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Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.

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Caporalato a Brindisi, i verbali che hanno portato all’arresto: “Vivevamo in un tugurio, prendevamo l’acqua da un tubo d’irrigazione”

Chi tagliava gli alberi era costretto a vivere in un tugurio, senza riscaldamento e prendendo l’acqua da un tubo per l’irrigazione. Una delle persone per le quali lavoravano, invece, postava video su TikTok per esaltare le sue attività ed era così diventata un’influencer con oltre 10mila follower. Ora è sotto inchiesta per caporalato insieme all’uomo finito ai domiciliari dopo l’arresto in flagranza. L’ultima storiaccia sullo sfruttamento di migranti nelle campagne arriva dalla provincia di Brindisi e vede protagonisti Daniele Argentieri e la sua coindagata.

Per svolgere i lavori della loro cooperativa specializzata nell’espianto di alberi e nella vendita di legna, secondo il pubblico ministero della procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, approfittavano dello stato di bisogno di tre uomini originari dell’Africa “sottoponendoli a condizioni di sfruttamento”. Argentieri, 38 anni, è stato arrestato in flagranza lo scorso 21 maggio e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, ha convalidato il blitz dei carabinieri e ne ha disposto i domiciliari. La donna sotto inchiesta, invece, è indagata a piede libero con le stesse accuse mosse al 38enne.

I tre lavoratori, uno dei quali ha dato il via all’indagine del Nil dei carabinieri denunciando le sue condizioni a marzo, vivevano in un casolare abbandonato nelle campagne di Francavilla Fontana, al confine col Tarantino, e “venivano fatti lavorare per 9-10 ore al giorno”, nei campi a tagliare la legna, “con pausa di soli 10 minuti, occasionalmente estesa a 30, senza che nessuno di essi potesse usufruire del riposo settimanale”, si legge nelle carte che hanno portato Argentieri ai domiciliari. Alla luce dei verbali firmati dai braccianti e del sopralluogo dei carabinieri, il giudice parla di violazioni “sistematiche” dei contratti, di alcuna formazione sulla sicurezza nonostante maneggiassero anche seghe circolari e di un alloggio “degradante”.

La casupola di campagna presentava “pessime condizioni strutturali e igieniche”, “locali fatiscenti”, finestre “protette da soli teli di fortuna” e senza vetri. Un tugurio, senza riscaldamento, dove i migranti si riparavano dal freddo accendendo il fuoco in un caminetto, utilizzando anche la spazzatura. Il bagno? “Praticamente inagibile poiché vi è presente un lavandino in acciaio, otturato dalla presenza di rifiuti e solo delle vasche di fortuna precedentemente riempite di acqua per l’utilizzo”. Sentiti dagli investigatori, i migranti – originari del Marocco – hanno anche spiegato che la fornitura elettrica “non funziona sempre” e il frigorifero aveva “la porta rotta”. Un altro ha riferito che “per poter prelevare acqua necessaria usavamo un tubo da irrigazione”. Il terzo taglialegna ha invece raccontato: “Dormivamo in 5 in una sola camera da letto su materassi di fortuna recuperati per strada. Per ricaricare il cellulare consegnavamo un powerbank a Daniele, che ce lo ricaricava e poi ce lo restituiva carico, per collegarlo poi al cellulare”.

Gli stipendi? Il giudice Testi li definisce molto al di sotto dei minimi del contratto collettivo nazionale, uno dei migranti parla di “50, massimo 100 euro alla settimana”. Senza considerare che stando alla ricostruzione degli inquirenti, Argentieri – che ha respinto tutte le accuse nell’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari – chiedeva 5 euro per il trasporto nelle campagne e altrettanti per alloggiare nel casolare. I ritmi di lavoro sono stati così riassunti davanti ai carabinieri: “Vengono a prenderci alle 6 del mattino e arriviamo nel luogo di lavoro entro le 6.30-7 dipende da dove si trova il terreno – ha raccontato uno dei tre – Porto con me da mangiare e bere, cose a cui provvedo personalmente e questo perché lavoro normalmente fino alle 18-19, circostanza che dipende sempre dal lavoro e dal luogo di lavoro. Raramente ho finito di lavorare prima”.

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