Normal view

Trump rischia un accordo peggiore del Jcpoa. Parola di Pedde (Igs)

9 June 2026 at 16:11

La ripresa delle ostilità tra Iran e Israele non è uguale alle altre. In questo caso i nuovi vertici di Teheran hanno deciso di abbandonare la logica della risposta e abbracciare quella dell’iniziativa. Un mutamento di postura che ridisegna le coordinate del conflitto e complica ulteriormente il già fragile negoziato con Washington. Che sente il peso del fattore tempo. Per approfondire le complesse e intrecciate dinamiche che stanno emergendo in queste ore Formiche.net si è rivolta a Nicola Pedde, esperto di Iran e direttore dell’Institute for Global Studies, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Come legge la ripresa delle ostilità che ha visto coinvolti Iran e Israele negli scorsi giorni?

Come un segnale di “novità” rispetto al passato. I nuovi vertici della componente ultraconservativa hanno una linea politica molto diversa rispetto a quella che ha caratterizzato il passato e non hanno più alcuna intenzione di rispettare regole che ritengono superate, convinti di avere una capacità maggiore e quindi di poter attuare una politica più assertiva. Tant’è che abbiamo assistito per la prima volta a un attacco da parte iraniana senza che vi sia stato un preventivo attacco americano contro il Paese, e questo è un fattore di grande importanza perché determina un mutamento sostanziale nella postura strategica dell’Iran.

Come si sta approcciando Teheran a questo conflitto?

Il conflitto è stato gestito soprattutto in funzione dell’agenda che in questo momento è preminente per l’Iran, cioè quella della definizione di un accordo con gli Stati Uniti, dove una parte del vertice politico iraniano ritiene di avere in questo momento addirittura tre carte negoziali molto importanti. La prima è quella relativa allo Stretto di Hormuz, cioè la libertà di navigazione; la seconda è la questione nucleare; la terza è diventata il Libano, che è strumentale in termini negoziali per vincolare la trattativa e poter esercitare maggiori pressioni sugli Stati Uniti.

Possiamo aggiungere, come quarto elemento, anche il fatto che nonostante gli sforzi bellici di Usa e Israele in questo senso, le capacità militari iraniane non siano state neutralizzate?

Sì, questo è sicuramente un elemento. L’Iran è consapevole di avere una forte capacità di resistenza militare, sia sul piano della missilistica, dove non esistono ovviamente dati pubblici, ma dove gli stessi americani ritengono che gli arsenali siano ancora sostanzialmente integri almeno al 50%, sia sotto il profilo degli arsenali di droni, che dovrebbero avere una residua capacità operativa analoga. Tende però a far sottovalutare, o quantomeno a mascherare, quanto sia molto meno solido il profilo della resistenza economica e politica del paese, e questo è l’elemento davvero critico per l’Iran. È per questo che l’Iran sa che, nell’eventualità di una pace, le questioni economiche preminenti lo porterebbero incontro a una crisi economica e di conseguenza sociale, che potrebbe nuovamente generare un’ondata di proteste e una forte fase di instabilità interna. Una dinamica che, in modo diverso, vale anche per gli Stati Uniti.

Che intende?

Se l’Iran non riesce a ottenere concreti benefici e garanzie economiche sa di dover affrontare una situazione di crisi interna, alla quale è sicuramente preferibile la continuità del conflitto o comunque della tensione nella regione. Per gli Stati Uniti, parimenti, un accordo che non si traduca in una vittoria sostanziale rappresenta una debacle politica per l’amministrazione Trump, che verrebbe sicuramente scontata soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Quindi entrambe le parti continuano a portare avanti questo negoziato attraverso una sostanziale incapacità di venire meno alle posizioni massimaliste che lo hanno regolato sin dal suo avvio, e quindi non si vedono particolari risultati. Con l’aggiunta però che questa amministrazione iraniana ritiene di avere una maggiore forza negoziale sugli Stati Uniti, soprattutto sul fattore tempo, e quindi frustra sistematicamente qualsiasi aspettativa temporale di Washington riguardo alla risposta e al pragmatismo sulle richieste formulate.

Quale dei due attori è in svantaggio rispetto al “fattore tempo”?

Credo che i fatti e i commenti degli ultimi giorni abbiano dimostrato quanto l’elemento debole sul fattore tempo sia quello americano. Gli Usa devono cercare di portare qualche risultato in tempi brevi, perché l’alternativa è una ripresa delle ostilità che Washington cerca di scongiurare ad ogni costo, ma che potrebbe rivelarsi l’unica alternativa possibile al perdurare dello stallo. Penso che i commenti espressi dallo stesso Presidente Trump tra il 7 e l’8 giugno, quando è partita questa nuova fase di escalation tra Iran e Israele, mostrino come l’amministrazione sia stata realmente turbata da dinamiche che sfuggivano ormai completamente al suo controllo.

Negli ultimi giorni Trump ha più volte dichiarato che la firma dell’accordo è in procinto di arrivare. Quanto è realistico, secondo lei, che si arrivi nell’immediato futuro a un accordo, e di che tipo?

Credo che la posizione dell’amministrazione Trump sia molto irrealistica. Quello che, nella migliore delle ipotesi, gli Stati Uniti possono riuscire a ottenere in questa fase è un prolungamento del cessate il fuoco e quindi un prolungamento di questa fase negoziale, che potrebbe condurre in futuro alla definizione di accordi più completi. L’altro elemento paradossale di questa fase è che il nucleare, pur essendo portato da Trump come elemento centrale del negoziato, è di fatto un elemento secondario. Il vero cuore di questo accordo è la questione di Hormuz. Ma la spendibilità politica da parte dell’amministrazione americana ruota però intorno al nucleare, per dimostrare che Trump può portare a casa dei risultati concreti. Il che sarà piuttosto difficile.

Cosa glielo fa pensare?

Ricordiamoci che il Jcpoa ha richiesto anni per essere negoziato. Quello che l’amministrazione americana sembra sottovalutare è che la definizione di un nuovo accordo sul nucleare richiede la soluzione di moltissimi elementi, non ultimi il diritto all’arricchimento dell’Iran, la disponibilità delle scorte da arricchire e il loro eventuale trasferimento o la loro diluizione. Richiede molto tempo e fasi negoziali serrate. Quello che appare realistico è un accordo interlocutorio che possa prolungare il cessate il fuoco, dare un maggiore respiro alla capacità negoziale e aprire a spiragli di ulteriori fasi negoziali in futuro, con tutte le variabili che però continuano a regolare questa dinamica, cioè le variabili esterne che Washington controlla sempre di meno, tanto nei suoi alleati israeliani quanto nei suoi antagonisti iraniani, che si sono resi ormai sempre più autonomi e dimostrano di non essere in alcun modo influenzati dalla capacità coercitiva degli Stati Uniti.

Pensa che ci sia il rischio che gli Stati Uniti di Donald Trump arrivino a un accordo sul nucleare con l’Iran che, dati alla mano, sia peggiore del Jcpoa da cui lo stesso Trump si era ritirato nella prima amministrazione?

È altamente probabile. Quello che oggi gli iraniani stanno mettendo sul tavolo è molto meno di quanto avevano offerto nei colloqui di Ginevra. In quella sede l’Iran era in una posizione di forte difficoltà e aveva portato offerte negoziali che erano sicuramente migliorative rispetto al Jcpoa. Da ciò che traspare dai negoziati attuali, quello che gli iraniani stanno proponendo agli Stati Uniti è di gran lunga inferiore. Potrebbe quindi essere un accordo che non migliora affatto le condizioni del Jcpoa e rende più difficile la gestione futura del programma nucleare iraniano da parte americana.

 

Perché Putin teme le telecamere IA dopo il caso Khamenei

9 June 2026 at 15:56

Secondo il Financial Times, i servizi di sicurezza russi avrebbero spento temporaneamente alcune componenti del sistema speciale di sorveglianza predisposto per la protezione di Vladimir Putin e dei suoi collaboratori più stretti: un circuito separato, destinato alla sicurezza del vertice politico russo. Il sistema sarebbe stato riattivato solo dopo verifiche tecniche finalizzate a isolarlo dalla rete e ridurne l’esposizione a intrusioni esterne.

La decisione, scrive il quotidiano britannico, sarebbe arrivata dopo l’uccisione di Ali Khamenei a Teheran, il 28 febbraio 2026, in un’operazione attribuita all’asse israelo-americano. In quel caso, secondo le ricostruzioni del Financial Times, l’intelligence israeliana avrebbe sfruttato l’accesso alle telecamere del traffico della capitale iraniana, combinando l’enorme quantità di immagini disponibili con strumenti di intelligenza artificiale capaci di selezionare movimenti, abitudini e anomalie.

Oggi la sorveglianza algoritmica non coincide più con il vecchio riconoscimento facciale o con il tracciamento di un veicolo. I nuovi sistemi permettono infatti di interrogare ore e ore di video con comandi in linguaggio naturale: cercare una persona che cambia abiti più volte, un’auto passata più volte nello stesso punto, due uomini che si scambiano un oggetto, una guardia del corpo che devia da una routine consolidata.

Per un apparato come quello russo, abituato a considerare la videosorveglianza come uno strumento di controllo sociale e di prevenzione, ogni videocamera collegata, ogni database accessibile, ogni software non aggiornato o vulnerabile può trasformarsi in un punto d’ingresso. Non a caso il direttore dell’Fsb, Alexander Bortnikov, avrebbe avvertito i responsabili regionali della sicurezza russa che l’esperienza iraniana rappresenta un campanello d’allarme.

La novità non è rappresentata dalle possibilità che una telecamera o un sistema di sorveglianza possano essere hackerati da remoto, fatti noti da anni. La novità sta nella capacità di trasformare flussi video disordinati in intelligence operativa. Un conto è, infatti, entrare in una rete di telecamere e trovarsi davanti migliaia di ore di immagini quasi ingestibili. Altro è poter chiedere al sistema di cercare un comportamento preciso, una sequenza, una deviazione dalla norma, e ottenere in tempi rapidi un risultato utilizzabile.

Per questo il caso russo è rilevante anche oltre la sicurezza personale di Putin, mostrando come la competizione tra apparati di intelligence stia entrando in una fase in cui il valore si sta spostando verso la capacità di interpretare l’ingente quantità di dati a disposizione: le città intelligenti, le reti stradali, le telecamere di traffico, i sistemi di controllo degli accessi e persino i dispositivi privati connessi diventano parte di un ambiente informativo continuo. E chi riesce a leggerlo meglio può ricostruire movimenti, relazioni e vulnerabilità.

La conseguenza è che la distinzione tra sorveglianza interna e controspionaggio esterno si assottiglia. Un’infrastruttura installata per controllare una popolazione può diventare un asset per colpire una leadership. Un sistema creato per proteggere un palazzo può rivelarne le abitudini. Una rete pensata per garantire sicurezza può produrre, se compromessa, l’effetto opposto.

Dai distretti allo spazio, il governo presenta gli Stati Generali della Space Economy

9 June 2026 at 15:54

Al ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato presentato il programma degli Stati Generali dello Spazio, promosso dall’Intergruppo parlamentare per lo Spazio per portare nei distretti aerospaziali italiani il confronto sulla nuova fase della Space Economy. L’iniziativa è stata illustrata a Palazzo Piacentini dal ministro Adolfo Urso, Autorità delegata alle politiche spaziali e aerospaziali, e dal presidente dell’Intergruppo, Andrea Mascaretti.

Il programma prevede venti eventi nelle sedici regioni sede dei distretti industriali dell’aerospazio. L’Intergruppo riunisce maggioranza e opposizione, mentre il Governo accompagnerà il percorso con quindici ministri e otto tra viceministri e sottosegretari. Lo spazio viene così collocato dentro una politica industriale diffusa, legata ai territori dove il Paese ha già imprese, competenze, università e centri di ricerca.

Urso ha spiegato che “lo spazio è un settore che oggi unisce l’Italia e proietta la sua industria e la sua economia nel futuro”. La posta in gioco riguarda comunicazioni, dati, sicurezza, osservazione della Terra, difesa e servizi satellitari, ambiti in cui la dimensione tecnologica si lega sempre più a competitività e autonomia strategica.

I numeri della nuova filiera

L’Italia dispone di una catena del valore articolata, con grandi gruppi industriali e Pmi specializzate in componenti, software, equipaggiamenti e apparati. Il comparto copre segmenti diversi, dalla propulsione ai satelliti, dai servizi applicativi alle missioni di esplorazione.

I dati indicano una crescita netta. Tra il 2021 e il 2024 il fatturato della filiera spaziale è salito da 1,9 a 3,1 miliardi di euro, mentre gli addetti sono passati da 5,9 a 8,9 mila. L’export dell’aerospazio è aumentato del 23,3% rispetto al 2022 e gli investimenti diretti esteri sono cresciuti del 37,1%.

Per Urso sono “numeri che confermano come lo spazio sia uno dei nuovi comparti emergenti del Made in Italy e una leva decisiva della politica industriale nazionale”. La crescita dipende ora dalla capacità di trasformare competenze, programmi pubblici e investimenti in servizi, occupazione qualificata e mercato stabile.

La partita dei servizi e delle alleanze

La Space Economy non riguarda soltanto accesso allo spazio, lanciatori, infrastrutture orbitanti e missioni. Una parte crescente del valore nasce dai servizi a terra resi possibili da dati e tecnologie spaziali. I satelliti alimentano applicazioni per agricoltura, monitoraggio ambientale, gestione dei rischi idrogeologici, energia, logistica, telecomunicazioni e trasporti.

Mascaretti ha legato questa prospettiva al ruolo dei territori. “Gli Stati Generali dello Spazio servono a supportare questa sfida nazionale, partendo dai territori dove è presente l’eccellenza dell’industria aerospaziale italiana: imprese, universita, centri di ricerca, startup e giovani competenze”. La sfida riguarda l’integrazione tra grandi imprese, Pmi, ricerca e startup, perché molte tecnologie spaziali richiedono capitali elevati, tempi lunghi e una domanda pubblica stabile.

La strategia nazionale poggia su 7,8 miliardi di euro destinati all’ecosistema aerospaziale al 2028, tra risorse nazionali ed europee. Il quadro comprende la prima legge italiana sullo spazio, il sostegno a startup e Pmi, lo Space act europeo, la presidenza italiana del Consiglio ministeriale dell’Esa fino al 2028 e il rafforzamento del rapporto con la Nasa. Per Urso, “abbiamo riportato lo spazio al centro della politica industriale nazionale e della proiezione internazionale dell’Italia”. La prospettiva dipenderà dalla continuità degli investimenti e dalla capacità di trasformare la crescita industriale in autonomia tecnologica.

Niente Siri AI in Europa. Il prezzo del Dma tra sicurezza, concorrenza e competitività

9 June 2026 at 15:53

Difesa e consenso, la partita che l’Italia ha smesso di giocare

9 June 2026 at 15:38

C’è una frase, pronunciata ad un giornalista da Lorenzo Mariani durante la sua guida di Mbda Italia, che mi è rimasta in testa: “Senza la sicurezza, l’economia non può funzionare”. Oggettivamente vera. Strategicamente rilevante. E narrativamente solitaria come una voce che parla in una stanza vuota, senza che nessuno abbia pensato all’acustica.

Non è una critica a Mariani, oggi in Leonardo a guidare sfide ancora più grandi. È una diagnosi del sistema che quella frase avrebbe dovuto sostenere e amplificare. Perché le parole giuste esistono. Nel mondo della difesa italiana ci sono manager capaci, analisi solide, strategie industriali serie. Il problema è che rimangono dentro le stanze. E fuori dalle stanze, nell’unica arena che determina il consenso nel tempo, il campo è stato lasciato libero a narrazioni altrui. Non è rumore di fondo. È il campo di battaglia vero. Ed è un campo che l’Italia ha lasciato incustodito per troppo tempo.

Chi controlla il frame controlla il giudizio

C’è un principio elementare nella comunicazione politica che il nostro sistema istituzionale non ha mai metabolizzato davvero: non vince chi ha i dati migliori, vince chi imposta la cornice dentro cui quei dati vengono letti. Un frame, per dirla con George Lakoff, non è una bugia ma una prospettiva. E la prospettiva determina il giudizio prima ancora che il ragionamento possa intervenire.

In Italia, il frame dominante sulla difesa è rimasto invariato per decenni: risorse sottratte al sociale per alimentare una macchina militare obsoleta e moralmente ambigua. Dentro questa cornice, qualsiasi investimento in difesa diventa automaticamente un trade-off con sanità, scuola, welfare. Non importa che i numeri raccontino un’altra storia (la spesa per la difesa è strutturalmente inferiore a quella sanitaria) perché il frame non è razionale, è emotivo. E le emozioni, come ha dimostrato Daniel Kahneman in una vita di ricerca, decidono prima che il ragionamento riesca ad attivarsi.

Quando il frame è “armi contro ospedali”, hai già perso. Non perché l’argomento sia giusto, non lo è, ma perché stai portando una statistica a combattere contro un’emozione primaria. Non funziona. Quasi mai.

L’errore strutturale è stato accettare passivamente quella cornice invece di costruirne una alternativa. Per decenni l’approccio istituzionale è stato difensivo nel senso peggiore: giustificare invece di spiegare, reagire invece di affermare. “Sì, lo sappiamo che non piace, ma purtroppo è necessario.” Quando parti da “sì, ma” hai già concesso il terreno. Hai ammesso implicitamente che esiste un ideale morale superiore, un mondo senza difesa, e che tu rappresenti la spiacevole concessione al realismo. Da quella posizione, non puoi che arretrare. Sono stato a fianco di due ministri della Difesa come loro consigliere e posso testimoniare che il problema non era la qualità delle persone né la solidità delle analisi. Era l’assenza sistematica di una strategia narrativa verso il paese reale, quella che esiste nelle stanze e non esce mai da esse.

Il modello che l’Italia non ha mai scelto di seguire

Guardate la Francia. Non Dassault, non Thales, non Naval Group come aziende: guardate lo Stato francese. Parigi ha investito decenni nella costruzione deliberata di una narrazione coerente dove difesa significa sovranità e sovranità significa libertà di scegliere il proprio destino. Non si sono giustificati, hanno affermato. Non hanno chiesto scusa, hanno rivendicato. E lo hanno fatto attraverso comunicazione istituzionale strutturata, curricula scolastici, copertura mediatica organizzata, un Ministère des Armées con una direzione della comunicazione che ha una missione esplicita verso i cittadini, non solo verso i decisori nei corridoi.

Questo non è militarismo. I sondaggi dicono che i francesi non sono più bellicosi degli italiani. È una scelta politica deliberata, mantenuta con continuità attraverso governi di segno opposto. La grandeur militare francese è un progetto di Stato, non un sentimento spontaneo. E soprattutto: è il frutto di decenni di investimento nella narrazione pubblica, non di un’iniziativa estemporanea.

Noi cosa abbiamo fatto? Silenzio istituzionale sistematico. L’idea, comprensibile per certi versi, che fosse meglio non provocare dibattiti, che l’esposizione pubblica portasse più rischi che opportunità. Il risultato è prevedibile: quando lasci un vuoto narrativo, altri lo riempiono. In Italia lo hanno riempito populisti di varie sfumature e pacifisti ideologici, con narrazioni spesso false ma tremendamente efficaci. Perché erano le uniche disponibili.

Il silenzio non è neutralità. È resa.

L’occasione che non possiamo sprecare ancora

Proprio adesso, con il non-paper del ministro Crosetto sui conflitti ibridi, si apre un nuovo spazio narrativo, forse il più favorevole degli ultimi trent’anni. E sarebbe un errore storico sprecarlo come abbiamo fatto con le occasioni precedenti. La guerra ibrida dissolve le categorie tradizionali che rendevano il tema della difesa così difficile da comunicare al grande pubblico. Non è più militari contro civili, pace contro guerra, spese militari contro welfare. Quando la minaccia è un attacco cyber agli ospedali, quando il sabotaggio colpisce le reti elettriche delle città, quando la disinformazione sistematica destabilizza le elezioni democratiche, allora proteggere significa proteggere tutti. Non più “loro” che spendono soldi per le armi, ma un “noi” collettivo esposto a minacce che non hanno più niente di astratto o lontano.

Questo è il cambio di frame che l’Italia non ha ancora fatto. Non più “armi contro ospedali” ma “proteggere gli ospedali richiede capacità di difesa cyber”. Non più “spese militari contro welfare” ma “il welfare funziona solo se le infrastrutture critiche sono al sicuro”. Non è retorica ma la descrizione accurata di uno scenario che l’Ucraina ha reso visibile a chiunque volesse guardare.

Un cambio di frame di questa portata non lo possono fare le aziende. Non è il loro ruolo, non è la loro legittimità e sarebbe sbagliato aspettarselo. Può farlo solo lo Stato. Con continuità, con risorse dedicate, con una strategia comunicativa che esista ancora domani mattina e non solo il giorno della conferenza stampa.

Tre cose concrete

Cosa servirebbe, dunque? Non un piano strategico da cento pagine. Tre cose concrete, che altri paesi fanno già da anni.

La prima è la trasparenza sistematica sui dati d’impatto: occupazione, distribuzione territoriale, ricadute sulla ricerca, formazione delle competenze avanzate. Non comunicati stampa episodici ma dati pubblici, aggiornati, accessibili a tutti. In Francia è prassi ordinaria del Ministère des Armées. In Italia è ancora un’eccezione che dipende dalla buona volontà dei singoli.

La seconda è una comunicazione istituzionale strutturata e continua. Non l’audizione parlamentare tecnica che non guarda nessuno, non il comunicato che finisce negli archivi digitali. Una presenza costante nei luoghi dove si formano le opinioni. Oggi quei luoghi sono i podcast, i canali digitali, i format che parlano alle nuove generazioni. Quelle stesse generazioni che dopo l’Ucraina hanno sviluppato una consapevolezza pragmatica sulla sicurezza che nessuna istituzione italiana sta ancora intercettando.

La terza, e più difficile: la volontà politica di sostenere quella narrazione nel tempo, indipendentemente da chi governa. La grandeur francese non cambia con le elezioni. La nostra assenza narrativa, purtroppo, è rimasta costante attraverso tutti i governi che ho servito e osservato. È un problema culturale prima ancora che politico e i problemi culturali si risolvono solo con scelte deliberate e continuative, non con le buone intenzioni di turno.
Tra dieci anni la domanda non sarà quanto abbiamo investito in difesa. Sarà se eravamo ancora capaci di spiegare ai cittadini perché lo avevamo fatto. E quella capacità non si improvvisa all’ultimo momento: si costruisce adesso, o non si costruisce più.

Siamo pronti a farlo? O aspettiamo, ancora una volta, che siano altri a raccontare la storia al posto nostro?

 

Russia e Ucraina, l’Ue accelera su sanzioni e allargamento. La sfida a Mosca

9 June 2026 at 15:36

Allargamento sì, ma con un occhio ai tempi e ai modi delle richieste già avanzate in passato, nella consapevolezza che il lento e complesso processo deve gioco forza intrecciarsi con una risoluzione del conflitto tra Ucraina e Russia per generare gli effetti politici auspicati. L’Unione Europea gioca la carta della programmazione e mentre da un lato, per bocca della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia l’intenzione di aprire i negoziati con Ucraina e Moldavia, dall’altro mette nero su bianco la portata delle nuove sanzioni contro Mosca.

Come aprire il cluster negoziale

Gli ucraini “stanno realizzando una riforma dopo l’altra mentre le loro città sono sotto attacco”. Parte da questa premessa Von der Leyen per mettere un accento specifico sul macro tema dell’allargamento europeo a est: ovvero lo sforzo valoriale, sociale ed umano che il popolo di Kyiv sta compiendo e che rappresenta una coccarda da appuntare sul petto. Nonostante tutto questo, “mentre le loro città sono sotto attacco, mentre il cielo sopra di loro è pieno di fumo, mentre le sirene antiaeree risuonano in tutto il Paese” stanno compiendo progressi straordinari nelle loro riforme: quindi si sono meritati un premio da Bruxelles, che aprirà il primo cluster negoziale per l’adesione all’Unione europea di Ucraina. Per cui, è il ragionamento di Von der Leyen, se l’Ucraina ha fatto la sua parte, “è ormai giunto il momento che anche noi facciamo la nostra, e ora abbiamo l’opportunità storica di farlo”. Non solo Ucraina, della partita è anche la Moldavia, altro Paese molto strategico e fortemente a rischio per via della vicinanza russa.

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni

Cripto russe e prodotti ittici: si concentra su questi due filoni il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca, annunciate oggi dalla presidente della Commissione europea. L’obiettivo della mossa di Bruxelles è “colpire infrastrutture critiche coinvolte nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo, come porti, aeroporti e raffinerie” e proporre “di limitare la vendita ai soggetti russi di navi cisterna destinate al trasporto di prodotti energetici, così come abbiamo già fatto per le petroliere”. Sono ricompresi anche il “divieto di transazioni ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società di criptovalute, piattaforme finanziarie e operatori del commercio petrolifero con sede in Paesi terzi”.

Ma chi sono i soggetti coinvolti? Si tratta di personaggi che hanno appoggiato entità e individui russi già sanzionati oppure che hanno contribuito ad aggirare le sanzioni restrittive già in essere, precisando che “per la prima volta introdurremo inoltre la possibilità di imporre un divieto totale ai fornitori di servizi legati alle cripto-attività operanti in Paesi terzi. Si tratterà di un forte deterrente nei confronti delle piattaforme che aiutano la Russia a eludere il regime sanzionatorio”.

Non solo cripto, anche i merluzzi sono al centro delle sanzioni europee: il riferimento è a restrizioni sostanziali alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale su altri, tra cui il merluzzo, ha aggiunto la presidente della Commissione, con l’intenzione di allineare le restrizioni commerciali imposte dalla Bielorussia in modo che non possa fungere da porta d’accesso per il commercio russo. “Proponiamo inoltre nuovi divieti di importazione su una serie di beni per un valore di 60 milioni di euro, ad esempio su alcuni metalli o componenti per auto, perché vogliamo consolidare la diversificazione dell’Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni russe”, ha concluso.

Una svolta verso i negoziati?

La novità si ritrova nella nazionalità dell’eventuale negoziatore: dopo i nomi di Schroeder e Abramovich fatti circolare negli ultimi giorni, secondo il quotidiano russo Vedomosti l’eventuale negoziatore dell’Unione europea nei colloqui con la Russia potrebbe essere francese o italiano. La fonte che ha ispirato la ricostruzione del foglio moscovita aggiunge che qualsiasi negoziato tra Russia e Ue sarà fattibile solo in caso di cessate il fuoco in Ucraina. Pronta la replica del portavoce della presidenza russa, Dmitrij Peskov, secondo cui gli europei sarebbero “ancora lontani dall’essere pronti ad agire come mediatori, avviare gli sforzi di mediazione ponendo delle condizioni alla Russia è probabilmente illogico, è sbagliato. E, naturalmente, è inaccettabile per noi”.

Una scelta saggia. Il Financial Times promuove l’Opas di Intesa su Mps

9 June 2026 at 15:07

A 48 ore dalla domenica che potrebbe aver riscritto equilibri e perimetro del sistema bancario nazionale, da Londra arriva tutto l’apprezzamento per la discesa in campo di Intesa, accompagnata per l’occasione da Bper, per acquisire a mezzo Opas da 30,6 miliardi il Monte dei Paschi e dunque Mediobanca, già parte integrante di Rocca Salimbeni. Un’operazione, come raccontato da questo stesso giornale, gradita a Palazzo Chigi e un po’ di alta sartoria e un po’ dall’anima italiana nonché protesa a salvaguardare le Generali (di cui Piazzetta Cuccia è azionista al 13%, mentre l’altro socio forte è Unicredit con il 9% del Leone) e il loro patrimonio fatto di risparmio e titoli di Stato. Prospettiva che invece con la vittoria di Banco Bpm, i cui soci di riferimento sono i francesi del Crédit Agricole, verrebbe meno.

Di qui una sorta di placet da parte del Financial Times, per il quale “L’offerta di Intesa per Mps ripristina un po’ di buon senso nel panorama del M&A italiano”, premette il quotidiano della City dalla sua famosa rubrica Lex column. Il messaggio di fondo è quello di far emergere il ruolo di Intesa quale attore primario del consolidamento bancario in Italia, ma anche di stabilizzatore della finanza italiana sia privata (con riferimento alla quota di Generali in pancia a Mediobanca) sia pubblica (con riferimento al debito pubblico finanziato e custodito in portafoglio dalle varie entità bancarie coinvolte). “L’M&A italiano spesso ha tanto a che fare con la politica e le personalità quanto con la massimizzazione del profitto. Ciò rende la proposta di acquisizione da 30 miliardi di euro del Monte dei Paschi di Siena da parte di Intesa Sanpaolo una gradita rarità”.

Intesa, secondo il FT, ha scelto “il bersaglio giusto, nel senso che le prospettive individuali dell’istituto di credito toscano Mps non sono grandi ed è alle prese con la complessa integrazione dell’arrogante rivale Mediobanca, acquisita lo scorso anno”. Inoltre, “la sua governance è fragile quanto mai: gli azionisti hanno recentemente estromesso e reintegrato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio in una rapida successione”. Al contempo, Intesa “è in un’ottima posizione per acquistare. La più grande banca italiana per asset ha collaborato con la compagnia assicurativa Unipol per spartirsi la rete di vendita al dettaglio si Siena nella speranza di evitare problemi di concorrenza”. Pensando così anche di poter tagliare 1,1 miliardi di euro di costi sovrapposti dalle parti che sta acquisendo, oltre ai 400 milioni di euro che Mps sperava già di risparmiare in spese e costi di finanziamento dall’acquisizione di Mediobanca.

Per fare un riferimento “il rivale di fascia media del mercato Banco Bpm, che domenica ha scritto al consiglio di amministrazione di Mps per proporre una fusione tra pari, pensa di poter tagliare solo 650 milioni di euro dalla combinazione. Ciò rende l’operazione proposta da Intesa un’operazione che crea molto valore, anche escludendo qualsiasi beneficio derivante dal cross-selling di prodotti e simili”. Attenzione, però, a Unicredit. “Se Intesa riuscirà a portarsi via Mps a questo prezzo dipenderà in gran parte dal collega Unicredit, la banca guidata dal veterano banchiere del M&A Andrea Orcel, ora impegnata in una tortuosa battaglia per acquistare la tedesca Commerzbank”. Ma Orcel “potrebbe essere tentato di lanciarsi anche lui in questa battaglia (per Mps, ndr), piuttosto che vedere i rivali italiani crescere nel suo mercato interno. Anche Intesa sarà difficile da battere: potrebbe addolcire la sua offerta di un paio di miliardi senza distruggere valore”. Di sicuro, “una vittoria di Intesa potrebbe piacere anche al primo ministro italiano Giorgia Meloni, in quanto riduce le possibilità che Generali cada in mani straniere”.

Tutto questo mentre, nel giorno in cui i titoli delle tre banche in corsa per Siena sono schizzati in Borsa, il ceo di Ca’ de Sass, Carlo Messina, è tornato a ribadire la bontà dell’operazione su Mps. Per Intesa il “vero valore consiste nel 50% di Monte dei Paschi di Siena che rimarrà con Intesa. E su questa quota possiamo creare un grande valore grazie alle sinergie in termini di ricavi e costi. Dall’altro lato c’è anche Mediobanca, che può portarci asset in gestione ma anche credito al consumo, settore in cui non siamo leader di mercato, ma possiamo diventarlo. E poi c’è la potenzialità di realizzare sinergie di costo grazie alla forza che abbiamo in Intesa”.

La nuova rotta del Levante, così Arabia Saudita e Turchia ridisegnano i corridoi regionali

9 June 2026 at 14:55

La Turchia e l’Arabia Saudita hanno firmato a Riyadh un memorandum d’intesa sulla cooperazione ferroviaria, imprimendo una nuova accelerazione al progetto di rilancio della storica Hejaz Railway. L’iniziativa punta a creare un corridoio ferroviario che colleghi il Regno alla Turchia attraverso Giordania e Siria, recuperando una delle principali direttrici terrestri del Medio Oriente.

Secondo il ministro saudita dei Trasporti e della Logistica Saleh al-Jasser, gli studi sul collegamento dovrebbero essere completati entro la fine dell’anno. Sul versante turco, il ministro Abdulkadir Uraloğlu ha confermato l’obiettivo di modernizzare la storica linea e, nel lungo periodo, estenderla verso l’Oman e dunque fino all’Oceano Indiano, segnando un’altra potenziale rotta indo-mediterranea per collegare Asia ed Europa, oltre a quella che attraversa il Mar Rosso e a quella immaginata dall’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC).

Dietro l’idea di recuperare un lineamento ferroviario storico, il progetto racconta qualcosa di più ampio. Il tentativo di ricostruire le connessioni terrestri del Levante dopo oltre un decennio di guerre e frammentazione regionale è parte di una nuova consapevolezza sulla gestione delle rotte strategiche. Serve ridondanza, servono nuove connessioni, servono corridoi alternativi capaci di garantire continuità ai flussi commerciali anche in presenza di crisi, conflitti o interruzioni lungo le principali vie di transito.

La geografia del corridoio è significativa quanto il progetto stesso. Collegando la Penisola Arabica alla Turchia attraverso Giordania e Siria, la linea punta infatti a creare una direttrice terrestre alternativa a una serie di chokepoint che negli ultimi anni hanno evidenziato la vulnerabilità delle catene commerciali regionali.

Nelle dichiarazioni turche il riferimento più esplicito è allo Stretto di Hormuz. Ankara presenta infatti il possibile prolungamento verso l’Oman come uno strumento per raggiungere l’Oceano Indiano e ridurre la dipendenza da una delle principali strozzature marittime del commercio globale. Ma il corridoio avrebbe anche l’effetto di diminuire il ricorso alle rotte che attraversano il Mar Rosso e il Canale di Suez, offrendo un collegamento terrestre tra il Golfo e il Mediterraneo orientale. L’obiettivo di aggirare i punti di maggiore vulnerabilità si riflette anche nell’esclusione di Israele e del Libano dalla mappa del progetto. Non si tratta di un dettaglio geografico, ma di una precisa architettura regionale.

In questo schema la Siria torna ad assumere una funzione che aveva progressivamente perduto con la guerra civile. Damasco e Aleppo riemergono come nodi di transito indispensabili per collegare la Penisola Arabica all’Anatolia. Non è un caso che il rilancio della ferrovia sia stato preceduto da un accordo raggiunto nel settembre 2025 tra Turchia, Siria e Giordania. Quell’intesa prevedeva il completamento di segmenti mancanti della linea, la cooperazione tecnica tra i tre Paesi e la riattivazione dei collegamenti terrestri interrotti durante il conflitto.

La rinascita della Hejaz Railway appare quindi come una manifestazione concreta del graduale reinserimento della Siria nelle reti economiche regionali. Prima ancora che sul piano diplomatico, la normalizzazione del Paese sembra avanzare attraverso infrastrutture, logistica e commercio.

Il progetto si inserisce inoltre in una strategia di connettività più ampia perseguita dalla Turchia. Negli ultimi anni Ankara ha promosso contemporaneamente il Development Road, destinato a collegare Bassora al confine turco attraverso l’Iraq, e il Zangezur Corridor, tassello del Middle Corridor verso il Caucaso e l’Asia Centrale. Il rilancio della Hejaz Railway aggiunge una direttrice meridionale a questa rete di collegamenti, rafforzando l’ambizione turca di trasformarsi in uno snodo logistico tra Europa, Medio Oriente ed Eurasia.

La crescente convergenza con l’Arabia Saudita rappresenta uno degli aspetti più rilevanti del progetto. Per anni Ankara e Riyadh hanno sostenuto priorità regionali spesso divergenti. Oggi sembrano invece condividere un obiettivo più pragmatico: costruire infrastrutture capaci di aumentare la resilienza delle catene commerciali e di consolidare il ruolo del Medio Oriente come piattaforma di transito tra Asia ed Europa.

Le dichiarazioni di al-Jasser riflettono questa impostazione. Il ministro saudita ha collegato il progetto ferroviario alla rete portuale del Regno e alla sua capacità di gestire volumi crescenti di container, suggerendo una visione integrata tra porti, ferrovie e corridoi logistici. La Hejaz Railway non viene concepita come un’infrastruttura isolata, ma come l’estensione terrestre delle ambizioni saudite nel settore della logistica.

Questa direttrice assume ulteriore rilievo in un momento in cui altre architetture regionali incontrano ostacoli politici. L’IMEC è stato concepito per collegare India, Golfo ed Europa attraverso una rete di infrastrutture che dovrebbe beneficiare anche di una progressiva normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele per consentire lo sbocco del corridoio nel Mediterraneo. La guerra a Gaza e il deterioramento del quadro di sicurezza regionale hanno però rallentato quella prospettiva.

La Hejaz Railway non nasce come alternativa formale a IMEC, ma di fatto rischia di diventarlo. Propone una geografia diversa che disegna una mappa che riflette gli equilibri politici emersi nella regione dopo gli sconvolgimenti degli ultimi anni.

La linea fu costruita tra il 1900 e il 1908 per collegare le province arabe dell’Impero ottomano alle città sante dell’Hijaz. Concepite per facilitare il pellegrinaggio e rafforzare il controllo amministrativo sui territori meridionali (ai tempi era nota come “Ottoman Rail”), quelle infrastrutture vengono oggi reinterpretate secondo una logica completamente diversa: container, corridoi multimodali, catene logistiche e accesso ai mercati globali. Alcuni segmenti sono già stati recuperati e modernizzati nel corso degli anni, mentre altri restano da ricostruire quasi integralmente. Da notare che Israele ha già ristrutturato e riattivato a uso interno la tratta tra Beit She’an e Haifa.

Resta da capire quanto rapidamente il progetto turco-saudita potrà trasformarsi in infrastruttura reale. Nella regione i grandi corridoi ferroviari richiedono normalmente anni di studi, finanziamenti e coordinamento politico prima dell’avvio dei cantieri. Da questo punto di vista, la firma del memorandum tra Riyadh e Ankara appare soprattutto come un segnale strategico, spiega una fonte regionale che pronostica tempi ben più lunghi di quelli annunciati – “Ci vorranno quattro anni per gli studi di fattibilità!”.

Il tempismo dell’intesa non passa inosservato. Mentre Arabia Saudita e Turchia rilanciano la direttrice della Hejaz Railway, gli Emirati Arabi Uniti hanno già avviato in Giordania un investimento da 2,3 miliardi di dollari per la Aqaba Port Railway, destinata a collegare il porto sul Mar Rosso alle aree minerarie del Paese e, in prospettiva, alla futura rete ferroviaria regionale.

Più che singole infrastrutture, le ferrovie stanno diventando strumenti di influenza economica e politica. Dietro il rilancio della Hejaz Railway e gli investimenti emiratini in Giordania si intravede una competizione sempre più evidente per il controllo dei corridoi che collegheranno Golfo, Levante, Mediterraneo e Oceano Indiano nei prossimi decenni. La firma del memorandum tra Riyadh e Ankara suggerisce che questa partita è appena iniziata.

Tajani e Crosetto ridisegnano la mappa delle missioni italiane

9 June 2026 at 14:26

Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iraq e alla Somalia. Sono queste le direttrici principali della relazione con cui Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno illustrato alle Commissioni Esteri e Difesa la partecipazione italiana alle missioni internazionali. Il quadro tracciato dal governo tiene insieme guerra, sicurezza dei contingenti, rotte strategiche e stabilizzazione di aree considerate decisive per gli interessi italiani.

La delibera prevede circa 7.500 militari impegnati, con un contingente massimo che può arrivare a 12mila unità, 37 assetti navali e 147 aerei. Lo stanziamento indicato è di circa 1,38 miliardi di euro, con una riduzione prossima al 6 per cento rispetto all’anno precedente. Dentro questi numeri si muove una linea politica che punta a confermare la presenza italiana nei principali teatri di crisi.

Ucraina, sostegno a Kyiv e rischio nucleare

Sull’Ucraina, Crosetto ha descritto una guerra ancora bloccata in una “sostanziale situazione di stallo”. La frase più forte riguarda il rischio nucleare. Per il ministro della Difesa, “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato ai libri di storia”. Una soluzione soltanto militare, ha aggiunto, “appare difficilmente perseguibile sul lungo termine”.

Tajani ha confermato il sostegno italiano a Kyiv, anche attraverso nuovi fondi per infrastrutture energetiche e sminamento. Ha però riconosciuto che un accordo con Mosca resta “lontanissimo”. La posizione del governo resta quindi costruita su due piani, aiutare l’Ucraina a difendersi e mantenere aperta la prospettiva di un negoziato, con un ruolo europeo nel passaggio finale.

Libano e Unifil, la sicurezza dei militari italiani

Nel Libano meridionale, la priorità indicata da Tajani è la sicurezza degli oltre mille militari italiani impegnati in Unifil e nella missione bilaterale Mibil. Il ministro ha sintetizzato la posizione con una formula netta, “i caschi blu non si toccano”.

Il mandato di Unifil è destinato a terminare, ma per il governo restano aperte le esigenze di sicurezza lungo la Linea blu e nel Sud del Libano. Per questo Roma ha posto alle Nazioni Unite e in Europa il tema della futura presenza internazionale nell’area. La questione non riguarda solo la continuità della missione, ma la tenuta di un presidio considerato essenziale per evitare un ulteriore deterioramento del fronte libanese.

Medio Oriente, rotte e mandato internazionale

Il Medio Oriente è stato descritto come il quadrante più esposto al rischio di allargamento delle crisi. Tajani ha richiamato gli attacchi iraniani contro Israele, la risposta israeliana e la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el-Mandeb, lo stretto tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove opera la missione europea Aspides a comando italiano.

Il governo lega ogni possibile impegno alla cornice multilaterale. “Non andremo mai a Hormuz da soli”, ha detto Tajani, chiarendo che un’eventuale partecipazione italiana per la libertà di navigazione richiederebbe una bandiera internazionale, europea, dell’Onu o comunque un mandato condiviso. È il limite politico fissato dall’esecutivo per evitare iniziative isolate in uno scenario già fragile.

Iraq e Somalia, le nuove missioni

La delibera apre anche due nuove missioni bilaterali, in Iraq e in Somalia. In Iraq, l’impegno italiano si inserisce nella fase di transizione legata alla conclusione dell’operazione contro il Daesh e punta a sostenere le forze di sicurezza locali.

In Somalia, Crosetto ha spiegato che il rafforzamento risponde a una richiesta del governo somalo per attività di formazione. Il ministro ha definito il Paese un punto fondamentale per i rapporti tra Africa e Asia e per le rotte commerciali del continente africano. La logica è costruire condizioni minime di sicurezza attraverso forze locali più solide. È una missione limitata negli strumenti, ma significativa per la strategia italiana in Africa, dove stabilità, formazione e presenza militare vengono presentate come parti dello stesso disegno.

Difesa aerea, ecco perché la Svizzera guarda al sistema italo-francese Samp/T

9 June 2026 at 14:25

La Svizzera sta valutando l’acquisizione di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio mentre le consegne dei sistemi Patriot ordinati agli Stati Uniti registrano ritardi che potrebbero protrarsi fino al 2032 o oltre. Lo ha dichiarato Markus Mäder, segretario di Stato per la Sicurezza, indicando il sistema franco-italiano Samp/T come la principale opzione europea presa in esame da Berna.

La Svizzera aveva acquistato nel 2022 cinque batterie Patriot nell’ambito del programma Air2030 per un valore di circa 2,3 miliardi di franchi svizzeri. Le consegne erano inizialmente previste tra il 2027 e il 2028, ma il calendario è stato successivamente posticipato di almeno cinque anni.

Secondo Mäder, la priorità della Svizzera è garantire l’interoperabilità con il contesto europeo. “Vogliamo essere interoperabili con il nostro ambiente, e il nostro ambiente è l’Europa”, ha affermato in un’intervista al Financial Times. Pur escludendo l’abbandono del programma Patriot, Mäder ha spiegato che Berna sta valutando soluzioni complementari alla luce dei ritardi accumulati.

Un eventuale ordine del Samp/T rappresenterebbe una novità significativa per la strategia di approvvigionamento svizzera. Il governo ha confermato il mese scorso di aver ricevuto risposte da Francia, Germania, Israele e Corea del Sud nell’ambito della ricerca di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio.

Il Samp/T è il principale sistema europeo della categoria ed è attualmente in fase di evoluzione verso la versione Samp/T NG. Il programma è sviluppato da MBDA insieme ai partner industriali Thales e Leonardo. Le prime consegne della nuova versione a Francia e Italia sono previste entro la fine di quest’anno, mentre la Danimarca è diventata nel 2024 il primo cliente export del sistema, con consegne attese a partire dal 2028.

Pur mantenendo la propria posizione di neutralità e restando al di fuori della Nato e dell’Unione europea, la Svizzera intende rafforzare la cooperazione in materia di difesa con i Paesi vicini. Mäder ha sottolineato che Berna si considera “parte integrante della sicurezza europea”.

Il segretario di Stato ha inoltre ribadito che una maggiore cooperazione con l’Europa non è incompatibile con il mantenimento dei rapporti con Washington. “Vogliamo intensificare la cooperazione con l’Europa, ma allo stesso tempo mantenere quella cooperazione in materia di sicurezza e difesa che funziona bene con gli Stati Uniti”, ha dichiarato. 

Disordine globale. Perché la vera sfida europea è formare chi sa leggere il caos

9 June 2026 at 14:17

Il 2 aprile 2025 Donald Trump annunciò il più vasto pacchetto di dazi commerciali introdotto dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. Nelle settimane successive, la riduzione dell’accesso al mercato americano spinse una quota crescente delle esportazioni cinesi verso l’Europa, accentuando tensioni commerciali già esistenti. Bruxelles reagì con misure difensive; Pechino con contromisure. Il sistema aveva iniziato a reagire a sé stesso.

Qualcosa di analogo accadde nel Mar Rosso. Gli attacchi degli Houthi alle navi commerciali dirette verso Israele produssero effetti molto più ampi del conflitto originario: il traffico globale si spostò verso il Capo di Buona Speranza e si modificarono equilibri logistici che coinvolgevano attori estranei allo scontro.

Lo stesso schema è emerso nella competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Le restrizioni americane all’export di chip avanzati, concepite per rallentare lo sviluppo tecnologico cinese, hanno contribuito ad accelerare la ricerca di soluzioni alternative.

Tre eventi, tre continenti, tre domini differenti. In tutti i casi la perturbazione iniziale ha superato il rapporto causale che l’aveva generata. Gli effetti finali non hanno coinvolto soltanto gli attori originari e il sistema ha modificato la propria configurazione mentre reagiva.

Un recente rapporto dell’Australian Strategic Policy Institute definisce questa condizione interaction density: una situazione nella quale sistemi economici, tecnologici, politici e militari risultano talmente interconnessi che gli effetti strategici emergono sempre più dalle loro interazioni e sempre meno dai singoli eventi. Quando la velocità delle interazioni supera la capacità di sintesi delle istituzioni, gli effetti di secondo e terzo ordine tendono a prevalere sulle intenzioni originarie degli attori.

In ambienti caratterizzati da elevata densità di interazione, la sicurezza non dipende soltanto dalla quantità di risorse disponibili, ma dalla capacità del sistema di coordinare domini differenti e rispondere rapidamente alle perturbazioni senza perdere coerenza operativa.

L’Europa sta progressivamente adattando le proprie strutture di sicurezza a un ambiente strategico caratterizzato da minacce ibride, interdipendenze critiche e crescente competizione tecnologica. Il rafforzamento delle capacità di difesa, la cooperazione industriale e l’aumento degli investimenti militari ne sono una manifestazione evidente.

Le recenti proposte di riorganizzazione della Difesa italiana si collocano all’interno di questa trasformazione: percorsi obbligatori interforze, riconoscimento del cyberspazio come dominio operativo, contrasto alle minacce ibride, integrazione tra droni, reti informative e capacità convenzionali.

La politica, una volta tanto, sembra aver colto il problema nei tempi giusti.

Ma questo potrebbe non bastare. Nel 1940 la Francia scoprì che possedere ottimi carri armati non equivaleva a possedere una forza corazzata efficace. Le piattaforme esistevano già. Mancavano la dottrina, l’organizzazione e le competenze necessarie per trasformarle in vantaggio strategico. Anche oggi, la vera scarsità strategica potrebbe non riguardare i sistemi d’arma, ma le persone capaci di integrarli all’interno di ambienti complessi.

La sfida decisiva è quindi cognitiva prima ancora che tecnologica: formare classi dirigenti capaci di comprendere sistemi nei quali gli effetti dipendono sempre meno dai singoli elementi e sempre più dalle relazioni che li connettono.

Gran parte dell’analisi geopolitica e giuridica continua, specie in Italia, a muoversi entro categorie elaborate per un ambiente molto più lineare e prevedibile. Quando queste mostrano i propri limiti, il dibattito oscilla spesso tra due reazioni opposte: il culto del caos, che trasforma la complessità in un mistero insondabile, e la liturgia della linearità, che interpreta il presente attraverso categorie elaborate per un mondo che non esiste più. E così continuiamo a formare le nostre classi dirigenti come se fossero chiamate a scegliere tra il pensiero sciamanico e il catechismo meccanicistico, anziché comprendere i meccanismi attraverso cui sistemi complessi producono nuovi equilibri.

La vera sfida formativa consiste nel preparare analisti e decisori capaci di operare in ambienti caratterizzati da elevata densità di interazione. Ciò richiede maggiore attenzione all’analisi delle reti, alla simulazione di scenari, all’intelligenza artificiale e alla teoria dei sistemi complessi. Non perché il diritto, la geopolitica o la storia contino meno, ma perché senza comprendere le interdipendenze che collegano fenomeni economici, tecnologici, militari e sociali si rischia di applicare categorie sofisticate a problemi che non si è nemmeno riusciti a vedere.

Per oltre due secoli abbiamo formato generazioni di dirigenti a scomporre i fenomeni nei loro elementi costitutivi. Oggi questo non basta più. Dichiarare il mondo incomprensibile può essere una consolazione psicologica; difficilmente è una strategia conoscitiva. Il problema strategico del nostro tempo non è l’assenza di ordine, bensì la difficoltà di riconoscere le nuove forme attraverso cui l’ordine si manifesta.

Picierno può federare il centro, oltre il campo largo. Parla Concia

9 June 2026 at 13:57

Prima di tutto, una cosa è certa: il terremoto provocato dall’uscita di Pina Picierno dal Partito democratico non si è esaurito con una lettera di dimissioni. Al contrario, ha aperto una faglia politica che attraversa il centrosinistra, il mondo liberal-democratico e quella vasta area di cittadini che negli ultimi anni ha progressivamente smesso di riconoscersi nelle offerte politiche esistenti. A poche ore dal lancio di Spazio Pubblico, il nuovo soggetto promosso dalla vicepresidente del Parlamento europeo, sono già migliaia le adesioni raccolte. Un segnale che racconta non soltanto la forza di una leadership, ma anche l’esistenza di una domanda politica rimasta finora senza rappresentanza. Di questo, delle prospettive del nuovo progetto e del futuro dell’area riformatrice, Formiche.net parla con Anna Paola Concia, ex parlamentare del Pd, tra le voci più impegnate nella costruzione della nuova iniziativa politica.

Concia, Spazio Pubblico nasce e nel giro di poche ore raccoglie migliaia di adesioni. Cosa vi sta dicendo questo risultato?

Ci sta dicendo che esiste una domanda enorme di partecipazione e di politica seria. Ci stanno scrivendo donne e uomini che da tempo si erano allontanati dall’impegno pubblico, ma anche tantissimi giovani. È un progetto molto dal basso, aperto a chi vuole contribuire. Non parliamo di riformisti, ma di riformatori: persone che vogliono mettere le mani nei problemi e trovare soluzioni concrete alle grandi questioni nazionali e internazionali. La polarizzazione esasperata che stiamo vivendo impedisce di affrontare i problemi e di risolverli. Noi vogliamo fare esattamente il contrario.

Quanto pesa la figura di Pina Picierno in questa fase?

Pina ha una leadership forte e molto chiara. Ha una visione precisa del mondo, dell’Europa e del ruolo che l’Italia deve avere. È una donna che non ha ambiguità e che dice quello che pensa. In una fase come questa è un valore aggiunto. Inoltre rappresenta una leadership femminile importante in un’area politica che spesso è stata segnata da un eccesso di narcisismo maschile.

Le dimissioni dal Pd l’hanno sorpresa?

No. A un certo punto me le aspettavo. Pina ha provato in tutti i modi a costruire un dialogo e a mantenere aperto un confronto politico. Ma nel Pd gliene hanno fatte davvero di ogni. Alla fine è stata spinta verso l’uscita. Non è stata una decisione improvvisa o emotiva, ma il punto di arrivo di una lunga vicenda politica.

Lei e Picierno siete state tra le fondatrici del Partito democratico. Cosa si è rotto?

Io e Pina abbiamo storie diverse, ma un rapporto molto antico e una grande affinità politica e umana. Quello che vedo oggi è una scelta politica precisa: l’abbandono dell’incontro tra culture differenti. Il Pd era nato per mettere insieme storie diverse e costruire una sintesi. Oggi questa vocazione è stata accantonata. Mi pare che il messaggio sia quasi “meno siamo, meglio stiamo”. È una scelta legittima, ma comporta la rinuncia a una vocazione maggioritaria.

In molti osservano che il Pd sta puntando tutto sul campo largo. È questa la differenza di fondo?

Non mi permetto di giudicare il percorso degli altri. Prendo atto che stanno cercando di costruire il campo largo. Semplicemente io non mi riconosco più in quella prospettiva da molto tempo. Populismo e dogmatismo non appartiengono al mio Dna politico e culturale.

Quindi Spazio Pubblico non sarà una componente del campo largo?

No. Spazio Pubblico nasce con una sua identità e una sua autonomia. L’obiettivo è tenere insieme un’area liberal-democratica che vuole affrontare i problemi senza ideologie, senza dogmatismi e senza appartenenze rigide. Vogliamo costruire una casa per chi crede nelle riforme e nella responsabilità.

Quale sarà il prossimo passo?

Stiamo lavorando sui contenuti. Le adesioni sono importanti, frutto di un lavoro dal basso. Vogliamo elaborare proposte sull’Europa, sull’Italia e sul contesto internazionale. Dall’economia alle disuguaglianze sociali, dai diritti civili alla competitività del Paese. Il punto è capire come sbloccare l’Italia e come renderla più forte in un mondo che cambia rapidamente.

State dialogando con le altre realtà dell’area liberal-democratica?

Ci sono confronti aperti e Pina se ne sta occupando direttamente. Penso a Carlo Calenda, a Luigi Marattin e ad altre personalità che si muovono in questo spazio politico. Condivido quello che ha detto Claudio Velardi: bisogna fare piazza pulita di veti, nervosismi, personalismi e impedimenti reciproci.

Picierno può diventare il punto di sintesi di questo mondo?

Credo di sì. Può essere una catalizzatrice dell’area liberal-democratica. E lo dico anche con una battuta affettuosa: non ha testosterone. In una fase in cui spesso prevalgono ego e protagonismi, questa può essere una forza. Ha le caratteristiche per svolgere un ruolo federatore.

Qual è il messaggio che vuole lanciare a chi guarda a questo progetto?

Di tenersi stretti. Sui contenuti le differenze sono molto meno profonde di quanto spesso si racconti. È arrivato il momento di superare i personalismi e lavorare insieme con una visione comune e con senso di responsabilità verso il Paese. La mia è una visione profondamente pragmatica, orientata al futuro. Anche l’esperienza di vivere all’estero da oltre dodici anni mi ha rafforzato in questa convinzione: servono meno identità contrapposte e più capacità di costruire soluzioni.

L’Ipo di Moonshot può spaventare la Cina. Ecco perché

9 June 2026 at 12:23

Non sarà la quotazione di SpaceX, candidata quasi certa alla vittoria per la più grande Ipo della storia. Ma il boato è destinato comunque a sentirsi. Nel grande gioco dell’Intelligenza Artificiale, la Cina ha smesso da tempo di inseguire il resto del mondo. Eccezion fatta per gli Stati Uniti, loro sì, pare, copiati per certi versi dal Dragone. L’ultima conferma arriva da Moonshot, startup di Pechino che punta a raccogliere fino a 2 miliardi di dollari per arrivare a una valutazione complessiva di 30 miliardi e presentarsi così al mercato, in vista di un’Ipo alla borsa di Hong Kong per potrebbe arrivare nei prossimi mesi, forse già entro la fine dell’estate.

L’azienda madre del chatbot Kimi ha infatti proprio in queste ore avviato colloqui preliminari con potenziali investitori per raccogliere oltre 2 miliardo di dollari, secondo quanto riferito da fonti vicine alla vicenda. Le discussioni sono iniziate proprio mentre Moonshot è sul punto di chiudere un round di finanziamento guidato da Meituan, che ha già valutato l’azienda non meno di 20 miliardi di dollari dopo l’investimento. Se la startup raggiungerà il suo ultimo obiettivo di finanziamento, si tratterebbe di un aumento di sette volte della capitalizzazione rispetto a dicembre, quando la startup era valutata poco più di 4 miliardi di dollari. Poi verrà il turno del mercato, a cui spetterà l’ultima parola sul valore di Moonshot.

Insomma, la Cina ha voglia di crescere nell’Intelligenza Artificiale, continuando a sfidare un’Occidente che, almeno per il momento, rimane essenzialmente aggrappato alla tecnologia americana.L’azienda con sede a Pechino si sta d’altronde affermando come uno dei laboratori di ricerca sull’Intelligenza Artificiale cinesi meglio finanziati, grazie agli investimenti che riversano capitali in un gruppo in chiara competizione con OpenAI e Anthropic. L’ultimo round di finanziamento aiuterebbe, per esempio, Moonshot a superare Minimax Group, società quotata in borsa, che oggi vanta una capitalizzazione di mercato di circa 20 miliardi di dollari. Entrambe restano comunque indietro rispetto agli circa 80 miliardi di dollari di Zhipu e ai circa 50 miliardi di dollari che DeepSeek..

Certo, tutto questo cozza un po’ con la recente crisi mistica scoppiata ai piani alti del partito comunista. Il quale teme che l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale in Cina comporti un progressivo impoverimento professione e, soprattutto, umano. Come raccontato da questo giornale qualche giorno fa, la scorsa estate, il vicepremier cinese He Lifeng ha chiesto ai principali datori di lavoro del Paese, gruppi tecnologici, banche, case automobilistiche e altre grandi imprese, di valutare quale impatto l’IA avrebbe potuto avere sui loro organici. Alcune aziende hanno risposto che la nuova tecnologia avrebbe potuto creare nuove mansioni nei prossimi anni, ma anche cancellare, una volta pienamente applicata, il 30% o più dei ruoli esistenti.

Ora, da quel confronto è maturata una linea che oggi sta prendendo forma attraverso direttive amministrative, casi giudiziari e orientamenti dei governi locali: le aziende possono innovare, ma non possono usare l’automazione come giustificazione automatica per ridurre il personale. Alla fine dello scorso anno, il ministero delle Risorse umane e della sicurezza sociale cinese ha avvertito in particolare le imprese tecnologiche, dove la forza lavoro è più giovane, di non procedere a licenziamenti legati all’introduzione dell’IA. Alle aziende viene chiesto così di spiegare i tagli e, in alcuni casi, di dimostrare che non siano semplicemente il risultato della sostituzione dei lavoratori con sistemi automatici. Qualcosa non quadra.

Da Byd a Nio, da Alibaba a Baidu, tutte le aziende cinesi accusate dal Pentagono di aiutare la Pla

9 June 2026 at 11:42

Gli Stati Uniti hanno compiuto un nuovo passo nella competizione strategica con la Cina inserendo numerosi colossi tecnologici cinesi nella lista delle aziende considerate collegate all’apparato militare di Pechino. Con l’ultimo aggiornamento, nella cosiddetta “1260H list” del Department of Defense sono stati inclusi nomi di primo piano del panorama cinese come Alibaba, Baidu, Byd e Nio; accanto a loro, nella lista hanno trovato spazio anche i produttori di memorie Cxmt e Ymtc, la società di robotica Unitree, l’azienda di sensori per veicoli autonomi RoboSense e il gruppo biotech WuXi AppTec. Sebbene l’inclusione nella lista non comporti da subito l’imposizione immediata di sanzioni, la misura avrà comunque conseguenze concrete per le società interessate. A partire da questo mese, infatti, il Pentagono non potrà stipulare contratti diretti con le aziende designate, mentre dal 2027 sarà vietato acquistare i loro prodotti e servizi anche tramite intermediari.

La decisione arriva poche settimane dopo l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping e rappresenta un chiaro segnale della volontà di Washington di mantenere alta la pressione su Pechino, nonostante la temporanea tregua commerciale. Il nuovo elenco ricalca sostanzialmente una versione pubblicata e poi rapidamente ritirata dal Pentagono nel febbraio scorso, con l’aggiunta dei produttori di memorie Cxmt e Ymtc, la cui esclusione aveva suscitato critiche da parte dei falchi anti-cinesi del Congresso. Secondo il Dipartimento della Difesa, le aziende inserite nella lista soddisfano i criteri previsti dalla legge statunitense per essere considerate “Chinese military companies”, pur mantenendo attività o interessi negli Usa.

Particolarmente significativa è la presenza di Byd e Baidu, poiché la loro inclusione riflette una visione sempre più ampia della sicurezza nazionale americana, che considera strategici settori come mobilità elettrica, cloud computing, semiconduttori, robotica e IA. Anche l’inserimento di Unitree, azienda nota per i suoi robot quadrupedi e umanoidi, evidenzia come Washington guardi con crescente attenzione alle tecnologie dual-use, capaci di trovare applicazione sia in ambito civile sia militare.

Le aziende coinvolte hanno respinto con decisione le accuse. Alibaba ha sostenuto che non esiste alcun fondamento per la sua designazione e ha annunciato che utilizzerà tutti gli strumenti legali disponibili per contestarla. Baidu ha definito “del tutto infondata” l’ipotesi di essere una società militare, mentre WuXi AppTec ha parlato di una classificazione errata e ha promesso di agire per correggerla. Anche l’ambasciata cinese a Washington ha criticato la decisione, accusando gli Stati Uniti di utilizzare liste discriminatorie contro le imprese cinesi e chiedendo un ambiente commerciale più equo e non discriminatorio.

La mossa conferma lo spostamento della competizione tra Stati Uniti e Cina dall’ambito più strettamente commerciale auna sfida sistemica per il controllo delle tecnologie del XXI secolo, dall’IA ai veicoli elettrici e dai semiconduttori alla robotica avanzata. In questo quadro, l’aggiornamento della lista del Pentagono rappresenta un ulteriore tassello della strategia americana volta a limitare l’influenza tecnologica cinese e a rafforzare la propria sicurezza economica e industriale.

Il mare a est di Taiwan e il nuovo fronte delle Filippine

9 June 2026 at 11:36

Domenica 7 giugno 2026 quattro imbarcazioni cinesi hanno violato la zona ristretta a trenta miglia nautiche dalla punta meridionale di Taiwan. Sette motovedette della Guardia Costiera taiwanese le hanno intercettate e scortate fuori dalle proprie acque. Il termine usato da Taipei è stato “espulso”. La Guardia Costiera taiwanese ha diffuso la registrazione dello scambio radio tra le due parti: secondo Reuters che ha potuto ascoltare l’audio, l’ufficiale cinese a bordo rivendicava giurisdizione piena su quelle acque, mentre il collega taiwanese rispondeva che la Cina non godeva di alcun diritto sovrano nelle acque orientali di Taiwan e che, in caso di conflitto, sarebbe stata Pechino a dover rispondere al giudizio del mondo.

L’episodio era stato preceduto, il sabato, dall’annuncio ufficiale di una «operazione speciale di presidio del traffico marittimo nelle acque a est di Taiwan, disposta dal Ministero dei Trasporti cinese insieme alle autorità marittime del Fujian e del Guangdong. La nave di punta era la Haixun 09, la più grande unità di pattugliamento civile della flotta cinese. Nessuno scafo militare in prima fila: tutta la formazione era composta da imbarcazioni di guardia costiera e soccorso marittimo, tecnicamente civili o paramilitari. Una scelta che è già di per sé un messaggio.

Non è la prima volta che Pechino ricorre a questo dinamica. Nel 2023, in risposta all’incontro tra l’allora presidente Tsai Ing-wen e lo Speaker McCarthy in California, le esercitazioni della PLA avevano già fatto largo uso di navi civili e della guardia costiera attorno ai confini marittimi taiwanesi. Nel maggio 2024, per l’insediamento di Lai Ching-te, l’apparato era stato ancora più imponente: operazioni che simulavano un accerchiamento dell’isola con un coordinamento intenso tra mezzi militari e paramilitari. L’ambiguità è deliberata: strumenti formalmente civili, finalità strategicamente identiche a quelle della marina da guerra, pressione che non supera la soglia del conflitto aperto ma la popola di incertezza. L’operazione di questa settimana è un’accelerazione di questa dinamica, piuttosto che una novità.

Domenica le navi cinesi non hanno superato le ventiquattro miglia nautiche delle acque contigue di Taiwan — si sono fermate prima, costruendo una presenza che è pressione senza essere attacco, che sfida senza offrire il pretesto per una risposta militare. È il manuale della coercizione graduata affinato nel Mar Cinese Meridionale, applicato ora sistematicamente anche al quadrante orientale di Taiwan.

Il pretesto: Manila e Tokyo tracciano confini

Pechino ha spiegato senza ambiguità cosa avesse fatto scattare l’operazione. A fine maggio, il vertice di Tokyo tra la premier Takaichi e il presidente filippino Marcos Jr. aveva sancito quello che l’agenzia Jiji Press ha definito una “quasi-alleanza”: i due Paesi hanno elevato le relazioni a Partenariato Strategico Globale — il primo mai sottoscritto dalle Filippine con un attore internazionale— e annunciato trattative formali per delimitare i propri confini marittimi nelle acque a est di Taiwan, area in cui le zone economiche esclusive di Giappone e Filippine si sovrappongono e dove la Cina avanza le proprie rivendicazioni. L’annuncio, nell’interpretazione di Pechino, aveva «gravemente violato la sovranità territoriale e i diritti marittimi cinesi» e perciò il pattugliamento era «una misura necessaria».

A Tokyo, Takaichi aveva inquadrato l’intesa con una frase programmatica: “Rafforzeremo legami che non saranno influenzati dai cambiamenti nell’ambiente globale». I “cambiamenti nell’ambiente globale” è il modo diplomatico per menzionare Donald Trump: il rafforzamento bilaterale è anche, esplicitamente, un modo per tenere Washington agganciata all’Indo-Pacifico senza affidarsi ciecamente alla sua continuità.

Le Filippine al centro

Per Manila, l’escalation è la conseguenza di una scelta precisa: non rinunciare all’alleanza con Washington, costruire una partnership sempre più strutturata con Tokyo, senza chiudere i canali con Pechino — il principale partner commerciale dell’arcipelago. Una traiettoria che Pechino non ha accettato in silenzio. La convergenza con il Giappone era già in piena accelerazione. Il vertice di Tokyo ha prodotto impegni di investimento per oltre tre miliardi e mezzo di dollari — manifattura avanzata, semiconduttori, cantieristica, energia — e soprattutto un quadro di accesso militare reciproco e trattative per la condivisione di intelligence classificata. Il Giappone finanzia infrastrutture filippine da decenni, ha trasformato la Guardia Costiera dell’arcipelago in un corpo operativo credibile, ha equipaggiato la marina militare con sistemi di sorveglianza. Quello che era già in costruzione da anni è diventato, con Marcos-Takaichi, un’alleanza dichiarata.

Poche settimane prima, Balikatan 2026 aveva mostrato dove si orientasse la bussola strategica dell’arcipelago. Oltre diciassettemila soldati di sei nazionalità, il contingente più numeroso di sempre, addestrati per quasi tre settimane nell’area del nord di Luzon, le province che si affacciano sullo stretto verso Taiwan. Per la prima volta il Giappone ha partecipato con propri soldati e proprie navi. In mare, le forze americane hanno sperimentato droni navali capaci di colpire bersagli di superficie — la stessa tecnologia che ha ridisegnato i connotati del conflitto nel Mar Nero. I rifornimenti sono stati dispersi su rotte alternative a Subic Bay, grande ma vulnerabile, segnalando che il pensiero tattico si sta adattando agli scenari di una guerra vera.

C’è un paradosso che non sfugge agli osservatori più attenti. Sotto Duterte, tra il 2016 e il 2022, Manila aveva preso le distanze da Washington in modo esplicito — sospendendo le esercitazioni, corteggiando Pechino e Mosca. Fu il momento in cui la Cina aveva l’opportunità di attrarre stabilmente le Filippine nella propria orbita. Non la sfruttò: le milizie marittime continuarono a disturbare i pescatori filippini, la guardia costiera cinese a bloccare i rifornimenti verso le postazioni di Manila nel Mar Cinese Meridionale, le rivendicazioni territoriali non arretrarono di un millimetro. Oggi in molti nelle Filippine ricordano quel periodo non come una stagione di avvicinamento ma come la prova che la pressione cinese era strutturale, indipendente da qualsiasi scelta politica di Manila.

In questo quadro si inserisce anche il Vietnam. Hanoi ha sempre gestito i rapporti con Pechino attraverso la cosiddetta diplomazia del bambù — la capacità di piegarsi senza spezzarsi, di non legarsi a nessuno schieramento. Ma la pressione cinese nel Mar Cinese Meridionale sta erodendo quella neutralità: le frizioni attorno al Second Thomas Shoal, le dispute sulle zone di estrazione energetica, le contestazioni alla nine dash line” sono conflittualità strutturali che la cortesia diplomatica non ammorbidisce. Non è un caso che negli stessi giorni del vertice di Tokyo Marcos ricevesse a Manila il leader To Lam, elevando i rapporti a Partenariato Strategico Rafforzato. Al forum di Shangri-La, Lam aveva avvertito contro un ordine regionale in cui «i pesci grandi inghiottono i pesci piccoli». Il Vietnam non si sta schierando apertamente, ma si sta avvicinando — e Manila è il punto di convergenza naturale.  È quella memoria, più di qualsiasi calcolo strategico, a rendere la svolta di Marcos irreversibile. Difficilmente il suo successore potrà ridirezionare l’approccio di Manila nei confronti di Pechino, anche se fosse Sara Duterte ossia la figlia maggiori di chi ha voluto l’apertura nei confronti della Cina.

Il pericolo cinese è riconosciuto trasversalmente nella classe dirigente filippina — non è propaganda americana, è esperienza accumulata nel proprio mare di casa. E così, anche quando Washington appare meno affidabile di un tempo — i dazi, la guerra nel Golfo, gli impegni difensivi soggetti a rinegoziazione, l’approccio transazionale — la risposta di Manila non è cercare un nuovo protettore. È costruire una rete più fitta: Tokyo, Hanoi, i partner regionali, chiunque condivida l’interesse agarantire la libertà di navigazione nel Mar Cinese meridionale.

Panama rimescola le carte sul canale. Sfida aperta tra Washington e Pechino

9 June 2026 at 10:46

Il governo panamense è pronto a rimettere in palio le concessioni per il canale di Panama, pochi mesi dopo aver, nemmeno troppo gentilmente, accompagnato alla porta la Cina e le sue compagnie di navigazione. La vicenda è nota e questo giornale l’ha raccontata più volte. Da quando, ormai un anno fa, una cordata di investitori occidentali guidata dal più grande fondo del mondo, Blackrock, si è fatta avanti per rilevare dalla cinese Ck Hutchinson 43 scali portuali nel mondo, inclusi i due hub alle estremità del canale, Cristobal e Balboa, sull’infrastruttura marittima che collega l’Atlantico al Pacifico si è scatenata una vera e propria battaglia. Resa ancora più aspra dalla sopraggiunta chiusura dello stretto di Hormuz, che ha reso a tutti gli effetti Panama ancora più strategico.

Adesso è tempo di rimescolare le carte e, come è in grado di rivelare questo giornale, procedere al riaffidamento delle concessioni. In tal senso le autorità del Canale hanno pubblicato i documenti di prequalificazione, nell’ambito del processo di selezione del futuro concessionario. La fase preliminare rientra infatti nei meccanismi stabiliti dal regolamento nazionale sulle concessioni dell’Autorità del canale di Panama, che facilitano l’interazione tra le parti interessate e le medesime autorità. La documentazione presentata dai partecipanti, viene spiegato, “sarà valutata in conformità ai criteri tecnici, finanziari e legali definiti nel documento di prequalificazione e nei relativi emendamenti”.

Ora, una domanda sorge d’obbligo: la Cina sarà della partita? Di sicuro, dopo essere stata estromessa dalla stessa Corte Suprema panamense, Pechino sembra avere un po’ di paura di perdere, per sempre, le sue ambizioni sul canale. La prova potrebbe essere nelle considerazioni del ministro degli Esteri cinese Wang Yi per il quale il Dragone è pronto ad approfondire la cooperazione pratica con Panama tanto da esortare il Paese centroamericano a tutelare i diritti delle imprese cinesi. Wang ha affermato che le relazioni tra Cina e Panama non dovrebbero essere soggette a interferenze di terzi. Forse si riferiva agli Stati Uniti. Ma sì, la Cina ha paura.

Industria, marittimi, aeronautica. Meloni sprona l’Ue sull’Ets

9 June 2026 at 10:40

La competitività europea, di domani ma anche di oggi, passa inequivocabilmente dal dossier Ets. Ovvero dal meccanismo di neutralità climatica che potrebbe deindustrializzare il Vecchio continente. Per questa ragione, in occasione della videoconferenza ospitata dal presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni, dal Cancelliere federale tedesco Friedrich Merz e dal Primo Ministro belga Bart De Wever, è stata messa nero su bianco la necessità di una accelerata netta sul punto: ovvero che la prevista proposta di revisione della Direttiva Ets, attesa entro il prossimo luglio, si concentri sulla mitigazione del suo impatto sui prezzi dell’energia, sulla riduzione della volatilità delle tariffe e sull’eliminazione degli effetti asimmetrici sugli Stati membri.

Questa la posizione di Roma esplicitata dinanzi a un ricco parterre, composto dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dai Leader di Austria, Bulgaria, Cipro, Estonia, Finlandia, Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Spagna e Svezia.

Si tratta di un’esigenza particolarmente sentita da Confindustria, secondo cui il rischio è uno solo: “Senza una revisione profonda dell’Emissions Trading System usato per scambiare quote di emissioni di Co2, andiamo verso una deindustrializzazione, che l’Europa non si può permettere”. Parole dure quelle del vicepresidente di viale dell’Astronomia con delega all’Energia Aurelio Regina, intervenuto a Bruxelles in una conferenza stampa dedicata proprio al delicatissimo tema dell’Ets. L’associazione datoriale, aggiunge, “è determinata” a favorire una revisione dell’Ets che “non faccia perdere competitività” all’Europa, proprio in un momento in cui si trova in una “guerra commerciale dalla Cina senza precedenti”, perché “le merci cinesi stanno invadendo l’Europa”. Questa, avverte, “è l’ultima chiamata”.

Tra i riflessi diretti che accusano il colpo vanno menzionati anche due comparti specifici. Primo, quello marittimo, nella consapevolezza che la transizione ecologica deve procedere “con pragmatismo e apertura ai carburanti alternativi, evitando approcci ideologici che rischiano di penalizzare industria, lavoro e competitività”. Un passaggio che il viceministro alle infrastrutture Edoardo Rixi ha dedicato alla questione, intervenendo al Consiglio dei ministri dei Trasporti dell’Unione Europea, in programma a Lussemburgo, rappresentando il Governo italiano. Un desco a cui Rixi la posto la questione della revisione del meccanismo Ets applicato al trasporto marittimo, dal momento che il governo italiano teme che l’attuale impostazione andrebbe solo a foraggiare fenomeni di delocalizzazione dei traffici verso scali extraeuropei, con possibili ripercussioni negative sui porti nazionali e sull’intera economia marittima europea.

Secondo, quello aeronautico: per questa ragione i leader di Airlines for Europe (A4E), Aci Europe, Asd, Canso Europe ed Era, hanno inviato una lettera aperta alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al vicepresidente esecutivo Stéphane Séjourné e ai commissari Wopke Hoekstra e Maroš Šefčovič in rappresentanza dell’ecosistema dell’aviazione europea: chiedono che la revisione supporti e non ostacoli, il percorso del settore aeronautico verso le emissioni nette zero.

“Le decisioni prese nell’ambito della revisione – si legge nella missiva – saranno cruciali sia per la decarbonizzazione sia per la competitività del settore aeronautico europeo. In un momento di crescente concorrenza globale e di esigenze di investimento senza precedenti, l’Europa deve evitare misure che indeboliscano il settore aeronautico”. In sostanza la posizione del governo italiano, secondo cui il sistema Ets “rappresenta un’ulteriore tassa a carico delle imprese europee, con effetti sui costi di produzione e sulla competitività”.

Telecamera nascosta a Whitehall, ipotesi spionaggio a Londra

9 June 2026 at 09:02

Una telecamera nascosta è stata trovata all’interno di un edificio governativo di Whitehall, a Marsham Street, nel cuore amministrativo di Londra. Secondo quanto rivelato da The i Paper, il dispositivo era stato collocato in un pannello del soffitto di un’area comune del complesso che ospita il Home Office e il Ministry of Housing, Communities and Local Government.

La scoperta, avvenuta nelle ultime settimane, è stata comunicata ai ministri e avrebbe portato al coinvolgimento degli apparati di sicurezza. Restano aperte le domande essenziali: chi ha installato la telecamera, da quanto tempo fosse lì e se abbia registrato immagini o informazioni utili. Proprio l’assenza di risposte certe rende l’episodio delicato. In questo momento non esiste alcuna indicazione pubblica che colleghi il dispositivo alla Russia, alla Cina o ad altri attori statali.

A Marsham Street lavorano anche funzionari che negli ultimi mesi si sono occupati del dossier riguardo il progetto della nuova ambasciata cinese a Royal Mint Court, vicino alla Torre di Londra. La decisione di approvare il piano, arrivata a gennaio, aveva già alimentato un confronto acceso in Parlamento e tra gli apparati, soprattutto per la prossimità del sito a infrastrutture di comunicazione sensibili e per il timore che una sede diplomatica di quelle dimensioni potesse creare nuovi rischi di sorveglianza.

Il governo britannico ha sostenuto che le misure di mitigazione previste fossero proporzionate e che gli organismi competenti per la sicurezza nazionale non avessero sollevato obiezioni tali da bloccare il progetto. Anche MI5 e Gchq, pur riconoscendo che nessun rischio può essere eliminato del tutto, hanno indicato la necessità di gestirlo attraverso un pacchetto di misure di sicurezza. È su questo crinale che il nuovo episodio pesa politicamente.

Nell’ultimo aggiornamento pubblico sulle minacce, il direttore generale del MI5, Ken McCallum, ha parlato di un aumento significativo delle attività ostili riconducibili ad attori statali, citando spionaggio, interferenze, trasferimenti clandestini di tecnologia, intimidazioni e operazioni di sorveglianza. Nel caso cinese, l’MI5 ha richiamato il cyberspionaggio, i tentativi di avvicinare esperti accademici e le operazioni di influenza nella vita pubblica britannica.

Pochi giorni prima della notizia, le agenzie del Five Eyes – Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda – avevano diffuso un avviso congiunto sulle attività dell’intelligence militare cinese attraverso piattaforme professionali e siti di lavoro. Secondo il bollettino, operatori legati a Pechino si presenterebbero come recruiter o consulenti per società di copertura, pubblicando offerte apparentemente ordinarie per analisti di politica estera, difesa o sicurezza. L’obiettivo sarebbe avvicinare persone con accesso diretto o indiretto a informazioni classificate o privilegiate, inducendole prima a produrre report e poi a condividere contenuti sempre più sensibili.

 

Dall’ambiente al sociale, ecco chi è stato premiato agli Impact Award

8 June 2026 at 17:01

Si è svolta la seconda edizione dell’Impact Award, promosso da Polimi Graduate School of Management in collaborazione con il centro di ricerca Tiresia e con il sostegno di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).

Premiate le iniziative capaci di trasformare le sfide ambientali e sociali in opportunità per il Paese, generando impatti tangibili per persone, comunità e territori.

L’evento si è tenuto presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano con la partecipazione del presidente di Cdp, Giovanni Gorno Tempini, dell’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, e della Rettrice del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, che hanno consegnato il riconoscimento ai rappresentanti dei sette progetti vincitori.

L’Impact Award si articola in più categorie: Pmi, Imprese, Infrastrutture, Pubblica Amministrazione – con riconoscimenti distinti per l’impatto ambientale e sociale – e Cooperazione internazionale.

I sette progetti vincitori sono stati scelti per la capacità di produrre benefici misurabili per l’ambiente e le persone, grazie a soluzioni innovative che rispondono a bisogni concreti con effetti positivi e duraturi.

L’iniziativa è rivolta ai soggetti attivi in tali ambiti che hanno siglato un accordo di finanziamento con Cassa depositi e prestiti.

La giuria, composta da esperti di sostenibilità e innovazione provenienti dall’imprenditoria, dal settore pubblico, ma anche dal mondo accademico e dal terzo settore, ha selezionato i vincitori a partire da una rosa di 20 finalisti.

“La sfida più grande per aziende e Istituzioni è coniugare competitività e sostenibilità, garantendo al tempo stesso una transizione che non lasci indietro nessuno”, ha spiegato il presidente Giovanni Gorno Tempini.

“Cdp ha un approccio equilibrato e pragmatico: sosteniamo lo sviluppo del Paese facilitando l’accesso al credito e indirizzando i finanziamenti verso progetti capaci di produrre impatti positivi. Inoltre, guardiamo all’innovazione che oggi più che mai richiede un impegno di sistema. Le esperienze che premiamo insieme al Politecnico di Milano con l’Impact Award sono un esempio chiaro del legame tra sostenibilità e trasformazione digitale”.

Dario Scannapieco poi ha sottolineato che “i vincitori e i finalisti della seconda edizione dell’Impact Award raccontano casi concreti di realtà che
progettano il futuro in chiave sociale e green, generando impatti reali e misurati grazie anche alle nostre metodologie di valutazione e al lavoro con il Politecnico di Milano. Come emerso dalla ricerca DOXA, aziende ed Enti continuano a vedere gli investimenti in sostenibilità come possibilità dicrescita nel medio-lungo periodo. Il compito di CDP è quello di mettere a disposizione risorse e competenze per promuovere un circolo virtuoso verso una transizione giusta”.

La Rettrice Donatella Sciuto ha affermato che “come università tecnologica impegnata per il bene comune, crediamo che l’impatto vada oltre i risultati ottenuti; è importante anche la capacità di generare nuova conoscenza e opportunità per i territori. L’Impact Award riconosce non solo ciò che è stato fatto, ma anche il potenziale di crescita delle persone e delle iniziative premiate per renderne gli effetti ancora più solidi, trasformando esperienza e conoscenza in valore condiviso”.

I progetti vincitori

Categoria PMI
Simpro S.p.A. (Piemonte): ha realizzato un edificio industriale per azzerare la quasi totalità dei consumi energetici, grazie a un impianto fotovoltaico, un sistema geotermico e strutture per la mobilità elettrica.

Categoria Imprese Ambientale
Damiano S.p.A. (Sicilia): ha sviluppato l’efficientamento idrico del processo produttivo lungo la filiera della frutta secca, la digitalizzazione del magazzino e la creazione di un reparto dedicato agli allergeni.

Categoria Imprese Sociale
Esaote S.p.A. (Liguria): ha creato e commercializzato un dispositivo di risonanza magnetica per la chirurgia del glioma cerebrale, collaborando con neurochirurghi e utilizzando tecnologie innovative.

Categoria Infrastrutture

E-Distribuzione S.p.A. (Lazio): ha investito nel potenziamento della rete di distribuzione elettrica nazionale, migliorando la qualità, l’efficienza del servizio e rafforzandone la resilienza climatica.

Categoria PA Ambientale
ABC Napoli (Campania): ha realizzato una piattaforma di ultima generazione per ridurre le perdite della rete idrica, migliorando l’efficienza del servizio e la gestione sostenibile della risorsa acqua.

Categoria PA Sociale
ARCA Puglia Centrale (Puglia): ha avviato la riqualificazione del patrimonio residenziale pubblico, con priorità all’eliminazione delle barriere architettoniche e all’accessibilità degli alloggi.

Categoria Cooperazione Internazionale
XacBank (Mongolia): ha ampliato il portafoglio prestiti a sostegno delle micro, piccole e medie imprese mongole, in particolare a guida femminile e giovanile e nelle aree rurali, e di progetti green e della filiera del cashmere sostenibile.

La ricerca

Nel corso della premiazione è stata anche presentata l’indagine “Sostenibilità, competitività e impatto” curata da DOXA1, parte del Gruppo Ipsos, da dove emerge come, in uno scenario globale caratterizzato dall’incertezza, le aziende orientate a investire in sostenibilità e gli Enti locali
dedichino maggiore attenzione alla dimensione sociale e di governance, pur senza trascurare la componente ambientale.

La quota delle imprese, Pmi incluse, che dichiara di voler – nei prossimi tre anni – aumentare gli investimenti nel benessere e nella tutela dei lavoratori (offrendo smart working, flessibilità dell’orario lavorativo, welfare aziendale e formazione), raggiunge il 66%, in incremento
dal 44% degli ultimi tre anni.

Cresce il numero delle realtà imprenditoriali che mirano ad accrescere l’impegno per la salute e la salvaguardia dei dipendenti anche in termini di sicurezza: 53% dal 44% del triennio precedente.

In aumento infine le percentuali relative agli investimenti per migliorare la governance (39% dal 33%). L’indicazione per una riduzione dell’impatto ambientale invece, diminuisce pur restando prioritaria, passando al 69% dall’89%.

Maggiore attenzione alla componente sociale si rileva anche per gli enti locali: il 35% dei Comuni che investono in sostenibilità sono intenzionati a rendere più attrattivi i loro territori in termini di infrastrutture e servizi (era al 26% nei tre anni passati) mentre rimane costante l’impegno per la riduzione dell’impatto ambientale (69%).

La ricerca evidenzia inoltre come per l’intero campione degli intervistati la sostenibilità non rappresenti più solo un fattore reputazionale ma sia percepita sempre più come una leva economico-finanziaria nel medio-lungo periodo: in particolare per il 30% delle imprese migliora le performance finanziarie e per il 26% facilita l’accesso ai fondi pubblici ed europei.

Infine, per accelerare gli investimenti, l’81% delle aziende e il 93% dei Comuni ritiene necessario un supporto, con risorse e competenze, soprattutto nella fase di progettazione tecnica ed economica.

 

Scaf, il caccia franco-tedesco non volerà mai. Ora Berlino guarderà al Gcap?

8 June 2026 at 16:49

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.

“Il fallimento del programma Scaf/Fcas dimostra la difficoltà del collaborare con l’industria francese, e più in generale con la Francia, le quali non hanno evidentemente ancora maturato una visione moderna del concetto di collaborazione, inteso come lavorare assieme anziché come partecipazione minoritaria in un programma in tutto e per tutto francese”, ha detto Gregory Alegi, storico e docente presso la Luiss Guido Carli, parlando con Airpress“In questo senso”, prosegue Alegi, “lo scenario del caccia è lo stesso che abbiamo visto nel passato recente con l’idea del carro armato europeo. Riuscire a superare questa mentalità è un elemento fondamentale in una fase storica in cui costruire una difesa europea è una priorità assoluta; anche sotto il profilo industriale, senza il quale non può esserci una vera sovranità”.

Prospettiva condivisa anche da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), il quale riconduce questa decisione anche alla rinnovata postura tedesca sulla difesa. “È evidente che, con la decisione di Berlino di investire massicciamente nel settore della difesa, l’alleanza franco-tedesca, che era basata sulla supremazia francese, non poteva andare avanti”.

E adesso?

La domanda che si pone tutta l’industria della difesa europea è cosa succederà ai due protagonisti di questo naufragio. I percorsi di Parigi e Berlino sembrano ora destinati a divergere nettamente. Per la Francia, la traiettoria più probabile è quella del ritorno a un programma nazionale. Non sarebbe la prima volta, il Rafale (oggi considerato uno dei caccia di quarta generazione più capaci al mondo) nacque proprio quando Parigi decise sfilarsi dal programma Eurofighter con gli altri partner europei e, in generale, la preferenza francese per soluzioni interamente nazionali è ben nota.

Per la Germania, invece, il discorso è più articolato, e potenzialmente più interessante per l’Italia. Già negli scorsi mesi era emerso che il cancelliere Merz aveva sondato la disponibilità dell’Italia ad accogliere Berlino nel programma Gcap (il Global Combat Air Programme, sviluppato con Regno Unito e Giappone) durante il bilaterale Italia-Germania di gennaio. A dicembre 2025, il ministro Guido Crosetto aveva già dichiarato davanti al Parlamento che la Germania avrebbe potuto probabilmente aderire al progetto in futuro, aggiungendo che anche Australia, Arabia Saudita e Canada avevano manifestato interesse. Il programma Gcap sarebbe peraltro strutturalmente compatibile con la scelta tedesca degli F-35, essendo stato pensato anche per Paesi che già utilizzano o utilizzeranno il caccia americano. Un dettaglio non irrilevante per Berlino, che negli ultimi anni ha investito nella flotta Lockheed Martin. I vantaggi non sarebbero solo per la Germania però. Un ingresso di Berlino nel programma porterebbe infatti investimenti pubblici e capacità tecnologico-industriali private che renderebbero il programma ancora più solido.

“Se la Germania si sgancia”, aggiunge Nones, “Berlino torna a essere un attore estremamente importante per le altre possibili collaborazioni, perché nemmeno con i suoi massicci investimenti può pensare di fare tutto da sola”. Procedendo in autonomia, la Germania “rischierebbe di ritrovarsi con una frammentazione completa del mercato europeo e questo ripropone la possibilità di cercare nuovi accordi con i tedeschi. Non solo sul Gcap, ma ad esempio anche sul progetto di elicottero anti-carro, settore in cui l’Italia ha il programma più avanzato in ambito europeo”.

Restano però degli ostacoli. Innanzitutto, le prime acquisizioni del Gcap sono previste non prima del 2035 (e forse anche dopo il 2040), il che renderà necessaria una pianificazione di bilancio a lungo termine. I tre Paesi fondatori (Italia, Regno Unito e Giappone) dovranno poi trovare un accordo politico su come e quando aprire il programma ai nuovi partecipanti, proprio onde evitare la ripetizione di dinamiche analoghe a quelle dell’Fcas/Scaf. Ma il naufragio definitivo del caccia franco-tedesco, per quanto telefonato, cambia ora le carte in tavola e, per il Gcap (ormai unico programma di sesta generazione in Europa) potrebbe essere la migliore notizia degli ultimi anni.

❌