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‘Straight out of Trumpland’: LGBTQ+ members fight for Pride after Essex library ban

Rochford LGBTQ+ community say Reform council’s ban on flying pride flags or holding events states they’re not welcome

Before Reform gained control of Essex county council in the May elections, Chris Taylor and members of the Rochford LGBTQ+ community already felt they were witnessing a growing tide of political rhetoric around identity.

But they were still shocked when the county’s new leadership moved to ban Pride events in 74 libraries, scaling back events of “any particular groups or themes”, a decision they said was “straight out of Trumpland”.

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© Photograph: Alicia Canter/The Guardian

© Photograph: Alicia Canter/The Guardian

© Photograph: Alicia Canter/The Guardian

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Pride 2026, meno sponsor dagli Usa e più incertezza: l’effetto Trump arriva anche a Roma

Meno aziende disposte ad esporsi, budget in flessione e sostegni sempre più discreti: la marcia dell’orgoglio prevista nella Capitale fa i conti con le conseguenze della stretta statunitense sulle politiche di inclusione e diversity

Il prossimo 20 giugno le strade della Capitale torneranno a riempirsi dei colori del Roma Pride, manifestazione che ogni anno richiama migliaia di persone per rivendicare diritti, visibilità e uguaglianza per la comunità LGBTQIA+. Tuttavia, l’edizione 2026, la trentaduesima per la precisione, si svolgerà in un contesto piuttosto particolare, influenzato da un clima politico che risente degli effetti della stretta trumpiana in materia di inclusione e diversità.

Il rapporto tra le multinazionali e il Pride sta cambiando

A preoccupare gli organizzatori non è tanto la partecipazione, che si stima continui a rimanere elevata, quanto il progressivo arretramento di alcuni sponsor, soprattutto quelli legati a gruppi multinazionali con sede negli Stati Uniti d’America. Un fenomeno che se al di là dell’Atlantico è diventato evidente già da tempo, ora inizia a riflettersi persino sulle manifestazioni nostrane. Secondo il coordinamento del Roma Pride, infatti, il bilancio delle sponsorizzazioni registra un calo di circa il 10% rispetto allo scorso anno. Una flessione che è stata compensata attraverso altre forme di sostegno, ma che rappresenta comunque un segnale di cambiamento. Se i partner storici hanno in larga parte confermato la loro presenza, si è ridotto l’entusiasmo che negli ultimi tempi aveva spinto molte aziende a legare il proprio marchio all’iniziativa.

Accanto alle defezioni vere e proprie emerge inoltre una nuova ed inedita tendenza, osservata in quei marchi che hanno rinnovato il proprio sostegno economico, a patto, però, che il proprio nome non compaia pubblicamente. Un sostegno più discreto, dunque, lontano dalla visibilità che fino a pochi anni fa caratterizzava il mese di giugno, quando i loghi arcobaleno invadevano campagne pubblicitarie, social network e iniziative commerciali.

Dietro a questa trasformazione c’è soprattutto il mutato scenario politico statunitense. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha infatti intensificato l’offensiva contro i programmi di Diversity, Equity and Inclusion (DEI), promuovendo misure che hanno spinto numerose realtà aziendali e compagnie a ridimensionare il proprio impegno pubblico in relazione a determinate tematiche. Negli Stati Uniti il fenomeno ha avuto conseguenze dirette sui Pride più importanti del Paese, con organizzazioni costrette a rivedere i propri budget dopo il ritiro o la riduzione del sostegno economico persino da parte dei sostenitori più fidati.

Ciò nonostante, l’impatto non si limita al mondo aziendale. Negli stessi mesi diversi Stati a guida repubblicana hanno promosso iniziative alternative al Pride Month, dedicando giugno alla “famiglia tradizionale”, alle “famiglie forti” o alla “fedeltà”. Parallelamente, la Casa Bianca ha adottato una serie di provvedimenti che hanno ridefinito il rapporto tra istituzioni federali e comunità LGBTQ+, alimentando un clima politico e culturale più polarizzato.

È proprio questa atmosfera a preoccupare gli organizzatori italiani. Molte delle aziende che operano nel nostro Paese fanno capo a gruppi statunitensi e risentono delle scelte strategiche prese dalle rispettive sedi centrali. Il risultato è una maggiore prudenza nella comunicazione e negli investimenti, con effetti visibili anche sulle manifestazioni europee. Di fronte a questo scenario, la risposta di Roma è rimasta improntata alla continuità. Gli organizzatori hanno sottolineato come il sostegno di numerosi partner sia rimasto saldo e come la partecipazione della cittadinanza continui a rappresentare il vero punto di forza della manifestazione.

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Veganismo e teoria queer sono compagni di strada: i diritti sono di tutt* o restano privilegi

di Lisa Marino

Il mese del Pride è arrivato. Per tutto giugno e oltre, varie città si tingono di arcobaleno, mentre canti, balli e lustrini riempiono le vie dei vari luoghi. Ebbene, quando si parla di Pride si tende a pensare subito a questo. Eppure non si tratta soltanto di colori e scintillio. Tutt’altro. A cominciare dalla sua storia, che ha visto emergere tutta la forza dei corpi in lotta e della solidarietà collettiva.

Ma dove nasce il Pride e perché si celebra a giugno? Perché “la prima volta fu rivolta” e avvenne la notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 a New York. All’epoca l’omosessualità era considerata reato, ragion per cui i locali che ospitavano persone appartenenti alla comunità omosessuale operavano in condizioni di clandestinità. Proprio per questo, le irruzioni da parte dei corpi di polizia in questi luoghi erano frequenti e violente, fino a quando, quella notte, le persone colpite dall’ennesima repressione dissero “basta”. Dipendenti e frequentatori del locale Stonewall Inn, ma anche persone che si erano radunate in segno di solidarietà, diedero vita a un moto di resistenza spontanea che durò diverse notti, registrando decine di feriti e oltre venti arresti.

Quella data segnò l’inizio di una nuova era: i “moti di Stonewall” sono infatti considerati l’atto di nascita del moderno movimento Lgbtqia+ in tutto il mondo.

Da quel giorno, il Pride è diventato ovunque un grido di rivendicazione. Un momento di memoria. Un fiume di corpi in movimento che rivendicano esistenza, visibilità e diritti. Perché, ricordiamolo, i diritti o sono di tutt* oppure restano privilegi. E in quanto attiviste antispeciste, siamo solidali con tutte le soggettività oppresse e con ogni atto di resistenza contro il sistema che opprime.

Ma cosa accomuna in senso più profondo l’etica antispecista e la teoria queer? Ad esempio, il fatto che al “mangiar carne” sia connessa l’immagine della virilità. Storicamente, infatti, una dieta carnista è legata all’ideale di mascolinità, dunque alla riproduzione e all’eterosessualità. Nel libro Carne da macello. La politica sessuale della carne, Carol J. Adams argomenta che “chi detiene il potere ha sempre mangiato carne (…) simbolo del dominio maschile. Secondo la mitologia della cultura patriarcale, la carne promuove la forza” e, di contro, “sfidando l’etica comune che gli animali esistono per il consumo degli umani, per estensione si sfida il mondo in guerra”. Tutto ciò fa sì che l’uccisione di animali per cibarsi possa essere intrinsecamente ritenuta “una questione femminista”.

A ben vedere, la “binarizzazione oppositiva” (maschio/femmina, eterosessuale/non eterosessuale, umano/animale) è fondamento di tutte le oppressioni e le rafforza a vicenda. Fino a delineare quello che possiamo chiamare “asse del privilegio”, che pone al vertice l’essere umano, maschio, eterosessuale, bianco, abile, proprietario, adulto e mangiatore di animali. Allontanarsi da questo vertice comporta il discostarsi dalla norma e disattendere sempre più l’immagine del corpo ritenuto adeguato e conforme.

E qui emerge il potenziale sovversivo che accomuna veganismo e lotta queer: la critica dell’ossessione “binarizzante” che pervade il sistema, che radica le proprie fondamenta sul binarismo di genere, traccia una linea divisiva tra essere umano e animale e stabilisce, in ultima analisi, chi mangia e chi viene mangiato.

Insomma, come osserva Marco Reggio in Vegan Antispecista, la messa in discussione dell’eteronormatività e dell’antropocentrismo sono accomunati dal fatto che “così come i soggetti non eterosessuali antepongono il piacere e l’affettività alla procreazione, analogamente le persone vegane erodono la supremazia umana, cioè l’idea che la riproduzione della nostra specie sia un valore in sé”. E, parafrasando Rasmus R. Simonsen in Manifesto queer vegan, “veganismo e teoria queer sono compagni di strada, poiché entrambi sviluppano una critica alle spinte sociali normalizzanti”.

E nei Santuari di Animali liberi, la missione è proprio quella di agire nel concreto contro la normalità di un sistema basato sull’annientamento e lo sfruttamento degli Animali non umani. Ogni giorno resistiamo accanto ai corpi considerati sacrificabili. Di qualunque specie. E militiamo affinché il nostro antispecismo cospiri in alleanza e sinergia con tutte le altre lotte, consapevoli che le oppressioni si rafforzano a vicenda e affinché i rifugi siano ciò che devono essere: avamposti del mondo che vorremmo; pionieri di un’autentica liberazione.

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