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“Ci sono amicizie che si possono chiudere. Mi dispiace, le ho voluto genuinamente bene ma ormai non ci sono spiragli di riapertura”: così Tommaso Zorzi su Aurora Ramazzotti

Ci sono amicizie che si possono chiudere“. Un’esperienza che Tommaso Zorzi conosce bene e che ha riguardato il suo rapporto con Aurora Ramazzotti. Ospite del podcast Non lo Faccio per Moda, condotto da Giulia Salemi, il volto RealTime ha spiegato: “Mi dispiace, è una persona alla quale ho voluto genuinamente bene. Non le ho mai fatto del male e non voglio dire che lei ne abbia fatto a me. Insomma, parlo per me. Ormai è un rapporto chiuso e credo anche che non ci sia spiraglio di riapertura ma va bene“.

Parole nette su un rapporto che per anni era parso molto stretto. E a proposito delle imminenti nozze di Ramazzotti con Goffredo Cerza, il commento è stato netto: “La ricordo con grandissimo affetto, sono felice della vita che ha. Ho una sana invidia nei suoi confronti per la famiglia che ha saputo costruire. Goffredo è l’uomo dei sogni (…) Non ci siamo mai fatti del male, quindi io sono molto felice per lei. Adesso so che si sposa, quindi le auguro ogni bene”.

Le prime avvisaglie della fine dell’amicizia si erano viste già nel 2024 quando un follower aveva posto a Zorzi una domanda, su Instagram: “Aurora ti ha lanciato frecciatine per mesi e non hai mai risposto. Perché?“. Secca la risposta: “Perché ho molto rispetto dei miei rapporti (presenti e passati) e non mi piace gettarli in pasto ai social. Non l’ho mai fatto. Nemmeno con i miei ex fidanzati. Non posso dire lo stesso per le controparti”.

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“Non ci aspettavamo di essere licenziati dopo Reazione a Catena e nemmeno il pregiudizio di alcune aziende. Con la vincita ho comprato casa”: parla Marco Burato dei Tre di Denari

Chi segue Reazione a Catena se li ricorda bene. I Tre di Denari, dieci anni fa, rimasero in gara per 35 puntate consecutive e portarono a casa una vincita complessiva di 420 mila euro. Uno di loro, Marco Burato, si è raccontato a Fanpage dopo essere tornato protanonista nel quiz di RaiUno per il torneo dei campioni.

Burato, che forma la quadra insieme a Francesco Nonnis e Michael Di Liberto, ha colto l’occasione per tracciare un bilancio dei conduttori incontrati nel programma. “Con Amadeus abbiamo fatto 35 puntate più un serale. Ci siamo affezionati a lui perché abbiamo trascorso tanto tempo insieme”, racconta. Poi il confronto con gli altri volti che si sono alternati alla guida del quiz: “Marco Liorni era un po’ più soft. Pino Insegno è un bravo comico, fa molto ridere e anche l’interazione con i concorrenti è coinvolgente. Fa battute, intrattiene, scherza. Giocare così è piacevole perché ti senti sempre nel vivo della puntata”.

Ma il ricordo più forte resta quello del periodo successivo alla vittoria. Nel 2017, infatti, per lui e per i suoi colleghi e compagni di squadra arrivò il licenziamento dall’azienda in cui lavoravano. Una vicenda che fece molto discutere e che, racconta oggi Burato, ha avuto conseguenze anche nella ricerca di un nuovo impiego. “All’inizio non è stato facile perché la notizia del licenziamento era finita ovunque, persino in televisione, quindi lo sapevano anche nelle aziende in cui facevo i colloqui”, spiega. “Alcuni pensavano che avessimo anteposto la televisione al lavoro, ma in realtà non è andata così. Mi sentivo dire: ‘Ci interessi, ma non ce la sentiamo di assumerti’. Non ci aspettavamo né il licenziamento né il pregiudizio che ne è derivato”.

Oggi la situazione è molto diversa. Burato lavora da quasi otto anni in un’azienda che produce moduli LED e racconta di aver trovato un ambiente che non ha mai guardato con sospetto alla sua esperienza televisiva. “Il mio capo attuale non ha mai avuto pregiudizi sulla mia partecipazione a Reazione a Catena. Quando mi hanno richiamato per il torneo dei campioni mi ha fatto l’in bocca al lupo“.

Nel frattempo anche i progetti condivisi con gli ex compagni di squadra hanno preso strade diverse. L’idea di aprire un pub insieme, nata dopo la vincita, non si è mai concretizzata. “Eravamo giovani e abbiamo sottovalutato l’impegno economico”, ammette.

Quei 420 mila euro vinti, però, hanno lasciato un segno concreto. “Non è una cifra che ti cambia la vita, ma è comunque importante”, spiega. “Ho comprato la macchina, che non avevo, e soprattutto ho acquistato casa. Comprare una casa a Milano non è facile, quindi quella vincita è stata essenziale“.

C’è poi un altro aspetto che lega ancora oggi Burato al programma che lo ha reso famoso. Nel 2023 ha sposato Rachele Setola, ex concorrente del quiz nella squadra de Le Regine di Cuori. “Noi già convivevamo da parecchi anni, quindi le nozze non hanno cambiato molto”, racconta.

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Richiamato un lotto di Würstel Fiorucci: caseina non dichiarata in etichetta. L’avviso del Ministero della Salute

Richiamo alimentare per un lotto di Würstel Suillo a marchio Fiorucci. Il Ministero della Salute ha segnalato la presenza di caseina non dichiarata in etichetta, disponendo il ritiro precauzionale del prodotto.

Il richiamo riguarda le confezioni da 250 grammi con numero di lotto 160926LM e data di scadenza 16 settembre 2026. Secondo l’avviso pubblicato sul portale dedicato alla sicurezza alimentare, la presenza dell’allergene è emersa durante controlli effettuati dal produttore.

I würstel sono commercializzati da Cesare Fiorucci S.p.A. e prodotti nello stabilimento del Salumificio Scarlino Srl di Ugento (Lecce). Il provvedimento riguarda esclusivamente il lotto indicato dal Ministero.

Le persone allergiche alle proteine del latte sono invitate a non consumare il prodotto e a riportarlo al punto vendita. La caseina, principale proteina del latte, mantiene infatti le proprie caratteristiche allergeniche anche dopo la cottura.

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Torna il verme del Nuovo Mondo negli Stati Uniti dopo 60 anni: cos’è il parassita che può colpire anche l’uomo

Per la prima volta dal 1966 gli Stati Uniti hanno confermato un caso di verme del Nuovo Mondo in Texas. A darne notizia è stato il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA), citato da Reuters, dopo il ritrovamento del parassita in un vitello nella località di La Pryor, a circa 50 chilometri dal confine con il Messico.

La scoperta ha riacceso l’attenzione su un organismo che il Paese era riuscito a eradicare oltre mezzo secolo fa e che oggi rappresenta soprattutto una minaccia per allevamenti e fauna selvatica. Secondo le autorità americane, si tratta al momento di un numero limitato di casi, ma sufficiente a far scattare misure di contenimento e monitoraggio nell’area interessata.

Cos’è il verme del Nuovo Mondo

Nonostante il nome con cui è comunemente conosciuto, il verme del Nuovo Mondo non è un verme vero e proprio. Si tratta della larva della mosca Cochliomyia hominivorax, una specie presente in alcune aree dell’America Centrale, dei Caraibi e del Sud America.

Come riporta Reuters, le femmine depongono le uova all’interno di ferite aperte o nelle mucose di animali a sangue caldo. Quando le uova si schiudono, le larve iniziano a nutrirsi dei tessuti vivi dell’ospite scavando progressivamente nella carne. Se l’infestazione non viene individuata e trattata in tempo, può provocare gravi lesioni e persino la morte dell’animale.

Negli Stati Uniti il parassita era stato eliminato negli anni Sessanta grazie a un programma che prevedeva il rilascio massiccio di mosche sterili, una strategia che oggi le autorità stanno nuovamente valutando per contenere la diffusione del focolaio.

Può colpire anche gli esseri umani?

Sì, ma gli esperti invitano a mantenere le giuste proporzioni. Il verme del Nuovo Mondo colpisce soprattutto bovini, cavalli, animali domestici e fauna selvatica. In casi più rari può infestare anche gli esseri umani, provocando una forma di miasi, cioè un’infestazione da larve che si sviluppano all’interno di ferite o lesioni cutanee.

Secondo le autorità sanitarie statunitensi, i casi nell’uomo restano comunque poco frequenti e il rischio per la popolazione è considerato basso. Inoltre il parassita non rappresenta un problema per la sicurezza alimentare: non infesta carne destinata al consumo, frutta o altri alimenti presenti nella catena commerciale.

Perché la scoperta preoccupa

A preoccupare maggiormente non è tanto il rischio sanitario per la popolazione quanto il possibile impatto economico. Come evidenzia Reuters, il patrimonio bovino degli Stati Uniti si trova già ai livelli più bassi degli ultimi 75 anni. Un’eventuale diffusione del parassita potrebbe causare ulteriori perdite agli allevatori, aumentare i costi sanitari e incidere sulla produzione di carne bovina. Negli ultimi anni Washington ha investito milioni di dollari per rallentare l’avanzata del parassita dal Messico verso nord, intensificando i controlli sugli animali e rafforzando le attività di sorveglianza lungo il confine. Dopo la conferma del caso in Texas, le autorità hanno istituito un’area di controllo attorno al focolaio, limitato gli spostamenti degli animali e avviato nuove misure di monitoraggio. Per ora il numero di infestazioni confermate resta contenuto.

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“Se sono qui è grazie a lui, vorrei incontrarlo”, modella denuncia aggressione in strada a Milano: “Salvata da un ragazzo, mi sembrava italiano”

Pochi minuti che si sono trasformati in un incubo. Anna Aksamit, modella polacca di 30 anni che vive a Milano da alcuni mesi, in una intervista al Corriere della Sera ha raccontato di essere stata aggredita venerdì pomeriggio in via Livenza, nella zona di Porta Romana, da un gruppo di giovani che l’avrebbero inseguita, molestata e picchiata mentre stava andando a fare la spesa. Sull’occhio destro le conseguenze dei colpi. L’episodio sarebbe avvenuto poco dopo le 14. La donna stava raggiungendo un supermercato vicino a casa quando ha notato un gruppo di ragazzi che, a suo dire, stavano consumando alcolici in strada. Insospettita, avrebbe deciso di cambiare percorso per evitare di incrociarli, senza però riuscire a sottrarsi alla loro attenzione.

Secondo il racconto della trentenne, il gruppo l’avrebbe raggiunta poco dopo, circondandola. Da lì sarebbero iniziate le molestie e l’aggressione fisica. La donna sostiene di aver tentato di opporsi e di allontanarsi, ma di essere stata colpita con pugni al volto e all’addome. A interrompere l’aggressione sarebbe stato l’intervento di un giovane passante che, accortosi di quanto stava accadendo, avrebbe affrontato da solo il gruppo. Ne sarebbe nata una colluttazione che avrebbe infine costretto gli aggressori ad allontanarsi.

La stessa Anna ha voluto sottolineare il ruolo decisivo del suo soccorritore: “Sì, un ragazzo coraggioso è intervenuto per aiutarmi dopo aver visto quello che stava succedendo. Anche lui ha rischiato tanto affrontandoli da solo e senza paura. Se sono qui è grazie a lui. Ricordo solo che era molto alto e robusto. Nulla di più. Purtroppo, per lo choc, non ricordo molto altro di quei concitati momenti, sono scappata subito”.

La donna ha spiegato di non conoscere l’identità del giovane e di volerlo rintracciare per ringraziarlo. “Mi piacerebbe incontrarlo o almeno sapere il suo nome. Mi sembrava fosse italiano. Gli devo tanto e vorrei ringraziarlo per quello che ha fatto. È stato un gesto da vero eroe”, ha aggiunto. Dopo l’accaduto, la trentenne ha raccontato di aver trascorso una notte insonne, segnata dalla paura e dalle conseguenze fisiche dell’aggressione. “Ho trascorso tutta la notte a piangere. Non riesco a smettere. Ho avuto tanta paura e, se mi guardo allo specchio, vedo l’occhio continuare a gonfiarsi per le botte. Sono stati attimi terribili. Un episodio che difficilmente riuscirò a dimenticare”. Assistita dall’avvocato Domenico Musicco, la donna non ha ancora formalizzato una denuncia ma ha manifestato l’intenzione di rivolgersi alle autorità nelle prossime ore.

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“Abbiamo pagato 44 euro per due gelati. È stato uno choc. Ci hanno servito cannoli e macaron senza dirci che erano extra”: il racconto di una turista americana in vacanza a Roma

Quarantaquattro euro per due coppette di gelato e alcuni extra che, secondo lei, credeva fossero inclusi. È quanto racconta Nicole Ann, turista della Florida in vacanza a Roma con il marito, che sui social ha definito l’episodio una vera e propria “trappola per turisti”. La sua storia, pubblicata nel gruppo Facebook “Rome Travel Tips – Italy – Sistine Chapel – Colosseum – Vatican“, è stata rilanciata da Repubblica.

Tutto è accaduto il 3 giugno in una gelateria a due passi da piazza Navona. Nicole racconta di aver ordinato due coppette piccole, salvo poi trovarsi davanti a uno scontrino molto più salato del previsto. Il motivo, spiega, è una serie di aggiunte che aveva interpretato come omaggi del locale.

“Abbiamo chiesto due coppette e ci è stata proposta la misura più piccola”, scrive nel post. “Poi sono stati aggiunti cannoli e macaron, facendoci pensare che fossero inclusi“. La turista sostiene di aver capito soltanto alla cassa che quelle aggiunte avevano un costo. “Pensavo avesse detto 14 dollari”, racconta, spiegando di essersi resa conto dell’importo reale solo dopo aver controllato lo scontrino: 44 euro.

Le immagini pubblicate online mostrano però che il conto non riguarda esclusivamente il gelato. Oltre alle due porzioni compaiono infatti panna, due macaron e due cannolini al pistacchio. È proprio qui che nasce la contestazione: non tanto sul prezzo finale in sé, quanto sul fatto che la coppia sostiene di non aver compreso che quei prodotti sarebbero stati addebitati separatamente.

La vicenda ha acceso il dibattito tra gli utenti del gruppo Facebook. C’è chi parla di un costo sproporzionato rispetto a quanto consumato e chi, al contrario, osserva che lo scontrino comprende diversi extra oltre alle coppette di gelato. “È un prezzo altissimo per quello che avete ricevuto”, commenta un’utente.

Altri invitano invece i turisti a chiedere sempre il costo di ogni aggiunta prima di confermare l’ordine. E Nicole Ann, proprio a questo proposito, ha precisato di non voler contestare il conto: “Avrei dovuto controllare il costo dei gelati“. Poi aggiunge: “In Italia abbiamo mangiato gelati eccellenti e non abbiamo mai speso più di 10 dollari, nemmeno per una porzione grande. Per questo è stato uno shock. Succede, ma è scoraggiante“.

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Parla la mamma di Alberto Stasi: “Quando tornerà a casa, da innocente o da colpevole, penso che andremo al cimitero da Chiara Poggi”

La prima cosa che faremo insieme io e Alberto? Penso che andremo al cimitero da Chiara”. Ha parlato in rarissime occasioni Elisabetta Ligabò, la mamma di Alberto Stasi, e torna a farlo proprio pochi giorni dopo l’intervista concessa da Marco Poggi a Quarto Grado. Quasi fosse parte di una “instancabile battaglia mediatica”, come fa notare Selvaggia Lucarelli, secondo la quale “si sta cercando di capovolgere la narrazione su questa vicenda”. Se fino ad ora la madre di Stasi aveva deciso di vivere lontana dai riflettori la vicenda giudiziaria del figlio, oggi parla a Repubblica e racconta come ha vissuto l’ultimo anno ammettendo di essere fiduciosa rispetto al lavoro di “questi nuovi inquirenti e investigatori”.

CASO GARLASCO, PARLA LA MAMMA DI ALBERTO STASI

L’intervista parte dai nuovi indizi a carico dell’indagato Andrea Sempio, che Elisabetta Ligabò definisce “elementi forti”, tanto da spingerla a dire: “Sì, a questo punto, certo che ci credo! Spero fin dal 2007. Non potevo accettare quello che stava succedendo ad Alberto. L’ho sempre detto: se solo avessimo avuto, sia io sia mio marito, il minimo sospetto che fosse stato lui, io personalmente lo avrei preso e portato dai carabinieri”. La madre di Stasi ammette che “dopo la condanna del 2014 la fiducia nella giustizia è venuta a traballare” ma che “questa Procura ha lavorato in modo eccellente”. E a quelli che attaccano la Procura, replica tranchant: “Evidentemente non vogliono che si venga a sapere come sono andate le cose”.

LA VITA A GARLASCO E L’OPINIONE PUBBLICA SU STASI

Poi l’intervista si sposta su un piano più personale, a cominciare dalla vita a Garlasco, rivelando di non avere mai sentito uno sguardo addosso: “O, quanto meno, non li ho notati. Nessuno dei nostri amici si è allontanato o ha avuto sospetti. Io ho sempre fatto la mia vita tranquilla, preferisco stare in casa e non andare in giro. Ho dovuto occuparmi anche del negozio per sei anni, insieme ai due dipendenti, da quando è venuto a mancare mio marito”. Poi confessa che le cose oggi sono diverse, come se l’opinione pubblica avesse “cambiato idea” sul figlio: “Ho sempre avuto persone vicino a darmi conforto nei momenti difficili. Ma ho notato questo cambiamento, ho trovato molta solidarietà nelle piccole cose di tutti i giorni, quando esco in paese per le mie commissioni. Incontro persone che mi fermano e mi dicono: la posso abbracciare?”. E racconta di un episodio accaduto tre giorni fa, quando è andata in Comune per rinnovare la carta d’identità: “Una persona mai vista mi ha guardato e poi mi ha detto: forza, vedrà che questa volta ce la facciamo. Sono cose che aiutano ad andare avanti”.

IL RAPPORTO CON IL FIGLIO ALBERTO

Ma che rapporto hanno lei e il figlio Alberto? “Ci siamo dati forza l’uno con l’altra. Forse Alberto ne ha data più a me, anche se non era fisicamente presente”, ammette la Ligabò, che parla anche della morte del marito come di un momento molto doloro per loro. Oggi lei e Stasi hanno la possibilità di vedersi e di tornare a frequentarsi di più: “Vuol dire molto. Ma no, il rapporto non è cambiato, e lui è sempre lo stesso. Certo che la vita ci ha messo a dura prova”. A domanda diretta sulla prima cosa che faranno assieme quando Stasi tornerà a casa (“da innocente o colpevole”) a risposta è spiazzante: “Siamo già andati sulla tomba di mio marito Nicola, la prima volta che mio figlio ha avuto permesso di muoversi. Penso che andremo al cimitero da Chiara”.

IL RICORDO DI CHIARA POGGI

A proposito di Chiara Poggi, invece, che ricordo ha? “Veniva a casa nostra, anche se non spessissimo. E poi in quella al mare, quando andavano insieme. Erano due ragazzi stupendi. Mi rimane il suo sorriso: sorrideva sempre”. L’ultima volta che l’ha vista è stata nel luglio 2007, quando Stasi era già partito per Londra: “Chiara venne a prendere dei vestiti da portar su. Aveva una gonnellina rossa e una maglietta bianca. Sorridente, felice di andare a trovare Alberto. Comunque, Chiara è sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere. E so che lei da lassù ci sta proteggendo”. Un messaggio per la famiglia Poggi? “Preferisco di no”, risponde la donna. Nessuna parola neppure per Sempio e la famiglia. Ma, credendo all’innocenza del figlio, si sbilancia immaginando l’eventualità che il responsabile dell’omicidio sia rimasto libero per vent’anni: “Mi auguro che abbia vissuto male tutto questo tempo, se possiede una coscienza. Non sono una persona che augura il male agli altri, ma spero che non abbia trovato serenità”.

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“Il successo non cambia quella sensazione di inadeguatezza. La morte? Ineluttabile, vorrei avere il tempo di salutare”: Max Pezzali si racconta

Il successo, anche mostruoso, non potrà mai cambiare quella sensazione di inadeguatezza“: parole importanti, quelle che Max Pezzali dice al Corriere della Sera. In un’epoca dove conta essere al massimo a qualsiasi costo, il cantautore prosegue: “Da ragazzino ero il classico nerd: occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti. Ero appassionato di modellismo militare, studiavo i colori esatti delle livree… cose che non piacciono alle coetanee e alle persone di successo della tua classe. Questo mi ha dato la possibilità di capire gli altri inadeguati”. E si definisce “sfigatello“.

Nella lunga chiacchierata si vede una sincerità che è merce rara nei cantautori d’oggi: “(…) il patrimonio genetico da inadeguato l’ho portato sempre con me. E nel mio lavoro non aiuta. In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa per la testa di tutto: critico le mie scelte, scatta la sindrome dell’impostore… Come quando trovi un posto di blocco e ti consegni alla polizia anche se non hai fatto nulla e loro ti dicono ‘vada vada’”.

Dalla consapevolezza di essere l’artista che quest’anno vende più biglietti, ai ricordi di prime volte (“Avevo 17 anni. Con Luciana, che fu la mia fidanzatina per un po’ di tempo”), e gli aneddoti su canzoni cult come “Sei un mito: “È la storia di un amore che sembrava impossibile. Estate 1992, l’anno del successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Io e Mauro Repetto facevamo avanti e indietro tra Riccione — per le feste di Radio Deejay — e Pavia, vuota e deserta. Una sera si creò il clima da isola deserta: lei, il mito…”. Chi è il mito? Il nome Pezzali non lo dice ma racconta: “È andata bene; ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire”.

I ricordi, quelli di ragazzo e la vita di oggi, con il figlio adolescente che si chiama Hilo “come una città delle Hawaii che prende il nome da un esploratore polinesiano”, per arrivare alla politica con Meloni che, secondo Pezzali, “ha delle doti e, in un tempo molto difficile e delirante come questo, sia riuscita a barcamenarsi come immagine internazionale” ma anche Schlein “conosciuta a un concerto e l’ho trovata molto simpatica. Mi sembra una che conosce il tempo in cui viviamo”, e Vannacci che “parla di cose obsolete. Ho imparato grazie a mio figlio a vedere gli avvenimenti lungo la timeline: sulla linea del tempo Cleopatra è più vicina all’iPhone che alle piramidi. Quando sono nato io nessuno era così ossessionato da quello che accadeva 80 anni prima, a fine Ottocento, quanto Vannacci invece mi sembra avvitato sul 1945“.

L’intervista è lunga, densa, e c’è spazio anche per il Festival: “Chi fa questo lavoro ha delle superstizioni e la mia è un po’ quella della maledizione di Sanremo. Con gli 883 ci andammo nel 1995 con ‘Senza averti qui‘ e come autori di ‘Finalmente tu‘ di Fiorello. Avevamo lo stesso team e il fatto che Fiore fosse favorito ma non avesse vinto, il suo fidanzamento con una delle presentatrici e altro ci avevano messo addosso così tanta pressione che sono tornato con herpes, sfoghi cutanei e 40 di febbre”.

E il rapporto con Dio? “Credo in qualcosa tipo lo spirito della natura, una spiritualità in linea con la necessità che abbiamo un po’ tutti, ma non ho bisogno di trasformarla in un’immagine, in un’effigie”. La morte, dice Pezzali, “è ineluttabile. Mio padre dice che vorrebbe addormentarsi e non svegliarsi più per paura della sofferenza. Io invece vorrei avere il tempo di salutare tutti quelli a cui voglio bene”.

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