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“Da Valditara a Bongiorno, sulla violenza di genere non troveremo alleati nella destra”: al via la campagna “Libere anche qui” sul consenso digitale

“La nostra campagna sul consenso digitale e contro la violenza di genere online è aperta a tutti, trasversale. Volentieri la condividiamo pure con le forze di maggioranza. Dopodiché va ricordato che partiamo da radici culturali differenti: il disegno di legge Bongiorno è una prima risposta, quello Valditara una seconda. Nonostante Giorgia Meloni sia la prima presidente del Consiglio donna, la delusione è significativa. Quindi non credo che troveremo degli alleati purtroppo”. Il giorno successivo all’approvazione definitiva, tra le proteste delle opposizioni, del disegno di legge Valditara sul consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuoaffettiva, al Senato una rete di giovani amministratrici e attiviste di area progressista ha presentato la campagna nazionale “Libere anche qui“.

Tra le promotrici c’è la consigliera comunale Pd di Latina Valeria Campagna, componente della Direzione nazionale dem, che nel 2025 aveva denunciato pubblicamente che alcune sue fotografie erano state utilizzate senza consenso su phica.eu, forum che pubblicava scatti rubati sui social network o foto scattate di nascosto in luoghi pubblici e privati all’insaputa delle dirette interessate, poi chiuso. “La violenza digitale è una violenza reale. Nasce da una cultura dello stupro, profondamente radicata, che viola il consenso e la reciprocità delle donne, nella nostra vita di tutti i giorni, nei nostri ambienti di lavoro e di studio, di socialità. E quello che succede online è solo il continuum delle dinamiche di potere patriarcali che abitano la nostra società”, ha spiegato nel corso della conferenza a Palazzo Madama. Insieme a lei anche Anna Frattini, assessora a Brescia, Lucrezia Iurlaro, presidente dell’associazione Tocca a noi, Giulia Pelucchi, presidente del Municipio 8 di Milano, e Laura Sparavigna, assessora a Firenze. Donne impegnate a livello istituzionale e politico che hanno subito a loro volta molestie, sessismo e violenza digitale. Per questo, hanno spiegato, l’obiettivo è trasformare l’indignazione individuale in un’azione collettiva e politica.

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Argentina, l’anniversario di “Ni una menos” segnato da altri femminicidi. Ma Milei taglia fondi e programmi contro la violenza di genere

A undici anni dalla prima manifestazione di Ni Una Menos, il movimento femminista argentino torna a marciare contro la violenza di genere e i femminicidi. A Buenos Aires, centinaia di migliaia di persone hanno camminato fino alla piazza del Congresso dietro le parole “ci vogliamo vive e libere”. L’anniversario della nascita di Ni Una Menos, che ogni anno il 3 giugno organizza manifestazioni in tutto il Paese, è segnato dalla morte di tre ragazze che sembrano aggiungersi agli oltre 80 femminicidi avvenuti nel Paese nel 2026. Il corpo della diciassettenne Dulce María Beatriz Candia, cercata per due settimane dalla famiglia, è stato ritrovato in un edificio abbandonato. Si sospetta che sia stata uccisa da Mario Yung, tassista di 46 anni. Noelia Carolina Romero è stata uccisa dal compagno, Tomás Adrián Núñez: era riuscita a chiamare la polizia per chiedere aiuto ma quando gli agenti sono arrivati, era già morta accoltellata. Agostina Vega aveva 14 anni: i resti del suo corpo sono stati ritrovati in un terreno abbandonato fuori dalla città di Córdoba. Le prime indagini indicano che Claudio Barrelier, ex compagno della madre, l’avrebbe violentata e poi strangolata. Barrelier aveva lavorato con l’amministrazione locale e con il principale partito della città. Già nel 2025 era stato incarcerato per avere sequestrato in casa sua una donna, che era riuscita a scappare. Era stato liberato dopo 20 giorni, dietro il pagamento di una cauzione. I familiari hanno denunciato che le indagini sulla scomparsa di Agostina sono iniziate in ritardo, nonostante sin dall’inizio ci fossero testimonianze ed elementi a carico del principale sospettato che ora si trova in carcere.

Femminicidi come quello di Agostina colpiscono profondamente a livello sociale perché mostrano che il maschilismo non ha fatto alcun passo indietro nella sua crudeltà. Nel corso della vita, tutte noi in Argentina abbiamo un femminicidio che ci ha segnate. Ricordo quando hanno ucciso Candela Sol Rodríguez (sequestrata e uccisa nel 2011, aveva undici anni, ndr) e Ángeles Rawson (assassinata dal portiere del palazzo in cui viveva a Buenos Aires, ndr)”, dice al fattoquotidiano.it Catalina Escardó, docente, tra le partecipanti alla manifestazione. “Scendere in strada ogni anno il 3 giugno è un rito molto importante da mantenere vivo. Serve a continuare a farci incontrare e a costruire sostegno reciproco in un panorama così desolante, in cui le destre avanzano e il mondo appare più difficile da cambiare. La sensazione di essere ancora prive di protezione è terribile. Ma oggi possiamo scendere in strada e incontrare altre donne, possibilità che prima del 2015 non esisteva”.

In Argentina si registra un femminicidio ogni 31 ore. Da quando nel 2023 si è insediato il governo di Javier Milei, sono stati tagliati drasticamente i finanziamenti ai programmi di prevenzione alla violenza di genere. Una delle prime decisioni dell’esecutivo era stata chiudere il Ministero delle Donne, Genere e Diversità, riducendolo a una sottosegreteria che poi è stata chiusa. Secondo un’analisi elaborata dall’Equipo Latinoamericano de Justicia y Género, nel 2026 le politiche di prevenzione della violenza di genere hanno subito un taglio del 89% rispetto al 2023. Il programma Acompañar, che fornisce supporto economico alle donne in situazioni di violenza, è passato dall’assistere 102mila donne nel 2023 a zero nel 2025. La linea telefonica di assistenza 144 (un servizio telefonico gratuito nazionale dedicato all’assistenza, all’ascolto e all’orientamento per persone che subiscono violenza di genere) è stata smantellata.

Il presidente Milei ha criticato la specificità del reato di femminicidio, minacciando di eliminarlo dal codice penale, e ha spesso espresso pubblicamente opinioni omofobe e contrarie ai diritti LGBTQ+. “Questo governo sta praticando un anti-femmismo di Stato”, hanno detto le attiviste di Ni Una Menos. “Di fronte al governo di Milei che nega la violenza patriarcale, oggi diciamo: le nostre vite non sono sacrificabili”.

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“Ci siamo mai chiesti cosa c’è dentro ai trucchi che usiamo tutti i giorni? Un prodotto fatto bene non può costare sei euro. Le bambine oggi pensano agli anti-age, è angosciante”: parla la dermatologa Pucci Romano

Vogliamo conoscere tutto della nostra crema, del siero o della maschera per il viso. Siamo (giustamente) selettivi sui prodotti che toccano la pelle, il nostro organo più esteso. Allora perché non facciamo lo stesso con il make-up? La dottoressa Pucci Romano – dermatologa, docente universitaria e presidente di Skineco – si è fatta la stessa domanda nel nuovo libro Il Trucco C’è, Heisenberg Editore & compagnia editoriale Aliberti. Una vera e propria guida alla cosmesi consapevole e all’ecodermocompatibilità, l’accordo tra l’efficacia sulla pelle e il rispetto per l’ambiente.

Da anni Pucci Romano è in prima linea per promuovere un approccio scientifico, ma accessibile, alla cura della pelle. La sua filosofia unisce salute cutanea e sostenibilità ambientale, combattendo le fake news del settore beauty sui social e spingendo verso un consumo più etico e consapevole. Soprattutto in fatto di make-up, di cui è un’appassionata, oltre che un’esperta: “È un settore che viene considerato molto poco, come se non avesse rapporto con la pelle – spiega al fattoquotidiano.it – Mentre per la skincare abbiamo maturato una serie di riflessioni, il make-up è un po’ la Cenerentola della cosmesi, perché non viene presa in considerazione la qualità del prodotto. Si pensa esclusivamente all’aspetto e al risultato che mascara, fondotinta e illuminanti ci possono offrire. Ma ci siamo mai chiesti cosa ci sia dentro?”

Le formulazioni dei cosmetici entrano in contatto con parti sensibili del nostro corpo: occhi, labbra, pelle. Per questo è importante conoscerle, capirle e selezionare bene gli ingredienti: “Chi si trucca tutti i giorni, come me, ha un’esposizione protratta nel tempo: è un dato che mi ha fatto riflettere prima da consumatrice, poi da dermatologa”. Parte da qui il libro Il Trucco C’è, un viaggio che intreccia aneddoti storici, come i cosmetici tossici del passato, alle ultime ricerche scientifiche per districarsi dalle trappole del marketing e riscoprire il valore del trucco: un gesto terapeutico, di cura e di benessere.

C’è un legame molto stretto, infatti, tra make-up e salute: “Parlando con un collega oculista a un convegno – spiega – ho scoperto che hanno trovato tracce di microplastiche nel vitreo, e arrivano dal sangue. Questo dimostra che abbiamo una contaminazione pazzesca e i trucchi sono una delle tante fonti. Le microplastiche sono state vietate nella detergenza e negli scrub, ma in altri prodotti come le ciprie o le matite no”. Perché questa disparità? “Bella domanda, bisognerebbe chiederlo agli organismi regolatori”.

Orientarsi tra gli scaffali del trucco, però, non è semplice. “Quando leggiamo l’INCI non troviamo scritto microplastiche, ovviamente, troviamo tutta una serie di nomi che afferiscono al gruppo delle microplastiche”. Nel libro quindi ha inserito tabelle con tutti i nomi, da usare come vademecum alla lettura di un’etichetta. “Prima le aziende lo capiscono, meglio sarà per tutti: non si può più usare il pronto. La maggior parte dei prodotti che troviamo in commercio viene fatta a calderoni, ovvero: tu prendi una base, che è uguale per tutti, e poi la personalizzi in qualche modo. È lì che si trovano i conservanti e gli additivi peggiori”.

I trucchi devono essere sicuri per la salute, ovviamente. Ma devono anche essere funzionali: ci si aspetta un certo risultato, che ci facciano sentire bene. L’obiettivo, oggi, è avere “un prodotto che non solo mi abbellisca, ma che faccia sinergia con la skincare, prolungando l’idratazione o con un’azione fotoprotettiva, per esempio“. Da questa esigenza è nata la linea di make-up della dottoressa, Double Beauty Pucci Romano Make Up, che verrà lanciata a settembre per offrire un’alternativa. Prodotti sicuri, affidabili e con prezzi “accettabili, alla portata di tutti. Un fondotinta di qualità, che posso usare anche su una pelle problematica, può costare tra i 20 e i 30 euro”.

Nell’arco della lunga carriera della dermatologa, l’attenzione delle persone alla cura della pelle e alla skincare è drasticamente cambiata. L’offerta delle aziende, di conseguenza, è esplosa. In questo cambiamento, i social media giocano un ruolo fondamentale, influenzando i comportamenti delle consumatrici più giovani, che spesso si lasciano guidare dalla popolarità di un certo prodotto o dal prezzo basso. “Un prodotto fatto bene non può costare sei euro – avverte la dermatologa – Se voglio far validare il mio prodotto ho bisogno di test indipendenti, che si pagano. Ma da qui a dire che debba costare centinaia di euro… Il rapporto qualità-prezzo deve essere onesto e giusto”.

A proposito di social: un capitolo del libro è dedicato alla precocità con cui bambine e adolescenti si avvicinano alla cosmesi, i famosi Sephora Kids. “Il vero problema sono i genitori. L’obiettivo è formare la mamma per difendere la figlia, farle perdere un po’ di tempo per spiegare, anziché imporre un divieto che probabilmente avrebbe l’effetto contrario”. Un fenomeno che la dottoressa Romano ha visto da vicino, avendo una nipotina di undici anni. E che conosce bene anche da dermatologa: “Ho visto un’accelerazione dell’acne dovuta a overdose cosmetica: gli adolescenti hanno ghiandole sebacee molto sensibili a ciò che si utilizza. Poi sa, il trucco è una cosa, la skincare è un’altra”. La questione, però, è più ampia: che tipo di valori stiamo trasmettendo? “ Il problema è che le bambine cominciano a pensare agli antirughe, ed è una cosa angosciante. Perché un bambino dovrebbe avere l’ansia di invecchiare? Questa è la domanda che bisognerebbe farsi”.

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