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Meloni: “Vannacci ha chiuso all’alleanza, è funzionale alla sinistra”. Il generale: “Se vuol parlare con me, mi contatti”

“È un tema che non mi sono posta. Mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano“. In conferenza stampa al termine del G7 di Evian, in Francia, Giorgia Meloni ostenta nonchalance a chi le chiede dei rapporti con il partito del generale, che vola nei sondaggi drenando consensi dalla coalizione di governo (e in particolare alla Lega). Lungi dall’aprire a Vannacci, la premier parla come se l’accordo elettorale sia già da escludere: “Mi pare che Futuro nazionale abbia chiuso all’alleanza con il centrodestra, poi io non mi sto ponendo il problema adesso. Io penso che il modo migliore per vincere le prossime elezioni sia governare bene, il resto sono alchimie. E io non mi occupo di alchimie”, dice. Ma non rinuncia a una stilettata all’ex vicesegretario leghista, accusandolo, come già ha fatto in Parlamento, di fare il gioco del “nemico”: “Vedo una certa funzionalità per la sinistra in questo, lo considero abbastanza normale, considero molto meno normale che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra”. Parole a cui il leader di Fn, contattato dall’Ansa, risponde beffardo: “Ma a chi sta parlando la premier? Se vuole parlare con me, mi contatti“.

Meloni minimizza anche il potenziale impatto di Vannacci sul risultato del centrodestra alle prossime Politiche: “Una cosa che ho imparato molti anni fa è che la politica non è mai aritmetica. Non pensate mai che se in politica si sommano 30 e 4 fa 34, non necessariamente. Io voglio governare bene la Nazione, fare del mio meglio fino alla fine del mio incarico e poi serenamente presentarmi al cospetto degli italiani e essere giudicata per il complesso lavoro che faccio”. La leader di FdI replica al generale anche a proposito del reato di femminicidio, introdotto da questo govenro, che Vannacci ha chiesto di abrogare per una presunta discriminazione tra uomo e donna: “Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma sono contenta che ci sia oggi il reato di femminicidio nel nostro ordinamento. Il tema non è se gli uomini o le donne hanno un valore diverso quando vengono uccisi, ma è come accade”: nel caso del femminicidio, spiega, “la motivazione è non accettare la libertà di una donna. Tante battaglie che noi abbiamo fatto anche su altri fronti, cose sulle quali dovremmo essere in teoria anche d’accordo con Vannacci, come alcune degenerazioni legate al fondamentalismo islamico nelle nostre società, il non voler accettare la libertà delle donne, le abbiamo fatte esattamente per la stessa motivazione. Quindi perché il tema della libertà di una donna in alcuni casi funziona e in altri casi no?”, incalza.

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Femminicidio, voglio che leggiate come una donna sopravvissuta ai maltrattamenti risponde a Vannacci

Voglio condividere sul mio blog la risposta che Patrizia Cadau, sopravvissuta ai maltrattamenti familiari, ha dato a Vannacci in merito al femminicidio.

A differenza di Patrizia Cadau, credo che l’ex generale non abbia mai sentito la canna di una pistola puntata alla testa, come è accaduto a tante donne vittime di femminicidio. Né, come ha raccontato un’altra donna nei commenti al post di Cadau, abbia mai provato la paura di mani strette intorno al collo o di un coltello alla gola.

Vannacci è sempre stato protetto dalle armi e da un intero esercito. Le donne che subiscono violenza, invece, non sono protette né da eserciti né da armi. Possono vivere libere dalla violenza solo contrastando quella sottocultura che la legittima e grazie alla forza delle parole disarmate, e dalla solidarietà e consapevolezza della società che purtroppo, continua a essere attraversata da odio, discriminazioni e stereotipi nei confronti delle donne.

E’ una guerra millenaria contro i corpi e le vite delle donne che si riproduce ogni giorno con parole o violenze. Ricatti e discriminazioni sul lavoro che rendono vano quel “merito” di cui tanto ciancia Vannacci, foto rubate che de-umanizzano le donne nelle chat di uomini “per bene” e di altri crimini quotidiani. All’ex generale hanno risposto con indignazione anche i familiari di quattro donne vittime di femminicidio: Damiano Rizzi, fratello di Tiziana Rizzi; Flamur Sula, padre di Ilaria Sula; Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano; Imma Rizzo, madre di Noemi Durini.

Ma Vannacci, che ha dismesso la divisa e continua a essere protetto dai suoi privilegi, resta sordo e annuncia già la guerra ai diritti delle donne, delle comunità LGBT e delle persone migranti, facendo del pregiudizio misogino, razzista e omofobo il carburante di un progetto politico che divide il Paese tra un “noi” e un “voi”. Tra i “normali” e gli o le “anormali”.

Una strategia che cavalca e legittima l’odio, alimentando fratture e contrapposizioni. Sembra proprio che l’ex generale e oggi deputato al Parlamento Europeo, non riesca a vivere disarmato: ora che non porta più la divisa, arma le parole. Il rischio è che chi si riconosce in quella retorica finisca per considerare legittima anche la violenza e prima o poi, la trasformi in azione.

Buona lettura.

Generale Vannacci,
ha mai sentito il freddo di una canna di fucile puntata alla testa?

Probabilmente sì.
Lei è un generale. Le armi le conosce e le maneggia meglio della retorica. Le ha studiate, maneggiate, insegnate.

Io invece sono una donna qualsiasi e non avrei mai immaginato di dover imparare che temperatura ha una canna di fucile quando qualcuno decide di usarla per convincerti che la tua vita vale meno della sua volontà.

Quando è successo non esistevano il Codice Rosso, la Convenzione di Istanbul non era entrata nel linguaggio comune e nessuno trascorreva le serate a discutere se fosse più corretto dire omicidio o femminicidio.

Eppure le donne morivano lo stesso.

La differenza è che allora ci si accontentava della cronaca. Una donna era stata uccisa, un uomo era stato arrestato e la storia finiva lì. Nessuno sentiva il bisogno di domandarsi che cosa avesse reso possibile tutto questo. Nessuno si chiedeva perché, con impressionante regolarità, fossero quasi sempre gli uomini a uccidere e le donne a morire.

Per questo osservo con una certa perplessità la sua battaglia contro la parola femminicidio.

Vede, generale, io una risposta me la sono data.

Mi sono convinta che quella parola dia fastidio perché costringe a guardare dove molti preferirebbero non guardare.

Se dico omicidio descrivo un fatto.

Se dico femminicidio sono costretta a interrogarmi sul motivo.

Ed è il motivo che crea disagio.

Perché il motivo ci obbliga a parlare di possesso, di controllo, di una cultura che per secoli ha considerato normale che una donna dovesse adattarsi alle aspettative di un uomo.

Negli ultimi giorni ho pubblicato una domanda sui social.
Ho chiesto alle donne quale comportamento oggi riconoscano come violenza quando allora sembrava ancora amore.

Mi aspettavo risposte diverse.

Ho trovato la stessa storia raccontata da persone che non si conoscono e che non si incontreranno mai.

Ho trovato donne che descrivevano la lenta rinuncia a se stesse con parole diverse ma attraverso un meccanismo identico. E leggendo quelle testimonianze ho pensato che il problema non fosse la parola femminicidio.

Il problema era che centinaia di persone riconoscevano immediatamente quel percorso, perché lo avevano già incontrato nella propria vita, nella vita di una sorella, di un’amica, di una madre o di una figlia.

Per questo, Generale, la considero parte del problema.

Non perché abbia espresso un’opinione. Le opinioni non mi spaventano.

Mi preoccupano invece le conseguenze che certe opinioni producono quando vengono pronunciate da chi gode di autorevolezza, visibilità e consenso.

Da quando ha iniziato questa battaglia contro il termine femminicidio, sotto i miei post sono ricomparse persone livorose e violente che non discutevano i fatti e nemmeno una sentenza definitiva della Corte di Cassazione che ha accertato anni di maltrattamenti.
Discutevano me, come se screditare chi racconta fosse sufficiente a cancellare ciò che è accaduto.

E non lo facevano perché avevano scoperto qualcosa che i giudici ignoravano.

Lo facevano perché si sentivano finalmente rappresentati e legittimati da lei ad offendermi, a ridicolizzarmi, a sminuirmi.

È questo il punto che mi interessa.

Non la parola. L’effetto.

Perché quando una figura pubblica trasforma un fenomeno in una caricatura ideologica, offre inevitabilmente un rifugio a chi quel fenomeno non ha mai voluto riconoscerlo.

Lei probabilmente pensa di aver aperto una discussione linguistica.

Io credo che abbia fatto qualcosa di diverso.

Credo che abbia rassicurato molte persone che non vedevano l’ora di sentirsi dire che il problema non era poi così grave, che si trattava di un’esagerazione, che le donne stavano ingigantendo la questione.

E trovo singolare che un uomo che ha servito lo Stato continui a preoccuparsi della parola usata per descrivere il fenomeno più di quanto sembri preoccuparsi del fenomeno stesso.

Perché vede, generale, io alla fine una cosa l’ho imparata.

La violenza non ha mai avuto bisogno di essere incoraggiata.
Le è sempre bastato trovare qualcuno disposto a raccontare che, in fondo, non fosse davvero un problema.

Ora questo qualcuno è lei.

Io, però, ho una sentenza di Cassazione, lei no.
Lei ha il plauso di migliaia di fiancheggiatori della violenza.
Per essere un uomo che dice di appellarsi a dei valori, sta camminando sulla carne e il sangue di chi non può nemmeno più mandarla a quel paese.
E per essere un militare non c’è davvero niente di più vigliacco.

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