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Ukraine should not reject associate EU membership

Volodymyr Zelensky made a rare misstep when German Chancellor Friedrich Merz proposed associate EU membership for Ukraine, offering institutional access, participation in Council meetings, gradual budget integration, and critically, Article 42(7) security guarantees.

Zelensky rejected it, insisting Ukraine deserves full and equal membership. In principle, most Europeans would agree.

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Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale


di Pino Arlacchi

Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.

Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.

Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.

Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.

La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.

Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.

La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.

Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.

La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

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In attesa di una nuova Yalta digitale: tra l’impero dell’algoritmo e il destino dell’umanità

 

 

di Glauco Benigni

Essere oggi un cittadino occidentale, un “civile abitante di nazioni alleate”,  comporta un carico di responsabilità intellettuale e morale non indifferente. Significa trovarsi nel baricentro di una transizione d’Epoca dove i concetti di sovranità, democrazia, verità e identità vengono riscritti da algoritmi e flussi di capitale immateriale. In questo mosaico, l’azione politica e filosofica non è più rimandabile: esistono delle priorità sistemiche, e la scelta di privilegiare l’una o l’altra non è un semplice esercizio di stile, ma una decisione che “connota” radicalmente chi la compie, definendone la postura etica e la visione del futuro.

La Dittatura della Velocità e l’Asse del Transumanesimo

Il primo grande tema, quello che oggi domina l’agenda tecnocratica, nasce da una constatazione biologica: la strutturale “lentezza” dell’essere umano nei confronti della spaventosa e geometrica potenza di calcolo delle macchine. Questa asimmetria temporale e cognitiva ha spinto una parte delle élite globali a ritenere che l’unico approccio al futuro sia privilegiare il feudalesimo digitale, facendo accettare in progress ogni logica derivante e ogni drammatica conseguenza.

Assistiamo così al dilagare incontrollato dell’Intelligenza Artificiale in ogni ganglio della vita sociale, alla penetrazione pervasiva dei microchips nell’economia e nei corpi, e a un transumanesimo rampante che non si nasconde più nei laboratori, ma si fa manifesto ideologico. Questo processo viene spettacolarizzato in continuazione da reti tv e social media  unificati: è il teatro globale della coppia Elon Musk e Peter Thiel, “prime donne” della PayPal Mafia che ballano il tip-tap sul palco della rete, collezionando miliardi di visualizzazioni. Un intrattenimento ipnotico, un’azione occulta che serve a rendere seducente   l’ibridazione uomo-macchina e a legittimare una Webcracy tecnologica dove l’1% degli Umani, oltre a controllare gli asset economici, controllano anche tutti i dati e i codici sorgenti dell’esistenza altrui.

L’Antico Tema: La Giusta Distribuzione e la Pace

Dall’altra parte della barricata resiste l’antico, ma urgentissimo, tema che riguarda l’Umanità Profonda: la distribuzione onesta delle risorse e tutto ciò che storicamente ne consegue. Parliamo della ricerca della pace non come assenza di guerra, ma come presenza di giustizia; del dialogo interreligioso sincero e del confronto diplomatico tra Governi che siano reale espressione e rappresentanza dei loro popoli, e non semplici comitati d’affari che fanno capo a fondi d'investimento transnazionali.

Questo approccio esige onestà politica, commercio equo e, da subito, un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) totalmente svincolata dalle logiche del mercato, affinché la salute pubblica non sia mai più considerata un asset finanziario o uno strumento di controllo biopolitico.

Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una nuova Yalta, un nuovo assetto geopolitico globale. Tuttavia, la storia non si ripete mai identica: la nuova Yalta non potrà limitarsi a tracciare confini sulle mappe geografiche, ma sarà inevitabilmente (anche) una Yalta dei territori digitali e delle risorse immateriali. I dati, gli algoritmi di deep learning e le frequenze sono oggi i beni strategici primari, esattamente come lo furono il carbone e l’acciaio al debutto dell’era industriale.

Questa “Yalta digitale” sposta pesantemente il baricentro decisionale e condiziona l’Agenda del Potere Mondiale.  Mette al centro dell’area delle “priorità” la rivoluzione digitale, e lo fa infarcendola di AI predittiva e di digital currencies (sia stablecoin che CBDC), strumenti capaci di tracciare, programmare e limitare da remoto la libertà umana con un clic.

Ognuno di questi effetti però genera il suo contrappasso, di conseguenza, l’antico tema della giustizia sociale non scompare, ma piuttosto si arricchisce e si complica: tant’è che oggi parlare di equità significa pretendere una distribuzione onesta delle risorse anche digitali, significa strappare  il monopolio dei dati ai colossi della Silicon Valley e della tecnopoli cinese per restituirli alla sfera del bene comune.

Le Vie d’Uscita e l’Inconsapevolezza dei Popoli

Di fronte a questo bivio epocale, le strade percorribili dai futuri “architetti globali”  appaiono limitate e ben precise:

  • Il G3 Globale: La via del pragmatismo cinico, iperrealista ma stabile, ovvero un accordo diretto e tripartito tra Washington, Pechino e Mosca per spartirsi le sfere d’influenza e i territori sia digitali e che fisici, congelando in tal modo il conflitto globale.
  • Il Multilateralismo: Il ripristino della legalità internazionale, che ha svolto un ruolo essenziale nella seconda metà del 1900, attraverso il ritorno ai tavoli delle Istituzioni Internazionali, a patto che queste vengano rifondate e liberate dalle influenze dei potentati commerciali privati.
  • La Dottrina Sociale: Una via ispirata alla profonda visione della Dottrina Sociale della Chiesa di Roma e di ogni altra Grande Tradizione Spirituale del mondo, capace di rimettere il lavoro, la dignità della persona e la solidarietà al di sopra della finanza speculativa e dell’idolatria tecnologica.

L’alternativa a queste soluzioni è il baratro. Se fallisce la via diplomatica ed etica, il potere rimarrà nelle mani di oligarchie tecnocratiche e di qualche guerriero psicopatico in posizioni di comando, che pur di mantenere l’egemonia o di accelerare il processo di transizione antropologica, ci trascinerà dentro guerre infinite, conflitti ibridi e permanenti in cui la distinzione tra stato di pace e stato di guerra viene definitivamente cancellata.

Di fronte a una tale complessità, la grande maggioranza dei Popoli si trova in una condizione di tragica alienazione. I “civili di nazioni alleate” non leggono più né libri né giornali, gli anziani guardano la televisione e i giovani consumano freneticamente ogni contenuto offerto dai social media, quasi tutti sono anestetizzati dal flusso continuo di informazioni e intrattenimento, mentre i loro Capi Politici, spesso non eletti o privi di reale mandato popolare, giocano a “fare  la Guerra”  e stringono segreti patti sulla pelle dei cittadini ignari.

Ma … sebbene i Popoli si trovino in uno stato di scarsa consapevolezza, manipolati da una propaganda sofisticata e pervasiva, resta in loro un istinto primordiale ineliminabile: la stragrande maggioranza della popolazione mondiale rimane, comunque e sempre, contro la Guerra. È in questa resistenza silenziosa, in questo rifiuto viscerale della distruzione, che risiede l'ultimo baluardo di resistenza e umanità da cui ripartire per rivendicare il primato della coscienza sulla potenza di calcolo.

 

 

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