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“L’accordo con l’Iran è imminente”: Trump lo ha ripetuto 37 volte in due mesi. Ma il conflitto è ancora in corso

“Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un ottimo accordo, mancano due o tre giorni“: parole di Donald Trump nella mattinata di martedì 9 giugno. Chissà se questo annuncio fa già parte o andrà ad aggiungersi a tutti quelli, identici, fatti negli ultimi due mesi, senza che poi si traducessero in un’intesa reale. La Cnn li ha contati: dal 7 aprile scorso, giorno in cui è stato annunciato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, Trump ha detto che un accordo con la Repubblica Islamica era imminente per ben 37 volte.

Già due mesi fa il presidente americano sui suoi canali social disse che le negoziazioni erano “a buon punto”, ma che sarebbero servite altre due settimane affinché “l’accordo fosse finalizzato e perfezionato”. Sono passati i giorni, le settimane (più di due) e anche i mesi, ma dell’intesa non si ha traccia. Anzi, negli ultimi giorni si è assistito a un nuovo scambio di attacchi tra Teheran e Tel Aviv. Questa impasse non ha impedito al capo della Casa Bianca di continuare a definire “vicina” l’intesa con l’Iran. Lo ha fatto sul suo social Truth, nel corso di incontri ufficiali e nelle varie dichiarazioni pubbliche. Per 37 volte senza che alle parole seguissero i fatti. “Non c’è alcuna indicazione che ciò sia più vero oggi di quanto lo fosse il 7 aprile – scrive Cnn – Ma Trump continua a ripeterlo. O perché è un illuso o perché cerca di calmare i mercati finanziari o perché pensa di poterlo far avverare con la sola forza di volontà”.

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Da Monti a Calenda, fino a Picierno e Hallissey: nasce ‘Europeisti’ per una “Europa patria”. “Difesa comune, dell’Ucraina e dei confini”: il manifesto

Si faranno chiamare Europeisti, ma dal manifesto pubblicato online anche Patrioti Europei sarebbe stato un nome azzeccato. Niente a che vedere, però, con i Patriots for Europe che accolgono partiti come Rassemblement National, Lega, Fidesz o Vox. Per la nuova piattaforma europeista, lanciata lo scorso 9 maggio, l’obiettivo ultimo è “l’Europa patria“. La parola d’ordine, non a caso, è “difesa”: “difesa comune“, “difesa dell’Ucraina“, “difesa dei confini“. Tutto in nome della “sovranità europea“. Schemi narrativi che ricordano (non nei contenuti) quelli degli avversari nazional-populisti e che saranno presentati al pubblico il 15 giugno nel corso di un evento organizzato al Teatro Franco Parenti di Milano. Anche se sulla piattaforma online di nomi ne compaiono ben pochi, salvo quelli dei coordinatori locali, tra coloro che hanno deciso di prendere parte a questo nuovo progetto ci sono l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, il leader di Azione Carlo Calenda, la vicepresidente del Parlamento europeo appena uscita dal Pd, Pina Picierno, l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, l’ex deputato di Scelta Civica Giuseppe De Mita, il presidente di +Europa Matteo Hallissey, la politologa Sofia Ventura e il presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto.

La nuova piattaforma nasce con un obiettivo: trasformare “un europeismo oggi maggioritario ma disperso in una iniziativa militante e organizzata, capace di incidere sulle scelte che contano”. Questo perché, si legge sul portale, “in Italia sta emergendo una maggioranza che non fa rumore ma si vede nei dati: cresce la fiducia nell’Unione (52% degli italiani dice che l’adesione all’Ue è un bene), aumenta la domanda di protezione economica e sicurezza (67% vuole un’Europa che contribuisca alla sicurezza) e una quota enorme di cittadini non si riconosce più nei vecchi riflessi nazionalisti né nelle liturgie dell’europeismo di facciata”.

Le linee guida sono definite: “Difesa comune, potenza tecnologica, energia sicura, istituzioni capaci di decidere”. Tutte esplicitate in un manifesto a cavallo tra il pugno di ferro, ad esempio su temi come l’immigrazione, a posizioni che vanno oltre il federalismo europeo, come quando si auspica di abbandonare le “vie di mezzo. O l’Europa decide, o subisce. Tutto il resto è gestione del declino. Dobbiamo costruire una campagna permanente sulla sovranità europea in difesa, energia, tecnologia e finanza”. Si sostiene che “la pace si garantisce con la forza, non con le intenzioni”, formula cara ai vertici delle istituzioni europee come Ursula von der Leyen o Kaja Kallas. E non a caso si puntualizza che “difendere Kyiv oggi significa evitare di difendere Varsavia o Roma domani”.

Per portare avanti il progetto sono stati coinvolti vari ambienti di centro: da una folta schiera di ex Margherita all’ex leader di Scelta Civica Mario Monti, dai Radicali di ieri e di oggi a esponenti di Azione. Il tempo dirà se sarà questo lo “spazio pubblico al centro” citato da Picierno dopo l’uscita dal Partito Democratico.

X: @GianniRosini

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Russia-Ucraina, riecco il mediatore Roman Abramovich (come ai colloqui di Istanbul): l’oligarca russo messaggero tra Putin e Zelensky

Più di quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina e, alla fine, si torna a Istanbul. Almeno idealmente. Perché c’è un nome, riportato in auge dal presidente Volodymyr Zelensky in queste ore, che aveva fatto capolino nelle iniziali trattative di pace tra i due Paesi nella capitale turca. Un nome poi finito nel mucchio degli oligarchi russi sanzionati dall’Unione europea e quindi uscito gradualmente di scena. È Roman Abramovich, l’ex patron del Chelsea a cui, ha rivelato il presidente ucraino, Mosca ha chiesto di fare da mediatore per cercare di intavolare trattative col primo obiettivo di arrivare a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati di pace, come precisato nella lettera che il capo dello Stato ucraino ha inviato all’omologo russo. “Io sono pronto a sedermi al tavolo, ma non a Mosca o Minsk – ha dichiarato Zelensky a Sky News – Putin può scegliere il formato che vuole, con Donald Trump, con gli europei, o anche un incontro bilaterale. Sarebbe un bel segnale se ci incontrassimo e coordinassimo un cessate il fuoco. Mosca ha fatto riferimento ad Anchorage ma non può decidere senza di noi, senza il nostro popolo”.

Così, nonostante le sanzioni, Abramovich torna protagonista sottotraccia dell’ultimo tentativo di avvicinamento tra Mosca e Kiev, uno dei più decisi degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda Zelensky. L’oligarca, ha però spiegato il presidente ucraino, “è venuto a Kiev, mi ha detto che portava un messaggio per me e che voleva prendere un mio messaggio e portarlo a Putin”. Sembra che il primo avvicinamento sia stato quindi quello di Mosca e non di Kiev, come emerso in un primo momento, con Zelensky che ha forzato la mano del presidente russo con la lettera apparsa sul sito ufficiale della Presidenza. L’idea del Cremlino, ha rivelato lo stesso Zelensky, era invece quella di mantenere i contatti riservati: “Disse – ha aggiunto il presidente ucraino – che questo doveva svolgersi in maniera riservata, senza alcuna pubblicità. Io gli ho risposto che era la sua scelta, per noi non era un problema”, ha concluso Zelensky spiegando che il “messaggio chiave” affidato ad Abramovich era che Kiev non è disposta a cedere il Donbass. “Io ho detto non lasceremo, non vi daremo la vittoria in questo modo”.

Putin ha deciso di contattare Zelensky tramite Abramovich per conoscere la reale volontà dell’Ucraina di aprire un tavolo negoziale. Da qui la risposta dell’omologo che ha ribadito le proprie linee rosse. I due hanno poi parlato dei compromessi ai quali ognuna delle due parti è disposta a scendere, precisando comunque che per l’Ucraina questi si potranno concretizzare solo dopo un cessate il fuoco, confermando per il momento la propria disponibilità a congelare la situazione dei territori all’attuale linea del fronte, così da velocizzare l’inizio dei colloqui.

Venerdì scorso, però, si è registrata la frenata del presidente russo. E, dopo le ultime rivelazioni di Zelensky, si capisce che lo stop è arrivato in seguito all’ultimo resoconto di Abramovich: Putin ha detto di aver incontrato “uno dei rappresentanti dei nostri ambienti imprenditoriali” e “questo, diciamo, collega” dopo il suo viaggio a Kiev e di avergli detto di non vedere alcun motivo per incontrare Zelensky. “L’unico senso sarebbe che gli ucraini fermassero l’avanzata delle nostre forze armate”, ha detto Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Indipendentemente dal risultato che darà questo scambio a distanza, la decisione di rivolgersi ad Abramovich dopo oltre quattro anni è un segnale che non può essere ignorato. L’oligarca russo era fisicamente presente ai colloqui di Istanbul di marzo 2022, come provano alcuni scatti dell’evento, uno dei momenti in cui si è stati più vicini a uno stop del conflitto. E fu sempre lui a mediare tra le parti per garantire i flussi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, così come anche in occasione di diversi scambi di prigionieri. Un ruolo di prim’ordine che ha perso rilevanza col passare dei mesi, sia per le sanzioni che non lo hanno risparmiato, nonostante gli sforzi diplomatici, sia per il tentativo degli Stati Uniti, col ritorno di Donald Trump, di diventare il grande mediatore del conflitto. Un tentativo fallito che, oggi, riporta l’oligarca russo al centro dei canali diplomatici tra Mosca e Kiev.

X: @GianniRosini

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