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La statuetta di Salis, il pony di Biancofiore, lo sbuffo di D’Alema. Queste le avete viste?

5 June 2026 at 16:21

In quanti possono dire di avere una riproduzione di sé stessi sotto forma di statuetta? Può certamente farlo la sindaca di Genova Silvia Salis che a Bari al festival “Women and The City” ha sfoggiato la sua riproduzione in miniatura con tanto di fascia tricolore.

E di tricolori se ne sono visti tanti, negli scorsi giorni, per le celebrazioni della Festa della Repubblica al suo ottantesimo anniversario. Parata ai Fori Imperiali e concerto al Quirinale, con le massime cariche istituzionali e molti protagonisti della politica di maggioranza e opposizione.

Ma c’è chi ha approfittato del ponte per baciare i pony in montagna o per mangiare del formaggio con aceto balsamico e chi ha presentato libri e fatto conferenze stampa.

Queste le avete viste?

Silvia Salis con una statua che la ritrae con la fascia tricolore alla giornata conclusiva del festival “Women and The City” (30/05/2026, Bari, Imagoeconomica)

 

Stefano Bonaccini mangia Parmigiano e aceto balsamico (01/06/2026, Instagram)

 

Michaela Biancofiore bacia un pony (01/06/2026, Alpe di Villandro, Instagram)

 

Guido Crosetto, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Sergio Mattarella, Lorenzo Fontana, Giovanni Amoroso alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Eugenia Roccella e Gilberto Pichetto Fratin alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Edmondo Cirielli e Matteo Piantedosi alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Giorgia Meloni alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Guido Crosetto al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Elly Schlein con un gruppo di scout al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Filippo Tortu e Giancarlo Giorgetti al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Titti Giovannoni e Renato Brunetta al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Instagram)

 

Romano Prodi a Otto e Mezzo (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Massimo D’Alema al convegno “L’Italia e l’Europa nel disordine mondiale” (03/06/2026, Bari, Imagoeconomica)

 

Francesco Lollobrigida, Milly Carlucci, Gianmarco Mazzi, Fabrizio Zappi alla presentazione di “Campioni del mondo – Italia loves Unesco” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Giovanni Donzelli, Sara Kelany e Galeazzo Bignami alla conferenza stampa “Stop all’immigrazione irregolare: FdI presenta i numeri del governo Meloni su rimpatri e sbarchi” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Matteo Salvini agli Stati Generali dell’Udc (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Luca Ciriani al Phygital Sustainability Expo (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Giuseppe Valditara a Cinque Minuti (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Elly Schlein e Maurizio Landini alla presentazione del libro “L’Italia che non arriva a fine mese” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Roberto Vannacci alla conferenza stampa prima dell’evento “La mia Patria è un’idea” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

DALL’ARCHIVIO

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri al compleanno di Lino Jannuzzi (2003, Umberto Pizzi)

L’algoritmo e l’umanesimo. Perché il discorso del Nunzio Caccia a Washington parla al cuore del potere globale

5 June 2026 at 15:02

Oltre 400 tra responsabili politici, dirigenti del settore tecnologico, accademici e funzionari pubblici si sono riuniti a Washington il 3 giugno per la seconda edizione degli AI Honors organizzati dal Washington AI Network. Presentato come “l’unico gala in black tie della capitale americana dedicato all’intelligenza artificiale”, l’evento ha riunito esponenti del governo, dell’industria e del mondo della ricerca per premiare alcune delle personalità che stanno contribuendo a plasmare il futuro della tecnologia.

In questo contesto, la presenza dell’Arcivescovo Gabriele Caccia, da poche settimane Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, non è passata inosservata. La sua partecipazione ha richiamato un dato sempre più evidente: l’intelligenza artificiale non è più una discussione confinata ai laboratori di ricerca, alle aziende tecnologiche o alle agenzie governative. È diventata una questione che coinvolge un numero crescente di istituzioni interessate alle implicazioni sociali, culturali e umane del cambiamento tecnologico. Tra queste dinamiche, il Vaticano vuole avere il suo spazio.

Caccia ha utilizzato l’occasione per presentare una delle priorità emergenti del pontificato di Leone XIV: garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rimanga ancorato alla dignità della persona e orientato al bene comune.

Al centro del suo intervento vi era la “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV, pubblicata il 15 maggio scorso. Portare questo documento in una platea dominata da discussioni sull’innovazione, sulle politiche tecnologiche e sul futuro dell’intelligenza artificiale rappresenta un segnale della volontà della Santa Sede di partecipare a un dibattito che va assumendo una portata sempre più ampia e trasversale.

Uno dei temi nevralgici del suo discorso è stato il rapporto tra le grandi trasformazioni tecnologiche e le conseguenze che esse producono sul piano sociale ed etico. Richiamando l’eredità della Rerum Novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891 nel pieno delle trasformazioni della Rivoluzione Industriale, Caccia ha sottolineato alcuni parallelismi con le sfide poste oggi dall’intelligenza artificiale.

Se la Rivoluzione Industriale costrinse le società dell’epoca a confrontarsi con questioni legate al lavoro, al capitale e alla giustizia sociale, la rivoluzione dell’IA solleva nuovi interrogativi sul ruolo della persona, sulla responsabilità e sul rapporto tra uomo e tecnologia. In entrambi i casi, il punto centrale non è l’innovazione in sé, ma il modo in cui le società decidono di governarne gli effetti.

L’Arcivescovo ha inoltre evidenziato come l’intelligenza artificiale richieda il contributo di una pluralità di attori e non possa essere guidata da una sola categoria di esperti. “Questo stesso incontro rappresenta ciò che Papa Leone invoca nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas: un documento condiviso che coinvolge molti settori della società”, ha affermato Caccia. “Il futuro di questa tecnologia non può essere guidato da un solo ambito. Ha bisogno della scienza e della politica, dell’impresa e del servizio pubblico, dell’etica e della fede”.

Si tratta di un passaggio che spiega bene la presenza della Santa Sede in un appuntamento come gli AI Honors. Nella prospettiva vaticana, l’intelligenza artificiale è molto di più di una questione tecnologica: Oltretevere c’è la consapevolezza di quanto sia un tema che tocca la società nel suo insieme, con implicazioni che attraversano la politica, l’economia, l’istruzione, la cultura, le relazioni umane e i conflitti.

Per questo il messaggio di Caccia si è concentrato sui principi che dovrebbero accompagnarne lo sviluppo, spostandosi dalla miope, anacronistica critica al progresso tecnologico. “Fin dall’inizio e in ogni fase, lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale devono essere guidati dalla dignità della persona umana e dal bene comune della famiglia umana”, ha affermato.

Sono temi che negli ultimi anni hanno assunto un peso crescente nelle riflessioni della Santa Sede sulle tecnologie emergenti e che la Magnifica Humanitas sembra destinata a consolidare nel nuovo pontificato, cristallizzando l’AI come sfida totale del nostro secolo. L’enciclica rappresenta infatti un tentativo di affiancare alle discussioni sull’innovazione e sulle opportunità economiche una riflessione più ampia su etica, morale, responsabilità e sviluppo umano.

In un dibattito spesso dominato da considerazioni sulla competitività, sulla regolazione e sul vantaggio strategico, l’intervento di Caccia ha proposto una prospettiva diversa. Non una riflessione sulle capacità degli algoritmi o sulla potenza di calcolo, ma sulle finalità che dovrebbero guidarne l’impiego.

Il significato della sua presenza a Washington risiede nell’affermare la volontà della Chiesa di contribuire a una discussione destinata a influenzare sempre più la politica, l’economia e la vita pubblica. Portando il messaggio della Magnifica Humanitas a uno dei principali appuntamenti americani dedicati all’AI, Caccia ha segnalato che la Santa Sede intende essere parte di questa conversazione.

Guerra robotica con caratteristiche cinesi. Pechino mostra la sua AI militare

5 June 2026 at 15:01

Nel deserto della Mongolia Interna, tra veicoli corazzati, droni tattici e robot quadrupedi, la Cina ha offerto una delle rappresentazioni più concrete di ciò che i suoi strateghi definiscono intelligentized warfare. Durante le esercitazioni Steppe Partner 2026 con la Mongolia, soldati, sistemi autonomi ed elementi di comando assistiti dall’intelligenza artificiale hanno operato come parti di un unico ecosistema. Pechino sta cercando di dimostrare che l’integrazione tra uomini, macchine e algoritmi non appartiene più ai laboratori o alle fiere tecnologiche, ma sta entrando nella pianificazione operativa delle forze armate.

La dimostrazione arriva in una fase in cui l’Indo-Pacifico si sta rapidamente adattando alla trasformazione tecnologica del settore della difesa. Taiwan ha presentato nuove piattaforme robotiche per missioni di sorveglianza e supporto armato. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria architettura di deterrenza nella regione. Il Giappone accelera il dibattito sul riarmo. Il Vietnam amplia la cooperazione militare con Washington. La competizione non riguarda più soltanto flotte, missili e basi militari. Sempre più spesso riguarda la capacità di integrare sensori, software, robotica e sistemi decisionali.

La modernizzazione cinese produce effetti che vanno ben oltre il campo di battaglia. Un’inchiesta del New York Times ha descritto lo sviluppo, da parte di aziende legate all’apparato di sicurezza cinese, di sistemi di intelligenza artificiale progettati per analizzare enormi quantità di dati personali e identificare individui potenzialmente problematici dal punto di vista politico. Il passaggio più significativo è quello dalla sorveglianza alla previsione. L’obiettivo non sarebbe soltanto individuare un comportamento ritenuto rischioso, ma anticiparlo.

Una dinamica che conferma come l’AI possa diventare un’infrastruttura di potere capace di attraversare sicurezza interna, governance e pianificazione strategica. Le stesse tecnologie che promettono di coordinare sistemi autonomi sul campo di battaglia possono essere utilizzate per classificare, monitorare e interpretare il comportamento delle società.

Allo stesso tempo, la traiettoria cinese appare più complessa di quanto suggerisca la narrativa di una crescita guidata esclusivamente dallo Stato. Secondo un’analisi pubblicata da War on the Rocks, dietro l’ascesa di aziende come DeepSeek, Alibaba o ByteDance esiste una competizione estremamente aggressiva tra imprese, governi provinciali e centri di ricerca. In Cina esiste persino un termine per descrivere questa dinamica: neijuan, una forma di competizione permanente che spinge gli attori economici a innovare sempre più rapidamente. Pechino continua a orientare il settore, ma spesso si trova anche a incorporare innovazioni generate da un ecosistema che evolve con velocità propria.

È su questo sfondo che assume rilievo l’intervento del Vaticano. A Washington, il nuovo Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, Monsignor Gabriele Caccia, ha presentato la Magnifica Humanitas di Leone XIV come una possibile cornice etica per governare l’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro la concentrazione di potere, la raccolta massiva di dati e la progressiva delega di decisioni a sistemi algoritmici.

La questione riguarda ormai molto più della tecnologia. La sfida per le democrazie non sarà soltanto tenere il passo dell’innovazione cinese. Sarà dimostrare che velocità tecnologica e accountability politica possono procedere insieme. La Cina sta mostrando come potrebbe apparire una società e una struttura militare profondamente integrate con l’intelligenza artificiale. Resta aperta la domanda su quali limiti accompagneranno questa trasformazione e chi avrà la forza di definirli. Non riguarda soltanto ciò che la tecnologia renderà possibile, ma chi deciderà come utilizzarla.

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L’Ue appoggia il dialogo Kyiv‑Mosca, ma il Cremlino resta ambiguo

5 June 2026 at 14:59

Nessuno sa se, dopo quattro anni di guerra, sia finalmente giunto il momento di chiuderla con un vertice tra Putin e Zelensky. Ma intanto è l’Ue a fare un passo deciso verso la strutturazione di un tavolo diplomatico che sia il più largo possibile. Bruxelles sostiene che la lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati” e “sosteniamo” la richiesta di Zelensky di un incontro. Due le strade percorribili, al momento: l’utilizzo dell’E3 al tavolo dei negoziati o l’appalto “diretto” al mediatore che andrà individuato. Mosca, come è noto, vorrebbe l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uomo di punta in Gazprom, ma proprio per questa ragione lontano dall’essere super partes.

La lettera aperta

Nella lettera aperta indirizzata al leader del Cremlino, Zelensky aveva chiesto un incontro a Putin nelle stesse ore in cui lo zar si mostrava (per l’ennesima volta) favorevole a nuovi colloqui di pace con l’Ucraina e proponendo come mediatore l’ex cancelliere tedesco. Una mossa che va letta in relazione alla contingenza russa, fatta di soldati in affanno, scarsezza di risorse e mezzi, ma che è stata seguita dal consueto prologo “diplomatico”, con l’attacco a Washington da parte del ministro degli Esteri russo. Serghei Lavrov infatti si è lamentato del fatto che gli Usa non avrebbero rispettato i patti del vertice in Alaska con Donald Trump dello scorso agosto. In parallelo Mosca sarebbe disposta a sedersi al tavolo con l’Unione europea: “La Russia non rifiuta i contatti con la Ue. L’Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”, ha precisato lo zar, aggiungendo che Mosca “non è contraria all’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma è contraria al fatto che la Ue diventi un blocco militare”.

Bastone, carota, bastone: la tattica russa

Come spesso accade da quattro anni a questa parte, Putin sceglie di usare bastone, carota e poi ancora bastone. Dopo il sì al tavolo diplomatico ha ribadito che le sue truppe avanzano sul campo di battaglia ogni giorno, aggiungendo che le proposte di pace del presidente statunitense potrebbero far cessare i combattimenti se Kyiv fosse disposta a scendere a compromessi. Trump ha detto che sarebbe fantastico se i due leader si incontrassero. Ma le notizie dal campo riportano che l’avanzata russa ha subito un fortissimo rallentamento che ha impedito alla Russia di raggiungere i propri obiettivi militari. La narrazione putiniana però va in senso opposto: “L’offensiva è in corso quotidianamente – ha dichiarato lo zar – Attualmente, la Federazione Russa ha assunto il pieno controllo della Repubblica Popolare di Luhansk, al 100%. E la Russia ha portato sotto il suo controllo oltre l’85% del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. (E) l’80% del territorio della regione di Zaporizhzhia”. Infine una frase che vorrebbe essere una concessione, ma che secondo alcuni analisti cela solo un’altra grande debolezza russa: la Russia non ha ancora utilizzato il suo missile ipersonico Oreshnik contro l’Ucraina in condizioni di combattimento reali, ma lo ha solo testato per osservarne i risultati al fine di prendere decisioni sul suo futuro impiego su vasta scala, anche contro obiettivi urbani. Teatro o realtà?

L’altra lettera

Il giro di missive si completa con quella scritta da 11 Paesi membri dell’Unione europea, preoccupati dai flussi di rifugiati che arrivano in Europa a causa della guerra in Ucraina. A guidare il gruppo i paesi scandinavi, baltici e polacchi, con l’adesione di Repubblica Ceca, Olanda, Islanda e Norvegia (queste ultime extra Ue) che hanno inviato una lettera all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, e al commissario all’Interno, Magnus Brunner. “È preoccupante vedere turisti russi svagarsi sulle spiagge europee mentre missili e droni colpiscono i civili in Ucraina”, osservano, per cui chiedono a gran voce una politica restrittiva e uniforme sui visti per i russi.

Dopo Prodi, oltre le vecchie identità. Parisi spiega perché il riformismo va ripensato

5 June 2026 at 14:41

“Con le vecchie identità, anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada”, per questo “bisogna allargare e approfondire il discorso”. Quale? Quello che ruota attorno all’identità del Partito democratico, scosso in questi giorni dall’ultima uscita di peso, quella dell’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Secondo Arturo Parisi, già ministro della Difesa, ideatore e fondatore assieme a Romano Prodi dell’Ulivo, “il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna”.

Professore, Romano Prodi ha firmato un intervento sul Messaggero che si è concluso con un appello: riformisti di tutto il mondo unitevi. Chi sono oggi, secondo lei, i riformisti ai quali si rivolge e quale progetto dovrebbero costruire?

Anche se l’articolo nei titoli e nel testo chiama in causa i cosiddetti partiti riformisti, non possiamo dimenticare l’appello col quale, rivisitando Marx, Prodi chiude la sua analisi. “Riformatori di tutto il mondo unitevi” non esattamente lo stesso di “Riformisti di tutto il mondo unitevi”. In un tempo nel quale il peso delle parole è diventato sempre più leggero “riformisti” e “riformatori” sono diventati sinonimi ormai da troppo tempo. Sarà che Prodi ha scelto “riformatori” in assonanza con i “conservatori” del campo avverso? Sarà che sono io che la faccio difficile, rivisitando una mia fissazione antica? Sarà che questo è solo l’inizio di un discorso condizionato dalla natura effimera della sede in cui scrive, un quotidiano destinato per definizione “a durare un solo giorno”, e quindi Prodi riprenderà altrove e in altri modi la riflessione così aperta? Ma in quella conclusione io leggo molto di più di quello che sta scritto in quelle sei parole. Se lo avessi titolato io, per quel che ho letto, avrei scritto “Il riformismo non basta” , o almeno “non basta più”. Non in risposta ai populisti, come dice il titolo, ma ai riformisti.

Perché?

L’appello finale di Prodi all’unità dei riformatori è preceduto dal riconoscimento della necessità di “una proposta globale” “capace di correggere la rivoluzione in corso” figlia di “una elaborazione intellettuale” che mobiliti “la gran parte dell’umanità oggi emarginata”. Non più quindi come negli anni dell’Ulivo quella azione graduale che cerca il bene possibile all’interno del sistema esistente fondata sulla convinzione che la società, l’economia, la politica, possano essere migliorati un passo alla volta attraverso leggi, accordi, e compromessi che non scardinino l’ordine costituito e si sviluppi attraverso una un’azione pragmatica, basata sulla mediazione e il consenso tra le componenti della rappresentanza parlamentare. Quell’approccio appunto che normalmente viene associato al riformismo. Se Prodi ha scritto “riformatori” penso sia perché ha maturato la convinzione che non basta più quel programma fatto di quelle poche cose concrete delle quali al tempo in cui si cenava assieme la sera in famiglia si parlava alla fine della giornata. Quella ora in corso a livello globale è una vera e propria rivoluzione che ha bisogno di essere fronteggiata da una vera riforma. Rivoluzione globale chiama Riforma globale. Il riformismo appunto non basta più. Un cambiamento profondo nel pensiero della persona che all’interno del campo di centrosinistra ha rappresentato per eccellenza il riformismo nella concretezza dell’azione di governo? Sono sicuro che Prodi svilupperà la riflessione così aperta dando risposta a questa domanda.

Pina Picierno ha motivato il suo addio sostenendo che il Pd abbia perso parte della sua vocazione riformista e di governo, diventando più identitario. Condivide questa lettura o ritiene che sia una valutazione ingenerosa?

Che all’interno del Pd vadano crescendo le voci che non si riconoscono nella vocazione che fu all’origine dell’incontro tra le forze politiche che lo fondarono nel solco dell’Ulivo è purtroppo più che una impressione. Sono infatti ormai troppi quelli che non si riconoscono più nel progetto ancora inscritto nel suo simbolo: quello di un partito nuovo, né continuazione, né somma di vecchi partiti, un partito inclusivo aperto al nuovo e a tutti solo a condizione della condivisione nella fede nella democrazia. Un partito democratico e appunto riformista nell’accezione che ho appena evocato. Quale l’approdo raggiunto o la nuova meta del viaggio intrapreso oramai quasi vent’anni fa è invece più difficile dire. Né quando, né a causa di cosa e di chi vada ricondotta la correzione di rotta. Identitario lei dice? Se identitario sta a significare la ricerca di una identità più nitida di quella indeterminata sintetizzata nell’aggettivo “democratico”. Il peccato è che i più quando dicono identità pensano più che alla apertura di un confronto a uno scontro che decida quali delle identità, parole e definizioni, che la fondazione del partito immaginava di poter superare, debba tornare a prevalere. È vero che commentando l’uscita di Pina Picierno dal partito Elly Schlein ha riproposto ieri l’inclusività come tratto distintivo del partito. Resta che tuttavia da troppo tempo le cronache danno conto di addii motivati proprio dall’abbandono del tratto dell’inclusione. Peggio. La stessa nascita di gruppi, formazioni, liste, pensate, riconosciute e addirittura incoraggiate dal partito per ospitarvi a meri fini elettorali identità “diverse” da quella dominante, variamente definite come cattoliche, centriste, moderate, demo-liberali contraddicono in radice il pluralismo e l’inclusione ribaditi nelle parole. Più che le singole uscite dei dissenzienti e la definizione dei confini con i diversamente consenzienti, a preoccupare maggiormente è tuttavia il boato dei “finalmente” che sulla rete ogni volta saluta gli abbandoni e la crescente ricerca di purezza ed epurazioni guidata dall’illusione che liberati dai cattivi il partito torni ad essere fatto di molti e buoni.

Lei, insieme a Prodi, riuscì a mettere insieme le forze di centro e quelle riformiste creando l’Ulivo dalle cui radici è nato poi il Pd. Come replicare una simile esperienza, guardando anche a forze come il Movimento 5 Stelle?

Un altro millennio. Basta pensare alla legge elettorale che premia l’unità come fu allora il maggioritario fondato sul collegio uninominale appena varato a furor di popolo dal referendum del 1993. L’inversione di marcia imposta la dal Porcellum nel 2005 con la reintroduzione di una logica spartitoria di tipo proporzionale con in più la vergognosa novità di un Parlamento nominato dai vertici di partito dentro un mondo anch’esso connotato da una sregolata frammentazione crescente ha cambiato radicalmente il panorama della competizione politica. Ogni partito è spinto a definire una identità esclusiva ed escludente, e dentro ogni partito chi si trova a conquistare il comando tende ad escludere quanti del gruppo di testa non fanno parte invitando gli altri a farsi un partito tutto loro fondato a sua volta su una identità esclusiva ed escludente. Sono ventun anni che va avanti così con una competizione e competitori che in intensità e quantità crescono ogni giorno di più, e gli elettori mobilitati attorno ad un “contro” piuttosto che attorno ad un “per”, o abbandonati a sé stessi nella indifferenza all’astensione che esplode. Tanto quella che conta è la maggiore percentuale conquistata rispetto ai concorrenti. Che la base di calcolo sia quarantacinque milioni, venticinque , o quindici è affare di tutti cioè di nessuno.

Oggi cosa manca al Pd per tornare a essere il perno di una cultura riformista capace di tenere insieme queste diverse sensibilità politiche?

Tornando alla mia – la mia – lettura della riflessione provocata ieri da Prodi, non solo il riconoscimento che con le vecchie identità anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada, ma che bisogna allargare e approfondire il discorso. Il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna.

Meno petrolio, più deficit. Le amare verità per la Russia dal Forum di San Pietroburgo

5 June 2026 at 11:21

Da almeno quattro anni, il copione è sempre lo stesso. Un grande consenso di banchieri, funzionari, economisti e oligarchi tirato a lucido per raccontare al mondo che sì, la Russia è forte, forse invincibile. Nonostante quattro anni di guerra e diverse verità nascoste ad arte dalla propaganda del Cremlino. Ma non così tanto. Il Forum di San Pietroburgo, che qualcuno chiama un po’ per scherzo la Davos di Russia è più o meno questo: tanti lustrini e diverse ombre che, man mano che trascorrono i giorni dell’appuntamento annuale sulle rive della Neva, si allungano. Ammissioni, seppur parziali, che piano piano assumono il sapore della resa. In passato è già successo e questo giornale lo ha più volte raccontato. La verità è che c’è un Forum nel Forum: da una parte i tappeti rossi per Vladimir Putin, lo zar di Russia che crede ancora che l’economia della Federazione sia sana come un pesce. Dall’altra lo stuolo di personalità che le difficoltà del sistema russo le vivono. Tutti i giorni.

Primo esempio. Nel corso della prima giornata del meeting, quando ancora l’euforia non aveva lasciato spazio al realismo, il vice primo ministro Alexander Novak, dunque un rappresentante del governo nell’ambito della nomenklatura russa, aveva candidamente ammesso che la produzione di petrolio in Russia è scesa nei primi mesi del 2026. Attenzione, le dichiarazioni di Novak segnano la prima volta che un funzionario russo di alto livello riconosce che la produzione di greggio quest’anno è diminuita (Mosca ha smesso di pubblicare i dati sulla produzione petrolifera nell’aprile del 2023, poco più di un anno dopo l’inizio della guerra con l’Ucraina).

A sostegno delle dichiarazioni di Novak ci sono i numeri. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la produzione di greggio della Russia è diminuita di 460 mila barili al giorno ad aprile rispetto all’anno precedente, attestandosi a circa 8,8 milioni di barili giornalieri. Ora, se è vero che con la chiusura dello stretto di Hormuz il prezzo dell’oro nero si è portato da settimane sui 100 dollari al barile, senza una reale prospettiva di discesa nel breve termine, come si spiega il crollo della produzione russa? Mosca, terzo produttore al mondo, non avrebbe dovuto cavalcare l’aumento del prezzo per incrementare sensibilmente le proprie entrate? Certo che sì, eppure il paradosso è stato servito dallo stesso governo russo al Forum di San Pietroburgo.

Altro esempio e sempre con il palazzo di mezzo. Due giorni prima che cominciassero i lavori della Davos di Russia, alti funzionari governativi avevano fatto recapitare al Cremlino un messaggio. Avvisando il presidente Putin che le spese per la guerra in Ucraina stanno diventando insostenibili. Secondo Bloomberg dirigenti del ministero delle Finanze e della Banca centrale russa avrebbero avvertito Mosca che l’attuale livello di spesa per la difesa prevista rischia di far aumentare pericolosamente il deficit di bilancio del governo.

Di qui la proposta di nuovi tagli alla spesa per la difesa per tentare di risanare le già precarie finanze pubbliche del Paese senza individuare ulteriori misure di efficienza. Non è certo un caso, a questo punto, che la stessa intelligence ucraina stimi in 80 miliardi il deficit della Federazione. Deficit che Mosca sta cercando di mascherare. Forse, allora, ha ragione German Graf, il più potente banchiere russo, ceo di Sberbank. Quando afferma che il mancato default dell’economia russa è un autentico “miracolo”. Parole arrivate, nemmeno a dirlo, dal Forum di San Pietroburgo.

Anthropic chiede una pausa nell’IA. Ecco il motivo

5 June 2026 at 10:58

Ecco cosa serve all’Europa per una (vera) indipendenza energetica

5 June 2026 at 10:33

La ricerca dell’indipendenza strategica da parte dell’Europa non può basarsi su una singola soluzione tecnologica. Garantire sicurezza energetica, competitività industriale, sostenibilità ambientale e resilienza richiede investimenti continui in ricerca, sviluppo e dimostrazione (RD&D) attraverso un portafoglio diversificato di tecnologie emergenti. L’idrogeno verde, il solare avanzato, l’energia eolica, i sistemi di accumulo energetico e le reti intelligenti non dovrebbero essere considerati alternative in competizione tra loro, bensì componenti complementari di un ecosistema dell’innovazione integrato.

La lezione che emerge dalle recenti crisi energetiche è chiara: la dipendenza da un numero limitato di tecnologie o da fornitori esterni genera vulnerabilità. L’autonomia strategica nasce dalla diversificazione. Così come gli investitori finanziari riducono il rischio attraverso strategie di portafoglio, l’Europa dovrebbe sviluppare simultaneamente molteplici traiettorie tecnologiche, consentendo a soluzioni diverse di integrarsi e rafforzarsi reciprocamente tra regioni, settori e orizzonti temporali differenti.

Un modo efficace per comprendere questo approccio è immaginare un paesaggio agricolo in cui diverse tecnologie verdi operano in sinergia anziché in competizione. I pannelli solari verticali (tecnologia al momento in sperimentazione presso la Wageningen University and Research), ad esempio, possono essere integrati nei sistemi agricoli con un impatto minimo sulla produttività delle colture, consentendo di combinare produzione alimentare e produzione energetica nello stesso spazio. A differenza degli impianti fotovoltaici tradizionali, orientati per massimizzare la captazione della radiazione solare nelle ore centrali della giornata, i pannelli verticali intercettano l’energia solare in modo differente: producono meno elettricità nelle ore di picco centrali e più energia nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio, quando la domanda elettrica e il valore dell’energia sul mercato tendono a essere più elevati.

Questa caratteristica offre un duplice vantaggio. Da un lato, la configurazione verticale riduce significativamente l’occupazione del suolo e facilita la coesistenza con le attività agricole, evitando il tradizionale trade-off tra produzione di energia e produzione alimentare. Dall’altro, il diverso profilo temporale di generazione contribuisce a distribuire più uniformemente l’offerta di elettricità nell’arco della giornata, riducendo i picchi di produzione che spesso causano congestioni della rete e fenomeni di curtailment delle altre fonti rinnovabili. In questo modo, i pannelli fotovoltaici verticali non si limitano a produrre energia pulita, ma svolgono una funzione sistemica, integrandosi efficacemente con altre tecnologie e contribuendo alla stabilità complessiva del sistema energetico. Il risultato è un modello in cui produzione energetica, sicurezza alimentare ed efficienza della rete non si ostacolano a vicenda, ma si rafforzano reciprocamente.

La stessa logica si applica su scala più ampia all’intero sistema energetico. Nelle regioni caratterizzate da un’elevata penetrazione delle energie rinnovabili, le turbine eoliche vengono talvolta fermate perché la produzione di elettricità supera la capacità della rete o la domanda disponibile in un determinato momento. Piuttosto che interpretare questa limitazione come un fallimento, essa evidenzia, ancora una volta, la necessità di un portafoglio tecnologico più integrato. Massimizzare il valore delle energie rinnovabili non significa semplicemente produrre più elettricità, ma coordinare tecnologie differenti affinché operino in modo efficiente e complementare. In questo contesto, l’idrogeno verde rappresenta una soluzione particolarmente promettente. Nei periodi di eccesso di produzione da fonti eoliche o solari, l’energia elettrica in surplus può essere convertita in idrogeno, creando un vettore energetico prezioso per l’industria, i trasporti e lo stoccaggio energetico di lungo periodo. In questo modo, tecnologie che altrimenti potrebbero competere per la capacità della rete diventano elementi complementari di un ecosistema energetico resiliente e flessibile, in grado di sostenere sia la transizione verde sia l’autonomia strategica dell’Europa.

Il futuro della transizione ecologica e dell’indipendenza strategica richiede un’agenda coordinata di RD&D che favorisca lo sviluppo congiunto di molteplici innovazioni, dando vita a sistemi resilienti ed efficienti nei quali energie rinnovabili, agricoltura sostenibile, gestione delle risorse idriche e decarbonizzazione industriale si rafforzano reciprocamente. L’obiettivo non dovrebbe essere la semplice specializzazione tecnologica, bensì una vera e propria orchestrazione delle tecnologie: un portafoglio di soluzioni che operano fianco a fianco per costruire un’Europa più sicura, sostenibile e strategicamente autonoma.

L’Italia come laboratorio della transizione energetica

Per l’Italia, questa visione basata su un portafoglio integrato di tecnologie rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Da un lato, il dibattito sul ritorno dell’energia nucleare, attraverso il disegno di legge delega che apre allo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR) e dei microreattori di nuova generazione, testimonia la volontà di ampliare il mix energetico nazionale e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Tuttavia, è importante mantenere una prospettiva realistica sui tempi e sul ruolo che queste tecnologie possono svolgere. Anche nelle ipotesi più ottimistiche, i tempi necessari per la progettazione, l’autorizzazione, la costruzione e la messa in esercizio dei nuovi reattori restano lunghi e difficilmente compatibili con le esigenze più urgenti della transizione energetica e della riduzione delle dipendenze strategiche. Per questo motivo, il nucleare di nuova generazione dovrebbe essere considerato soprattutto come una soluzione di medio-lungo periodo, potenzialmente in grado di contribuire alla decarbonizzazione e alla stabilità del sistema energetico nei decenni futuri.

Nel breve e medio termine, appare invece essenziale accelerare la diffusione di tecnologie già disponibili e mature, come il fotovoltaico, l’eolico, i sistemi di accumulo, le reti intelligenti e l’idrogeno verde. Queste soluzioni non solo possono essere implementate più rapidamente, ma presentano anche un grado di sostenibilità economica, ambientale e tecnologica più consolidato e verificabile. In questa prospettiva, il nucleare non dovrebbe essere considerato un’alternativa alle energie rinnovabili, bensì una delle possibili componenti di una strategia più ampia e diversificata, nella quale tecnologie con diversi livelli di maturità e differenti orizzonti temporali si rafforzano reciprocamente. Una politica energetica efficace dovrebbe quindi combinare investimenti in tecnologie capaci di produrre risultati nel breve periodo con investimenti in innovazioni che potrebbero diventare cruciali nel lungo termine, evitando di concentrare risorse e aspettative su un’unica soluzione.

Questa prospettiva è resa ancora più rilevante dalla recente apertura della Commissione europea a una maggiore flessibilità fiscale per gli investimenti energetici. Bruxelles ha infatti previsto per gli Stati membri la possibilità di utilizzare fino allo 0,3% del PIL annuo per investimenti legati alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione, nell’ambito delle deroghe già previste per la difesa. Per l’Italia ciò significa poter mobilitare circa 6,5-7 miliardi di euro all’anno destinati a rafforzare la resilienza del sistema energetico nazionale.

La vera questione strategica non è quindi scegliere una singola tecnologia vincente, ma utilizzare questa nuova capacità di investimento per accelerare la ricerca, lo sviluppo e la dimostrazione di un ampio ventaglio di soluzioni. Destinare tali risorse esclusivamente a una tecnologia comporterebbe il rischio di riprodurre nuove dipendenze e nuovi colli di bottiglia. Al contrario, investire contemporaneamente in rinnovabili avanzate, idrogeno, accumulo energetico, modernizzazione delle reti, gestione delle risorse idriche e nucleare di nuova generazione consentirebbe all’Italia di costruire un sistema energetico più robusto, flessibile e coerente con l’obiettivo europeo dell’autonomia strategica.

Dai sensori al targeting, così Maven cambia il campo di battaglia

5 June 2026 at 10:33

Nei conflitti contemporanei raccogliere informazioni non basta più. Droni, satelliti, radar e sensori generano una massa di dati che può superare la capacità degli analisti di leggerli in tempo utile. Maven smart system, piattaforma militare americana basata su Intelligenza artificiale, integra queste informazioni, le organizza in un quadro operativo comune e aiuta a individuare bersagli e opzioni d’azione. Il sistema nasce per accelerare il passaggio dall’osservazione alla valutazione operativa, fino al targeting.

In un’analisi dedicata al sistema, il Csis ricostruisce l’evoluzione di Maven da progetto di Intelligenza artificiale applicata a immagini e video militari a piattaforma più ampia di integrazione dati, supporto decisionale e comando. La funzione iniziale era individuare oggetti e attività nel materiale raccolto da fonti militari. La traiettoria successiva ne ha ampliato il perimetro, collegando ciò che viene rilevato con ciò che può essere deciso.

Il software che accorcia la decisione

Il valore di Maven sta nella capacità di mettere insieme fonti diverse e presentarle dentro un ambiente comune. Immagini satellitari, video, segnali, mappe operative, dati sulle forze amiche e possibili bersagli entrano così in una stessa architettura, riducendo la frammentazione che rallenta il lavoro militare.

Questa integrazione spiega perché Maven sia diventato rilevante oltre la dimensione tecnica. La piattaforma incide sul modo in cui si costruisce il quadro operativo e su come le informazioni vengono trasformate in opzioni d’azione. La promessa è comprimere i tempi della catena che va dal rilevamento alla decisione.

Palantir emerge in questo processo come attore centrale, nel ruolo di integratore software. Quando un sistema entra nei processi ordinari della difesa, addestramento, dati, aggiornamenti e procedure iniziano a ruotare intorno alla stessa infrastruttura.

Quando l’IA entra nel giudizio operativo

La fase più sensibile riguarda l’uso di modelli linguistici e strumenti generativi. La logica iniziale di Maven era legata soprattutto alla computer vision, quindi al riconoscimento di elementi in immagini e video. Con interfacce in linguaggio naturale e capacità di sintesi, il sistema può invece aiutare gli operatori a interrogare i dati, riassumere rilevamenti e individuare schemi nel tempo.

Questa evoluzione aumenta la potenza dello strumento, rendendo più complessa la verifica. Classificare un veicolo resta un’operazione circoscritta. Suggerire priorità, connessioni o possibili corsi d’azione avvicina invece l’IA al giudizio operativo. Il rischio è che l’output algoritmico, presentato dentro un’interfaccia autorevole e rapida, venga percepito come più solido di quanto sia davvero. Il controllo umano resta quindi decisivo e deve essere reale.

Il vantaggio alleato e il rischio dipendenza

Maven si inserisce nella ricerca di architetture di comando e controllo più connesse tra domini e alleati. La logica è collegare sensori, comandi e mezzi in un flusso più coerente. Per le forze occidentali, l’interoperabilità consente di condividere quadri operativi e coordinare le decisioni con maggiore rapidità.

Lo stesso vantaggio introduce però un vincolo. Se una piattaforma sviluppata da un grande fornitore statunitense diventa parte dell’infrastruttura comune, gli alleati possono guadagnare efficienza ma perdere margini di autonomia. Per l’Europa, la questione riguarda il controllo sui dati, gli standard e le capacità future.

Maven indica una direzione precisa. L’IA militare più rilevante entra nei processi che selezionano, ordinano e rendono azionabile l’informazione. La superiorità operativa dipenderà sempre più dalla capacità di decidere velocemente senza perdere controllo sul modo in cui la decisione viene costruita.

IA negli Emirati, chip Usa e stablecoin. Il patto del Golfo raccontato da Preziosa e Caldarola

5 June 2026 at 09:48

Gli Stati Uniti hanno individuato nell’Intelligenza artificiale una tecnologia decisiva non soltanto per la crescita economica, ma anche per la sicurezza nazionale e per il mantenimento della propria leadership internazionale. La strategia di Washington mira a preservare il vantaggio competitivo americano attraverso lo sviluppo interno delle capacità tecnologiche e mediante l’esportazione selettiva di infrastrutture digitali, servizi cloud, semiconduttori avanzati e standard di sicurezza verso partner considerati affidabili.

Nel maggio 2025 questa strategia ha trovato nel Golfo uno dei suoi passaggi più significativi. Durante la visita di Donald Trump negli Emirati Arabi Uniti, negli accordi annunciati tra Washington e Abu Dhabi è emersa una visione che va ben oltre la semplice cooperazione tecnologica. Al centro dell’intesa vi è la realizzazione di un grande ecosistema dedicato all’intelligenza artificiale, destinato a ospitare infrastrutture computazionali avanzate, data center e servizi digitali di nuova generazione.

A prima vista potrebbe sembrare un normale accordo commerciale. In realtà, esso rappresenta un tassello di una trasformazione più profonda dell’ordine economico e strategico internazionale.

Per oltre mezzo secolo il rapporto tra Stati Uniti e monarchie del Golfo si è fondato su uno scambio relativamente semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica. Oggi questo paradigma sembra evolvere verso una nuova formula nella quale energia, capitale finanziario, capacità computazionale e intelligenza artificiale vengono integrate all’interno di un unico ecosistema strategico.

L’intelligenza artificiale richiede infatti enormi quantità di energia elettrica, infrastrutture digitali, capacità di calcolo e investimenti finanziari. Gli Stati Uniti mantengono la leadership nei semiconduttori avanzati, nel software e nei principali modelli di IA. Gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e il Qatar dispongono invece di capitali sovrani, disponibilità energetica e ambizioni crescenti nel settore tecnologico.

La convergenza di questi fattori sta producendo una nuova forma di interdipendenza strategica. Non si tratta più soltanto di controllare giacimenti petroliferi o rotte marittime, ma di costruire le infrastrutture che sosterranno l’economia dell’intelligenza artificiale nel XXI secolo. Questa strategia deve essere letta anche alla luce della crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni Pechino ha consolidato la propria presenza nel Golfo attraverso investimenti infrastrutturali, reti 5G, piattaforme digitali e partnership energetiche. L’apertura controllata degli ecosistemi americani dell’intelligenza artificiale verso gli alleati del Golfo può essere interpretata anche come un tentativo di mantenere questi Paesi all’interno della sfera tecnologica occidentale, riducendo il rischio che future infrastrutture critiche vengano integrate in architetture digitali concorrenti.

In questa prospettiva, Abu Dhabi, Riyadh e Doha non aspirano semplicemente a diversificare le proprie economie. Ambiscono a trasformarsi in hub globali dell’economia computazionale, diventando nodi centrali delle future reti digitali e delle catene del valore dell’intelligenza artificiale. La partita, tuttavia, non riguarda soltanto i chip. Parallelamente alla competizione per semiconduttori e data center emerge una dimensione meno visibile ma potenzialmente altrettanto importante: quella monetaria.

Negli ultimi mesi è cresciuta l’attenzione verso le stablecoin ancorate al dollaro e verso nuovi strumenti finanziari digitali che potrebbero svolgere un ruolo rilevante nei futuri flussi economici internazionali. Se nel XX secolo il predominio del dollaro si è fondato sul commercio globale, sui mercati finanziari e sul sistema dei Treasury, nel XXI secolo la valuta americana potrebbe estendere la propria influenza anche alle infrastrutture digitali dei pagamenti e degli scambi transfrontalieri.

In questo contesto, energia, capacità computazionale e moneta tendono progressivamente a convergere. L’energia alimenta i data center. I dati alimentano gli algoritmi. L’intelligenza artificiale genera valore economico e vantaggio competitivo. Le nuove infrastrutture finanziarie digitali consentono la circolazione di tale valore all’interno dell’ecosistema globale.

La competizione geopolitica contemporanea non riguarda quindi soltanto il controllo del territorio o delle risorse naturali. Riguarda sempre più il controllo delle infrastrutture che organizzano l’informazione, la produzione del valore economico, la capacità decisionale e la circolazione della moneta. La geopolitica dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto chi sviluppa gli algoritmi più avanzati. Riguarda chi controlla l’intera filiera che rende possibile l’IA: energia, semiconduttori, capacità computazionale, dati, reti di comunicazione e strumenti finanziari.

Da questa prospettiva il Golfo assume un significato che supera ampiamente la dimensione regionale. Gli accordi tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti possono essere interpretati come parte di un più ampio tentativo americano di ricostruire i pilastri materiali del proprio potere strategico: energia, tecnologia avanzata, infrastrutture digitali e strumenti monetari.

Se nel Novecento il potere si misurava attraverso il controllo del territorio, dell’industria e delle rotte commerciali, nel XXI secolo esso dipenderà sempre più dalla capacità di controllare le infrastrutture che organizzano dati, algoritmi, energia e flussi finanziari.

L’accordo del Golfo appare quindi come qualcosa di più di una partnership tecnologica. Potrebbe rappresentare uno dei primi tasselli di un nuovo modello geopolitico nel quale il potere non deriva soltanto dal possesso delle risorse, ma dalla capacità di integrare energia, capacità computazionale e finanza all’interno di una medesima architettura strategica. Se il Novecento è stato il secolo del petrolio, questo secolo potrebbe essere ricordato come quello dell’integrazione tra energia e intelligenza artificiale. È in questo spazio strategico che si giocherà una parte decisiva della competizione tra le grandi potenze.

L’era della mente integrata è già cominciata. Brasioli spiega cos’è il Noocene

5 June 2026 at 08:27

Nel maggio 2026 l’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas ha segnato un passaggio simbolico e culturale di grande rilievo. Per la prima volta un documento magisteriale di questa portata ha considerato l’intelligenza artificiale non come tema tecnico o settoriale, ma come questione antropologica centrale. 

Solo due settimane dopo la pubblicazione dell’enciclica, si spegneva Edgar Morin, il cui pensiero aveva offerto per decenni strumenti essenziali per comprendere la complessità del mondo contemporaneo.  La coincidenza non è soltanto cronologica, ma rivela un’affinità di sguardo sul nostro tempo.

Per Morin, comprendere il reale significa coglierne interdipendenze e dinamiche sistemiche. In questa prospettiva, la tecnologizzazione non è un semplice accumulo di strumenti, ma una trasformazione dell’ecosistema cognitivo in cui l’umano è immerso. L’enciclica riconosce precisamente questo: la tecnologia non è neutra, perché ristruttura l’ambiente in cui maturano decisioni e giudizi morali. Le macchine possono simulare linguaggio e analisi, ma non possiedono interiorità né responsabilità. La dignità della persona non coincide con l’efficienza.

Siamo di fronte a un mutamento di paradigma. Se l’Antropocene ha descritto l’umanità come forza geologica, oggi emerge una fase in cui la forza dominante è cognitiva. Possiamo chiamarla Noocene: l’era della mente integrata. 

Non si tratta semplicemente dell’importanza dell’intelligenza – sempre centrale nella storia umana – ma del suo nuovo ruolo sistemico. L’intelligenza, nelle sue forme integrate biologiche e artificiali, assume funzione infrastrutturale. Come l’energia ha strutturato la modernità industriale, così l’intelligenza distribuita struttura la contemporaneità.

Il Noocene può essere definito come la fase storica in cui la produzione e organizzazione dell’informazione diventano condizione di possibilità delle decisioni collettive; l’architettura informazionale è ibrida e reticolare; il potere assume una configurazione prevalentemente epistemica. Il controllo delle infrastrutture del sapere equivale al controllo di una risorsa primaria.

Qui si gioca una nuova forma di sovranità cognitiva: la capacità di orientare i processi attraverso cui la conoscenza viene prodotta, selezionata e distribuita. Questo assetto incide sulla democrazia, sull’economia e persino sulla corporeità, come mostrano le interfacce cervello‑computer e il dibattito sui neurodiritti. Non è la celebrazione della macchina, ma la descrizione di un ambiente in cui la mente ampliata diventa forza organizzativa globale.

Il Noocene non è un destino inevitabile, ma neppure una costruzione teorica astratta. È l’assetto del nostro presente. Può favorire una cooperazione fondata sull’intelligenza integrata capace di affrontare crisi sistemiche con strumenti analitici senza precedenti, oppure consolidare concentrazioni di potere epistemico e nuove dipendenze. 

La posta in gioco non è tecnica, ma politica e antropologica: riguarda la distribuzione del potere, l’accesso alla conoscenza e la definizione stessa dell’umano. Non riguarda soltanto ciò che i sistemi possono fare, ma chi orienta l’architettura della conoscenza e con quali criteri.

L’era della mente integrata non appartiene a un futuro ipotetico: è la condizione in cui già viviamo. Ignorarla significherebbe fraintendere il tempo storico che abitiamo. Orientarla, governarla e sottoporla a criteri etici condivisi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità culturale e politica che non può più essere rimandata.

Tossine progettate dall’IA, ecco la nuova frontiera della guerra biologica

5 June 2026 at 08:03

La guerra biologica non è una novità, ma con l’avvento dell’IA la sua pericolosità rischia di raggiungere livelli mai visti. È questo l’allarme lanciato dal report “Promote the Antidote: Reducing the Risk from Toxins”, pubblicato dall’Atlantic Council. Un documento che rivolge una domanda scomoda all’intera comunità politica occidentale: siamo pronti a fronteggiare una minaccia che non si replica, non si trasmette, e spesso neanche si vede? La risposta, in oltre venti pagine di rapporto, è chiaramente no.

Cosa sono le tossine e come agiscono

Nel lessico della sicurezza internazionale, la sigla Nbcr (Nucleare, biologico, chimico, radiologico) racchiude le categorie di minaccia considerate più devastanti per la vita umana. Tra queste, la dimensione biologica è quella che ha come protagonisti gli agenti infettivi: virus, batteri e patogeni capaci di diffondersi da persona a persona con effetti potenzialmente pandemici. Le tossine, a differenza dei patogeni classici, sono veleni di origine biologica prodotti da alghe, batteri, cianobatteri, funghi, insetti, piante e animali. Non sono infettive, non si replicano e non si trasmettono da individuo a individuo. Bensì si inalano, si iniettano, si ingeriscono o si assorbono. Molte sono inodori e non penetrano attraverso la pelle, il che le rende più maneggevoli di numerose armi chimiche convenzionali. E alcune di esse sono letali in dosi nell’ordine di pochi microgrammi. La tossina botulinica, ad esempio, prodotta dal batterio Clostridium botulinum, interrompe gli impulsi nervosi e la contrazione muscolare. La ricina, ricavata dai semi di Ricinus communis, blocca la sintesi proteica cellulare, mentre l’epsilon-tossina del Clostridium perfringens provoca danni permamenti ai tessuti cerebrali. Questi tre agenti figurano infatti nella lista dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) tra gli agenti biologici più pericolosi. 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Cina, Germania, Giappone, Russia, Regno Unito e Stati Uniti avevano tutti programmi militari che includevano le tossine. L’Unità 731 giapponese, ad esempio, conduceva esperimenti con la tossina botulinica già negli anni Trenta in Manciuria mentre, nel 1978, una punta di ombrello intrisa di ricina uccise il dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra. Lettere contenenti ricina furono inviate a Barack Obama nel 2013 e a Donald Trump nel 2018 e nel 2020. Attori statali, terroristi e lupi solitari hanno tutti, in momenti diversi, scelto le tossine come strumenti di violenza. 

Quando l’IA incontra la biologia 

L’avanzamento della biologia sintetica non è una novità in sé, già da diversi anni gli esperti di biosicurezza ne segnalano i rischi. Ma lo sposalizio tra quella disciplina e i moderni sistemi di intelligenza artificiale, e in particolare con i Large language model, sta aprendo a scenari che fino a poco tempo fa appartenevano alla fantascienza. Se una volta la ricerca su questo tipo di armi biologiche era appannaggio esclusivo delle grandi potenze, con intere divisioni di scienziati e laboratori per condurre i loro esperimenti, adesso, come segnalato dal report, l’impiego dell’IA sta abbassando drasticamente la soglia d’accesso alla progettazione di nuove proteine tossiche, consentendo anche ad attori con risorse limitate di ottimizzare tossine esistenti per renderle più letali, più stabili e più difficili da rilevare con i metodi diagnostici attuali. Ciò significa che un attore ostile potrebbe progettare una tossina inedita, mai classificata, non presente su nessun elenco di controllo internazionale e capace di eludere sia i sistemi di sorveglianza sia le terapie disponibili. Il tutto con risorse talmente modeste da non poter essere facilmente scoperto dalle indagini di intelligence.

La minaccia portata dalle tossine non riguarda solo i teatri bellici o gli scenari di assassinio politico. Le tossine rappresentano un rischio anche per le catene di approvvigionamento alimentare globali. Le micotossine (come le aflatossine prodotte da funghi nel mais e nelle arachidi) causano già ogni anno ingenti perdite economiche e rischi per la salute, e sono una delle principali cause di respingimento delle importazioni alimentari alle frontiere. Ma il vero problema, come sottolinea il rapporto, è la vulnerabilità alle contaminazioni intenzionali. Il volume degli scambi commerciali globali rende i metodi tradizionali di campionamento e analisi del tutto inadeguati per rilevare episodi di contaminazione intenzionale. 

Diagnosi difficili e antidoti che mancano

Sul fronte clinico, il quadro non è più rassicurante. I sintomi precoci di avvelenamento da tossine imitano spesso quelli delle malattie comuni: l’esposizione all’enterotossina B stafilococcica si manifesta ad esempio come una sindrome influenzale, mentre l’avvelenamento da tossina botulinica può essere confuso con un ictus o con la sindrome di Guillain-Barré. Questa ambiguità, combinata con la scarsa formazione dei medici e l’assenza di strumenti diagnostici rapidi nei pronto soccorso, ritarda il riconoscimento dell’agente e la messa in campo di una risposta efficace. Anche la Riserva strategica nazionale americana accusa lacune significative. Se infatti essa possiede antitossine per il botulismo, è però priva di terapie approvate dalla Fda per le altre tossine ad alto rischio, come la ricina e l’enterotossina B. Il report raccomanda infatti di sviluppare piattaforme terapeutiche ad ampio spettro (anticorpi policlonali e inibitori) capaci di neutralizzare varianti diverse di una stessa tossina, anziché puntare su vaccini monovalenti. In altre parole, degli antidoti modulari.

Come difendersi da questa minaccia?

La risposta non è semplice, ma il report dell’Atlantic Council cerca lo stesso di fornire alcune indicazioni. Un primo punto di partenza è il metodo con cui l’intelligence affronta la questione. Innanzitutto, bisognerebbe considerare le tossine non come minaccia residuale, ma come componenti attive dei programmi biologici offensivi di Cina, Russia, Iran e Corea del Nord. Per ognuno, il report raccomanda di stilare  una stima nazionale dedicata, distinta da quelle sulle armi chimiche e biologiche tradizionali, con una sorveglianza specifica sull’uso dell’IA per progettare i nuovi agenti. Sul piano interno, la strada maestra è investire nella diagnostica rapida nei pronto soccorso, formare i medici a riconoscere le presentazioni cliniche di un attacco con tossine e colmare le lacune presenti nelle riserve nazionali. C’è poi il nodo internazionale, forse il più difficile da sciogliere. Come nel caso delle armi nucleari, le convenzioni internazionali per limitarne produzione e sviluppo esistono, ma tutte le grandi potenze si guardano bene dal ratificarle. 

La pandemia ci ha insegnato duramente quanto possa costare l’impreparazione nell’affrontare minacce sanitarie e biologiche e, come si evince dal report, persino gli Stati Uniti a oggi non sono in grado di dirsi pronti a rispondere adeguatamente a una simile emergenza. Lo stesso concetto di “Biodifesa” è ancora allo stato embrionale e fatica a distaccarsi dalla tradizionale teoria di contrasto alle minacce Nbcr. Le armi biologiche e il loro sviluppo da parte delle principali potenze non sono una novità, ma finora il delicato sistema della deterrenza (che non vale solo per le armi nucleari) ne ha impedito una proliferazione incontrollata. Adesso invece, con la democratizzazione tecnologica portata dall’IA, questo precario equilibrio rischia di saltare.

Petrolio, e se il peggio dovesse ancora arrivare? L’analisi di Torlizzi

5 June 2026 at 09:01

Il mercato petrolifero sta mandando un messaggio che pochi sembrano voler ascoltare. A tre mesi dall’inizio della crisi di Hormuz, con la più grande interruzione dell’offerta nella storia moderna, il brent oscilla intorno ai 100 dollari al barile e la volatilità continua a diminuire. Per molti è il segnale che il peggio sia passato. In realtà è la dimostrazione di quanto il sistema globale stia consumando le proprie riserve per mantenere un’apparente normalità. La narrativa dominante racconta di un mercato che ha assorbito lo shock. Quella reale parla invece di un equilibrio ottenuto attraverso misure straordinarie e difficilmente sostenibili nel tempo. Il premio del brent fisico rispetto ai futures, esploso a 36 dollari ad aprile, è tornato vicino ai livelli pre-conflitto. Le quotazioni dei prodotti raffinati si sono raffreddate e il panico sembra svanito.

Ma cosa ha realmente consentito questa stabilizzazione? Innanzitutto, una parte del petrolio continua a transitare attraverso Hormuz. Nonostante il blocco navale e il crollo del traffico commerciale, flussi clandestini stimati intorno a 2 milioni di barili al giorno stanno probabilmente raggiungendo i mercati internazionali. Non abbastanza da compensare i circa 16 milioni di barili al giorno persi dal Golfo Persico, ma sufficienti per attenuare la percezione della scarsità.

In secondo luogo, il resto del mondo ha aumentato la produzione. Brasile e Venezuela hanno sorpreso al rialzo, mentre gli Stati Uniti hanno aperto i rubinetti delle proprie riserve strategiche. Le esportazioni americane hanno raggiunto livelli record grazie ai rilasci della Strategic Petroleum Reserve. Complessivamente, l’offerta aggiuntiva proveniente da aree esterne al Golfo ha aggiunto poco più di 2 milioni di barili al giorno. Un contributo importante, ma lontanissimo dal colmare il deficit originario. Il terzo elemento è quello più sottovalutato: la distruzione della domanda. I consumi globali stanno reagendo molto più rapidamente rispetto alle crisi petrolifere del passato. A marzo la domanda è scesa di quasi 2 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente. Ad aprile e maggio il calo sarebbe salito rispettivamente a 3 e oltre 4 milioni di barili al giorno.

La Cina ha svolto un ruolo centrale in questo processo. A maggio le importazioni cinesi di greggio sono diminuite di 3,8 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente, assorbendo da sole quasi tre quarti dell’aggiustamento globale. Pechino ha accettato di fare da ammortizzatore del sistema, riducendo acquisti, comprimendo esportazioni di prodotti raffinati e rallentando la domanda interna. Tutto questo però ha un costo. Dall’inizio della crisi le scorte petrolifere mondiali sono diminuite di circa 450 milioni di barili. Oltre 400 milioni di barili sono stati immessi sul mercato dalle riserve strategiche dei Paesi Ocse e una parte significativa deve ancora arrivare. È questa massa di petrolio accumulata negli anni che sta permettendo al sistema di funzionare.

Il mercato, dunque, non sta dicendo che la crisi è irrilevante. Sta dicendo qualcosa di molto diverso: che il mondo ha trovato modi costosi e temporanei per convivere con essa. La vera domanda non è perché il brent sia fermo a 100 dollari. La vera domanda è cosa accadrà quando le scorte raggiungeranno livelli critici, previsti già tra fine giugno e settembre, se Hormuz dovesse restare chiuso. A quel punto il mercato potrebbe smettere di chiedersi “tutto qui?” e iniziare finalmente a domandarsi: “e se il peggio dovesse ancora arrivare?”.

Anthropic entra nella cyber-offensiva Usa. Il caso Mythos alla Nsa

5 June 2026 at 08:41

Anthropic, società simbolo dell’intelligenza artificiale responsabile, starebbe aiutando la National Security Agency americana a utilizzare Mythos, il suo modello più avanzato per la sicurezza informatica, anche in operazioni cyber offensive.

Secondo quanto riportato dal Financial Times, la società di San Francisco avrebbe mandato circa mezza dozzina di ingegneri dentro l’agenzia, con il ruolo di forward-deployed engineers: tecnici incaricati di accompagnare l’uso del modello, adattarlo alle esigenze dell’ente e seguirne l’impiego in ambienti operativi sensibili.

Il quotidiano britannico ricorda che Anthropic aveva cercato di porre limiti all’impiego di Claude in scenari come la sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi e i droni autonomi letali, attirando una dura risposta da parte del dipartimento della Difesa, che definì Anthropic come possibile “supply-chain risk”.

Il modello Mythos e l’uso dell’IA

Il modello nasce con l’obiettivo di rafforzare la cyberdifesa: Anthropic lo presentò come uno strumento capace di individuare vulnerabilità software semplici e complesse e di aiutare le organizzazioni a correggerle prima che queste venissero sfruttate da attori ostili. Dalle stesse caratteristiche, difensive e preventive, si evince il valore dual use che ha spinto l’Nsa ad avviare una collaborazione. Un sistema capace di leggere codice, scoprire vulnerabilità, costruire catene di sfruttamento e accelerare il lavoro degli analisti può infatti anche permettere di entrare nei sistemi di un target.

Chi non usa l’IA rischia di restare indietro. La Cina, l’Iran e la Russia stanno già investendo nell’uso dell’intelligenza artificiale per attività cyber, disinformazione, intelligence e raccolta dati. Tanto che l’attenzione del dibattito strategico ha ormai dato per scontato l’utilizzo di IA, spostandosi su chi dovrà controllarla, con quali limiti e garanzie.

Dopo una prima fase riservata a un numero ristretto di organizzazioni americane e britanniche, Anthropic ha annunciato l’estensione del programma a circa 150 organizzazioni in quindici Paesi. Anche se l’obiettivo resta (ufficialmente) difensivo, con compiti di individuazione e segnalazione delle vulnerabilità, la natura dual use del sistema caratterizza l’interesse anche per un’agenzia come la Nsa.

L’impatto dell’IA

Una lettura favorevole arriva da Martijn Rasser, vicepresidente del Technology Leadership Directorate dello Special Competitive Studies Project ed ex funzionario della Cia. Secondo Rasser, la ricostruzione del Financial Times non dimostra affatto una contraddizione tra sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale e impiego nella sicurezza nazionale, semmai il contrario. Anthropic, osserva, “ha costruito Mythos con accessi ristretti e un processo coordinato di disclosure difensiva”, producendo però un modello abbastanza avanzato da interessare la Nsa anche per attività cyber offensive. Per Rasser la questione è soprattutto strategica: “Cina e altri avversari non stanno aspettando un consenso etico sull’uso dell’AI nella cyber-offesa”. Il dilemma di Washington, osserva l’analista americano, è dunque se lasciare che questo spazio venga occupato dagli altri o se plasmarlo con l’ausilio di aziende americane integrate con il governo.

L’orizzonte politico

Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che introduce un quadro volontario per la revisione di sicurezza dei modelli avanzati prima del rilascio pubblico. Lo stesso provvedimento chiede alle agenzie federali di sviluppare metodi per valutare le capacità cyber dei sistemi di intelligenza artificiale e, ancora, prevede la creazione di un “AI cybersecurity clearinghouse” per condividere informazioni sulle vulnerabilità.

La collaborazione tra Anthropic-Nsa evidenzia dunque come la pressione strategica causata sia ormai talmente evidente da dettare e modificare i confini del dibattito riguardo agli utilizzi più o meno etici dell’IA e, ancora, la vicenda sottolinea nel pratico l’inevitabile convergenza delle questioni di sicurezza nazionale nelle dinamiche tra Silicon Valley e Sicurezza Nazionale.

L’economia circolare delle competenze, il Festival della Fondazione Pensiero Solido

5 June 2026 at 07:44

Economia Circolare delle Competenze è un progetto che valorizza i giovani all’interno di un proficuo rapporto tra le generazioni e punta a scuotere i NEET dalla loro apatia, dare nuova speranza ai giovani che pensano di andare all’estero e richiamare gli adulti alle loro responsabilità, rifiutando l’idea che l’Italia sia un Paese destinato a un inesorabile declino.

Nel Festival dell’Economia Circolare delle Competenze 2026, verrà presentata la ricerca qualitativa realizzata con l’università Cattolica di Milano, per identificare le caratteristiche fondamentali di una organizzazione “circolare”, si inaugurerà economiacircolarecompetenze.it, la casa digitale del progetto e presenteremo l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Vi saranno una serie di esperienze di circolarità in atto (a partire da quelle oggetto della nostra ricerca) e interventi di autrici e autori che hanno scritto sull’importanza della collaborazione tra le generazioni per affrontare le sfide della contemporaneità.

Il Festival dell’Economia Circolare 2026 delle Competenze intende:

▪︎ Continuare la mappatura della “galassia” delle realtà che praticano l’Economia Circolare delle Competenze, in presenza e tramite il sito economiacircolarecompetenze.it.

▪︎ Utilizzare la nostra ricerca qualitativa per diffondere il modello della Circolarità al maggior numero di imprese possibile.

▪︎ Fare informazione e cultura sul tema con il economiacircolarecompetenze.it, agenzia stampa gratuita per le realtà che praticano la Circolarità.

▪︎ Favorire un cambio di mentalità nella classe dirigente imprenditoriale, dei media e della comunicazione tramite il racconto del Festival da parte dei nostri media partner e degli altri media.

▪︎ Formare giovani e imprese, profit e non profit, mostrando le potenzialità formative della Accademia della Circolarità delle Competenze.

PROGRAMMA

Venerdì 5 giugno.

I giovani e il lavoro. I giovani al lavoro.

▪︎ Manuela Miragoli, direttore risorse umane IBM

▪︎ Flavia Orlandi, strategic & corporate coomunications, Brunswick

Presentazione MOOC Economia Circolare delle Competenze.

Susanna Sancassani, direttrice Metid, Politecnico di Milano

(Ri)attivare i giovani.

▪︎ Paolo Lattanzio, Leader Sviluppo territoriale Italia Save the Children

▪︎ Alessandro Vergni, responsabile comunicazione Edilcommercio

Verso l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Dialogo con Fabio Mangiarotti, Formatore evolutivo e consulente in neuroscienze comportamentali, ICF Coach

e Giovanni Acerboni, linguista, PhD, formatore di scrittura, didattica della scrittura e AI del linguaggio.

La formazione nelle MPMI italiane.

Presentazione della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale PMI della School of Management del Politecnico di Milano.

Claudio Rorato, direttore e responsabile scientifico dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale, Politecnico di Milano

Bulldozer. Il lavoro cambia, cambiamo il lavoro.

Gianluca Spolverato, avvocato cassazionista, specializzato in diritto del lavoro

Giovani in azione: il progetto “Generazione sospesa”.

Livia Viganò, Cofounder e COO di Factanza Media

QUESTION TIME. Dialogo con le persone presenti al Festival.

DEGUSTAZIONE delle prelibatezze del Panificio Frusconi e dialogo a tu per tu.

Sabato 6 giugno.

Saluti istituzionali

La circolarità delle competenze in azione.

▪︎ Emilio Colombo, cofondatore e amministratore delegato Siberg

▪︎ Paolo Costa, cofondatore, presidente emerito e amministratore Spindox

▪︎ Federica Rossi, Skills for Social Impact, CSR, Corporate Affairs, Microsoft

La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano il declino demografico dell’Italia.

Alessandro Rosina, ordinario di demografia e statistica sociale, Università Cattolica di Milano

Il paradigma della Circolarità delle Competenze.

Presentazione della ricerca qualitativa Fondazione Pensiero Solido/Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Ivana Pais, ordinario di sociologia economica, Università Cattolica di Milano

Il potere della transilienza.

Riccarda Zezza, fondatrice e direttrice scientifica Lifeed

Verso l’Accademia della Circolarità delle Competenze.

Riccardo Maggiolo, formatore, autore, consulente, speaker

La generazione Z e noi.

Andrea De Micheli, fondatore e presidente Casta Diva Group

QUESTION TIME. Dialogo con le persone presenti al Festival.

DEGUSTAZIONE delle prelibatezze del Panificio Frusconi e dialogo a tu per tu.

Il nudging di Trump su AI e sicurezza. Cronaca di una regolazione che non vuole dirsi tale

5 June 2026 at 07:26

Il 2 giugno il presidente Trump ha firmato l’executive order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”. Il contenuto, in sintesi: le agenzie federali – Tesoro, NSA, Cisa – dovranno costruire entro sessanta giorni un quadro volontario attraverso cui gli sviluppatori dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati potranno sottoporli al governo, concedendogli un accesso anticipato fino a trenta giorni prima del rilascio. Un processo di benchmarking classificato stabilirà quali modelli meritino la qualifica di “covered frontier model”; nasce inoltre, presso il Tesoro, una clearinghouse per coordinare la scoperta e la correzione delle vulnerabilità informatiche. Il tutto, recita espressamente l’ordine, senza che nulla possa essere letto come obbligo di licenza o autorizzazione preventiva.

La notizia è fresca e merita più di una riflessione di cronaca. Perché dietro la firma c’è un fatto tecnico che ha cambiato i termini del problema: negli ultimi mesi i modelli di frontiera hanno dimostrato di saper scoprire e sfruttare autonomamente falle critiche nei sistemi informatici – comprese quelle ancora ignote agli stessi produttori, i cosiddetti zero-day – a velocità e costi che nessun team umano può eguagliare. La tecnologia che protegge le infrastrutture critiche è, in altri termini, la stessa che, nelle mani sbagliate, può violarle.

Una lunga genealogia

L’ordine del 2 giugno riapre un capitolo antico: quello della regolazione delle tecnologie a duplice uso: quelle in cui l’impiego benefico e quello ostile non sono due versioni distinte, ma due facce della stessa medaglia. È il problema regolatorio più antico della modernità tecnologica: non si può vietare la minaccia senza rinunciare al beneficio, e non si può godere del beneficio senza esporsi anche alla minaccia.

La storia offre un catalogo istruttivo. La dinamite di Alfred Nobel nacque per le miniere e i trafori e divenne in pochi anni strumento di guerra e di terrorismo, al punto da spingere l’inventore a fondare, per contrappasso, il premio che porta il suo nome. L’aviazione passò in un ventennio da curiosità sportiva a bombardamento strategico. Il Dna ricombinante, negli anni Settanta, pose alla biologia lo stesso dilemma: la tecnica che prometteva farmaci e terapie poteva generare patogeni. E la crittografia forte – il precedente più fedele al caso odierno – costrinse gli Stati Uniti a fare i conti con lo stesso nodo: salvaguardarne gli indubbi benefici per la sicurezza dei cittadini, classificandola per decenni come munizione soggetta ai controlli sull’export.

La scelta regolatoria

Davanti a tecnologie simili, il potere pubblico si trova a un bivio che chi studia regolazione pubblica conosce molto bene: deve limitarla e in qualche misura appropriarsene? E se sì, con quale strumenti? Le opzioni storicamente sperimentate sono tre e le prime due hanno già mostrato i loro limiti.

La prima opzione è imporre obblighi con la forza della legge. Qui il parallelismo con la cifratura è centrale. Nel 1993 l’amministrazione Clinton propose il Clipper Chip: un sistema di cifratura con chiave depositata presso lo Stato, il key escrow, che avrebbe garantito alle autorità un accesso privilegiato alle comunicazioni protette. Il mercato rifiutò lo standard, l’industria virò verso soluzioni alternative, e alla fine del decennio anche i controlli sull’export furono smantellati. La lezione è strutturale: una tecnologia non si lascia confinare per decreto. Lo standard imposto per legge muore se il mercato non lo adotta.

La seconda opzione è all’estremo opposto: lasciare tutto all’autogoverno della comunità scientifica, che trascende i confini nazionali. Il precedente più nobile è Asilomar, 1975: i biologi molecolari si imposero da soli una moratoria sul Dna ricombinante e si diedero protocolli di sicurezza prima che gli Stati legiferassero in materia. In un certo senso, l’approccio funzionò – ma in condizioni irripetibili: una comunità piccola, accademica, coesa, senza una frenetica corsa commerciale alle spalle. Trasferito a settori dove gli incentivi economici e geopolitici sono colossali, il modello è intrinsecamente debole: l’autoregolazione regge finché nessuno ha un interesse miliardario a disertare, cioè quasi mai.

La terza via: il nudging applicato all’IA

L’ordine del 2 giugno sceglie consapevolmente una terza strada: dettare standard volontari, ma renderli un po’ meno volontari “persuadendo”. È, in termini tecnici, nudging applicato all’intelligenza artificiale in ambito cyber. La partecipazione al quadro di revisione pre-rilascio è formalmente libera; ma il rifiuto espone lo sviluppatore allo scrutinio della sicurezza nazionale, al costo reputazionale, all’esclusione dal circuito dei “trusted partners” che il governo stesso contribuisce a selezionare. L’architettura delle scelte è costruita perché la non-adesione diventi economicamente e politicamente insostenibile. Non è un obbligo: è un invito gentile, che tuttavia è diseconomico declinare.

L’approccio appare più liberale delle alternative – niente licenze, niente moratorie, la libertà di rilascio formalmente intatta – ed è anche, va detto, l’unico coerente con la natura non confinabile della tecnologia in questione. Ma è anche molto più opaco. Lo standard imposto per legge passa dal Parlamento, si pubblica, si impugna davanti a un giudice. Il nudge no: vive di benchmark classificati, di designazioni rimesse alla discrezionalità del direttore della Nsa, di criteri di selezione dei partner che l’ordine nemmeno enuncia, di pressioni che non lasciano traccia negli atti. La regolazione per persuasione guadagna in velocità e flessibilità esattamente ciò che perde in controllabilità democratica.

Ancora una volta, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti antepongono le ragioni del mercato e della regolazione “minima” a quelle della democrazia. Solo che questa volta, potrebbero non avere del tutto torto.

Nucleare in Italia, la Camera vota sì. Cosa cambia

4 June 2026 at 16:49

I 14 miliardi frutto della flessibilità concessa dall’Europa ai Paesi membri, lo 0,3% del Pil per due anni, devono ancora essere smobilitati e messi al servizio di nuove misure contro il caro energia. Nelle more, però, l’Italia fa un altro passo verso il ritorno dell’energia nucleare, a quasi 40 anni dal referendum che pose fine all’esperienza atomica dello Stivale. Non è certo un mistero che l’Italia non possa più permettersi di comprare gas e petrolio da fornitori terzi, specialmente con i mercati costantemente infiammati dalla chiusura dello stretto di Hormuz. E le rinnovabili, da sole, non bastano a coprire il fabbisogno, come, invece, avviene in Spagna. Per questo il governo italiano continua a battere la strada del nucleare. E in queste ore è stato aggiunto un altro tassello.

La Camera dei deputati ha infatti approvato il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare. Con 155 favorevoli, 8 astenuti e 86 contrari, il provvedimento passa ora al Senato, con la speranza, da parte del governo, dell’approvazione definitiva prima della pausa estiva, per emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno, come è nei piani del ministro per l’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. La legge delega ha lo scopo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare. Una volta approvata dai due rami del Parlamento, tramite essa, le Camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi.

Nel testo si definiscono i campi d’intervento dei futuri decreti governativi, tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito e la sicurezza nucleare, la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Inoltre, vengono stabili i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti tra cui garantire i massimi standard di sicurezza e protezione della salute; semplificare i procedimenti autorizzativi; prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti; assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica.

“Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio”, ha rivendicato lo stesso Pichetto Fratin. “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro. Vogliamo un’Italia meno dipendente dall’estero, con energia più accessibile per famiglie e imprese”, ha aggiunto il ministro. Quanto al numero degli impianti, il ministro ha spiegato che “è una valutazione ancora abbastanza difficile, abbiamo definito un quantitativo a grandi linee, 11-22% ma è proprio una forbice molto larga”, viste le valutazioni da fare sulle tecnologie.

A questo punto, “presenteremo i decreti attuativi alle commissioni parlamentari entro l’anno, entro Natale, questa è una scelta energetica di sicurezza per il futuro e questo vuol dire responsabilità verso il Paese”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepremier Antonio Tajani. “La Camera approva, grazie a Forza Italia e al centrodestra, la legge sul nucleare compiendo un primo passo storico verso l’indipendenza energetica dell’Italia. Il nucleare di nuova generazione non è una scelta ideologica, ma uno strumento necessario per garantire alle prossime generazioni energia pulita, prezzi competitivi per famiglie e imprese e maggiore sicurezza per il Sistema Paese. Anche coloro che dicono NO a tutto si dovranno arrendere, ne vale il futuro dell’Italia”.

Cosa dice del Pd l’addio di Pina Picierno

4 June 2026 at 16:33

Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo del Partito democratico, ha lasciato il partito sostenendo che la principale forza del centrosinistra italiano abbia progressivamente perso la propria identità riformista.

Secondo fonti vicine all’eurodeputata citate dall’Ansa, Picierno sarebbe destinata ad aderire al Partito democratico europeo (EDP), guidato dall’eurodeputato ed ex sottosegretario italiano Sandro Gozi, ora parte del gruppo Renew Europe al Parlamento europeo.

Le ragioni politiche dietro la scelta

La sua uscita mette in evidenza le tensioni tra l’area riformista del Pd e l’attuale leadership del partito. Il nodo del contendere riguarda soprattutto la collocazione politica della forza guidata da Elly Schlein e il rapporto con le diverse culture interne del centrosinistra. La vicenda si inserisce inoltre in un confronto più ampio che tocca temi centrali della politica europea, come il sostegno all’Ucraina, le politiche di difesa e il rapporto con i movimenti populisti.

In un’ampi intervista a Il Foglio, Picierno ha affermato che “la casa dei riformisti non esiste più” all’interno del Partito democratico. “Non si può essere ambigui nei confronti del fascismo putiniano e degli estremismi”, ha dichiarato, chiedendo la costruzione di una nuova forza politica in grado di competere elettoralmente.

La rottura con il Pd di Schlein

“Per rispetto della mia dignità politica e personale è arrivato il momento di lasciare il Partito democratico di Elly Schlein”, ha spiegato Picierno, sostenendo che il partito “è diventato qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo contribuito a fondare”.

L’eurodeputata ha parlato anche di una progressiva “distorsione” del progetto originario del Pd, avvenuta senza un vero confronto congressuale. “Il Pd che volevamo al Lingotto non esiste più”, ha aggiunto, richiamando la fase fondativa del partito nel 2007 sotto la guida di Walter Veltroni.

Allo stesso tempo, Picierno ha ribadito la continuità con i valori originari del suo percorso politico: “Resto una democratica. Non sto andando indietro”.

Il dibattito aperto nel centrosinistra

La sua decisione riporta al centro il tema del riformismo nel centrosinistra europeo. Il profilo politico di Picierno è da sempre legato a posizioni fortemente europeiste, atlantiste e al sostegno all’Ucraina.

Poco prima dell’annuncio, il Pd aveva sostenuto in Parlamento una mozione critica sull’aumento delle spese per la difesa in ambito Nato, giudicato potenzialmente insostenibile per i conti pubblici italiani. Un passaggio che, pur non essendo stato collegato direttamente alla decisione dell’eurodeputata, evidenzia una crescente distanza tra le diverse sensibilità interne al partito.

Per la leadership dem, il tema della difesa è soprattutto legato all’equilibrio tra sostenibilità finanziaria e politiche sociali; per l’area riformista, invece, rappresenta parte di una più ampia riflessione sul ruolo dell’Europa in uno scenario internazionale segnato da guerra e instabilità.

Le reazioni nel Pd

La scelta di Picierno ha suscitato reazioni all’interno del partito. L’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha espresso “grande dispiacere” per l’addio, sottolineando come il pluralismo sia “uno dei valori fondativi del Pd” e che un suo indebolimento rappresenterebbe un problema per l’intero partito. Anche Marianna Madia, che da poco ha fatto la stessa scelta di Picierno di abbandonare il Pd, ha invitato a evitare ulteriori frammentazioni nell’area riformista, richiamando la necessità di un progetto politico unitario nel centrosinistra.

Riformismo: un dibattito che si riapre

Il caso Picierno si inserisce in una fase in cui il concetto di riformismo è tornato al centro del dibattito politico italiano. In un intervento pubblicato su Il Messaggero, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha ribadito come il riformismo rappresenti la principale risposta al populismo contemporaneo, rilanciando implicitamente il tema della ricomposizione dell’area moderata e progressista.

La stessa Picierno ha descritto la sua uscita non come un punto di arrivo, ma come l’inizio di un nuovo percorso politico, invocando la costruzione di una forza capace di intercettare gli elettori oggi lontani dal Pd o disillusi dalla politica.

La sua decisione, al di là delle conseguenze parlamentari immediate, evidenzia una tensione più profonda all’interno del centrosinistra: la definizione stessa di riformismo in una fase politica segnata da guerre, instabilità internazionale e crescita dei movimenti populisti in Europa.

Fair Play Menarini, trent’anni di sport oltre le medaglie

4 June 2026 at 16:31

Trent’anni di storia costruiti “mattoncino dopo mattoncino” fino ad ottenere “una casa solida”, ma soprattutto trent’anni dedicati a promuovere un’idea di sport fondata sul rispetto. È questo il messaggio lanciato dal presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, in occasione della presentazione della 30ª edizione del premio internazionale Fair Play Menarini.

“Il fair play è la sintesi di un comportamento che racchiude tanti valori. Primo fra tutti il rispetto: per sé stessi, per gli altri, per l’ambiente e per le regole”, ha sottolineato Buonfiglio, evidenziando come la vera sfida sia trasformare questi principi in comportamenti quotidiani. In un contesto segnato da tensioni e violenza, ha aggiunto, lo sport può contribuire a diffondere un “virus buono”, rendendo attraenti il buon vivere e la correttezza.

Il messaggio del presidente del Coni trova espressione concreta proprio nell’evoluzione del premio. Accanto ai grandi campioni dello sport internazionale, l’edizione 2026 ha infatti premiato oggi anche tre giovani protagonisti del premio Fair Play Menarini Giovani: Matteo Pasqualetti, Gloria Tinaburri e Alberto Belluzzi. “Si premiano valori come etica e rispetto”, ha osservato il presidente del Coni, definendo questa scelta “una bella innovazione” e un “messaggio che va al di là delle medaglie”, capace di rafforzare il significato più profondo del riconoscimento.

Nel salone d’onore del Coni sono stati annunciati anche i vincitori della 30ª edizione del Premio, che si terrà il 2 luglio al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Tra loro spiccano Armand Duplantis, Gregorio Paltrinieri, Antonella Palmisano, Achille Polonara, Daniele Garozzo e Chiara Mazzel, insieme a Davide Ghiotto, Andrea Giovannini, Michele Malfatti e Simone Anzani. A rappresentare il calcio sarà invece Gianfranco Zola.

A sottolineare il valore raggiunto dall’iniziativa è stato anche Luca Lastrucci, presidente della Fondazione Fair Play Menarini. “In questi anni abbiamo premiato oltre 400 atleti, campioni che oggi sono ambasciatori del fair play nel mondo”, ha ricordato. Ma il significato più profondo dell’edizione 2026, secondo Lastrucci, risiede proprio nell’attenzione ai più giovani: ragazzi che, attraverso i loro gesti, possono diventare punti di riferimento per i coetanei e testimoniare che il fair play è un valore fondamentale non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana.

Sport e diplomazia, la Coppa del Mondo inizia a… Cafe Milano

4 June 2026 at 15:53

Ci sono luoghi che, con il tempo, smettono di essere semplici indirizzi. Diventano simboli. Succede quando la politica, la diplomazia, l’economia e le relazioni internazionali finiscono per incrociarsi sempre nello stesso posto. A Washington quel luogo è Café Milano.

E non sorprende che, nel lungo viaggio di avvicinamento ai Mondiali del 2026, la Fifa abbia scelto proprio il ristorante di Georgetown per celebrare l’evento sportivo più seguito del pianeta.

Un luogo che da anni rappresenta una sorta di diplomazia parallela, dove i tavoli contano quasi quanto gli uffici e dove le conversazioni informali spesso anticipano quelle ufficiali. Per una sera, sotto i riflettori, c’è stata la Coppa del Mondo.

Ma il vero protagonista è stato il contesto. Perché il trofeo più ambito del calcio mondiale è approdato nel cuore della capitale americana, tra ambasciatori, membri dell’amministrazione statunitense, dirigenti internazionali e personalità dello sport.

Un parterre che racconta molto della trasformazione del calcio in uno strumento di soft power globale. A fare gli onori di casa, accanto a Franco Nuschese, è stato il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Il numero uno del calcio mondiale ha scelto il registro dell’ironia per rompere il ghiaccio. “Nel resto del mondo chiamiamo football un gioco che si gioca con i piedi.

Qui chiamate football un gioco che si gioca con le mani”, ha detto sorridendo. Poi la sintesi perfetta dello spirito dell’evento: chiamatelo football o soccer, poco importa.

L’importante è partecipare alla festa. Una festa che guarda già all’estate del 2026, quando Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno il primo Mondiale a 48 squadre della storia. Un evento che la FIFA presenta come il più inclusivo e partecipato di sempre e che, secondo le previsioni, coinvolgerà miliardi di persone in ogni angolo del pianeta.

Al centro della sala, custodita con attenzione quasi cerimoniale, la Coppa del Mondo attirava sguardi e fotografie. Trentasei centimetri di altezza, rivestita in oro, con le due figure umane che sorreggono il globo terrestre. Un oggetto che travalica la dimensione sportiva per diventare icona culturale.

Attorno, gli ospiti si muovevano con la stessa curiosità riservata alle grandi opere d’arte o ai simboli della storia contemporanea.

Tra i presenti figuravano il Segretario al Commercio degli Stati Uniti Howard Lutnick, il senatore Bill Hagerty, il deputato Darin LaHood, numerosi ambasciatori accreditati a Washington e protagonisti del calcio americano come Alexi Lalas e Stu Holden.

Un mosaico di presenze che ha restituito l’immagine di un torneo ormai capace di parlare contemporaneamente il linguaggio dello sport, della politica e degli affari.

Del resto, il luogo scelto non è casuale. Fondato nel 1992 da Franco Nuschese, originario di Minori, Café Milano è diventato negli anni una vera istituzione della Beltway. Da Barack Obama a Clinton, da Joe Biden ai leader stranieri in visita negli Stati Uniti, intere stagioni della politica americana sono passate dai suoi tavoli.

Non a caso Formiche lo ha definito il luogo dove “si prendono le misure di chi conta”, una sorta di crocevia permanente del potere washingtoniano.

Nuschese ha voluto sottolineare proprio questo aspetto. “L’ospitalità italiana abbassa le distanze e crea fiducia”, ha spiegato. Una filosofia che trova conferma nella storia del locale e che, per una sera, si è sposata con la dimensione universale del calcio. A suggellare il momento è arrivato anche un omaggio alla Costiera Amalfitana.

Il maestro ceramista Vittorio Ruocco ha realizzato un piatto decorato a mano dedicato alla FIFA e al Mondiale 2026, donato a Infantino come simbolico ponte tra Minori e Washington. In fondo, il significato della serata è tutto qui. Il Mondiale deve ancora iniziare, ma la sua diplomazia è già in campo.

E passa anche da un tavolo apparecchiato nel cuore di Georgetown, dove l’italianità incontra il potere e il calcio diventa linguaggio universale.

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