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Padova e il tram da 630 milioni: il Pnrr sta per scadere ma non ci sono i treni. La storia del maxi appalto e gli incroci con il potere veneto

I binari faticosamente avanzano. Peccato soltanto che non ci siano i tram. Mentre la drammatica scadenza del Pnrr si avvicina inesorabilmente, la più grande opera di trasporto pubblico finanziata dall’Europa non è pronta: parliamo di 530 milioni (più altri cento circa messi dall’Italia). La storia infrastrutturale di Padova ne trascina con sé tante altre e ha risvolti che chiamano in causa l’intreccio tra politica ed economia, non solo nella città del Santo, ma in tutto il Veneto. Le radici sono profonde e riportano anche a vicende giudiziarie lontane. Soprattutto veneziane. A Padova c’è una città che cambia volto, appalti colossali, ricorsi Anac, il riaffacciarsi sulla scena della famiglia Baita. Il capostipite Piergiorgio era uno dei protagonisti dello scandalo del Mose e prima ancora della Tangentopoli targata Carlo Bernini e Gianni de Michelis.

Come nasce il progetto

Ma procediamo con ordine. È dal 2021 che la giunta comunale di Padova decide di puntare tutto sulla nuova rete tramviaria cittadina. Alla linea Sir1 (10,5 km), già esistente, si aggiungeranno la Sir2 (17,5 km) e la Sir3 (altri 5,5 km). Una scelta che divide: c’è il beneficio per l’ambiente e i trasporti pubblici puliti, certo, ma anche un impatto non trascurabile dei cantieri in un centro storico delicatissimo e i disagi per la vita dei cittadini provocati da anni di lavori. La giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Sergio Giordani va dritta per la sua strada. Anzi, rotaia. E, nel 2022, ottiene 621 milioni di finanziamenti (530 per il tram, di cui oltre 120 per le sole vetture): 3mila euro a testa per i 207mila abitanti. Record italiano.

Una grande vittoria politica per la giunta. Ma subito cominciano le polemiche. “Il Comune, attraverso la controllata Aps holding ha deciso di prendere una strada complicata”, racconta l’ingegner Leonardo Cetera, già presidente dell’ANCE padovana, che vent’anni fa aveva curato i lavori per la prima linea. Aggiunge: “Si è scelto di adottare lo stesso ‘sistema Lohr’ con un unico binario-guida, della vecchia Sir1. Così si potevano usare le stesse vetture, ma si tratta di una soluzione ormai obsoleta. Costa il doppio e oggi ormai esistono mezzi che vanno perfino a idrogeno”. Risultato: “Nessuno produce quel tipo di tram, così si è dovuto ricorrere alla multinazionale Alstom che nel frattempo aveva acquistato e inglobato la vecchia ditta francese Lohr. Quella che aveva vinto con noi la gara tanti anni fa”. E qui le complicazioni tecniche e finanziarie cominciano a intrecciarsi: “Per ragioni che non riusciamo bene a capire”, racconta Liliana Gori dell’associazione Padova Tram, molto critica con il progetto, “il contratto prevedeva un anticipo di oltre 40 milioni alla società realizzatrice dei vagoni”.

I treni fantasma

Gli anni, però, passano, e dall’Alsazia – dove ha sede l’impresa produttrice – i treni non arrivano: “C’era un cronoprogramma preciso, a questo punto avrebbero dovuto essere state consegnate almeno una ventina di convogli”. Invece? “Dopo tre anni e mezzo eravamo ancora fermi a uno”. Così in città comincia a montare l’inquietudine. Tanto che il sindaco Giordani e i vertici di Aps vanno in trasferta a ottobre 2025 nello stabilimento francese per valutare la situazione. Passano altri mesi e quasi nulla cambia: “I treni pronti pare siano cinque”, giurano e spergiurano in Francia. Ma uno solo è stato consegnato e comunque, anche nella migliore delle ipotesi, a poche settimane dalla scadenza del PNRR ne mancherebbero ancora 23. C’è di più, come ha dichiarato il nuovo Ceo di Alstom, Martin Sion parlando di una situazione “tra le più difficili” che ha affrontato nella sua carriera e annunciando un profondo piano di ristrutturazione.

A Padova cominciano a tremare: “In quattro anni, come ha finalmente confermato il sindaco rispondendo il 25 marzo a una mia interrogazione, fino a novembre scorso hanno realizzato un solo tram”, attacca l’opposizione con Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale. Aggiunge: “I consiglieri comunali di opposizione erano pronti ad andare a proprie spese a visitare lo stabilimento per verificare la situazione, ma l’assessore ai Trasporti, Andrea Ragona, ha preferito andare da solo”. E Lonardi manifesta tutti i suoi timori: la scadenza del termine del PNRR, tanto per cominciare. C’è, però, anche il rischio molto concreto che le linee possano essere pronte (pure su questo si vedrà), ma per i treni si debba attendere chissà quanto. Anni, forse, perché Alstom è in difficoltà e a questo punto trovare un’altra ditta in grado di produrre un tram fuori mercato sarebbe difficilissimo. “In pratica vanno costruiti ‘a mano’ uno per uno, senza catena di montaggio. Mentre le vetture nuove rischiano un fermo di anni”, spiega Cetera. Intanto l’avvocato Fabio Targa, presidente del movimento Prometeo, annuncia esposti alle autorità competenti.

L’assessore: “Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesti dieci

L’assessore Andrea Ragona si mostra sereno o, almeno, ci prova. “Non siamo preoccupati. Sulla linea 3 abbiamo già iniziato le prove con un convoglio, poi Ansfisa darà il suo giudizio. A Bologna non è arrivato neanche un tram. Il cronoprogramma è stato rinegoziato e i francesi li stanno producendo”. A che ritmo? “La consegna avverrà con un tram ogni tre settimane”. Se ne mancano 25, servono 75 settimane, quindi più di un anno e mezzo. “Se anche li avessimo tutti subito, non sapremmo dove metterli… La linea 3 può diventare operativa con i passeggeri entro l’anno. Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesto dieci”, è soddisfatto l’assessore. Già, ma la linea 2 che non sarà pronta prima del 2027. “Sul lato est la piattaforma è completata, sul lato ovest verso Rubano (Comune a ovest di Padova, ndr) all’80 per cento”. Serviranno i binari… “Con 4-5 squadre se ne posano 400-400 metri al giorno”. Servirà la linea elettrica… “I pali vanno su e poi in una notte si può installare un chilometro di fili”.

La replica di Eleonora Mosco, consigliere comunale e regionale della Lega: “Realisticamente la Sir 3 entrerà in esercizio nel 2027. Certamente Sir 2, nella sua completezza, non sarà in funzione prima di 18/24 mesi. Sui tram tutte le richieste di conoscere i dati con esattezza non hanno avuto riscontro. Uno è sicuramente finito, ad oggi forse due nuovi tram sono conclusi. Ma è un progetto vecchio e abbandonato dall’azienda che lo ha inventato, la Translohr. Infatti, mancano i pezzi di ricambio”. Non basta. “È un sistema rigido, basta un’auto mal parcheggiata e tutto il sistema si ferma. Ogni anno servirà un mese per le manutenzioni con arresto di tutta la linea. Le rotaie sono pericolose per le biciclette, come dimostrano i feriti con la Sir 1 a Padova e addirittura due morti a Venezia-Mestre”. Finora si è riusciti a metterci soltanto una piccola toppa comprando 8 tram usati da Latina, dove il vecchio sistema ormai è in disuso.

L’incubo Pnrr non fa dormire sonni tranquilli, anzi, visto che i tempi non saranno rispettati, la possibilità di ottenere i finanziamenti diventa una grande nebulosa. Alcune settimane fa il Comune ha organizzato un evento in via Morgagni per illustrare la nuova linea. Liliana Gori solleva altre perplessità: “Bisognerà vedere se i lavori saranno completati prima del termine fissato dall’Europa”. Non solo: “Ci sono molti punti non chiari, su cui attendiamo chiarimenti dal Comune e dalla controllata Aps. E i comitati non sono i soli ad avere delle perplessità, ci sono anche l’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac) e la Corte dei Conti”.

Gli appalti e il tira e molla sulle interdizioni

Proviamo a districarci in questa vicenda molto complessa. La Sir3, che è partita ben prima del Sir2, è stata affidata a un consorzio guidato dalla Ferrari Ing Ferruccio, che ha come presidente Giacomo Baita, figlio di Piergiorgio. Una vicenda non certo priva di polemiche. L’ex deputato M5S Raphael Raduzzi aveva presentato un esposto all’Anticorruzione: “Una delle ditte presenti nel consorzio era stato destinatario di un provvedimento interdittivo e quindi non poteva partecipare”. Cosa succede? L’Anac dà ragione a Raduzzi, l’appalto non si poteva dare. Intanto, però, la società presenta ricorso, afferma che l’interdittiva è stata cancellata. Quindi l’appalto viene confermato – “in periodo di sospensiva”, attaccano i comitati – dalla Aps controllata dal Comune che, nella corsa del Pnrr, decide di tirare dritto nonostante i ricorsi dell’Anac ancora pendenti: “Al momento della stipula non risultavano inibizioni a carico della ditta”. Poi tutto si capovolge, come avevano raccontato il Corriere del Veneto e il Mattino di Padova: Consiglio di Stato e Tar Lazio confermano l’interdittiva. Risultato: i lavori ormai sono avviati anche se si attendono le pronunce definitive. Con il possibile esito finale che siano stati realizzati da un’impresa che non poteva partecipare. Ma ormai (forse) sarà tutto terminato.

Basta così? Neanche per sogno. C’è l’appalto della Sir2. All’inizio tre cordate manifestano la loro intenzione a partecipare per due soli posti (uno per ogni ramo della linea). Ma la terza – di cui fa parte sempre la Ferrari ing Ferruccio – non presenta l’offerta economica e così viene esclusa. Partono i lavori, ma ecco che d’un tratto gli esclusi vengono ripescati. “Tutto assolutamente regolare“, assicurano in Comune.

Il ruolo della famiglia di Piergiorgio Baita

Ma come tutte le storie dei grandi appalti italiani, anche questa ha un retroscena che racconta il vero potere cittadino. E di tutto il Veneto. Come mostrano i documenti camerali della Ferrari Ing Ferruccio, la proprietà dell’impresa – specializzata in appalti spesso pubblici – è divisa tra due soci: la finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia con il 30%, mentre il restante 70 fa capo alla Studio Impresa srl. Quest’ultima, sempre da documenti ufficiali, fa capo a Giacomo Baita (55 per cento) e Isabella Nordio (il restante 45). Che poi altri non sono che il figlio e la moglie di Piergiorgio Baita.

Niente di illecito, ma quel nome suscita tanti ricordi. Parliamo dell’ingegnere che per decenni fu il gran signore degli appalti veneti e per lungo tempo fu tutt’uno con Giovanni Mazzacurati, dal 1983 al 2013 direttore (e poi presidente) del Consorzio Venezia Nuova. Baita dopo essere stato arrestato con le sue rivelazioni scoperchiò il pentolone degli appalti per il Mose. Alla fine, grazie alla sua collaborazione con la giustizia, ne uscì con un patteggiamento a un anno e dieci mesi per false fatturazioni e frode fiscale. Il figlio e la moglie non sono toccati dalle inchieste, e oggi la famiglia Baita è ancora sulla cresta dell’onda. Perfino sponsorizzando la Reyer, la squadra di basket maschile dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, di cui la “Ferrari ing Ferruccio, tecnologie marine e grandi infrastrutture” è uno dei Main Sponsor. E qui c’è forse una questione di opportunità: la Ferrari ing Ferruccio, controllata dai Baita, risulta aver partecipato a gare delle società partecipate dal Comune di Venezia.

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1000 Miglia 2026: Tonconogy guida su Alfa Romeo 6C del 1931

9 June 2026 at 19:14

La 44ª 1000 Miglia è partita da Brescia con oltre 430 equipaggi. Prima storica in Val Trompia, Lago di Garda e arrivo a Prato della Valle a Padova.

Il tratto inaugurale della prima tappa ha riservato una novità assoluta: per la prima volta nella sua storia, la Freccia Rossa ha attraversato la Val Trompia e la Val Gobbia, due vallate bresciane che finora non avevano mai ospitato il convoglio. L’accoglienza delle comunità locali è stata, come sempre accade quando la 1000 Miglia porta la propria carovana in territori nuovi, entusiastica  strade bordate di pubblico, bandiere, famiglie con bambini sulle spalle per vedere passare vetture che per la maggior parte di loro esistono solo nei libri di storia dell’automobile.

Il Controllo Timbro a Gardone Val Trompia, presso la sede della Beretta  l’azienda armiera fondata nel 1526 che nel 2026 celebra i propri 500 anni  è stato uno dei passaggi più significativi della giornata sotto il profilo simbolico. Due storie di eccellenza manifatturiera italiana, entrambe con radici profonde nel territorio bresciano, si sono incrociate in un momento che difficilmente avrebbe potuto essere pianificato con maggiore coerenza narrativa. La Beretta costruisce precisione da cinque secoli; le auto in gara sono il frutto della precisione meccanica di un’altra epoca. Il parallelismo è immediato.

Lumezzane, il pranzo di gara nello Stadio Tullio Saleri  trasformato per l’occasione in una sala a cielo aperto avvolta nel tricolore  ha offerto agli equipaggi e al pubblico presente uno di quei momenti di convivialità che fanno della 1000 Miglia un evento unico nel calendario motoristico mondiale. Non ci sono molte gare al mondo dove i concorrenti si siedono a tavola con la comunità che li ospita a metà percorso.

Il Lago di Garda: Salò, Sirmione e il rito del lungolago

Nel primo pomeriggio, superato il Passo del Cavallo e scesi in Val Sabbia, la prima Prova di Media di gara  poco più di 5 chilometri ad Odolo  ha acceso la competizione sul piano cronometrico. Le Prove di Media sono l’essenza tecnica della rievocazione moderna: non si tratta di andare il più veloce possibile, ma di percorrere un tratto a una velocità media esatta, misurata al centesimo di secondo. È una sfida di precisione e sensibilità di guida che richiede anni di esperienza e una calibrazione minuziosa dell’andatura troppo veloci si perde il tempo, troppo lenti anche.

L’arrivo sul Lago di Garda ha trasformato la gara in uno spettacolo. Salò è da anni uno dei momenti più iconici della prima giornata: il Lungolago che abbraccia le vetture tra due ali di folla è uno di quegli scenari che la fotografia non riesce mai a restituire completamente  bisogna esserci, sentire il rumore dei motori che rimbalza sulle facciate dei palazzi liberty, percepire la folla che si stringe per vedere da vicino una Bugatti o un’Alfa Romeo del 1930 sfilare a pochi centimetri.

La Valtenesi ha offerto un percorso lacustre di rara bellezza, con i passaggi da Cisano a San Felice del Benaco  sede del Controllo Timbro fino al Porto Torchio di Manerba, letteralmente sull’acqua. Desenzano del Garda e, in chiusura di pomeriggio bresciano, Sirmione con il Castello scaligero sullo sfondo del Controllo Timbro hanno completato una sequenza di cartoline che ogni anno convincono migliaia di persone a spostarsi lungo il percorso solo per assistere al passaggio della carovana.

La prima classifica: Tonconogy su Alfa Romeo 6C guida il gruppo

I rilevamenti cronometrici a valle della PC016 di Colombare hanno consegnato una classifica provvisoria che mette in testa l’equipaggio argentino composto da Juan e Margarita Tonconogy su Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider del 1931  una delle vetture più iconiche della storia del marchio milanese, con la carrozzeria spider che ha definito l’estetica delle sportive italiane degli anni Trenta. Inseguono i freschi vincitori del GaburriAndrea Vesco e Fabio Salvinelli  nome storico della 1000 Miglia moderna, con anni di esperienza sul percorso  e Lorenzo e Mario Turelli.

Nella categoria Ferrari Tribute guidano Fabio Vergamini e Anna Maria Fabrizi, mentre in Gran Turismo Experience sono in testa Kengo Takehara e Kazuya Tokuda  la presenza di equipaggi giapponesi nella lista dei leader è un segnale della dimensione internazionale che la 1000 Miglia ha acquisito nel corso degli anni, con partecipanti che arrivano regolarmente da Giappone, Stati Uniti, Australia e Sud America oltre che da tutta Europa.

La classifica a questo punto della gara è orientativa: i veri equilibri emergono nella seconda e terza giornata, quando le Prove di Media più impegnative e i Controlli Orario più tecnici selezionano gli equipaggi con la migliore preparazione e la maggiore regolarità di esecuzione.

Verso il Veneto: Vicenza e Padova chiudono la prima giornata

Con il convoglio che lascia il territorio bresciano, la rotta punta verso est. Peschiera del Garda accoglie il transito sotto Porta Verona e con la vista sul Bastione San Marco uno degli accessi alla città fortificata più fotografati del Veneto  prima del percorso verso l’entroterra veronese e Soave per un Controllo Timbro tra le mura del castello medievale.

Vicenza segna uno dei momenti più attesi della serata: le vetture sfileranno nel cuore del centro storico palladiano fino a Piazza dei Signori per il Controllo Orario, incorniciate tra la Basilica Palladiana e la Torre Bissara. È il tipo di scenografia che solo l’Italia può offrire  un’auto del 1931 che percorre una piazza progettata nel Cinquecento, sotto la luce artificiale della sera, con migliaia di persone a bordopista. È la ragione per cui la 1000 Miglia esiste ancora, a 44 edizioni di distanza dal suo primo capitolo di rievocazione.

Prima del traguardo di tappa, la corsa attraversa il territorio padovano con una fitta serie di Controlli Timbro tra CittadellaPiombino DeseBorgoricco e Campodarsego  borghi del Veneto centrale che per qualche ora diventano palcoscenico di una storia automobilistica che normalmente vive nei musei. L’atto conclusivo della prima giornata oltre 300 chilometri percorsi dalla partenza  andrà in scena a Padova, dove le vetture confluiranno nella spettacolare cornice di Prato della Valle: una delle piazze più grandi d’Europa, circondata da un canale e dalle statue dei personaggi illustri della città, che per una sera si trasforma nel parcheggio più scenografico del mondo.

Perché la 1000 Miglia conta ancora per il settore automotive

In un momento in cui l’industria automobilistica è impegnata nella transizione elettrica, nel dibattito sui motori termici e nella ridefinizione di cosa significhi il piacere di guida nell’era della mobilità connessa e automatizzata, la 1000 Miglia porta sul campo un argomento difficile da replicare digitalmente: il suono di un motore del 1930 che percorre una strada medievale, il controllo di un’auto senza assistenza elettronica tra le mani di chi sa guidare davvero, la materialità di macchine costruite con tecnologie che oggi esistono solo nei laboratori di restauro.

Non è nostalgia fine a sé stessa. È la dimostrazione che l’automobile, nella sua forma più pura, ha prodotto oggetti culturali di valore durevole  e che esiste un mercato globale disposto a pagare, viaggiare e svegliarsi all’alba per vederli passare. Per i costruttori che partecipano con i propri modelli storici  FerrariAlfa RomeoMaseratiPorscheMercedes-Benz  la 1000 Miglia è anche un investimento nell’identità del brand: la storia vissuta su strada vale più di qualsiasi campagna di heritage marketing.

Domani, il convoglio riprende il cammino verso sud.

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