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Albania, finito il tempo di Edi Rama: in pole un italo-albanese che viva in Italia e parla benissimo italiano

Il presidente albanese Edi Rama sarebbe in procinto di lasciare a giugno. Il suo vero oppositore non sarebbe Berisha ma l’imprenditore italo albanese Agron Shehaj

Si dice che Edi Rama sia in grandissima difficoltà. Entro giugno molla, si prevedono elezioni a breve. Il vero oppositore non è Sali Berisha ma l’imprenditore italio-albanese Agron Shehaj, che ha lasciato il Partito Democratico (PD) guidato da Berisha per fondare una nuova forza politica chiamata Partia Mundësia (Partito Opportunità).

Leggi anche: Migranti, l’avvocato della Corte Ue: “I cpr in Albania sono conformi”. Meloni: “Persi due anni per letture giudiziarie forzate”

Shehaj ha studiato a Firenze, parla perfettamente italiano e vive tuttora nel nostro Paese dove gestisce alcune aziende italiane.

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La rinascita strategica. Ue e America Latina in un mondo in trasformazione

Il rinvio sistematico dell’accordo tra l’Unione europea e il Mercosur non ha rappresentato soltanto un’opportunità commerciale rimandata: ha rivelato uno dei maggiori fraintendimenti strategici dell’Europa nel secondo Dopoguerra. Per troppo tempo, l’America Latina è stata trattata come una periferia, un serbatoio di materie prime da negoziare con approcci burocratici e pretese asimmetriche, alimentando l’illusione che la regione avrebbe atteso pazientemente nei corridoi diplomatici europei. Questo atteggiamento, protrattosi per decenni, ha trascurato un patrimonio di civiltà condiviso e ha indebolito una relazione storica di amicizia e influenza culturale.

Diversamente da altre aree del mondo, dove la distanza culturale e le fratture storiche rendono complesse le relazioni internazionali, il legame tra Europa e America Latina poggia su radici e valori comuni. Voltando le spalle al Mercosur, l’Europa non ignorava un attore remoto: stava sottovalutando la propria estensione culturale e istituzionale nell’emisfero occidentale. Le istituzioni, la tradizione giuridica, l’organizzazione universitaria e la concezione stessa di cittadino in molte città latinoamericane non sono importazioni estranee, ma capitoli condivisi di una medesima storia intellettuale. I valori che oggi l’Europa promuove globalmente, Stato di diritto, democrazia rappresentativa, libertà individuali, hanno già un terreno naturale in America Latina.

Questa sottovalutazione ha creato uno spazio che altri attori internazionali, come la Cina, hanno saputo occupare rapidamente. Mentre l’Unione europea rimaneva vincolata da dibattiti interni e da approcci cauti e normativi, Pechino ha agito con pragmatismo silenzioso ma efficace: finanziamenti immediati, infrastrutture chiavi in mano e strategie dirette verso le élite locali. Il risultato è che infrastrutture, porti e contratti strategici parlano oggi anche mandarino, evidenziando quanto l’Europa abbia trascurato il proprio patrimonio di relazioni e affinità culturali.

Tuttavia, ciò non significa che la partita sia persa. La riattivazione dell’accordo Ue-Mercosur può rappresentare un’opportunità di recupero e di rinascita strategica. Non si tratta solo di abbattere dazi o regolari scambi commerciali: è l’occasione per ridestare una memoria condivisa e rafforzare un ponte transatlantico fondato su valori e interessi comuni. Come nelle pagine di Tolkien, quando tutto sembra perduto e le ombre sembrano dominare, la speranza risorge da legami antichi e profondi. Anche nel momento più critico, quell’amicizia transatlantica non è mai scomparsa: può risorgere, trasformando un bivio geopolitico in un punto di ripartenza.

Se sapremo guardare oltre protezionismi e frammentazioni settoriali, l’Atlantico può tornare a essere un ponte e non una barriera. Esiste ancora spazio per ricucire gli strappi del passato, recuperare il tempo perduto e ridare slancio a un’alleanza naturale. La cooperazione Ue–America Latina e Caraibi può diventare il fulcro di un nuovo equilibrio globale, una “Nuova alleanza” che valorizzi istituzioni solide e principi di libertà condivisi, riscattando un rapporto che, per troppo tempo, l’Europa aveva lasciato sopire.

 

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Geopolitica, milizie e guerra cognitiva. Così l’Iraq torna al centro del Medio Oriente

Le recenti indiscrezioni relative all’utilizzo del territorio iracheno nell’ambito delle operazioni contro l’Iran e la formazione del nuovo governo guidato da Ali al-Zaidi hanno riportato Baghdad al centro dell’attenzione internazionale. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sugli eventi più recenti rischia di oscurare una realtà più profonda. L’Iraq non è più soltanto uno dei teatri della crisi mediorientale. È il punto in cui convergono alcune delle principali linee di frattura che stanno ridefinendo l’intero equilibrio regionale: competizione tra Stati Uniti e Iran, ruolo delle milizie, sicurezza energetica, instabilità siriana, fragilità istituzionale e crescente centralità dello spazio informativo. Comprendere l’Iraq significa quindi comprendere una parte significativa delle dinamiche che influenzeranno il futuro del Medio Oriente e, indirettamente, della sicurezza europea.

L’equilibrio impossibile tra Washington e Teheran

La posizione geografica e politica dell’Iraq lo colloca al centro di una delicata competizione strategica. Da un lato Baghdad mantiene relazioni fondamentali con gli Stati Uniti, partner essenziale per la sicurezza e la cooperazione militare. Dall’altro, l’influenza iraniana continua a permeare ampi settori della politica, dell’economia e della sicurezza irachena. La recente formazione del governo guidato da Ali al-Zaidi rappresenta un esempio emblematico di questo equilibrio. La sua figura è emersa come soluzione di compromesso in una fase caratterizzata da forti tensioni tra le diverse componenti politiche interne e dagli interessi delle principali potenze regionali. Non è un caso che la scelta sia maturata dopo mesi di stallo politico e in un contesto nel quale Washington e Teheran hanno continuato a esercitare un’influenza significativa sugli sviluppi interni iracheni. L’Iraq continua dunque a muoversi all’interno di uno spazio strategico estremamente ristretto, nel quale ogni scelta politica viene inevitabilmente interpretata anche alla luce del confronto tra Washington e Teheran. Come evidenziato dal più recente Iraq Risk Assessment del Geopolitical Risk Observatory della Luiss, l’Iraq continua a presentare criticità strutturali legate alla governance, alla sicurezza e all’esposizione alle tensioni regionali. La combinazione tra fragilità istituzionale e pressione geopolitica rende il Paese particolarmente vulnerabile agli effetti delle crisi che attraversano il Medio Oriente.

Il nodo irrisolto delle milizie

Uno degli elementi che maggiormente condizionano la stabilità irachena riguarda il ruolo delle Popular Mobilization Forces (PMF). Nate durante la guerra contro lo Stato Islamico, esse sono state progressivamente integrate nel sistema di sicurezza nazionale senza tuttavia perdere completamente le proprie strutture autonome. La questione va oltre il semplice piano militare. Alcune componenti delle PMF esercitano infatti una significativa influenza politica, economica e sociale. Questo fenomeno pone interrogativi fondamentali sulla capacità dello Stato di mantenere il monopolio dell’uso della forza e di esercitare pienamente la propria sovranità. Il problema non riguarda soltanto la sicurezza interna, ma la stessa natura dello Stato iracheno e la sua capacità di governare in modo efficace un territorio caratterizzato da forti pressioni interne ed esterne.

L’ombra della guerra regionale

Gli sviluppi degli ultimi mesi mostrano come l’Iraq sia sempre meno uno spettatore delle dinamiche regionali. Le indiscrezioni relative all’utilizzo di infrastrutture situate nel deserto occidentale iracheno nell’ambito delle operazioni contro l’Iran hanno riacceso il dibattito sulla reale capacità di Baghdad di sottrarsi alle logiche del confronto regionale. Al di là della verifica delle singole ricostruzioni giornalistiche, il dato strategico appare evidente: il territorio iracheno continua a essere percepito dagli attori regionali come uno spazio operativo fondamentale nel confronto tra Israele, Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati. Questo fenomeno evidenzia una fragilità strutturale della sovranità irachena. Il Paese si trova infatti a gestire una posizione geopolitica che lo rende inevitabilmente esposto alle tensioni che attraversano il Levante e il Golfo.

Energia e vulnerabilità strategica

Secondo le più recenti valutazioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, il petrolio continua a rappresentare oltre il novanta per cento delle entrate pubbliche e delle esportazioni nazionali, rendendo il Paese particolarmente sensibile alle oscillazioni dei mercati energetici e agli shock geopolitici regionali. Questa dipendenza espone Baghdad agli shock geopolitici e alle oscillazioni dei mercati energetici internazionali. Le tensioni che hanno interessato lo Stretto di Hormuz e le rotte energetiche regionali hanno dimostrato ancora una volta come la sicurezza energetica e la sicurezza nazionale siano ormai dimensioni inseparabili. In assenza di una significativa diversificazione economica, ogni crisi regionale rischia di trasformarsi rapidamente in una crisi fiscale, sociale e politica. A ciò si aggiungono elevata disoccupazione giovanile, crescita demografica e persistenti difficoltà nel settore dei servizi pubblici.

La minaccia jihadista non è scomparsa

La sconfitta territoriale dello Stato Islamico ha certamente ridotto la capacità dell’organizzazione di controllare vaste porzioni di territorio. Tuttavia, sarebbe un errore considerare definitivamente superata la minaccia jihadista. Le reti residue dell’Isis continuano a operare in alcune aree del Paese, mentre l’instabilità siriana e la gestione dei detenuti jihadisti rappresentano fattori di rischio che potrebbero favorire nuovi processi di radicalizzazione e reclutamento. Diversi centri di ricerca internazionali, tra cui il Washington Institute e l’International Crisis Group, sottolineano come la minaccia non risieda tanto nella capacità di ricostituire un’entità territoriale analoga al Califfato, quanto nella persistenza di reti clandestine, dinamiche di radicalizzazione e capacità di adattamento dell’organizzazione. La caduta del regime di Bashar al-Assad e il deterioramento della situazione lungo il confine siro-iracheno hanno ulteriormente accresciuto tali preoccupazioni. Il trasferimento di migliaia di detenuti affiliati allo Stato Islamico da strutture siriane verso l’Iraq e il rischio di dispersione di elementi radicalizzati costituiscono variabili che meritano particolare attenzione. La vera lezione degli ultimi anni è che la perdita del territorio non coincide necessariamente con la scomparsa della minaccia. Le organizzazioni jihadiste hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento, modificando strutture operative, modalità di reclutamento e strategie di propaganda.

Dalla sicurezza alla competizione cognitiva

Accanto alla dimensione militare emerge una sfida sempre più rilevante: quella cognitiva. Se negli anni Duemila la minaccia era rappresentata principalmente dall’insurrezione armata e successivamente dalla conquista territoriale dello Stato Islamico, oggi una parte crescente della competizione si sviluppa nell’infosfera. La diffusione di narrative polarizzanti, la propaganda online, le campagne di influenza e i processi di radicalizzazione digitale stanno progressivamente trasformando il dominio cognitivo in un nuovo terreno di confronto. Attori statali e non statali competono per orientare percezioni, identità e comportamenti, sfruttando piattaforme digitali, reti sociali e vulnerabilità informative. L’Iraq rappresenta un osservatorio privilegiato di questa trasformazione. Milizie, organizzazioni estremiste e potenze regionali competono non soltanto per il controllo di risorse e territori, ma anche per la capacità di orientare il dibattito pubblico e costruire consenso. In tale contesto, la sicurezza nazionale non può più essere interpretata esclusivamente in termini militari. Diventa sempre più importante comprendere i processi di influenza, radicalizzazione e manipolazione informativa che attraversano le società contemporanee.

Perché l’Iraq conta per l’Italia

Per l’Italia, l’Iraq rappresenta un dossier strategico di primaria importanza. Roma mantiene una presenza diplomatica consolidata a Baghdad e partecipa attivamente agli sforzi internazionali per la stabilizzazione del Paese. Le recenti misure di sicurezza adottate dalla Nato Mission Iraq, che nel marzo 2026 ha temporaneamente rimodulato la propria presenza sul terreno a causa del deterioramento del quadro regionale, hanno evidenziato come la sicurezza irachena continui a essere strettamente legata alle dinamiche geopolitiche dell’intero Medio Oriente. L’interesse italiano non si limita alla dimensione militare. La stabilità irachena incide direttamente sulla sicurezza del Mediterraneo allargato, sulla lotta al terrorismo, sulla sicurezza energetica e sulla tutela degli interessi economici nazionali nella regione. In un contesto caratterizzato da crescente competizione geopolitica, l’Iraq continua a rappresentare uno snodo fondamentale per comprendere le dinamiche che collegano Medio Oriente, Golfo e Mediterraneo.

Conclusioni

L’Iraq rappresenta oggi uno dei più significativi stress test della sicurezza regionale. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran, il ruolo delle milizie, la fragilità economica, la persistente minaccia jihadista e la crescente rilevanza della dimensione cognitiva convergono nello stesso spazio strategico. Baghdad non è soltanto un osservatorio privilegiato del Medio Oriente contemporaneo: è il luogo in cui si manifestano, spesso in anticipo, le trasformazioni che influenzeranno la sicurezza regionale ed europea nei prossimi anni. L’Iraq non è più il “problema iracheno” degli anni successivi al 2003. È il crocevia delle principali crisi del nuovo Medio Oriente. La sfida che attende il governo di Ali al-Zaidi non riguarda soltanto la gestione delle crisi presenti, ma la capacità di rafforzare istituzioni statali ancora fragili in un contesto segnato dalla competizione tra potenze, dal peso delle milizie e dall’emergere di nuove forme di conflitto nel dominio cognitivo. Per questo motivo, osservare Baghdad significa osservare in anticipo molte delle dinamiche che potrebbero definire il futuro equilibrio della regione nel prossimo decennio. In questo senso, l’Iraq continua a rappresentare non soltanto un osservatorio privilegiato delle crisi regionali, ma anche un indicatore anticipatore delle trasformazioni strategiche che interesseranno il Mediterraneo allargato e la sicurezza europea nei prossimi anni. In una regione segnata dal ritorno della competizione tra potenze, dall’instabilità cronica e dall’emergere di nuove forme di conflitto, Baghdad continua a rappresentare uno dei principali laboratori strategici del Medio Oriente contemporaneo.

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Usa-Iran, Trump rilancia post di Sharif su accordo finalizzato entro 24 ore

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rilanciato sul suo account Truth un post in cui il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, rivela che Teheran e Washington sono “più vicini che mai a un accordo di pace”, annunciando che dovrebbe essere finalizzato “entro le prossime 24 ore”.

Leggi anche: Usa-Iran, accordo mai così vicino. Washington ottimista all’85%, la firma in Svizzera. Teheran: “Un faccia a faccia? Un’illusione americana”

Nel post Sharif spiega anche che “il Pakistan si sta preparando per la firma elettronica dell’accordo di pace immediatamente dopo, seguita da colloqui a livello tecnico la prossima settimana”.

Usa-Iran, Trump rilancia post di Sharif su accordo finalizzato entro 24 ore

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Nigel Farage: Brexit was the greatest day of my life, but now it annoys me

A special interview with the leader of Reform UK, 10 years after the EU referendum: why Europeans’ rights in Britain must “be renegotiated”, why he does not regret his words “pure, cold rage” after the Belfast riots, why Rupert Lowe’s party “will fall to pieces”, and why he...

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Il mostro di Frankenstein. La guerra cognitiva russa e la narrativa che cuce ideologie morte

C’è una scena ricorrente nei romanzi gotici dell’Ottocento: il dottore folle che di notte fruga nei cimiteri, strappa arti da cadaveri diversi e li cuce insieme sperando di ridar vita a qualcosa che non ha mai avuto una vita unitaria. È la metafora più precisa per descrivere l’architettura della guerra cognitiva russa nel conflitto ucraino: una narrativa “Frankenstein” che assembla frammenti di ideologie morte — anticapitalismo, antimperialismo, nostalgia sovietica, neopaganesimo slavo, suprematismo bianco, retorica pacifista — e li cuce in un mostro coerente solo nell’odio per l’Occidente liberaldemocratico.

Il paradosso al cuore dell’operazione è tanto evidente quanto sistematicamente ignorato: la Russia di Putin giustifica la propria invasione dell’Ucraina come una “missione di denazificazione”, mentre le sue unità d’élite sul campo ostentano apertamente la simbologia del Terzo Reich. Il Gruppo Rusich, guidato da Alexei Milchakov, neonazista dichiarato, sfoggia rune Waffen-SS e il Kolovrat, variante slava della svastica. La brigata “Española” era identificata dal codice 88 — abbreviazione cifrata di “Heil Hitler” — operativa fino alla fine del 2025. Dmitry Utkin, fondatore operativo del Gruppo Wagner, portava tatuati sulle clavicole i simboli delle SS, e il nome stesso “Wagner” fu scelto come omaggio al compositore prediletto di Hitler. Denazificare l’Ucraina usando neonazisti: la contraddizione non è un errore logico, è un metodo.

Quel metodo si chiama guerra cognitiva. Non è propaganda nel senso tradizionale del termine — la diffusione di un messaggio univoco verso un pubblico passivo. È qualcosa di più sofisticato e più destabilizzante: la produzione industriale di contraddizioni, l’inquinamento sistematico del campo semantico, la trasformazione del dubbio in arma. L’obiettivo non è convincere che la Russia ha ragione, ma convincere che non esiste una ragione verificabile, che tutto è relativo, che “anche dall’altra parte ci sono nazisti”, che la verità è irraggiungibile. In questo spazio di nebbia cognitiva il mostro di Frankenstein prospera, perché nessuno ha più gli strumenti per identificarne le suture.

La specificità italiana di questa operazione merita attenzione particolare. L’Italia si è rivelata il laboratorio più fertile per testare la saldatura tra opposti estremismi. Il meccanismo è stato elaborato attraverso la cosiddetta “Quarta Teoria Politica” di Alexander Dugin — importata e adattata al contesto italiano da figure come Orazio Maria Gnerre — che propone un asse trasversale tra estrema destra e sinistra antagonista unificato dall’avversione all’atlantismo e al liberalismo. Il risultato è una narrativa in cui il pugno chiuso copre il saluto romano, e la lotta al “fascismo ucraino” diventa l’involucro ideologico che nasconde la più grande forza mercenaria neonazista e reazionaria del XXI secolo.

Il volto umano di questo inganno ha un nome: Edy Ongaro, militante veneto della sinistra radicale morto nel 2022 combattendo con il Battaglione Prizrak nel Donbass. La sua figura è stata trasformata da Mosca in un’icona propagandistica: il “nuovo partigiano internazionalista” che dà una parvenza di antifascismo a un’invasione condotta da unità dichiaratamente neonaziste. Il cortocircuito è deliberato: se anche un militante di sinistra combatte per il Donbass, allora forse lì davvero c’è qualcosa che vale la pena difendere. La logica del testimone oculare ideologicamente orientato, trasformato in strumento di influenza post-mortem.

Questa “disinformazione a cascata” — che non mira a formare una convinzione ma a saturare l’ambiente informativo di rumore — trova in Italia una rete di amplificatori che va dai canali Telegram privi di fact-checking agli ospiti fissi dei talk show di prima serata. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ospita regolarmente propagandisti del Cremlino nei propri spazi mediatici mainstream. La soglia di riconoscimento del mostro di Frankenstein si abbassa ogni volta che il mostro viene invitato a sedersi al tavolo come interlocutore legittimo.

La sfida che il conflitto ucraino pone alle democrazie europee non è quindi soltanto militare né soltanto economica: è cognitiva. Richiede la capacità di riconoscere le suture del mostro di Frankenstein — di distinguere l’anticapitalismo genuino dalla sua versione teleguidata da Mosca, il pacifismo autentico dalla sua variante funzionale al disarmo dell’aggredito, il giornalismo di inchiesta dal “dubbio metodico” che si trasforma in rendita di posizione. Richiede, in ultima analisi, quella che potremmo chiamare immunità narrativa: la capacità collettiva di non essere reclutati come parti del corpo del mostro, ignari che le nostre braccia siano già cucite al torso di qualcun altro.

Il dottor Frankenstein, nel romanzo di Mary Shelley, alla fine è divorato dalla propria creatura. La domanda aperta, per l’Europa, è se saremo capaci di riconoscere il mostro prima che bussi alla porta.

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L’Europa dei volenterosi e la pace che non arriva. L’opinione di Guandalini

Per l’Ucraina bisogna spingere sul negoziato e sulla fine delle violenze. Sono le parole di Papa Leone XIV. Sparse nell’atto multitudinario, nell’evento di popolo, titolava El País, della sua visita in Spagna. Il vertice dei volenterosi di domenica 7 giugno a Londra ha provato e riprovato a trovare format congeniali per spalancare all’Europa le porte a un ruolo di pace, di mediazione ma, purtroppo, con esiti inconcludenti. Posticci. Il giorno dopo non ci sono notizie sulle prime pagine dei giornali europei. Zero su quelli inglesi. Per i tedeschi è pervenuto il Süddeutsche Zeitung con un pezzo dedicato agli attacchi ucraini a San Pietroburgo. I fogli francesi: Le Figaro ha preferito spostarsi verso la parata del 14 luglio annunciando la presenza in volo degli aerei ucraini.

I volenterosi di punta, Macron, Merz, Starmer, tre leader senza popolo a casa loro, mancano di quella terzietà necessaria per intraprendere la marcia diplomatica. L’Europa tutta ha compiuto il grave errore di aver trasformato una crisi locale in una crisi mondiale. E questo fa sì che ogni passo sia condizionato da questo. Il copione ha avuto uno svolgimento contorto, a tratti ipocrita e compassionevole. Invio di armi, no all’invio di armi, invio solo per la difesa ma non siamo in guerra con la Russia, invio di armi per la pace, pace giusta e duratura, l’Ucraina nella Nato ma anche no, l’Ucraina nell’Unione europea ma chissà se ce la farà, stiamo con Zelensky fino alla vittoria della guerra, la pace si fa con la forza.

Il conflitto in Ucraina, il più lungo in Europa dal 1945, ha superato i 1418 giorni della Grande Guerra Patriottica tra Unione Sovietica e Terzo Reich, ha generato anche paure e tensioni tra le popolazioni europee che, dopo il trauma vissuto con la pandemia, subiscono un allarmistico susseguirsi di dichiarazioni autorevoli di invasioni prossime venture della Russia. Il cattolicissimo premier polacco Donald Tusk, a proposito degli aiuti necessari verso Zelensky, affermava «soldi oggi o sangue domani», proprio nel momento in cui Papa Leone dichiarava che «si usa la paura per un’ingiustificata corsa al riarmo».

Sorprende la superficialità di linguaggio con la quale i leader politici europei parlano di pericolo di terza guerra mondiale. La sensazione è che non aspettassero altro per dirlo. In attesa di un errore, di un incidente per giustificare la tensione. Un avvertimento che alimenta l’escalation. Per avvalorare le tesi che abbiamo sentito a ripetizione nel corso della guerra russo-ucraina, il pericolo di Putin alle porte dell’Europa, pretesto valido per accendere qualsivoglia miccia, armatevi e partite. Il premier polacco ha detto che siamo più vicini che mai a un conflitto da seconda guerra mondiale. La cautela nel tracciare scenari catastrofici imminenti — l’isteria la lascio ai talk tv (i quali riducono la realtà a vaniloquio, ha scritto Aldo Grasso) impegnati a montare tifoserie da Sturmtruppen, opinionisti e generali a riposo e in servizio seduti al fronte nel salotto di casa — va usata per evitare un incontrollato inasprimento che può portarci effettivamente nel baratro.

Ha detto il filosofo Massimo Cacciari durante un dibattito a Reggio Emilia: «Il ruolo dell’Europa doveva essere e dovrebbe essere anche in futuro quello di fare da ponte tra Occidente e Oriente; è una follia aver pensato un futuro senza l’Est Europa, senza la Russia. Solo così l’Europa può aspirare a essere una potenza. La reazione dell’Europa di armarsi e di andare alla guerra è sbagliata».

Per questo serve che l’Europa nomini un mediatore di pace delegato a incontrare Putin e Zelensky per iniziare a vedere la pace possibile. È un’attesa lunga. Dura da quattro anni. Il nome di Angela Merkel è il più congeniale allo scopo.

Si risolve il conflitto russo-ucraino partendo dal dicembre 1991. Nei mesi successivi Boris Eltsin, che prese il posto di Mikhail Gorbaciov dopo il fallito colpo di Stato nell’agosto dello stesso anno, accelerò la separazione delle repubbliche sovietiche decretando la fine dell’Urss. Il 31 maggio 1991 organizzai a Mantova nella Sala Polivalente del Palazzo Te il secondo International Colloquium Investire all’Est, figlio del primo evento in assoluto dopo la caduta del muro di Berlino, tenutosi a Roma nel marzo del 1990 (da cui fu pubblicato il libro da me curato, Investire all’Est, con prefazione dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Consultai gli stessi economisti vicini a Gorbaciov per capire la situazione interna al Paese e loro mi confermavano che ormai il segretario del Pcus e Presidente dell’Unione Sovietica non godeva più dell’apprezzamento del popolo. Oggi addirittura è stato rimosso dalla memoria storica dei russi (avremo modo di sviluppare prossimamente un’ipotesi corrente che segnala come la storia dell’Unione Sovietica si sarebbe svolta diversamente se alla guida della nazione — segretario del PCUS dal 1982 al 1984 — fosse rimasto per più tempo Yuri Andropov, capo del Kgb dal 1967 al 1982, oggi rivalutato; a una sua biografia c’è la prefazione di Putin, che disse «non conosciamo il paese in cui viviamo», teorico delle riforme graduali, aveva in mente lo stesso svolgimento del socialismo di mercato cinese).

La vicenda ucraina, le trattative per una pace equa e duratura, parte dalla storia lunga della minoranza russofona, maggioranza in Donbass (e nella Crimea annessa nel 2014) e a Zaporizhzhia, Kherson e Kharkiv, e dal rispetto degli impegni presi nel 1991 con l’indipendenza e nel 2014 con gli accordi di Minsk: neutralità rispetto alla Nato e autonomia speciale del Donbass. L’ex premier tedesca Angela Merkel ha dettagliato di recente un’analisi storicamente incontrovertibile. I Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia hanno una grossa responsabilità per lo scoppio del conflitto nell’Est, dal dialogo con Putin dopo il fallimento degli accordi di Minsk fino alla guerra in Ucraina.

Le trattative con i russi devono partire da qui. Voltarsi indietro per andare avanti. La questione, come ho già avuto modo di scrivere su Formiche.net, gira attorno ai territori conquistati da Putin e a quella frase che abbiamo ricordato, detta da Trump: «Zelensky, devi prepararti a cedere territori». Realismo e pragmatismo rendono evidente che da lì non ci si può scostare. E di rincalzo, tempo fa, il ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della Sera disse: «Zelensky sa che dopo tre anni di guerra gli obiettivi che si era posto devono essere cambiati; non può ottenere tutto, deve mediare tra quel che sarebbe giusto e quel che è accettabile».

Non ha vinto né la Russia né l’Ucraina. Sul terreno ci sono due milioni di morti, da una parte e dall’altra, e distruzioni ovunque. Zelensky e Putin devono rispondere di questo. Con lo spirito di quella frase inserita nel capitolo XXXII dei Promessi Sposi: «Il buon senso c’era: ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

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Il divario quantistico tra Usa e Cina si assottiglia. E Pechino sogna il vantaggio

L’avanzata della Cina nel campo delle tecnologie quantistiche sembra spingersi ben oltre la ricerca di laboratorio, assumendo una dimensione sempre più concreta e quindi strategica. Lo evidenzia bene Sunny Cheung in un’analisi pubblicata da Jamestown Foundation, stressando il fatto che Pechino abbia ormai conquistato un vantaggio significativo nelle comunicazioni quantistiche sicure, mentre gli Stati Uniti mantengono ancora la leadership nei principali indicatori della computazione quantistica. Anche se questo divario si sta riducendo rapidamente. Per il Partito comunista cinese le tecnologie quantistiche rappresentano uno strumento essenziale per superare i colli di bottiglia tecnologici causati dalle restrizioni occidentali e rafforzare la competitività industriale e militare del Paese. Non a caso, la rivista teorica Qiushi ha recentemente definito il settore di “incommensurabile importanza strategica”, sottolineando come possa contribuire a risolvere il problema della dipendenza tecnologica dall’estero.

Nel suo studio Cheung propone una “scorecard” composta da undici indicatori suddivisi nelle tre categorie di tecnologie fondamentali, applicazioni pratiche ed ecosistema industriale. Il risultato fotografa una competizione ormai molto equilibrata, con Washington che mantiene il vantaggio in quattro parametri, Pechino guida in cinque, mentre due risultano sostanzialmente in parità. Dietro questi numeri, però, emergono dinamiche differenti, poiché gli Stati Uniti continuano a primeggiare nella ricerca di base e nello sviluppo dei processori quantistici, mentre la Cina ha concentrato gli investimenti sull’implementazione concreta delle tecnologie, soprattutto nel settore delle comunicazioni protette.

Uno dei risultati più significativi riguarda la cosiddetta “quantum advantage”, cioè la capacità di un computer quantistico di svolgere calcoli impossibili per qualsiasi supercomputer tradizionale. Negli ultimi dodici mesi due sistemi cinesi hanno stabilito nuovi record mondiali: il processore superconduttore Zuchongzhi 3.0 e soprattutto il computer fotonico Jiuzhang 4.0, che secondo i ricercatori sarebbe in grado di completare un’operazione che richiederebbe a un computer classico circa 10⁴² anni. Sebbene queste stime siano oggetto di continuo dibattito scientifico, il risultato testimonia la crescente competitività della ricerca cinese.

Il vero punto di forza di Pechino resta però la sicurezza delle comunicazioni. La Cina dispone già di una rete quantistica terrestre superiore ai 10.000 chilometri che collega grandi città, enti governativi, istituzioni finanziarie e centri di ricerca. A questa si affiancano i satelliti Micius e Jinan-1, che hanno dimostrato collegamenti quantistici su migliaia di chilometri, consentendo comunicazioni praticamente impossibili da intercettare senza alterarne il contenuto. Nessun Paese occidentale dispone oggi di un’infrastruttura paragonabile. La leadership cinese deriva soprattutto dallo sfruttamento del cosiddetto “entanglement quantistico”, il fenomeno che consente di rilevare qualsiasi tentativo di intercettazione di un messaggio. Grazie a un decennio di investimenti pubblici, Pechino è riuscita a trasformare una tecnologia sperimentale in una rete operativa, creando un vantaggio strutturale che potrebbe avere importanti implicazioni sia civili sia militari.

Gli Stati Uniti conservano comunque un vantaggio significativo in diversi aspetti della computazione quantistica. Google e Ibm guidano ancora nella precisione delle operazioni logiche, nella correzione degli errori e nello sviluppo dell’ecosistema software, elementi essenziali per costruire futuri computer quantistici universali. Tuttavia, anche in questi ambiti la Cina sta recuperando rapidamente terreno. Alla fine del 2025 il processore Zuchongzhi 3.2 è infatti riuscito a superare la cosiddetta soglia di correzione degli errori, dimostrando che il proprio approccio hardware può essere scalabile, sebbene rimanga ancora meno efficiente rispetto ai sistemi sviluppati da Google.

In ogni caso, secondo l’autore dello studio sarebbe prematuro trarre conclusioni definitive sull’esito della competizione. Le tecnologie quantistiche restano infatti in una fase relativamente iniziale e nessun esperto ritiene realistico che un computer quantistico possa compromettere nel breve periodo gli attuali sistemi di crittografia. E anche se la distanza tra Stati Uniti e Cina si è ridotta sensibilmente nell’ultimo anno, e molti programmi cinesi stanno avanzando più rapidamente di quanto stimato da numerose valutazioni occidentali, Washington ha ancora margine d’azione per non perdere la competizione.

La corsa quantistica si sta quindi delineando come uno dei principali fronti della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. Se gli Stati Uniti continuano a dominare la ricerca di frontiera, la Cina sta dimostrando una crescente capacità di trasformare i risultati scientifici in infrastrutture operative, consolidando un vantaggio concreto nelle comunicazioni sicure e rafforzando uno dei pilastri della propria strategia di sicurezza nazionale.

 

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JP Morgan analizza presente e futuro della competizione Usa-Cina sull’AI

Quando una banca pubblica un report di oltre trenta pagine sulla rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vale la pena fermarsi un momento. Non tanto per il contenuto in sé, quanto per ciò che racconta sullo stato del dibattito.

L’autore non è un laboratorio di ricerca, una Big Tech o un think tank specializzato in sicurezza internazionale. È JPMorgan Chase. E il fatto che una delle più grandi istituzioni finanziarie del pianeta abbia deciso di dedicare risorse a una lettura sistemica della competizione sull’intelligenza artificiale è probabilmente il primo elemento interessante della storia.

Negli ultimi anni abbiamo imparato ad associare l’AI ai modelli, ai chip e alle nuove applicazioni che arrivano sul mercato a una velocità impressionante. Il report parte invece da una constatazione diversa: l’intelligenza artificiale sta progressivamente diventando una variabile capace di influenzare crescita economica, investimenti, infrastrutture, sicurezza nazionale e politica industriale. Per questo motivo, limitarne l’analisi alla dimensione tecnologica rischia di offrire una fotografia parziale.

La tesi centrale è che la competizione tra Washington e Pechino debba essere osservata come una competizione tra sistemi. I modelli contano, naturalmente. Così come contano i semiconduttori e la capacità di innovazione. Tuttavia, guardare soltanto a questi elementi rischia di nascondere dinamiche più profonde che stanno emergendo sotto la superficie.

Una delle più evidenti riguarda l’energia. L’espansione dell’intelligenza artificiale richiede una quantità crescente di elettricità e di infrastrutture fisiche. Da questo punto di vista la Cina sta accumulando vantaggi che raramente occupano le prime pagine. Mentre negli Stati Uniti aumentano i dibattiti locali sui costi ambientali e territoriali dei nuovi data center, Pechino continua a investire in capacità produttiva, reti e infrastrutture energetiche con una velocità difficilmente replicabile dalle economie occidentali.

Anche sul fronte dei modelli il quadro appare meno lineare di quanto suggeriscano le classifiche che dominano il dibattito pubblico. La questione non riguarda soltanto chi riesce a sviluppare il sistema più avanzato, ma anche chi riesce a distribuirlo più rapidamente e a integrarlo nel tessuto economico. È una differenza sottile ma importante. La storia dell’innovazione mostra che il successo di una tecnologia dipende spesso dalla sua diffusione molto più che dalle sue caratteristiche tecniche originarie.

Da qui emerge una domanda che attraversa l’intero report: quale Paese sarà più efficace nel trasformare il potenziale dell’intelligenza artificiale in vantaggio economico, industriale e geopolitico?

Nella prossima edizione di Indo-Pacific Salad partiremo proprio da questo interrogativo. Analizzeremo perché il mondo della finanza sta osservando l’AI con crescente attenzione, perché il tema della fiducia potrebbe rivelarsi altrettanto importante di quello dell’apertura dei modelli e perché molte delle categorie utilizzate per interpretare l’innovazione cinese stanno mostrando segni evidenti di invecchiamento.

Perché la competizione tecnologica del prossimo decennio si giocherà certamente nei laboratori. Ma il suo esito dipenderà sempre di più da ciò che accade fuori da essi.

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Takaichi a Roma prima del G7 cerca sponde europee per il nuovo Indo-Pacifico

La visita europea di Sanae Takaichi, prevista alla vigilia del G7 in Francia, arriva in un momento in cui Tokyo sta cercando di trasformare la propria agenda regionale in una proposta più ampia per la governance economica e strategica internazionale. La premier nipponica sarà ricevuta a Villa Pamphilj lunedì mattina dall’omologa italiana, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Le due prime ministre parleranno della dimensione bilaterale e del contesto internazionale, dove Roma e Tokyo seguono le oscillazioni geopolitiche di questa fase storica con lenti, interessi, priorità e preoccupazioni del tutto simili.

Secondo quanto emerge dagli orientamenti che il governo giapponese intende portare al vertice dei leader, il Giappone si presenterà al G7 come rappresentante di un’Asia particolarmente esposta alle conseguenze delle tensioni in Medio Oriente e alle possibili perturbazioni del mercato energetico globale. Una posizione che anche l’Italia ha espresso più volte come centro del Mediterraneo (non più tardi di oggi, il vicepremier Antonio Tajani, in un’intervista, ragionava sulla necessità che il cessate il fuoco tra Usa, Israele e Iran si trasformasse in qualcosa che “regga nel tempo”).

Da qui, Tokyo ha scelto di promuovere tre iniziative alla riunione dei sette: la difesa di un commercio aperto e trasparente contro restrizioni alle esportazioni ritenute ingiustificate, il rafforzamento delle riserve strategiche di petrolio attraverso una cooperazione più stretta con l’Agenzia Internazionale dell’Energia e una maggiore collaborazione tra Paesi produttori e consumatori.

La questione energetica, tuttavia, sembra essere soltanto una parte della storia. Dietro la missione europea di Takaichi emerge infatti un obiettivo politico più ampio: verificare il grado di convergenza con partner chiave del continente sulla versione aggiornata del Free and Open Indo-Pacific (Foip), il quadro strategico attraverso cui Tokyo definisce oggi il proprio ruolo internazionale.

Nel discorso di politica estera pronunciato ad Hanoi il 2 maggio, la premier nipponica ha delineato un’evoluzione del Foip (concetto coniato dal suo mentore politico, il compianto Shinzo Abe) che amplia sensibilmente il perimetro originario dell’iniziativa. Accanto ai tradizionali riferimenti alla sicurezza e alla stabilità regionale, il nuovo approccio attribuisce un ruolo centrale alla costruzione di un ecosistema economico fondato sull’intelligenza artificiale e sui dati, al rafforzamento delle catene di approvvigionamento di energia e beni essenziali, alla definizione di regole condivise per i nuovi settori economici e alla cooperazione tra pubblico e privato. La sicurezza economica occupa ormai uno spazio comparabile a quello della sicurezza tradizionale.

In questa prospettiva, le proposte che Tokyo intende avanzare al G7 possono essere lette come una traduzione concreta dei principi del nuovo Foip. La difesa della libertà di navigazione, inclusa la sicurezza dello Stretto di Hormuz, richiama la centralità delle rotte marittime aperte. Il rafforzamento delle riserve energetiche punta ad aumentare la resilienza delle economie più dipendenti dalle importazioni. Il dialogo tra produttori e consumatori risponde invece alla necessità di costruire meccanismi di cooperazione in un sistema internazionale attraversato da crescenti frammentazioni.

Roma assume così un significato che va oltre la dimensione bilaterale. Per Tokyo, l’Italia rappresenta uno dei partner europei con cui negli ultimi anni è emersa una crescente sintonia su temi come sicurezza economica, filiere strategiche, tecnologie critiche, energia, difesa e stabilità dell’Indo-Pacifico.

Anche il rapporto tra Takaichi e Meloni contribuisce a creare un terreno favorevole. Le due leader condividono una visione che attribuisce crescente importanza alla resilienza nazionale, alla protezione delle infrastrutture strategiche e alla riduzione delle vulnerabilità economiche. Sul piano politico, entrambe guidano governi conservatori, condividono esperienze simili passate e sfide future, e sono oggi le uniche donne alla guida di Paesi del G7 – un elemento che rafforza la visibilità del loro dialogo ma che non ne esaurisce il significato.

L’interesse di Tokyo sembra piuttosto concentrarsi sulla possibilità di consolidare un asse con governi europei considerati sensibili ai temi della sicurezza economica e della competizione strategica globale. In questo quadro, la tappa italiana e quella britannica assumono il valore di un passaggio diretto, sebbene nel quadro del dialogo multilaterale in Francia.

La sfida per il Giappone sarà capire se una visione nata per l’Indo-Pacifico possa essere progressivamente condivisa anche da partner geograficamente lontani ma esposti alle stesse vulnerabilità. La crisi energetica, le tensioni sulle catene di approvvigionamento e la competizione tecnologica stanno infatti riducendo la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

È su questo terreno che Takaichi sembra voler giocare la partita del G7: proporre una cornice più ampia entro cui affrontare le nuove interdipendenze della sicurezza globale. In questa prospettiva, Roma occupa una posizione particolare. L’Indo-Mediterraneo, richiamato recentemente da Meloni e Narendra Modi come spazio strategico di crescente integrazione, offre un possibile punto di raccordo tra le priorità europee e quelle dell’Indo-Pacifico.

Se il celebre discorso “Confluence of the Two Seas” pronunciato da Shinzo Abe a New Delhi nel 2007 ha fornito la base concettuale dell’Indo-Pacifico come unico teatro geopolitico, l’evoluzione del Foip potrebbe oggi riflettere una realtà diversa: energia, catene del valore, infrastrutture critiche e sicurezza marittima collegano ormai in modo sempre più diretto il Pacifico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo. La sfida che accompagna la diplomazia giapponese, come quella italiana e indiana, è come tradurre questa interdipendenza in una convergenza strategica più ampia tra Asia ed Europa.

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