguità, di pezzi del Pd sull’Ucraina. A partire dalla segretaria «che non è mai andata a Kyjiv» e che ha spesso avallato scelte poco nette che hanno portato a spaccature tra i dem a Bruxelles. Col tempo i dissensi sono cresciuti. Ora basta. Si tratta di costruire qualcosa fuori dal Pd: recuperando proprio le ragioni del Pd originario, a partire dai valori liberali e pluralisti. Vedremo se seguiranno altre uscite dal partito di Schlein, vedremo se e quali dinamiche nasceranno tra i riformisti del Pd e quelli che ne sono fuori.
La novità comunque c’è. Pina Picierno lancia un segnale: questo Pd non è più quel Pd inclusivo nato diciotto anni fa. Forse va rifatto da un’altra parte.
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Gli Stati Uniti hanno avviato una riduzione dei propri contributi al Nato Force Model, il meccanismo con cui l’Alleanza atlantica pianifica le forze ad alta prontezza da impiegare in caso di crisi o conflitto. La decisione, comunicata in una nota del comando in Europa, rientra in un più ampio processo di rightsizing delle capacità statunitensi assegnate alla Nato e comporta una diminuzione del pool di forze statunitensi pre-allocate per scenari di emergenza.
Nel concreto, la misura riguarda la riduzione di assetti che includono aerei da rifornimento in volo, caccia, sistemi a pilotaggio remoto e unità navali. Si tratta, in larga parte, di capacità abilitanti – intelligence, sorveglianza, ricognizione e proiezione aerea e marittima – che costituiscono una componente essenziale della risposta militare Nato nelle fasi iniziali di una crisi ad alta intensità.
Non è un semplice aggiustamento tecnico. È il segnale di un riequilibrio più profondo della condivisione degli oneri operativi all’interno dell’Alleanza. La riduzione delle cosiddette enabling capabilities americane indica infatti una volontà di ridurre la dipendenza strutturale della Nato dalle risorse statunitensi, soprattutto nei settori che consentono la condotta di operazioni complesse su larga scala.
Il generale Alexus Grynkewich, comandante delle forze statunitensi in Europa e Comandante supremo alleato in Europa, ha spiegato che esisteva una «co-dipendenza non sana» nel Force Model basata sull’assunto implicito della disponibilità automatica di capacità americane in caso di crisi. Washington, ha spiegato, intende ridurre questa impostazione per rispondere alla possibilità di conflitti simultanei su più teatri operativi, in particolare Europa e Indo-Pacifico.
Reuters ha riportato che la riduzione riguarderebbe in modo significativo alcuni sistemi specifici, tra cui i caccia F-15 e F-15E e i droni MQ-9 Reaper e MQ-4, con un taglio sensibile della loro disponibilità per la pianificazione Nato. Si tratta di piattaforme centrali per le capacità di sorveglianza e superiorità aerea dell’Alleanza, la cui riduzione potrebbe incidere sulla densità iniziale delle operazioni in caso di crisi.
Dal punto di vista politico, la decisione si inserisce nella linea più volte espressa dall’amministrazione statunitense secondo cui gli alleati europei e il Canada devono assumere una quota maggiore della difesa convenzionale del continente. In questo quadro, la riduzione del contributo al Nato Force Model non implica un ritiro degli Stati Uniti dalla Nato, né una diminuzione del loro ruolo complessivo nella deterrenza europea, che resta ancorato a elementi strutturali come il comando integrato e la componente nucleare. Il punto centrale, piuttosto, riguarda la trasformazione del grado di «certezza operativa» su cui si è basata la pianificazione dell’Alleanza negli ultimi decenni. Se in passato le capacità americane erano considerate implicitamente disponibili e rapidamente integrabili nei piani Nato, la nuova impostazione riduce questa presunzione, spingendo gli alleati europei a colmare più direttamente i gap nelle fasi iniziali di una crisi.
In questo senso, il rightsizing del Nato Force Model non rappresenta una rottura dell’architettura atlantica, ma un suo riequilibrio progressivo. La Nato rimane un’Alleanza a leadership americana, ma con una crescente richiesta di autonomia operativa europea nelle capacità di combattimento avanzato e nelle funzioni abilitanti.
Più che un arretramento degli Stati Uniti dall’Alleanza, si tratta quindi di una revisione delle aspettative reciproche: Washington riduce la disponibilità pre-allocata di alcune capacità chiave, mentre gli alleati sono chiamati a garantire una maggiore prontezza autonoma nelle prime fasi di una crisi. Una trasformazione che non modifica la centralità della Nato nel sistema di sicurezza euro-atlantico, ma ne aggiorna in modo sostanziale il funzionamento operativo.
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Mentre in Italia centrodestra e centrosinistra, avvicinandosi le elezioni, rifluiscono naturalmente sulle posizioni delle forze più radicali, cioè più populiste e filoputiniane, persino nel partito di Donald Trump cominciano a emergere segnali di un risveglio, non dico delle coscienze, ma almeno dell’istinto di sopravvivenza, come dimostra il duro colpo assestato ieri dalla Camera dei rappresentati al presidente, grazie al voto di diversi deputati repubblicani, sia sull’Iran sia sull’Ucraina.
Dapprima una risoluzione approvata grazie a quattro repubblicani dissidenti chiede infatti al presidente di ritirare le forze americane dal conflitto con l’Iran o di ottenere l’approvazione del Congresso per continuare la guerra.
Poco dopo, nonostante l’opposizione della leadership repubblicana, ben sei esponenti del Gop e un indipendente si sono uniti ai democratici per portare in aula, contro la volontà dello speaker, un provvedimento mirato a imporre nuove sanzioni alla Russia e a fornire ulteriori aiuti all’Ucraina. Uno scatto tanto più significativo nel giorno in cui i droni di Kyiv infliggevano un nuovo colpo a quel che restava dell’immagine di invincibilità della Russia, colpendo San Pietroburgo nel bel mezzo del forum economico, la cosiddetta «Davos russa». Insomma, tanto i risultati sul campo quanto i loro riflessi politici interni dimostrano la crisi dell’asse trumputiniano. Prima o poi se ne accorgeranno anche giornali e partiti italiani.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.
Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.
È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.
Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.
Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.
Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.
L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.
Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.
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Mentre i pupazzi italiani dei ventriloqui moscoviti, forti di un credito immeritato di indipendenza, imperversano ogni giorno a reti unificate per celebrare la resistenza della Santa Madre Russia all’aggressione ucraina e per giustificarne, con dolente rassegnazione, le inevitabili rappresaglie, che senso ha censire tutti gli eventi mediaticamente minori, quando non insignificantemente minimi, in cui piccole organizzazioni russofile diffondono in modo semi-carbonaro la propaganda di guerra di Russia Today, malgrado dal 2022 un Regolamento europeo ne vieti la diffusione sul territorio dell’Unione?
Che senso ha chiedere che nell’oscurità di una bocciofila o di un teatro amatoriale, davanti a poche decine di persone, non si mostrino le presunte prove grazie a cui i canali ufficiali del Cremlino annunciano l’invasione prossima ventura della Russia da parte delle repubbliche baltiche, quando i Caracciolo, Travaglio, Di Battista, Orsini, D’Orsi e Basile possono dire tranquillamente, davanti a milioni di spettatori, le stesse o analoghe bestialità in nome del free speech anti-russofobo?
Insomma, se le diverse versioni domestiche di Russia Today sono più viste ed efficaci di quella originale, rubricare e denunciare le piccole violazioni di un Regolamento europeo non assomiglia a quello che nel calcio si definirebbe “fallo di frustrazione”, per l’impotenza di fronte al grande scandalo di un’informazione liberamente e ufficialmente prostituita alle ragioni di Mosca?
Qualcuno, anche tra i sostenitori della causa ucraina, ieri avrebbe potuto porsi queste domande assistendo alla presentazione in Senato del dossier “La Peste putiniana”, curato dall’Associazione Europa Radicale, con la mappa delle 205 violazioni, nei due anni tra la primavera del 2024 e quella del 2026, del Regolamento Ue 2022/350 del 1° marzo 2022, con cui si vieta la diffusione di programmi e prodotti di Russia Today e Sputnik in tutto il territorio dell’Unione.
Per ciascuno di questi eventi Europa Radicale ha inviato richieste ufficiali alle Prefetture e Questure territorialmente competenti per chiedere un intervento, non ricevendo quasi mai alcuna risposta. In 25 casi gli eventi sono stati annullati, in larghissima parte per le polemiche suscitate dalla mobilitazione delle comunità ucraine e per le polemiche scatenatesi sulla stampa locale, che hanno dissuaso quanti – enti pubblici o privati – mettevano a disposizione le sale per le proiezioni.
Alle domande sull’inutilità di questa certosina opera di raccolta, catalogazione e denuncia hanno implicitamente risposto Laura Botti e Silvja Manzi presentando il dossier e spiegando che l’inadempienza delle istituzioni italiane nel far rispettare il Regolamento europeo è semplicemente l’altra faccia della medaglia della negligenza con cui politica e informazione, anche quella non direttamente schierata col Cremlino, trattano la guerra ibrida russa, rifiutando di considerare la “dottrina Gerasimov” per quella che è – cioè una strategia militare non convenzionale, che integra l’inquinamento informativo e la destabilizzazione cognitiva nei sistemi d’arma a fini bellici – ma ragguagliandola a una forma particolare, ma non per questo illegittima, di propaganda politica.
Le violazioni sono piccole nelle dimensioni e negli effetti, anche se non nel numero, ma la loro impunità illumina un problema decisamente più grosso e sistemico.
Del resto in Italia, anche in questa fase estrema e potenzialmente terminale della parabola putiniana, il giudizio sul paranoico restauratore dell’imperialismo zarista e sovietico, acquartierato da quasi tre decenni ai vertici del regime russo, riflette le tendenze che mostrava ai suoi albori e non fotografa reali divisioni, se non quelle, puramente apparenti, tra i putiniani e i non-antiputiniani, tra chi sta dalla sua parte e chi non vuole stare dall’altra, tra chi afferma la sua statura mondiale e chi nega il suo rango criminale, tra chi lo difende e chi pensa che in fondo sia più pericoloso difendersene e provocarne l’orgoglio che tollerarne le intemperanze, sperando di tornare, primo a poi, al business as usual con la Russia.
Nel report di Europa Radicale, si definisce l’Italia come il ventre molle dell’Unione europea rispetto al pericolo putiniano e giustamente si addebita questa mollezza molto più a quanti da quattro anni si rifiutano di applicare la legalità europea che a quanti scelgono di violarla. È la stessa logica – denunciata ripetutamente da Europa radicale – per cui dal 2022 il governo italiano non ha revocato per indegnità le più importanti onorificenze della Repubblica riconosciute in passato ad alcuni ufficiali di collegamento del regime russo (il portavoce di Putin Dmitry Peskov, l’ambasciatore in Italia Alexei Paramonov). Sarebbe apparso uno sgarbo, meglio evitare. Allo stesso modo, meglio evitare di dare applicazione alla normativa europea, non approntandone i dispositivi normativi nazionali e lasciando che sia l’inerzia burocratica a fare il lavoro sporco che la politica non può apertamente rivendicare.
Ieri in Senato, chiamati a raccolta dal senatore di Azione Marco Lombardo, presentatore con Carlo Calenda dell’unica proposta di legge organica per l’istituzione di uno scudo democratico a difesa delle libertà costituzionali e dell’integrità del processo elettorale dalle ingerenze straniere, erano presenti alcuni dei pochissimi parlamentari che ritengono il contrasto alla guerra ibrida russa una questione di sicurezza nazionale: la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno (Pd), i senatori Filippo Sensi (Pd) e Ivan Scalfarotto (Iv), il segretario del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin e i deputati Benedetto Della Vedova (Più Europa) e Federica Onori (Azione).
Tutti hanno dato atto e reso merito al lavoro di Europa Radicale e indicato una strada – quella della denuncia puntuale delle inadempienze e delle complicità implicite del governo – che al momento non sembra troppo affollata, a dire il vero, neppure da parlamentari di opposizione.
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Scrivo questo articolo dopo aver cercato invano, per mezza giornata, di ricordarmi chi, e quando, e a proposito di cosa, avesse detto «I problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione». Potrebbe essere stato Alastair Campbell ma anche Daniele De Rossi, Loredana Berté ma anche Elena Ferrante. E qui già c’è un pezzo del problema.
Un pezzo del problema è quel Grande Indifferenziato per cui un capo del mondo non si esprime diversamente da un comico, una soubrette articola le stesse preoccupazioni d’un premio Strega, e a me una volta a settimana tocca il pezzo sulla società dello spettacolo in cui stiamo tutti con lo stesso telefono in mano ad accenderci la stessa telecamera in faccia e forse persino Giovanni Gronchi, con l’intelligenza artificiale nel telefono, si sarebbe messo a fare i video in cui buttava Vianello e Tognazzi nel cassonetto, come ha fatto Trump con Colbert.
Forse pensiamo che Trump abbia sfasciato tutto così come abbiamo per i più scemi anni della nostra vita creduto che il cattivo gusto l’avesse inventato Berlusconi, e invece era già tutto lì, era già tutto sfasciato, e loro somigliavano solo più di altri al presente, erano più bravi a rispecchiarlo.
Forse stiamo, ormai da anni, scambiando retrospettivamente per rispettabilità e contegno e senso delle istituzioni quella che era semplicemente mancanza di occasioni. Non avevano più rispetto del ruolo: avevano il telefono a disco.
I problemi di comunicazione, dunque, non sono problemi di comunicazione.
Di che natura è il problema per cui ho da giorni i commenti Instagram pieni di gente che ritiene che, se un ospite della Gruber, incarnando in maniera perfettissima il cliché dell’ospite della Gruber, dice che l’Italia è complice del genocidio, di gente che ritiene che quell’ospite non sia la copia di mille riassunti ma un eroico controcorrentista che dice che il re è nudo?
Di che natura è il problema per cui Francesco De Gregori non può dire che lui non vuole fare il juke-box delle opinioni politiche così i direttori di giornale son contenti perché le opinioni politiche li attizzano più delle canzonette e i cronisti hanno la soddisfazione rara di vedere il pezzo di spettacoli strillato in prima pagina, di che natura è il problema per cui non può dirlo senza trovarsi coi postulanti di sinistra che non smetteranno di dirsi delusi finché non scandirà ge-no-ci-dio come un ospite della Gruber, e quelli di destra scriveranno che lui dice che ha le idee confuse ma mica è quel che pensa, macché, è una frase in codice che significa che trova Netanyahu un simpaticone, loro lo sanno, loro hanno la crittografia?
Di che natura è il problema dei feticisti della parola genocidio, convinti che se tutti diranno tutti insieme la parola più detta del momento, la parola più instagrammata, più pronunciata pubblicamente, più slabbrata, più ripetuta allo sfinimento, se invece dell’ottantacinque per cento dell’opinione pubblica italiana la ripeterà il cento per cento, allora sì avremo la pace nel mondo?
Di che natura è il problema per cui in ventisei anni siamo passati da “Miss Detective”, film in cui Sandra Bullock era un’infiltrata dell’FBI a un concorso di miss e sbeffeggiava le reginette di bellezza che tutte, come massimo cliché analfabeta e velleitario, nel loro discorsetto dicevano di volere la pace nel mondo, a questo presente in cui la pace nel mondo la sospirano come miss Molise intellettuali e artisti ed editorialisti e gente che si accende la telecamera del telefono in faccia?
Di che natura è il problema per cui se la spari grossissima – tipo: se per iperbole e gusto della battuta ipotizzi che tutto il casino sulla grazia alla Minetti discenda dall’aver il Quirinale visto i tweet di Vongola75 e aver per ciò messo in dubbio il lavoro della procura, senza che siano necessariamente veritiere le notizie che hanno scandalizzato la cara Vongola – poi finisce che la battuta era una cronaca? (Hanno prima iniziato a essere le battute mere cronache o i fatti di cronaca a essere buffonate?).
Di che natura è il problema di quelli, giornalisti americani perlopiù, che l’altro giorno, due ore dopo la notizia del giudice che stabiliva che il nome di Trump venisse tolto dal Kennedy Center, ripostavano come potesse esser vero il video delle gru che toglievano le cinque lettere dalla facciata e sotto c’erano gli elettori democratici che applaudivano? (L’intelligenza americana scarsissima in colonne sonore non aveva aggiunto «e cancello il tuo nome dalla mia facciata, e confondo i miei alibi e le tue ragioni»).
E soprattutto di che natura è il problema mio, che da svariati paragrafi sento riecheggiare la voce di Monica Vitti che in “Dramma della gelosia” chiede allo psicologo della mutua «di che natura è il mio male: è un disturbo neurovegetativo o è che sono mignotta?», e spero che nessuna delle persone citate abbia familiarità con la filmografia di Scola e mi faccia quindi scrivere da un avvocato che m’accusi d’aver neanche troppo velatamente dato della mignotta al suo cliente.
Non sono riuscita a ricordarmi chi avesse detto che i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, però ho letto su Chi un’intervista in cui Dalia Gaberscik parla di tutti i cantanti e non solo sulla cui comunicazione ha lavorato per anni, e non la cito per chiedere di che natura sia il problema per cui l’intervistatore, quando lei racconta l’emozione di lavorare con Paul McCartney, sceglie di interromperla con un nome dello stesso identico preciso campionato di leggendarietà, «Ha anche lavorato con Ibrahimovic a Sanremo».
La cito perché, pur non ricordandomi chi fosse quello o quella per cui i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione, mi pare che a un certo punto la Gaberscik dia una risposta al problema che abbiamo, che forse è di sopravvalutazione di roba che ormai viene guardata al cesso e non sappiamo cosa sia vero, cosa sia artificiale, cosa sia barzelletta, cosa sia enciclica, e non ce ne frega niente di capirlo perché nello sbriciolamento di tutto sarà arrivata una nuova fine del mondo entro un quarto d’ora che ci farà dimenticare quella d’un quarto d’ora fa: «Il mondo è pieno di gente che comunica anche male e ha una carriera radiosa, non è mica detto».
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È il dibattito culturale del momento, ed è nato quasi per caso. A fine maggio, al Teatro Out Off di Milano, Francesco De Gregori presenta “Nevergreen”: un docufilm, un disco dal vivo, una serie di concerti per pochi intimi tra Roma e Milano. I giornalisti lo incalzano sul caso del giorno: Bruce Springsteen, che apre il “Land of Hope and Dreams Tour” dichiarandosi contro l’amministrazione Trump. De Gregori risponde di getto, e da una settimana quelle parole rimbalzano dai social ai giornali fino alle grandi firme dei quotidiani, ma nessuno sembra aver colto fino in fondo il senso di quelle parole. Vale la pena, mentre il dibattito è ancora aperto, provare a mettere ordine.
Cosa ha detto davvero
Spogliato dalla riformulazione mediatica, il discorso ha due nuclei e un ponte tra i due. Il primo nucleo potremmo definirlo “epistemico-etico”. Le questioni internazionali, dice De Gregori, vanno analizzate con cura; schierarsi «in maniera netta e apodittica» tradisce la complessità dell’oggetto. E lui stesso confessa di avere idee confuse, citando il «contengo moltitudini» di Whitman come rivendicazione del diritto al dubbio. Non è un attacco all’impegno civile in quanto tale: è un attacco alla forma rigida del pensiero unico, e una professione di onestà conoscitiva contro le certezze sospette.
Il secondo nucleo riguarda invece la forma comunicativa. Il proclama dal palco – o l’appello firmato – lo lascia indifferente perché trova inadeguato il dispositivo stesso. E rilancia con la domanda più tagliente, quella meno ripresa eppure più radicale: non capisce gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, perché non è già abbastanza sensibile per conto suo? Qui c’è il rifiuto netto della postura pedagogica dell’artista verso l’ascoltatore.
A cavallo tra i due sta il passaggio sui titoli. «Che titoli ha un uomo di spettacolo per dare lezioni?» è la frase più ripresa, ed è interessante perché “titolo” può significare al tempo stesso “credenziale” o “legittimazione”: ciò che ti permette di parlare con cognizione e ciò che ti dà il diritto di parlare agli altri. Letto in un senso si salda al primo nucleo (l’artista non sa abbastanza); letto nell’altro al secondo (l’artista non ha diritto di insegnare). De Gregori usa il termine sfruttando entrambi i significati, forse consapevolmente. È in quell’ambivalenza che il discorso acquista vera profondità: non difende un pudore personale, mette in questione la nozione stessa di autorità artistica in democrazia.
Per leggerlo nel modo giusto, però, bisogna evitare due tentazioni speculari. La prima è quella nichilista: se nessuno ha titoli per parlare, allora tutti tacciano. È la conclusione che si ricava se si interpreta il «che titoli ha?» come domanda retorica universale, ma è una conclusione che si autocontraddice nel momento stesso in cui viene enunciata pubblicamente, e che svuota di senso l’idea stessa di sfera pubblica democratica. La seconda è quella tecnocratica: se non ce li hanno gli artisti, ce li hanno gli esperti, gli analisti, gli accademici, i diplomatici. È rassicurante, ma trasforma la politica in amministrazione e i cittadini in audience da plasmare. La via stretta tra i due è una posizione che De Gregori implica senza enunciarla (ed è con questo silenzio che presta il fianco alle critiche più centrate): i titoli esistono, ma sono diffusi tra i cittadini in quanto tali, nessuno è autorizzato a esercitare un’autorità pedagogica sugli altri. È il senso di quel «non è abbastanza sensibile per conto suo?»: una fiducia nella maturità politica del pubblico che non è disimpegno, è il contrario del disimpegno. Lascia però un fianco scoperto: la presunzione che esista una distinzione netta tra «proclama dal palco» e «canzone civile», su cui torneremo.
L’assordante silenzio della politica
Sul fronte delle reazioni, l’aspetto più significativo è ciò che non è successo: nessun politico di prima fila si è pronunciato, considerando il terreno minato: schierarsi a favore o contro De Gregori significava esporsi a contraccolpi su Gaza, su Trump, sul ruolo della cultura nella propaganda. I politici hanno preferito che il dibattito restasse prevalentemente in ambito culturale con il risultato paradossale che chi del posizionarsi ha fatto il proprio mestiere ha scelto il silenzio.
Tre modi di rispondere
Le reazioni del mondo dello spettacolo sono andate dal totale fraintendimento all’«alta fedeltà».
Enzo «coda-di-paglia» Iacchetti, esposto da mesi sul tema Gaza e da ospite nei talk televisivi in servizio permanente, ha scritto sotto un post Instagram del Fatto Quotidiano: «grande cazzata, l’uomo di spettacolo è un uomo che pensa al mondo e al futuro dei suoi figli, che delusione che sei». Tre righe, zero argomenti: un colpo di bandiera, perdendo l’occasione per dire qualcosa all’altezza della sfida intellettuale lanciata dal cantautore romano.
Morgan ha fatto qualcosa di più approfondito, anche se sbaglia le citazioni del repertorio di De Gregori. Gli rimprovera di non capire perché gli artisti debbano schierarsi, cita Gaza, parla di indifferenza grave e porta in soccorso “La donna cannone” e “La leva calcistica della classe ’68” come prove dell’impegno passato del Principe. Ma quelle canzoni non sono proclami e sono “politiche” solo in senso lato: un inno all’amore e alla libertà e una poesia sull’adolescenza. Confondendo l’impegno civile con il proclama dal palco, Morgan finisce per dimostrare il punto di De Gregori invece di confutarlo.
Vasco Rossi, dal palco di Rimini, ha fatto il commento più rispettoso. Ha riconosciuto la legittimità della posizione altrui senza condividerla, e ha rivendicato la propria: le sue canzoni parlano da sole, lui si schiera attraverso quelle. Ha definito De Gregori «un poeta, non un politico». Sembra una formula di cortesia, è una distinzione concettuale: lo legge come voce situata, non come piattaforma da combattere. È stato, paradossalmente, il più coerente con lo spirito di un discorso che diceva di non condividere.
Il dittico del Corriere (e oltre)
Sul versante delle “grandi firme”, il Corriere della Sera si distingue dalle altre testate costruendo un dispositivo a due voci. Il 31 maggio Antonio Polito scrive un pezzo più «politico»: parla con qualche ragione di «sinistra illiberale», legando le polemiche che hanno investito sia Francesco De Gregori, sia Erri De Luca, e denuncia la «shitstorm» abbattutasi su chi ha rivendicato il diritto di non schierarsi. Coglie con precisione il punto più radicale – la critica alla pedagogia del palco – e lo usa come clava contro una parte. Il giorno dopo Walter Veltroni, vecchio amico personale di De Gregori (testimone alle sue nozze nel 1982, decennale collaborazione all’Unità), si colloca su un altro livello: mette al centro la citazione di Whitman, il diritto al dubbio, la complessità come sfida antropologica del nostro tempo.
Veltroni è uno dei commentatori che ha letto De Gregori con maggiore aderenza testuale. Coglie il nucleo epistemico, distingue tra pensiero totalitario e impegno civile, cita “Il fischio del vapore” con Giovanna Marini come prova di una sensibilità intatta. Ma elude i passaggi più scomodi: non parla mai di Springsteen, non cita la frase sul pubblico già sensibile, non affronta le idee confuse. Costruisce una versione presentabile del discorso, quella che il proprio campo può accettare senza traumi. Polito fa il Polito e polarizza, Veltroni fa il Veltroni e concilia: una raffinata operazione editoriale.
Sul fronte aperto da Polito si è inserito poi, da Linkiesta, Cataldo Intrieri con un pezzo che ha il coraggio di puntare l’indice dove va puntato. Ripercorre il celebre processo del Palalido del 1976 – quando estremisti di Autonomia Operaia invitarono De Gregori dal palco a suicidarsi come Majakovskij – e lo usa come specchio dei nostri giorni, dato che oggi qualcuno gli sta facendo lo stesso processo sul suo silenzio su Gaza. Ma il colpo più radicale è un altro: Intrieri nomina esplicitamente quello che Polito aveva soltanto adombrato, il fatto che parte della pressione conformista a schierarsi su Gaza pesca, oggi, in «una grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria»: il re è nudo.
Schierati, ciascuno a modo suo
Più interessanti, per ragioni diverse, le posizioni di tre testate con una matrice identitaria forte. Da una parte, Il Foglio ha scritto un elogio della ritrosia contrapponendo Dylan a Springsteen, il Principe italiano agli attivisti di stadio. È stato l’uso più scoperto: De Gregori arruolato come testimone interno al campo avverso, con un sottotesto retorico che potremmo riformulare così: «anche a sinistra qualcuno ha capito». Operazione classica, efficace perché l’autorevolezza dell’eretico si misura sulla provenienza.
Dall’altra, al Fatto Quotidiano la traiettoria è stata più tortuosa. Dopo aver rilanciato per giorni gli attacchi a De Gregori, il giornale ha chiuso la settimana con un lungo pezzo non di una firma di punta ma del cronista Marco Pasciuti, che ricostruisce cinquant’anni di rifiuti dell’incasellamento: dal processo del Palalido nel ’76 al «no, grazie» a Craxi che voleva “Viva l’Italia” come inno socialista, fino alla dedica «A M., con autonomia» di “Signor Hood” per Marco Pannella. È stata, forse, la difesa più autonoma dalle esigenze del campo: storicizzante invece che ideologica.
Massimiliano Coccia nel podcast “Quel che resta del giorno” su Linkiesta si è mosso su un terreno interessante. Difende De Gregori con argomenti vicini a quelli del Foglio, ma sposta il discorso dal piano della rissa contingente a quello della diagnosi culturale. Parla di «tempo claustrofobico dell’attivismo» in cui «nessuno si ricorda di chi ha vinto Cannes», ma «compiliamo liste di proscrizione di chi non si è schierato contro il genocidio a Gaza» – la stessa pressione conformista che Intrieri definisce «voglia di antisemitismo»; di una «società di autodichiaranti» incapace di «trasformare la propria disperazione in arte». È un salto qualitativo: il problema non è più chi ha ragione tra De Gregori e Springsteen, è la povertà simbolica di un’epoca che ha sostituito la produzione culturale con la performance identitaria. E quando osserva che De Gregori «viene da una tradizione culturale in cui la profondità contava molto più della visibilità», il riferimento a una sinistra che non esiste più – quella della cultura come spessore e non come segno di riconoscimento – è evidente. Da qui la denuncia conclusiva: manca «il coraggio di intestarsi una complessità e agire dentro quella complessità».
Una voce dissonante è venuta da Luca Sofri, che sulla sua newsletter “Canzoni” ha contestato l’impianto stesso del ragionamento di De Gregori. Tutti i pensieri che assumono «separazioni categoriche tra le cose della realtà», tra artisti e non artisti, tra argomenti politici e non, tra proclama dal palco e canzone civile sono fallimentari. Dire «Trump sta devastando l’America», per Sofri, non è categorialmente diverso dallo scrivere “Imagine” o “Generale”. È il fianco scoperto che avevamo segnalato: il rifiuto del proclama dal palco presuppone una distinzione formale tra modalità di intervento, che è meno netta di quanto De Gregori la presenti. Non azzera la sua lettura, ma vi mette di fronte un punto che neanche l’intervento di Coccia – che pure è quello intellettualmente più ricco – aveva colto.
De Gregori e i suoi specchi
Resta una cosa, ed è certamente la più singolare e probabilmente la più importante. De Gregori ha costruito un discorso per sottrarsi alla logica di campo: niente lezioni, niente proclami, «contengo moltitudini»… Eppure il discorso è stato immediatamente catturato dalla logica che voleva evitare. Iacchetti lo ha letto come tradimento di un fronte, Polito come prova di un altro, Il Foglio come arma anti-sinistra. Persino Veltroni, l’amico, lo ha difeso ricontestualizzandolo dentro un perimetro accettabile per il proprio pubblico. Tutti, o quasi, l’hanno usato per posizionarsi; quasi nessuno l’ha discusso per quel che è.
È la più classica delle eterogenesi dei fini: il discorso anti-arruolamento per antonomasia è diventato la bandiera di arruolamenti contrapposti. E anche per questo conferma la tesi che voleva sostenere: il dispositivo mediatico costringe alla semplificazione, e nessuno, nemmeno chi lo denuncia, ne esce indenne. Quello che resta della polemica è una piccola dimostrazione plastica di ciò che De Gregori aveva enunciato. Le sue parole sono state contestate, difese, strumentalizzate, ammorbidite, rilanciate: tutto, tranne che comprese nel loro significato più profondo.
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Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.

Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania.
Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista.
Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.

Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026.
L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand.
Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026.
Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.
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Da qualche giorno la patrimoniale è di nuovo al centro del dibattito. La segretaria del Partito democratico ne ha riaperto il dossier, immaginandola sui grandissimi patrimoni e coordinata a livello europeo; più a sinistra, una proposta di legge di iniziativa popolare chiede un prelievo dall’uno al tre e mezzo per cento sui patrimoni oltre i due milioni di euro, prima casa esclusa. Dalla maggioranza la risposta è arrivata in poche ore e sempre uguale: «vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani». Due slogan speculari, e in mezzo il vuoto.
Ed è tutto qui. La patrimoniale, così com’è agitata, è una misura che lavora sul sentimento più che sul gettito. Una parte dei grandi patrimoni è immobilizzata – immobili, partecipazioni, beni non liquidi – e un’imposta sul valore costringerebbe molti a smobilizzare per pagarla, con effetti distorsivi sul mercato e un incasso reale assai più modesto del clamore che la circonda. Ma il danno più sottile è un altro: brandita come bandiera, la patrimoniale consegna al governo l’arma perfetta. Quella del «partito delle tasse». E così copre il dato che la maggioranza non racconta volentieri: nel corso di questa legislatura la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del Pil, il livello più alto dal 2014. Era stata promessa la riduzione delle tasse. È arrivato il record.
Perché il punto vero non è chi pagherebbe troppo poco in un’imposta che non esiste. È che tassiamo male il reddito che esiste già. Il fisco italiano tratta in modo diverso redditi di pari ammontare: chi lavora paga l’imposta progressiva, chi rientra nella flat tax delle partite Iva paga un’aliquota fissa e più bassa. Due persone che guadagnano la stessa cifra versano somme diverse a seconda della casella in cui finiscono. È un’asimmetria orizzontale che viola il principio più semplice della giustizia fiscale – a parità di capacità contributiva, parità di prelievo – e che produce un secondo effetto perverso: la soglia oltre la quale il regime agevolato scade scoraggia la crescita. In un Paese di imprese troppo piccole, in un momento che impone maggiori dimensioni d’impresa, finiamo per premiare chi resta minuscolo.
Lo paga il dipendente che, a parità di reddito col vicino di scrivania diventato partita Ivs, versa di più. Lo paga il professionista onesto che concorre con chi sta sottosoglia per scelta fiscale e non produttiva. Lo paga l’impresa che non cresce per non perdere il vantaggio. E lo pagano, alla fine, i servizi: perché ogni distorsione che lascia sfuggire gettito è una corsia d’ospedale in meno, un asilo che non apre, una pensione che non sale.
C’è una terza via tra la patrimoniale-simbolo e lo slogan del «mai più tasse» che nasconde il 43,1 per cento. Si chiama riforma fiscale, ed è esattamente ciò che il Pnrr chiedeva e che questa legislatura non ha realizzato: la delega è passata, ma la sostanza – il riequilibrio strutturale del prelievo – si è dissolta in piccoli aggiustamenti, lasciando intatte le asimmetrie. Una riforma seria tassa il reddito nel momento in cui si forma, evitando di trattare le rendite con aliquote proporzionali e il lavoro con la progressività; riconduce a unità ciò che oggi è frammentato; restituisce verità al principio della capacità contributiva. E ha un alleato che la patrimoniale non avrà mai: la lotta all’evasione. Gli strumenti d’indagine di cui oggi disponiamo – fatturazione elettronica, tracciabilità, incrocio delle banche dati – permettono di aggredire un sommerso che vale ancora tra i novantotto e i centodue miliardi di euro, di cui oltre trentacinque miliardi annui concentrati nell’Irpef di autonomi e imprese individuali, dove la propensione all’evasione resta particolarmente elevata. Lì c’è il gettito. Non in una nuova imposta sugli umori.
Ed è qui che il fisco smette di essere una questione tecnica. Un prelievo ingiusto non perde solo entrate: disincentiva la crescita, mette l’onesto in concorrenza col protetto, e affama le riforme che dovrebbe finanziare. Welfare, lavoro, sanità, crescita: non sono capitoli separati, e nemmeno il fisco lo è. Tassare bene è la condizione perché il resto regga. Tutto si tiene, o niente regge.
La patrimoniale fa sentire qualcuno più giusto per una stagione. Una riforma fiscale ben congegnata fa funzionare un Paese per una generazione. Non è la stessa cosa – e non è nemmeno vicina.
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«Probabilmente è più preoccupante vedere il ritiro delle armi convenzionali americane dall’Europa». È da questa osservazione di Michal Onderco, professore di relazioni internazionale alla Erasmus University Rotterdam, che si può leggere la notizia riportata dal Financial Times sull’ipotesi di un possibile ampliamento della partecipazione europea alla condivisione nucleare della Nato. Un’ipotesi che riguarderebbe, secondo il quotidiano britannico, l’estensione ad altri alleati del sistema che consente a determinati Paesi di utilizzare aerei dual-capable, cioè in grado di trasportare armamenti nucleari statunitensi.
A prima vista, si tratta di una notizia che potrebbe suggerire un rafforzamento della postura nucleare americana in Europa. In realtà, la chiave di lettura è meno lineare: più che un’espansione imminente dell’ombrello nucleare, ciò che emerge è un tentativo di rassicurare gli alleati in una fase di crescente incertezza sul futuro della presenza militare degli Stati Uniti sul continente.
Come ricorda il professor Onderco, «esiste un dibattito più ampio e di lungo periodo sull’allargamento della partecipazione degli alleati europei alla deterrenza nucleare». Negli ultimi anni questo dibattito si è tradotto in richieste sempre più esplicite di un maggiore coinvolgimento degli alleati non nucleari nelle esercitazioni, oltre che in forme di supporto convenzionale alle missioni nucleari della Nato. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, queste pressioni si sono intensificate soprattutto da parte dei Paesi dell’Europa centro-orientale.
Ecco perché l’interesse di Paesi come Polonia e Stati baltici non è una sorpresa. «Soprattutto dopo l’invasione russa del 2022, si sono moltiplicate le richieste, in particolare dall’Europa centrale, di ampliare il gruppo di Paesi coinvolti nella condivisione nucleare almeno attraverso la certificazione degli aerei a doppia capacità», osserva ancora Onderco.
La novità, semmai, riguarda il contesto politico attuale. Negli ultimi mesi, diversi alleati europei hanno iniziato a interrogarsi con maggiore insistenza sulla solidità delle garanzie di sicurezza americane. Non tanto per una rottura dell’alleanza, quanto per la percezione di un possibile riequilibrio strategico degli Stati Uniti verso altre aree del mondo, a partire dall’Indo-Pacifico.
«Siamo in un momento particolare in cui gli alleati europei degli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dell’affidabilità delle garanzie americane», sottolinea il professore. È in questo clima che si inserisce la discussione sull’eventuale apertura a nuovi Paesi nel meccanismo di condivisione nucleare. Una discussione che, almeno nelle intenzioni di Washington, potrebbe servire a rafforzare la percezione di continuità dell’impegno americano nella difesa dell’Europa.
Secondo questa lettura, l’eventuale ampliamento della partecipazione nucleare avrebbe soprattutto una funzione politica: attenuare le preoccupazioni europee legate a possibili riduzioni della presenza militare convenzionale statunitense sul continente. «Questo può essere visto come un tentativo di rassicurare tali preoccupazioni», osserva ancora Onderco, pur avvertendo che la sua efficacia resta tutta da verificare.
Il punto centrale del ragionamento riguarda proprio la distinzione tra deterrenza nucleare e difesa convenzionale. Per molti governi europei, infatti, il problema non è la credibilità ultima dell’ombrello nucleare americano, ma la possibile riduzione degli strumenti militari tradizionali che garantiscono la sicurezza quotidiana del continente.
«Per gli europei è probabilmente più preoccupante vedere il ritiro delle armi convenzionali americane dall’Europa», afferma Onderco. È una frase che sintetizza un cambiamento più profondo nella percezione strategica europea. Le armi nucleari rappresentano la garanzia estrema, quella che interviene nello scenario più grave. Ma la deterrenza reale, quella che funziona ogni giorno, è fatta di presenza militare, capacità logistiche, difesa aerea, intelligence e prontezza operativa.
Da questo punto di vista, la discussione sul possibile allargamento del nuclear sharing appare meno come una svolta e più come un segnale politico in una fase di transizione. Gli Stati Uniti cercano di mantenere saldo il legame con gli alleati europei mentre rivedono la distribuzione globale delle proprie priorità strategiche. L’Europa, dal canto suo, si confronta con la necessità di aumentare il proprio peso nella difesa convenzionale.
Il risultato è un equilibrio ancora in costruzione: più visibilità della deterrenza nucleare americana, ma anche maggiore incertezza sul futuro della presenza convenzionale degli Stati Uniti sul continente europeo. Ed è proprio in questo scarto che si inserisce la lettura più rilevante della notizia.
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Dopo ben quattro rinvii, l’Unione Europea è pronta a dotarsi di un primo pacchetto di misure che la avvicinino alla sovranità tecnologica.
Il Tech Sovereignty Package, così si chiama il provvedimento elaborato dalla Commissione europea, formalizza le proposte per ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, in particolar modo da quella americana, dopo l’aperta ostilità mostrata dall’amministrazione Trump già dal suo insediamento e i sempre più difficili rapporti commerciali, segnati dalla politica dei dazi imposti dalla Casa Bianca.
Di certo, la Commissione non si farà molti amici a Washington, ma anche a Pechino, dopo la pubblicazione del testo che, secondo le indiscrezioni toccherà ampi settori, dal cloud computing alla realizzazione e gestione dei sempre più indispensabili data center, dalla produzione dei chip a quella di software, fino al velocissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dove l’Europa appare già fuori dai giochi se non fosse per gli LLM della francese Mistral o il genio di Yann LeCun.
All’interno del pacchetto sulla sovranità tecnologica, secondo gli esperti le misure più incisive sono proprio quelle contenute nel Cloud and AI Development Act, poiché prevedono in settori ritenuti strategici l’utilizzo di hardware e software che siano sviluppati nei ventisette Paesi della Ue. La Commissione, secondo la Reuters, suggerirà per ragioni di sicurezza di escludere Amazon, Google e Microsoft dalle gare di appalto pubbliche, con l’introduzione di criteri non più legati al miglior prezzo ma, appunto, al luogo di sviluppo.
A ciò dovrebbe aggiungersi una maggiore tutela dei dati personali dei cittadini europei, con un ulteriore barriera indiretta per gli hyperscaler della Silicon Valley e come risposta al Cloud Act fatto approvare da Donald Trump già nel suo primo mandato, con l’obbligo di condividere i dati con le autorità americane, anche nel caso in cui siano conservati in server al di fuori degli Stati Uniti. Cioè, i dati di milioni di europei raccolti dalle aziende americane sono da tempo nella disponibilità del governo di Washington.
L’introduzione del Tech Sovereignty Package non risolverà da solo il problema della dipendenza tecnologica dell’Europa, sono svariati gli ostacoli di tipo economico, giuridico, politico da superare ed è molto probabile che la reazione di Trump sarà immediata. Secondo Katja Bego, ricercatrice dell’istituto Chatham House interpellata dalla newsletter Il Mattinale Europeo, per esempio con un’ulteriore ritorsione su Asml, l’azienda olandese che domina il mercato mondiale dei macchinari per la produzione dei semiconduttori. La dipendenza europea dall’infrastruttura digitale americana, però, ha raggiunto dimensioni che non sono più tollerabili e che preoccupano i leader europei.
Le importazioni di servizi di proprietà intellettuale dagli Stati Uniti hanno raggiunto i duecento miliardi di dollari annui, la Germania da sola paga mezzo miliardo di euro l’anno in licenze Microsoft e su cento modelli di IA rilasciati nel 2025, solo uno è made in Europe. La situazione non migliora nei confronti della Cina: nei primi tre mesi dell’anno il deficit commerciale con Pechino ha raggiunto i 145 miliardi di euro, in gran parte dovuto all’acquisto di macchinari e auto elettriche, con alto tasso di tecnologia. «Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che mantengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi», ha dichiarato Ursula von der Leyen.
Le soluzioni a cui Bruxelles sta lavorando sono di varia natura. In materia di cloud, secondo Politico, i ventisette Paesi sarebbero indotti a obbligare la loro pubblica amministrazione a testare l’eccessiva dipendenza da aziende extra Ue. Questo aiuterebbe a prepararsi per un eventuale “disconnessione” dalla rete internet a più riprese minacciata da Trump, visto che Amazon, Microsoft e Google da sole detengono due terzi dei servizi cloud continentali.
La Commissione studia anche la revisione della legge sui microchip come primo passo per favorire la produzione su larga scala in Europa grazie a uno snellimento delle procedure di autorizzazione di accesso ai finanziamenti pubblici, in modo da contrastare la sempre più ciclica carenza di forniture. Un’altro passaggio decisivo della nuova strategia europea dovrebbe essere il favorire l’adozione di tecnologia open source, in modo da ridurre la dipendenza da un solo fornitore e la collaborazione tra istituzioni, sviluppatori, produttori europei.
Tutto ciò richiede tempi lunghi, alcune parti del pacchetto potrebbero impiegare un anno per diventare legge. E tutto ciò ha un costo. Si stimano come necessari almeno duecento, duecentoventi miliardi di euro entro il 2036. Soldi che la Commissione Ue non ha e che dovrebbero mettere i singoli Paesi o gli investitori privati. Senza rischiare che la sovranità digitale si trasformi in un protezionismo antistorico e senza sottovalutare che i colossi d’Oltreoceano proveranno a giocarsi le proprie carte. Anzi, già lo fanno, favorendo accordi di collaborazione con partner locali, ma di cui mantengono il controllo.
L’attivismo europeo produce di per sé risultati, dunque. Non può essere del tutto casuale, così, che Anthropic dopo l’iniziale chiusura e vista la forte insistenza di Bruxelles proprio in queste ore abbia allargato l’accesso a Mythos, il suo modello di intelligenza artificiale con capacità avanzate in ambito cyber, a diverse agenzie Ue e a sei Paesi dell’Unione, tra cui l’Italia.
Al tempo stesso è ormai chiaro anche Oltreoceano che l’intelligenza artificiale avrà bisogno di limitazioni, di normative. Donald Trump martedì ha firmato in sordina l’atteso ordine esecutivo sull’IA, una direttiva meno rigorosa di quella che due settiimane fa David Sacks e aziende come OpenAI erano riusciti a stoppare, ma che comunque introduce un primo controllo con la richiesta di sottoporre i nuovi modelli a una revisione volontaria del governo trenta giorni prima del rilascio al pubblico. Da Trump tutto ci si può attendere, ma d’ora in poi negare all’Europa regolamentazioni simili sarebbe poco digeribile.
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Se il domani è già qui, non ha fretta di distruggere il passato, ma ha quantomeno urgenza di migliorarlo. Al Festival di Gastronomika 2026, il motore immobile delle discussioni non è stata la nostalgia, bensì l’ottimismo: quella capacità squisitamente umana di guardare ai dati, alle criticità e ai mercati con lucidità, trovando soluzioni concrete dove prima c’erano solo ostacoli.
Attorno al tavolo intitolato, non a caso, “Domani è già qui”, si è riunita una nuova generazione di professionisti, startupper, comunicatori e produttori con l’obiettivo di dimostrare che l’innovazione tecnologica e la sostenibilità non sono nemiche della tradizione, ma le sue più grandi alleate.
La tradizione accelerata
Dietro ogni grande piatto c’è una filiera che soffre, resiste e si evolve. Lo sa bene Silvia Tovo, una delle cinque sorelle alla guida di Meracinque, che porta nel mondo del riso Carnaroli Classico la rivoluzione dello smart farming e del prodotto micronaturale. Nella loro tenuta nel Mantovano, l’agricoltura non aspetta la natura, ma la asseconda con la massima precisione tecnologica. «Le sfide del cambiamento climatico e della scarsità ci spingono a studiare e a essere flessibili», spiega Silvia. «Il nostro ottimismo sta nel voler creare un distretto del Carnaroli Classico, attirando altri agricoltori e diffondendo il nostro know-how».

L’agricoltura del futuro, tuttavia, deve anche saper vendere. È il nodo affrontato da Valentina Suligoj, fondatrice della start-up Verde. Il suo salad bar nasce con l’obiettivo ambizioso di promuovere l’agricoltura rigenerativa in Italia. Il problema? Molti piccoli produttori che fanno del bene alla terra faticano a entrare nella Gdo. Per Valentina, l’ottimismo è una leva economica: scalare il modello, ampliare il network e arrivare a pagare di più gli agricoltori che adottano pratiche virtuose, diventando un vero motore di cambiamento.
Dal campo alla tecnologia alimentare, il passo è breve se guidato dall’ingegno. È il caso di Boccamatta, startup food-tech rappresentata da Anis Hafaiedh e dalla responsabile comunicazione Ginevra Zanchettin. Cinque anni di ricerca hanno portato a un brevetto internazionale: un mortaio automatizzato che replica la lavorazione tradizionale del pesto senza l’uso di lame, preservando le proprietà del basilico. E per sopperire alla stagionalità della pianta, usano il basilico di coltura aeroponica. «La tecnologia non distrugge il passato, lo ottimizza», commenta Ginevra. «È artigianalità accelerata», le fa eco Anis, che punta al lancio del pesto sul mercato a partire da quest’estate.

Distruggere i falsi miti per ricostruire la dignità
C’è poi chi, per ricostruire, propone di demolire i paradossi della ristorazione moderna e ripensare il concetto di fornitura. È l’esperienza di Diego Narcisi che, insieme al fratello Davide, ha dato vita a La Clarice a Cannara (Perugia), ai piedi di Assisi. Quella che fino a pochi anni fa era solo una vecchia vigna abbandonata del nonno, oggi è diventata l’orto sinergico più stellato d’Italia.
A La Clarice si coltivano oltre quattrocento varietà di piante uniche ed erbe aromatiche provenienti da tutto il mondo, facendole crescere in cassoni con substrati specifici ed eliminando pratiche colturali invasive, per preservare il naturale ecosistema. Ma la vera rivoluzione è un metodo brevettato che ragiona non al grammo, ma alla singola foglia. Tagliate su misura e consegnate in box ecosostenibili che ne garantiscono l’idratazione e la perfetta conservazione per giorni, le erbe arrivano nelle grandi cucine azzerando gli sprechi e garantendo ai cuochi un controllo millimetrico sul piatto. Proprio per questo, la provocazione di Narcisi al tavolo è lucida: «Va distrutto il concetto dello chef che fa autoproduzione; paradossalmente i nostri clienti rischiano di diventare i nostri competitor. Il futuro è l’esternalizzazione professionale, per restituire vera dignità all’orto e al lavoro delle persone».

Per Narcisi, l’ottimismo si traduce anche nel microclima aziendale: creare un ambiente di lavoro dove i colleghi siano amici e gli obiettivi condivisi. Sulla stessa linea d’onda si muove Gabriel Cinque, docente della Food Genius Academy e co-fondatore di Impronta Chefs, insieme alla compagna Valeria Loi. Il loro progetto nasce per scardinare le rigidità e le tossicità storiche delle vecchie cucine, proponendo un modello di ristorazione sartoriale e a domicilio (per privati ed eventi aziendali). Non più una struttura o una brigata fissa bloccata nello stesso posto, ma una rete fluida di professionisti che si muove e crea esperienze su misura, rimettendo al centro il rispetto per la vita privata del lavoratore e la valorizzazione del singolo.
Gabriel individua proprio nella gelosia e nell’isolamento il vero freno del settore: «Occorre dividere e valorizzare le competenze, pretendendo dalle istituzioni tutele, contratti dignitosi e la creazione di un albo professionale».
Un auspicio condiviso da Luca Spada, laureato in Scienze e Cultura della Gastronomia con alle spalle anni da cuoco e cameriere, che vede l’ottimismo come la speranza di poter finalmente lavorare in un ambiente sano, dove il tempo e la persona vengano valorizzati.
Dialogo, Corridoi e Capitale Umano
Il cambiamento, per essere duraturo, non può essere autoreferenziale. Deve fare sistema. Giacomo Bullo, communication manager di ALMA – Scuola Internazionale di Cucina Italiana, invita a «costruire e non demolire», partendo dall’ascolto dell’allievo e senza demonizzare canali come la Gdo. La sfida della prestigiosa scuola è rendere pop il particolare, ma Bullo lancia un monito: «Manca l’apporto delle istituzioni, serve maggiore collaborazione. Valorizzare significa aprire corridoi, fare da apripista senza invidie».

Un dialogo che deve unire tutti gli anelli della catena, come sottolineato da Alessandra Vaglia di MGM Alimentari, storica realtà milanese specializzata nella selezione e distribuzione di specialità gastronomiche di altissima gamma. Con un catalogo monumentale di oltre 1.500 referenze che spaziano dal caviale ai tagli di carne più pregiati del mondo, MGM funziona come un cacciatore di rarità per la ristorazione di lusso e l’alta hôtellerie. Il suo obiettivo futuro è il rafforzamento dell’identità aziendale attraverso il confronto con l’intera filiera. E quando si parla di ottimismo, Alessandra non ha dubbi: «Oggi l’ottimismo e l’inclinazione positiva di una persona sono valori da ricercare nella selezione del personale ancor prima delle competenze tecniche».
Infine, la tecnologia come bussola per il consumatore è il fulcro dell’intervento di Federico Calastri, dal 2024 alla guida dello sviluppo business di ZeepUp. Per il giovane venticinquenne, l’ottimismo è strettamente legato alla democratizzazione del cibo: la tecnologia deve guidare l’utente verso un prodotto sano e fatto bene, rendendo il cibo di qualità accessibile a tutti e creando valore economico per i ristoratori locali.
Le tre parole chiave del Domani
Dall’intenso confronto del tavolo è emerso che il futuro non è un’incognita da temere, ma un progetto da governare con gli strumenti della ragione. Se dovessimo riassumere lo spirito di questo passaggio in tre concetti, il primo sarebbe la consapevolezza, intesa come l’utilizzo dei dati, della tecnologia e dello studio per superare la scarsità e i limiti strutturali del mercato. A questa si affianca la democratizzazione, perché il buon cibo, la sostenibilità e l’innovazione non devono essere un lusso per pochi, ma un diritto accessibile a tutti. Infine, l’umanità, che rimette al centro la persona, la tutela del lavoratore e decreta la fine dell’individualismo a favore di reti stabili e distretti condivisi.
Il domani è già qui, e ha il volto di chi non ha paura di innovare per proteggere la propria terra.

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In Europa, e in Italia soprattutto, c’è molto risparmio che non viene investito in imprese europee, e italiane. Parte di questo risparmio è coatto: quel poco o quel tanto dei contributi versati dai lavoratori per la loro pensione che finiscono non a finanziare le pensioni in essere, ma ai fondi. I fondi pensione li impiegano per garantire un certo rendimento, compatibilmente con un basso profilo di rischio: proprio perché stanno maneggiando quella che sarà, passata una certa soglia di età, la fonte di reddito di molte persone.
Dovunque questo secondo pilastro contributivo – che si affianca e in alcuni casi può sostituire quello pubblico – è stato stimolato, esso ha contribuito a mobilitare risparmi a favore dell’economia reale e dell’innovazione, a beneficio dei risparmiatori e dei futuri pensionati. Negli Stati Uniti i piani 401k hanno trasformato i lavoratori in capitalisti, che beneficiano dell’andamento del mercato azionario e del boom delle imprese innovative. Il risparmio previdenziale investito negli Stati Uniti corrisponde al centocinquanta per cento del Pil, in Europa solo al venticinque per cento e soltanto tre Paesi dell’Unione europea (Danimarca, Svezia e Paesi Bassi) hanno fatto del sistema previdenziale una leva per la crescita (si veda l’approfondimento di Nicolas Marques nello studio Ibl-Epicenter sul nuovo bilancio europeo).
Tuttavia, perché questo meccanismo funzioni è necessario, da un lato, rendere pienamente responsabili i gestori dei fondi pensione verso i lavoratori: i loro risparmi devono essere gestiti nel loro interesse, non concepiti come una forma di finanziamento a basso costo per le imprese (o per alcune di esse). Dall’altro lato, è necessario rimuovere i disincentivi che frenano l’utilizzo del risparmio privato in asset produttivi: per esempio, la fiscalità oggi favorisce i titoli di stato, i cui rendimenti sono tassati al 12,5 per cento, contro tutte le altre rendite finanziarie che sono tassate al ventisei per cento (parificare l’aliquota è una delle riforme che abbiamo proposto per la prossima legge di bilancio). Peggio ancora, pur prevedendo modesti incentivi (quali il lieve incremento della soglia di deducibilità negli investimenti nei fondi pensione), il governo ha recentemente aumentato il carico fiscale su tali impieghi, incrementando i contributi annuali dovuti alla Covip.
Tutto questo mal si accorda con lo sbandierato obiettivo di mobilitare il risparmio per le imprese. In realtà il risparmio andrebbe mobilitato soprattutto per i risparmiatori e per i futuri pensionati: è a loro che deve garantire prestazioni più dignitose. Se quello è l’obiettivo, bisogna mettere i fondi in condizione di investire il più liberamente possibile. Immaginare eventuali corsie preferenziali a vantaggio dell’investimento “nazionale” è controproducente e anche un po’ folle, dal momento che l’autostrada ancora proprio non esiste.
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«Hai presente quando ti tirano un pugno nello stomaco e resti completamente senza fiato?», raccontò Steve a Newsweek nel 1985. «Devi rilassarti per ricominciare a respirare. È così che mi sono sentito per tutta l’estate.» Per tutta l’estate del 1985 Steve aveva cercato di rilassarsi e respirare. Erano sparite le frenetiche riunioni sui prodotti, le scadenze incessanti e le folle adoranti che fino ad allora erano state la sua vita. Riempiva il tempo con letture, lunghe passeggiate nei boschi e viaggi.
A giugno andò in Italia con la fidanzata, Tina Redse, consulente informatica dallo spirito idealista e un po’ hippy, per esplorare le maestose chiese e i dolci vigneti della Toscana. Traeva ispirazione da tutto ciò che vedeva, persino dai marciapiedi di Firenze rivestiti in pietra serena, un’arenaria locale dalle sfumature grigio-azzurre (in seguito la userà come pavimentazione negli Apple Store).
Poi fu la volta di Parigi. Si chiedeva se non fosse giunto il momento di usare le ingenti fortune accumulate per condurre una vita tranquilla da espatriato americano: leggere letteratura nei caffè e studiare i grandi maestri nei musei. A Tina piaceva l’idea di ritirarsi insieme a lui e stabilirsi lì.
[…] Ma Steve non riusciva a stare lontano dal lavoro a lungo. Voleva continuare a costruire e a creare. All’inizio del luglio 1985 visitò l’Unione Sovietica, dove incontrò funzionari del Partito comunista per parlare della possibile apertura di una fabbrica di Macintosh.
Due giorni dopo Steve abbandonò il suo futuro europeo e tornò in California, meditando di entrare in politica – gli piaceva l’idea di diventare una figura storica leggendaria come John F. Kennedy o Ronald Reagan. Parlò perfino con due consulenti politici, Pat Caddell e Scott Miller, della possibilità di candidarsi al Senato.
Ma aveva un problema: non sapeva se candidarsi nelle file dei democratici o dei repubblicani. Non si era mai nemmeno registrato per andare a votare. Alla fine rinunciò. «Ho ancora troppi capelli per la politica», disse.
[…] Nella sua quiete, Steve stava avviando un processo di riflessione più strutturato per decidere i suoi prossimi passi. Cominciò a elencare punto per punto i suoi progetti preferiti durante gli ultimi dieci anni in Apple. Emergeva una tendenza molto evidente: era attratto dalle iniziative legate all’istruzione. Aiutare scuole e studenti lo riportava in contatto con la sua gioventù felice. Un ricordo spiccava su tutti: l’Apple University Consortium. Avviato prima dell’uscita del Mac, il Consortium era stato un piano per assicurarsi l’acquisto in grandi quantità di Macintosh da parte delle università a prezzi scontati, incoraggiando al tempo stesso i professori a sviluppare la libreria di software di cui Apple aveva bisogno. Il programma era nato da un’idea di Dan’l Lewin, raffinato e brillante esperto di vendite dall’eloquio sicuro e dal volto angelico. […] Nei suoi viaggi si sentiva ripetere sempre la stessa richiesta: i professori vogliono macchine 3M. Il termine 3M indicava postazioni di lavoro con un megabyte di memoria, un display da un milione di pixel e una potenza di calcolo sufficiente a eseguire un milione di istruzioni al secondo.
[…] Steve decise di fondare una nuova azienda dedita alla creazione di un computer 3M. […] Aveva bisogno di una squadra di prim’ordine per costruire la macchina che i ricercatori desideravano davvero. Cominciò così a contattare i colleghi Apple di cui si fidava di più. Convincerli non sarebbe stato facile – Apple, nonostante le difficoltà, restava un marchio di successo. Steve, di contro, era sul punto più basso della sua carriera. Puntare su di lui e sulla sua visione era rischioso. Restare in Apple presentava però anche degli svantaggi. Come Dan’l, molti dipendenti di Apple trovavano indigeste sia la leadership rigida di John sia la tracotanza di Jean-Louis. Sentivano la mancanza della visione di Steve, della sua passione per la tecnologia e del suo stile. Alcuni arrivarono a indossare in ufficio magliette con la scritta «Vogliamo indietro Jobs».
Steve presentò l’idea di fondare una nuova azienda prima di tutti a Rich, chiedendogli di entrare nella startup – ancora senza nome – come vicepresidente dell’ingegneria hardware digitale. Rich, ancora esasperato da Jean-Louis, accettò.
Susan Barnes era un altro obiettivo chiave. La sua competenza finanziaria era indispensabile per raccogliere fondi per la nuova azienda. MBA a Wharton, assunta inizialmente come responsabile della contabilità generale di Apple, era stata promossa a controller della divisione Macintosh, dove era una delle quattro persone che rispondevano direttamente a Steve. […] Bud Tribble, compagno di Susan, era entrato in Apple nel 1981 mentre studiava medicina e conduceva ricerche sui disturbi neurologici nell’ambito di un programma MD/PhD congiunto presso la Washington University. Aveva imparato l’informatica da alcune delle menti più brillanti dell’epoca nel ramo del software e decise di abbandonare un futuro stabile nella medicina per entrare in Apple, dove aveva contribuito a progettare l’interfaccia utente del Mac. Bud apprezzava Steve. Ammirava la sua capacità di portare l’arte nella tecnologia. Insoddisfatti della direzione presa da Apple sotto John, Bud e Susan decisero di partecipare insieme alla nuova impresa di Steve.
George Crow, l’ingegnere analogico che aveva progettato il sistema video e l’alimentazione del Mac, non aspettò neanche la chiamata di Steve. […] Il martedì dopo il fine settimana del Labor Day il telefono di Dan’l squillò mentre era sotto la doccia. Era Steve che gli chiedeva di incontrarlo quella sera a casa sua, a Woodside, per fare una passeggiata. Camminando fianco a fianco, Steve gli espose la sua visione: una nuova azienda informatica incentrata sulle università, il mercato che Dan’l conosceva meglio di chiunque altro.
[…] Steve telefonò a tutti per dare la notizia che rendeva reale la loro congiura: si sarebbe dimesso da Apple la settimana successiva, giovedì 12 settembre. Proponeva che i cinque cofondatori facessero altrettanto il giorno dopo, come raccomandato dallo stesso consulente legale esterno di Apple, Larry Sonsini, che consigliava Steve sul modo più giusto di gestire le dimissioni. «Apple non sarebbe stata una concorrente diretta, non necessariamente», racconterà in seguito Larry per spiegare perché avesse deciso di aiutare Steve. Se erano ancora dell’idea di portare avanti il piano, si sarebbero incontrati tutti a casa di Steve la sera successiva alle sue dimissioni.
Dan’l, Susan, Bud, Rich e George capivano di aver architettato un ammutinamento. Non potevano più tirarsi indietro. Se avevano preso la decisione sbagliata, le loro carriere e le loro vite avrebbero potuto uscirne stravolte.
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Il quartiere di Sant’Ambrogio a Firenze torna a raccontarsi attraverso il cibo. In questo angolo della città, tra i banchi del mercato e le botteghe dove si vive un’aria di comunità, da giovedì 4 a domenica 7 giugno si svolge SALE – Sant’Ambrogio in Festival. Tema scelto per questa quarta edizione è il concetto di “Relazione”, filo conduttore delle varie serate di approfondimento che si terranno al Teatro del Sale.
SALE è un evento dedicato alla memoria di Fabio Picchi, chef del ristorante il Cibrèo, che vuole celebrare Sant’Ambrogio, la sua comunità, la cultura del cibo e il sapere artigiano del quartiere. Una vera festa che coinvolge tutta la città di Firenze con appuntamenti, approfondimenti, musica, cultura, teatro e socialità.
Il primo evento è quello in programma la sera di giovedì 4 giugno che vedrà coinvolta la comunità Albanese. Una scelta che ci viene spiegata da Giulio Picchi, figlio di Fabio e oste del Cibrèo. «Perché dedicare una serata alle varie comunità presenti nel territorio? Perché sono sicuramente componenti fondamentali della città in tutto il loro essere, ma anche perché ogni comunità ha parte del suo linguaggio nel cibo. E il cibo è un linguaggio con cui si può creare unione. Per noi è l’esempio perfetto di come il cibo sia una lingua universale. Basta pensarci: dov’è che ci incontriamo, dov’è che ci si conosce tra popoli diversi? Quando si sta a tavola! Il cibo è il linguaggio universale per eccellenza, perché scatena emozioni».
Sarà preparato un allestimento speciale per ricordare le grandi tavolate tipiche di questa comunità, con i colori, i sapori e i profumi che richiamano le atmosfere di una terra ricca di tradizioni, unita all’Italia dallo stesso mare. Durante la serata saranno proposte ricette preparate dalla chef Anna Cieno che è andata a scoprire le similitudini e i punti di contatto con la nostra cucina.

Venerdì 5 giugno è la serata dedicata al ricordo di Fabio, alle sue parole, ai valori che ha lasciato alla storia della ristorazione italiana. Quest’anno è dedicato a lui uno spettacolo teatrale inedito, nato da un’idea di Giulio Picchi e dal titolo “La dispensa dell’amore”. L’evento si aprirà con la rappresentazione teatrale a cui seguirà il momento conviviale della cena. Lo spettacolo diventa la “prima portata”, mentre la cena si trasforma nel naturale proseguimento della narrazione, come se fosse essa stessa parte dello spettacolo.
«“La dispensa dell’amore” – ci spiega Giulio Picchi – è un progetto che nasce prendendo spunto da tutto quello che il mio babbo ha scritto sul tema, un lavoro molto importante legato proprio al concetto della dispensa che tutte le famiglie erano solite avere in casa, una vera tradizione italiana. Abbiamo ricercato i suoi scritti, li abbiamo riletti con un’ottica nuova, contemporanea, e ci siamo accorti di come lui ne facesse un discorso molto sociale, quasi politico, proprio in rapporto al cibo e alla sua conservazione, e a un’economia domestica che avesse un senso etico».

La giornata del sabato è invece dedicata alla città ed è quella che coinvolge maggiormente il quartiere. Inizierà molto presto, con un mercato agricolo all’interno del Teatro del Sale, “L’Orto Volante”, che vedrà protagonisti coltivatori, produttori e “inventori” di metodi di produzione, cottura o di recupero, che presenteranno le loro realtà legate al cibo in tutte le sue forme. Un mix di vivacità, colori, sapori, odori, con la possibilità di fare degustazioni e workshop.
Sempre nella giornata di sabato, entreranno nel clou anche le attività delle botteghe e delle realtà commerciali e culturali presenti nel quartiere, con una serie di workshop, corsi, presentazioni di libri, seminari, letture, spettacoli e approfondimenti. Sarà possibile essere coinvolti nelle attività organizzate dalle botteghe più disparate: dalla libreria indipendente al negozio del pesce, dalla ceramista alla pizzeria, dallo studio di fotografia alla tessitrice,
Il festival si chiuderà sabato 6 con uno spettacolo inedito ispirato a “Il Dilemma dell’Onnivoro” di Michael Pollan, “All you can eat”. Un reading teatrale, realizzato dal Teatro dell’Elce, diretto da Marco Di Costanzo. Al centro dello spettacolo, una riflessione sulla progressiva perdita di consapevolezza rispetto all’origine di ciò che mangiamo. Negli ultimi decenni, infatti, la consapevolezza rispetto alla composizione e alla provenienza del cibo si è progressivamente ridotta. Attraverso un reading “circolare”, “All you can eat” accompagnerà il pubblico in tre percorsi paralleli lungo altrettante filiere alimentari: quella industriale, quella del biologico certificato e quella dei piccoli produttori locali. Tre viaggi distinti ma intrecciati, che offrono uno sguardo lucido e privo di pregiudizi sulle scelte alimentari contemporanee, mettendo in relazione il gesto quotidiano del mangiare con le più ampie questioni legate alla sostenibilità ambientale e sociale.

Il Festival si concluderà domenica sera in Piazza dei Ciompi con una grande festa, “Sant’Ambrogio a Tavola”, una cena di beneficenza rivolta a più di cinquecento persone, tutti invitati dalle associazioni benefiche dell’hinterland fiorentino.
Un’intera piazza trasformata in una enorme tavolata per una cena che quest’anno verrà organizzata con le grandi trattorie toscane. Saranno presenti cucine come quella di Collebrunacchi di San Miniato, i Fratelli Briganti, la Tripperia Pollini, la Trattoria Da Burde, Molino Trattoria Moderna e naturalmente il Cibreino.

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Si parte con la mozione contro le spese militari. Poi patrimoniale, reddito minimo o universale, soldi ai giovani, no al nucleare, tasse sugli extraprofitti, Europa boh, Ucraina addio. La grande Sel (Sinistra ecologia libertà era il partito post Rifondazione comunista) prende sempre più corpo. Si chiama Pd. I segni si moltiplicano.
Spiegano che Elly Schlein non era alla parata del 2 giugno, nell’ottantesimo anniversario della Repubblica (è questo il punto che avrebbe dovuto indurre lei e gli altri segretari a chiedere di essere presenti), perché il protocollo non prevede gli inviti ai leader di partito ma solo ai capigruppo. Il bello è che del Pd non c’erano nemmeno loro, i capigruppo. Chiara Braga e Francesco Boccia hanno mandato il povero Stefano Graziano, valoroso capogruppo dem in commissione Difesa, non esattamente una prima fila. Una cosa incredibile. Oltretutto, uno sgarbo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sarebbe il minimo sindacale se qualcuno chiedesse ragione ai capigruppo di questo comportamento. Il Pds e il Partito popolare non avrebbero mai agito così, figuriamoci il Pci e la Dc.
Spiegano, dunque, che non c’era nessun leader di partito. Non Matteo Renzi (pure ex presidente del Consiglio) di Italia Viva, né Carlo Calenda di Azione, né i «disarmisti» in servizio permanente ed effettivo Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di Alleanza verdi e sinistra. Ovviamente neppure Giuseppe Conte, un altro ex presidente del Consiglio, leader del Movimento 5 Stelle. Le giustificazioni formali reggono fino a un certo punto, giacché potevano benissimo chiedere di poterci essere, nessuno gliel’avrebbe negato. Sarebbe stato un bel gesto di condivisione di una giornata particolare.
In ogni caso, è evidente che la scusa formale è tornata utile alla sinistra per mettere una netta distanza fisica tra sé e le «armi», l’esercito, queste cose «reazionarie», e tra sé e Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Antonio Tajani, leader e leaderini della destra. Già, meglio non mescolarsi, che direbbe poi la gente, la «nostra gente». Così tutti hanno visto il presidente della Repubblica attorniato solo dalla destra, la Repubblica è parsa in tv cosa loro con Mattarella circondato.
Allo stesso modo, Schlein e Conte, due candidati a Palazzo Chigi, non si sono fatti vedere all’Assemblea di Confindustria mica perché non parlino con gli imprenditori in privato: ma per il fatto che sempre la «nostra gente» li avrebbe visti in pubblico coi padroni. Il fatto è che è davvero iniziata la campagna elettorale sull’immagine e sui famosi contenuti.
Ecco, facile facile, lo spartito della sinistra: prima di tutto, no al riarmo. Oggi la mozione del quartetto Pd-M5s-Avs-Iv in cui si chiede di «riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa, considerato l’impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat».
Poi c’è l’evergreen della patrimoniale (Schlein ma non Conte); il reddito minimo (Schlein) o reddito universale (Conte); soldi per i giovani (aumento di duecento euro al mese per gli stipendi degli under 35 per tre anni); no al nucleare; tassare i superprofitti; Europa chissà; e soprattutto non si muore per Kyjiv. Una piattaforma rifondarola. È la leader del Pd a mollare le briglie. Lo fa anche e soprattutto per ostacolare Conte alle primarie ipotecando i voti della Cgil, dei propal, della sinistra radicale.
È la nuova pelle del partito che fu di Walter Veltroni che secondo le intenzioni del gruppo schleiniano, con Elly a Palazzo Chigi, vedrà Marco Furfaro alla guida dei dem: se toccherà a lui sarà la conferma che il Pd è una grande Sel, il partito che era guidato da Nichi Vendola.
Tutto questo in teoria dovrebbe suscitare una reazione dei riformisti dem. Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e ora anche Pina Picierno – estenuata dal pessimo clima che il Nazareno ha creato intorno a lei – hanno scelto di andarsene. E forse non saranno gli ultimi addii.
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