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Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran

2 June 2026 at 15:49

“C’è stato un piccolo intoppo oggi, gli iraniani erano sconvolti per gli attacchi di Israele al Libano. Quindi ho parlato con Hezbollah e ho detto di non sparare, e ho parlato con Bibi e ho detto di non sparare, e tutti e due hanno smesso di spararsi a vicenda”. In Italia sono le 23.59 del 1° giugno, quando le agenzie battono i virgolettati di Donald Trump. Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che sarebbero state smentite dagli eventi nelle ore successive: il Partito di Dio ha continuato a lanciare razzi contro il nord dello Stato ebraico e Tel Aviv ha risposto uccidendo almeno 6 persone nel sud del paese dei cedri.

Lo scontro tra Tel Aviv e Hezbollah è diventato uno dei nodi più delicati nelle trattative per il raggiungimento del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran. E’ stata Teheran a metterlo al centro del tavolo, ponendo come condizione per la chiusura lo stop delle operazioni militari israeliane. L’interlocuzione era stata intavolata, le due parti si erano scambiate proposte, ognuna delle due era descritta o si diceva impegnata ad apportare modifiche a quella della controparte, e i lavori parevano procedere. Poi, lunedì mattina, la mossa di Netanyahu: il premier “e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato alle Idf di attaccare obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut“, roccaforte delle milizie sciite.

Un salto di qualità importante. Se fino a pochi giorni fa l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv era ricacciare Hezbollah a nord del fiume Litani, da giovedì le Israel Defense Forces stanno compiendo operazioni di terra ben più a settentrione, arrivando a combattere nell’area di Nabatieh, bombardando dal cielo e chiedendo agli abitanti di diversi villaggi di evacuare “immediatamente e trasferirsi a nord del fiume Zahrani“, ovvero altri 20 km più a nord rispetto al Litani. L’annuncio di Netanyahu, quindi, è stato interpretato come la volontà di Tel Aviv di mettere nel mirino la capitale e colpire forse in maniera definitiva i vertici dell’organizzazione sciita, legata a doppio filo a Teheran.

Una minaccia presa sul serio dalla Repubblica Islamica al punto che poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti doveva essere considerato valido “su tutti i fronti, incluso il Libano”, e che una violazione nel paese dei cedri equivaleva a una violazione dell’intera intesa. Subito dopo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha riferito della sospensione delle comunicazioni negoziali con Washington, sostenendo che non ci sarebbero stati ulteriori colloqui finché non fossero cessate le operazioni israeliane in Libano e a Gaza. La stessa agenzia aggiungeva che a causa degli attacchi israeliani sul Libano “l’Iran e il Fronte della Resistenza” starebbero valutando “la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab el-Mandeb“. Una minaccia che pesa, perché comporterebbe ulteriori problemi anche per l’Europa: quello di Bab el-Mandeb è il choke point attraverso il quale le merci prodotte nell’Unione europea che arrivano nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Suez hanno poi accesso all’oceano Indiano e quindi ai mercati dell’Estremo oriente.

Nella tarda serata di ieri è arrivata l’intervista di Trump all’emittente Abc, in cui il capo della Casa Bianca ha spiegato di aver “avuto una conversazione con Bibi Netanyahu, chiedendogli di non intraprendere un’incursione su vasta scala a Beirut, in Libano” e il premier israeliano “ha fatto invertire la marcia alle sue truppe. Grazie, Bibi”. Sia Israele che Hezbollah hanno accettato di “smettere di sparare. Vediamo quanto durerà: si spera per l’eternità“, ha aggiunto con la consueta tendenza all’iperbole il tycoon, secondo cui l’accordo con l’Iran per l’estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire già nel corso della “prossima settimana“.

Nelle stesse ore l’amministrazione Trump faceva arrivare ad Axios i contenuti di una presunta telefonata tra Trump e Netanyahu nella quale il primo avrebbe strigliato a dovere il secondo. “Sei un dannato pazzo – avrebbe detto il presidente Usa al premier israeliano -. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”. Un colloquio smentito dall’entourage del secondo: “Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in carcere, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo”. I due leader, quindi, secondo le fonti di Axios, avrebbero stretto un accordo: Israele non attaccherebbe Dahiyeh a meno che il suo territorio non venisse attaccato da Hezbollah.

Non è ancora chiaro se i colloqui si fermeranno, ma i fatti dicono che in Libano la guerra – oltre 3.000 le vittime dal 2 marzo – va avanti. Tra ieri sera e questa mattina le sirene d’allarme sono state attivate diverse volte nel nord di Israele per il lancio di missili, razzi e droni da parte di Hezbollah. La Difesa civile di Beirut, da parte sua, ha annunciato di aver recuperato i corpi di sei persone, tutti appartenenti a una stessa famiglia, dalle macerie di una casa colpita ieri sera in un raid israeliano nel villaggio di Marwaniyé, vicino a Sidone. Tra le vittime ci sarebbero anche tre bambini. Nella notte le Idf hanno continuano a effettuare attacchi, bombardando le vicinanze di Nabatieh, dove un uomo è stato ucciso con i suoi due figli e l’esercito israeliano a fine mattinata ha diramato un nuovo ordine di evacuazione.

Il copione si ripete sempre identico: appena aumentano le possibilità di un accordo tra Washington e Teheran, Tel Aviv fa saltare il banco. Il 7 aprile la Israeli Air Force aveva bombardato il giacimento iraniano di gas di South Pars, il più grande del pianeta, dopo che il Pakistan aveva presentato il suo piano per il cessate il fuoco. Lo stesso era accaduto nel giugno 2025: nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran sul suo programma nucleare e un nuovo round di colloqui era già fissato per il 15 giugno.

L'articolo Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran proviene da Il Fatto Quotidiano.

Fisheries and climate research would be hit hard in Trump’s proposed budget

Physicist Stephen Volz had been working with colleagues at the U.S.’s National Oceanic and Atmospheric Administration for nearly 10 years to produce a new generation of geostationary satellites — instruments that would provide critical observations about atmospheric conditions, climate patterns and weather. But when Donald Trump returned to office in January 2025, this long-term project was thrown into disarray. “This administration canceled three of the five instruments on that program,” Volz, the assistant administrator for NOAA’s National Environmental Satellite, Data, and Information Service, who has been on administrative leave since July 2025, told Mongabay. The cancellations applied to instruments that measured air pollutants, tracked lightning to forecast hurricanes and tornadoes, and monitored ocean color to detect events such as algal blooms, sargassum seaweed surges and salinity changes, according to Volz. “They said, ‘those are all wasted money, they’re climate alarmist, I don’t need air quality, I don’t need ocean color,’” Volz said about the administration’s decision. The axing of this project is just one example of what experts describe as a broad, long-term effort by the Trump administration to weaken NOAA. The long-standing scientific and regulatory agency within the U.S. Department of Commerce has historically been responsible for everything from forecasting the weather and monitoring the climate to managing fisheries and protecting marine mammals. The White House did not respond to Mongabay’s request for comment. NOAA’s GOES-19 satellite, which tracks hurricanes and tropical storms in the Atlantic Ocean basin, as well as monitor severe weather, atmospheric rivers, wildfires, volcanic eruptions…This article was originally published on Mongabay

Colombia, svolta a destra. "El Tigre" sogna da leader

Contro tutti i sondaggi della vigilia, l'avvocato della destra Abelardo de la Espriella ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane con il 43,7% dei voti precedendo il delfino del presidente Gustavo Petro, l'ex comunista Iván Cepeda, 63enne formatosi nella Bulgaria dell'ex Unione Sovietica, fermo al 40,9%. I due si sfideranno al ballottaggio del prossimo 21 giugno, con «El Tigre», come tutti in Colombia chiamano de la Espriella, in una posizione di forza grazie all'endorsement ricevuto da Paloma Valencia, la candidata del Centro Democratico dell'ex presidente Álvaro Uribe, arrivata terza con il 6,9% dei voti.

Il risultato rappresenta un duro colpo per Petro visto anche il basso astensionismo, con oltre 24 milioni di colombiani che si sono recati alle urne per scegliere chi guiderà la Colombia fino al 2030. Il voto di domenica è stato un vero e proprio referendum sull'eredità politica del primo presidente ex guerrigliero di sinistra della storia colombiana e Petro lo ha perso, anche se non lo ha riconosciuto, paventando presunte frodi, un atteggiamento senza precedenti a detta di numerosi osservatori e media colombiani.

Dopo 24 ore sulla stessa linea di Petro e dopo che «El Tigre» aveva subordinato la propria partecipazione a un eventuale confronto televisivo al riconoscimento del risultato elettorale - «Prima riconosci il risultato delle elezioni e poi discutiamo subito» - Cepeda ieri sera ha accettato la sconfitta a modo suo, dicendo che «non ci sono irregolarità sufficienti per parlare di frode». Parole che testimoniano comunque il clima di forte polarizzazione che accompagnerà la campagna in vista del ballottaggio.

Chi è però l'outsider della nuova destra colombiana? Nato a Barranquilla nel 1976, de la Espriella è uno degli avvocati più noti e controversi del Paese, diventato celebre per aver difeso imprenditori, politici e personaggi pubblici in processi mediatici. Estraneo ai tradizionali schemi della politica colombiana, la sua ascesa politica si è sviluppata attorno a tre mantra: ristabilire l'ordine, rilanciare l'economia e combattere l'impunità. Durante la sua campagna elettorale «El Tigre» ha criticato apertamente la strategia della «pace totale» promossa da Petro, sostenendo che i negoziati con diversi gruppi illegali non hanno prodotto risultati e, anzi, abbiano consentito a narcos di rafforzare la loro presenza sul territorio, soprattutto nel Catatumbo, al confine con il Venezuela.

Sul piano economico de la Espriella punta su sostegno alle imprese, riduzione della pressione fiscale e attrazione di investimenti stranieri, presentandosi come il candidato della crescita. Una strategia che gli ha consentito di conquistare il consenso di ampi settori della classe media, preoccupati per il rallentamento economico e per il deterioramento della sicurezza.

Riuscirà «El Tigre» a confermare il consenso raccolto nelle urne in una vittoria storica anche al ballottaggio del 21 giugno? Nessuno lo sa perché la Colombia è la patria del realismo magico e dei sondaggi sbagliati ma una cosa è certa: il Paese si prepara a vivere tre settimane ad altissima tensione.

Dall’Ucraina alla difesa europea, ecco la strategia di Losacco per la Nato

2 June 2026 at 10:04

Cooperazione e confronto non possono che essere rafforzate quando l’agenda internazionale è densa, come in questo periodo, di sfide complicate e articolate che meritano risposte comuni da parte di democrazie che si incontrano. Ne è convinto il senatore del Partito Democratico Alberto Losacco, eletto vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare Nato di cui fanno parte le delegazioni parlamentari dei 32 Paesi membri dell’Alleanza Atlantica e di 15 Paesi associati. Un risultato di notevole rilievo per l’Italia e per il ruolo della delegazione italiana all’interno dell’Assemblea che, ricordiamo, ha avuto una guida italiana dal 2016 al 2018 con il deputato centrista Paolo Alli.

“In un mondo attraversato da guerre e conflitti, diventa sempre più importante avere uno spazio di cooperazione e confronto che contribuisce a rafforzare la pace e la sicurezza collettiva”, spiega il sen. Losacco a Formiche.net, toccando con mano i dossier più delicati, partendo dall’Ucraina e dal suo possibile ingresso nella Nato: uno scenario tramontato?

“La priorità è sempre la stessa, arrivare a una pace giusta. Uno dei punti fondamentali è quello delle garanzie di sicurezza future: che si tratti dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, di una coalizione dei volenterosi o di un altro formato, questo è un impegno che finirà per interpellare Paesi che già collaborano sotto le insegne del Patto Atlantico. Paesi che oggi sono in prima fila nel sostegno all’Ucraina, con uno sforzo decisivo per garantire all’Ucraina l’accesso a strumenti e attrezzature che, come vediamo, stanno riuscendo a cambiare l’inerzia del conflitto, con una Russia sempre più in difficoltà”.

In che modo costruire il pilastro europeo della Nato? Losacco non ha dubbi, attraverso la difesa comune europea. “La corsa all’aumento della spesa militare dei singoli Paesi europei aderenti all’Alleanza rischia, da sola, di non rafforzare davvero né la nostra capacità di deterrenza né il nostro contributo effettivo alla Nato. Verso una difesa europea, con una centrale unica d’acquisto e un maggior coordinamento delle politiche sulla difesa, permetterebbe invece di superare i problemi di interoperabilità, migliorare la qualità della spesa e mitigarne l’impatto sulle economie nazionali. È una strada che andrebbe perseguita con maggiore convinzione, con lo stesso piglio e lo stesso spirito che la Commissione europea ha saputo mostrare dopo la pandemia. La difesa comune non come alternativa alla Nato ma, appunto, come secondo pilastro”, puntualizza.

In questo senso, aggiunge, la Nato continua a rappresentare uno strumento indispensabile di pace, sicurezza e deterrenza, in un contesto internazionale segnato da crisi e conflitti: “Le sfide che abbiamo davanti sono tre: rafforzare la capacità di deterrenza dell’Alleanza, consolidare il contributo europeo alla sicurezza comune e migliorare la qualità della spesa per la difesa. In questo quadro, il Mediterraneo e il fronte meridionale devono assumere una centralità sempre maggiore nell’agenda della Nato. È qui che oggi si scarica una parte rilevante delle tensioni mondiali”, conclude.

Grupos Infantil e Académico sopram as velas de 70 anos de embaixadores da identidade ribatejana

31 May 2026 at 20:33

O Grupo Académico de Danças Ribatejanas e o Grupo Infantil de Dança Regional celebraram na tarde deste domingo (31 de Maio) sete décadas de existência num espectáculo comemorativo que teve lugar no Convento de São Francisco, em Santarém, no Dia Nacional do Folclore Português. Num espectáculo conduzido pelo director dos Grupos, Ludgero Mendes saudou as entidades presentes…

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«Chão Verde de Pássaros Escritos»: o filme certo para um certo Luandino

Chegou às salas o documentário de Sandra Inês Cruz sobre o percurso do escritor José Luandino Vieira, desde a ditadura e o colonialismo até à independência de Angola. Revisitando o Tarrafal, onde esteve preso longos anos.

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Não é fácil falar das grandes figuras (nem sequer das pequenas, se é que a distinção faz sentido), tanto mais que cada ser humano é, como disse Mia Couto, uma ilha, e nem todos somos capazes de nadar à sua volta para a podermos perceber ou subir a uma árvore a partir da qual a possamos abarcar na totalidade. Mais difícil é ainda quando essa figura está rodeada de um certo mistério, como é o caso de José Luandino Vieira. Escritor celebrado, mas discreto; de obra ampla mas de textos curtos; clássico em vida e festejado pela crítica, mas de acesso difícil ao leitor desprevenido; consagrado fora mas nem sempre reconhecido no seu país, Angola. Além disso, as circunstâncias históricas encarregaram-se de lhe segmentar a vida: começada em Angola (apesar do nascimento acidental em Portugal, então metrópole); interrompida no aeroporto de Pedras Rubras e marcada por uma longa, dura, injusta e absurda prisão em Luanda e no Tarrafal; retomada (na medida do possível) em Lisboa, durante dois anos, e só nos últimos meses em verdadeira liberdade, ao longo dos quais pôde desenvolver um intenso e discreto trabalho político-diplomático ao serviço do MPLA; continuada ao longo de oito anos de atividade incansável em Luanda, na construção de um país que se queria novo, assumindo responsabilidades importantes nas estruturas do partido e em organizações socioculturais (Televisão Popular de Angola, Instituto Angolano de Cinema, União dos Escritores Angolanos); interrompida de novo com uma espécie de exílio (ou de retiro, ou de recuo) no norte de Portugal, primeiro num antigo convento pertencente a José Rodrigues e depois numa pequena casa no centro de Vila Nova de Cerveira. Em todas estas etapas, o cidadão e o escritor mantiveram sempre uma atitude discreta, aquém do que esperavam os seus amigos de ocasião, além do que desejariam alguns dos seus antigos companheiros de circunstância.

Chão Verde de Pássaros Escritos é, desde o título, a quadratura do círculo possível: Chão Verde por contraposição a Chão Bom, o nome oficial da segunda fase do campo de concentração do Tarrafal; de Pássaros Escritos, aludindo ao pardal que Luandino conseguiu domesticar em Cabo Verde e aos pássaros que o escritor continua a alimentar no Largo do Anjo da Guarda em que mora atualmente — e talvez também à aquisição da visão e da liberdade da ave, capaz de ver acima das contingências do quotidiano e de assumir a condição passageira de um ser frágil.

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Um percurso pessoal, político e artístico

O filme capta muito bem várias das dimensões de Luandino, permitindo que ele ocupe o centro do ecrã, por muito que a narração e o cenário desempenhem também papel essencial. Ficamos assim a conhecer o essencial do seu percurso — pessoal, político e artístico —, para o que muito contribui o material do livro Papéis da Prisão, publicado em 2015, e a visita a Chão Bom e ao seu entorno. Sem ceder à tentação de transformar em herói o autor angolano, o filme vai-nos contando a história de uma vida a partir de fragmentos de alto valor histórico, simbólico, poético. Apesar disso, a interrogação permanece até ao fim, tanto por parte da realizadora quanto do lado de Luandino. Uma e outro vão-se aproximando, buscando preencher vazios e tentando encontrar um sentido para o todo que talvez só seja apreensível na obra do autor.

Um dos momentos interessantes dessa busca é a ida à Torre do Tombo, em que Luandino Vieira consulta pela primeira vez o dossiê que a PIDE lhe dedicou. A subida da escadaria e a leitura à luz do candeeiro (porque entretanto se fizera noite lá fora) são duas cenas particularmente sugestivas: do ponto de vista estético e fotográfico, mas também simbólico. O sentido é buscado no alto e na luz, mas a resposta é de algum modo decetiva. A 13 de março de 1965, o detido José Graça pede autorização ao diretor do Campo de Trabalho de Chão Bom para gravar em fita magnética a história de «O lobo e o coelho» para enviar ao seu filho por ocasião do seu aniversário. E o filme dá-nos a ouvir um fragmento da história e isso toca-nos. Mas também nos acorda: a voz que ficou preservada na fita não é a voz que escutamos ao longo do filme, do mesmo modo que a foto do homem detido em 1961 não corresponde à do homem que sai em 1972. Não é só o bigode que o acompanha na hora da libertação condicional; é a perda de massa muscular e, sobretudo, o olhar, que continua vivo, mas que está agora marcado por uma espécie de desilusão.

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O frenesim dos anos seguintes, que nos é apresentado em fragmentos de filme da época e em fotos (uns e outros pouco ou nada conhecidos), não apaga essa desilusão do homem que saiu do Tarrafal com uma outra visão de si mesmo, dos outros e do mundo, mas que ainda espera estar enganado. A postura é serena, a atitude é delicada, a convicção é firme: a t-shirt que veste é preta, como era preto, em fundo amarelo, o sol que desenhou para a capa de uma edição de poemas de Agostinho Neto publicada pela Casa dos Estudantes do Império. Mas há um tom sombrio, detetável também na música de Luís Cília que acompanha o filme. O tom de quem se assume, sem o dizer, numa espécie de exílio, sem o consolo da esperança de voltar a Sião. Como o Camões de Sôbolos rios: «Alli lembranças contentes / N'alma se representárão; / E minhas cousas ausentes / Se fizerão tão presentes, / Como se nunca passárão. / Alli, despois d'acordado, / Co'o rosto banhado em ágoa, / Deste sonho imaginado, / Vi que todo o bem passado / Não he gôsto, mas he mágoa.» Ou como Carlos Drummond de Andrade: «quer ir para Minas, / Minas não há mais / José, e agora?». E ainda, por fim, como o seu João Vêncio: «Eu digo: Luanda — e meu coração ri, meus olhos fecham, sôdade. Porque eu só estou cá, quando estou longe. De longe é que se ama.»

Devemos estar gratos a Sandra Inês Cruz e à sua equipa: é um belo filme que nos dá acesso a algumas das camadas que formam Luandino. É uma delicada aproximação ao ser humano e ao conceito de exiliência. É uma bela ilustração de uma das frases do livro maior de Luandino, Nós os do Makuluso: «a coragem é isto: na morte, o salto para o saco da vida». Mesmo o que parece estar em falta, está lá também: na imagem, no som, no silêncio. Na poesia, que é a única forma séria de conhecimento.

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