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Zelensky scrive a Putin: "Incontriamoci", il Cremlino: "Venga a Mosca quando vuole". Trump: "Devono vedersi"

Vladimir Putin si dice pronto a "una soluzione pacifica". Ma il presidente ucraino gli indirizza una lettera aperta: "Poniamo fine a questa guerra con un dialogo diretto". Mosca: "Non contrari all'adesione dell'Ucraina alla Ue". E Trump esulta: "Sarebbe bellissimo se si incontrassero"

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Dalla par condicio alla pax condicio: parte la campagna No Peace No Panel per ripensare la narrazione della guerra sui media

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Silenziata dalla narrazione mediatica dominante, resa vuota dal modo retorico in cui ne parla la politica, banalizzata dal mondo della cultura e dell’arte: la pace non è mai stata così necessaria, eppure non è mai stata così latitante, a partire dai nostri feed social.

È da questa urgenza che nasce No Peace No Panel, la campagna sostenuta da giornalisti e giornaliste del servizio pubblico e privato, cittadini e cittadine comuni, direttori e direttrici di testate nazionali, intellettuali, vertici degli enti di categoria e associazioni giornalistiche e dalle più importanti associazioni e reti pacifiste. L’obiettivo è quello di ripensare la narrazione (soprattutto mediatica) passando dal concetto di par condicio a quello di pax condicio: per i dibattiti (e i contenuti) che trattano gli svariati temi contemporanei è sufficiente il consueto equilibrio tra destra e sinistra (par condicio), ma quando si parla di guerra questo schema non basta più, perché l’unico contraddittorio all’altezza del conflitto, è la pace. Allora bisogna iniziare a chiedersi se è presente almeno un portavoce di pace, se si sta rappresentando solo il bellicismo, se si è dato spazio alla pace e alle sue idee (pax condicio). Il decalogo è stato presentato anche in Commissione di Vigilanza Rai ed è in attesa di un voto che tarda da più di un anno e mezzo a causa dello stallo della Commissione. Intanto l’escalation mediatica continua, le guerre si moltiplicano e la voce della pace non trova spazio. Così oggi, grazie Fatto Quotidiano e alla creatività di MammaStudio, nasce una campagna social che prova a comunicare sui temi di pace in maniera nuova.

Parlare di pace è problematico perché per farlo dobbiamo prendere per forza in considerazione il suo opposto: la guerra. La pace sembrerebbe costituirsi solo per negazione: è il segno meno sulla guerra a dettare la pace, come se l’assenza, anche parziale di conflitto determinasse di per sé la pace. In questo modo, però, si priva la pace della sua dimensione narrativa e quindi della sua capacità trasformativa e resistente. Una condizione necessaria: se non alleniamo la pace, non avremo “muscoli” sufficienti per portarla sul ring e mandare al tappeto l’ennesima guerra. Proprio quello che sta succedendo.

Il pacifismo sembra avere le armi spuntate sia nella realtà – basti pensare a quante manifestazioni nazionali unitarie pacifiste si è stati in grado di organizzare in Italia in questo momento storico, che è considerato il più grave periodo di conflitti dalla seconda guerra mondiale ad oggi – così come nel racconto mediatico. I portavoce di pace sono gli ultimi chiamati a dire la loro e quindi non hanno modo di costruire opinione né leadership (cosa potremmo rispondere, ad esempio, alla domanda: chi è il nuovo Gino Strada?). La pace non è in grado di diventare virale sui social e ci sono pochissimi distributori di cultura e arte capaci di andare oltre lo sventolio di una bandiera arcobaleno e un pacifismo da “volemose bene”.

Intanto, il bellicismo imperversa. In questo ecosistema di dibattito pubblico la pace sembra un concetto debole, noioso, retorico, astratto. La guerra invece è concreta, necessaria, spettacolare, immediata. Nelle chiacchiere da bar – riflesso del talk show medio italiano – sembra sempre “vincere” il più informato di geopolitica, il più cinico e cosciente sugli equilibri tra potenze globali, insomma quello che alla fine dei conti porta avanti senza neanche saperlo un concetto basilare quanto tossico: la guerra è inevitabile. Come se il conflitto fosse la normalità e la pace l’eccezione. Per non parlare dell’opinionista da “se vuoi la pace, prepara la guerra”, come se la pace fosse derivativa e il suo fare dipendesse dalla guerra (sorvolando sul fatto che forse, dopo 1300 anni di sanguinosi conflitti, sia giunto il tempo che questa locuzione latina venga superata). E via discettando fino a chi si aggrappa a vecchi slogan tipo “il mondo non si cambia con i fiori”, per dare alla pace una cornice da ingenui sessantottini. O ancora “i pacifisti non sanno come funziona la realtà”, come se la realtà fosse una condizione perpetua di lotta.

Di fronte a tutto questo, la pace è disarmata. E anche chi sente dentro di sé che è la cosa giusta, non ha strumenti semplici e a portata di mano per parlarne. Il pacifista che è in noi capisce di doversi informare troppo, di dover cercare troppo su Google o di dover leggere troppi libri per poter far fronte al plotone d’esecuzione dei commentatori da tavolino pronti a metterlo all’angolo con un: “questi pensano di fermare i carri armati con i fiori”. Certo, trasformare la pace da concetto morale a fenomeno culturale non è un gioco da ragazzi. Lo dimostrano i tantissimi portavoce di pace (associazioni e reti, movimenti non-violenti, Ong che operano su territori di guerra) che, troppo spesso ignorati dai media mainstream, si battono da anni, con coraggio, per farlo.

La campagna No Peace No panel propone una soluzione, che non è l’unica. Il concetto è chiaro: fino a quando la voce della pace non verrà rappresentata equamente nei dibattiti e nei contenuti, questa verrà relegata nella spirale del silenzio e non emergerà, non avrà modo di guardarsi, ascoltarsi, immaginare nuovi significati, diventare popolare o criticata, ma comunque presente. È anche un problema di applicazione della Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra” sì, ma solo lì, nella Costituzione (art .11).

Nel Paese e nel suo sistema informativo e culturale no, lì si parla quasi solo di guerra e il risultato è scontato: la guerra si moltiplica. Ecco perché pensiamo di dover passare dalla par condicio, alla pax condicio. Una proposta che riguarda non solo i dibattiti, ma anche i contenuti. In un Paese nel quale la maggioranza della popolazione nei sondaggi è sempre sfavorevole alla guerra e all’utilizzo della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, si parla troppo poco di pace: gli stessi sondaggi sono poco diffusi, c’è poco spazio per i libri usciti sul tema, le campagne dei pacifisti non vengono citate, le tesi del disarmo quasi mai rappresentate. Intanto c’è un militare o ex militare a fare da opinionista in ogni talk show (quando sarà possibile vedere la realtà analizzata da una prospettiva diversa, per esempio di un costruttore di pace?) e la narrazione giornalistica non riesce ad andare oltre la cronaca di guerra e l’immagine di scenari sempre più allarmarti. È l’escalation mediatica.

Noi vorremmo una pace dai toni forti, che sia in grado di essere anche pop, ironica, riconoscibile. Perché no: “memizzabile”. In grado di operare inversioni di senso: riuscite a immaginare una “propaganda di pace”? Una parola che andrebbe risemantizzata, perché oggi non riesce a contenere l’enorme somma di bellezza che produce: le vite senza droni sulla testa, senza guerra nei tg, senza paura dell’invasore, con le menti sgombre dall’angoscia, libere di sognare un mondo migliore, di dedicarsi a salvare il pianeta dalla crisi climatica o semplicemente vivere un’esistenza di pace.

Eppure come spiega l’artista visual Tommasina Giuliasi con il suo progetto artistico di proiezioni su bandiere bianche: non ci danno pace. E noi, non dovremmo iniziare a prendercela da soli?

Max Brod: Giornalista Rai e coordinatore della campagna No Peace No Panel

L'articolo Dalla par condicio alla pax condicio: parte la campagna No Peace No Panel per ripensare la narrazione della guerra sui media proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Droni su San Pietroburgo. Kiev sfida la Davos di Putin

Nelle stesse ore in cui a San Pietroburgo si apriva il Forum Economico Internazionale, la cosiddetta "Davos russa" voluta dal Cremlino per mostrare al mondo un Paese tutt'altro che isolato, il cielo sopra la seconda città della Federazione veniva attraversato da velivoli ucraini diretti contro infrastrutture strategiche, terminal petroliferi e installazioni militari. È l'immagine più efficace di una guerra combattuta sempre più in profondità nei territori dei contendenti, ma accompagnata da un'intensa attività diplomatica che prova a immaginare il giorno dopo. Grazie anche alle parole di Zelensky, che si dice pronto a incontrare Putin senza la mediazione di Washington.

La giornata si è aperta con una delle operazioni ucraine a lungo raggio più significative dall'inizio della guerra. Droni di Kiev hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo, snodo energetico strategico sul Golfo di Finlandia, a circa 1.100 chilometri dal confine. Le autorità russe confermano l'attacco e riferiscono di feriti e danni nell'area di Kronstadt, dove si concentrano infrastrutture portuali e militari sensibili. L'esercito ucraino sostiene di aver colpito navi e asset logistici, tra cui la corvetta lanciamissili Boykiy. Il presidente Zelensky ha riferito anche di un raid contro un'azienda del settore militare nella regione di Tambov. Sul versante opposto un drone avrebbe centrato un autobus diretto in Crimea: il bilancio è di otto morti. Il Cremlino promette rappresaglie e la prosecuzione dell'offensiva.

Mentre i combattimenti continuano senza tregua, Kiev lavora per consolidare il sostegno politico e militare dell'Occidente. In visita in Ucraina per una riunione del Consiglio Atlantico, il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato che è Mosca, e non Kiev, a trovarsi oggi sotto pressione, pur ribadendo che l'adesione ucraina all'Alleanza non è all'ordine del giorno. Rutte ha inoltre assicurato la prosecuzione delle forniture dei missili intercettori PAC-3, sebbene le scorte dei sistemi Patriot restino limitate, e ha confermato il funzionamento del programma Purl, attraverso il quale i Paesi alleati acquistano armamenti dagli arsenali statunitensi destinati all'Ucraina.

Nel colloquio con Rutte, Zelensky ha però manifestato la preoccupazione che l'attenzione della comunità internazionale possa allontanarsi dal conflitto, e si è detto disposto ad avviare un dialogo diretto con Putin, senza attendere un eventuale intervento Usa. Da Washington, tuttavia, il segretario di Stato Rubio ha assicurato che gli Usa sono pronti a tornare a svolgere un ruolo attivo negli sforzi diplomatici.

Parole importanti, ma il quadro resta contraddittorio. Il premier ungherese Magyar ha proposto Budapest come possibile sede per futuri negoziati di pace, mentre da Mosca la portavoce del ministero degli Esteri Zakharova afferma che non sono arrivate proposte europee concrete su un mediatore. Il Cremlino rilancia il nome dell'ex cancelliere tedesco Schroder. Questo scenario fa da sfondo all'apertura del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, vetrina delle nuove relazioni costruite dalla Russia dopo l'isolamento seguito all'invasione dell'Ucraina. All'evento partecipano 130 Paesi, anche Rodney Mims Cook Jr per gli Usa. Presente anche l'ex sottosegretario del governo gialloverde Michele Geraci, con un millantato incarico ministeriale smentito però dall'esecutivo. Atteso l'intervento di Putin, che tornerà sul conflitto, tra segnali di apertura o nuove rigidità.

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Trump ottimista sull'Iran. "L'intesa già nel weekend"

Rimane elevata la tensione tra Usa e Iran, con nuovi raid reciproci, ma Donald Trump continua a professare ottimismo su un esito positivo dei negoziati, con una firma che può scattare "già nel weekend", e il capo della diplomazia americana Marco Rubio definisce l'operazione militare "conclusa". Ribadendo poi il messaggio che eventuali attacchi sono "di natura puramente difensiva" e volti a proteggere le navi mercantili civili che tentano di attraversare lo stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti l'altra notte hanno attaccato l'isola di Qeshm, colpendo una torre radio di Teheran, come conferma il Centcom, che ha parlato di azioni "difensive". E ha spiegato che le forze Usa hanno intercettato e abbattuto tre droni iraniani lanciati verso marinai civili che stavano transitando nelle acque regionali, e tre missili lanciati al Bahrein. La Repubblica islamica ha reagito lanciando missili contro la nave Panaya e prendendo di mira Kuwait e Bahrein. "Abbiamo danneggiato la base della Quinta Flotta e preso di mira una base aerea nella regione", rivendicano i pasdaran, ma Washington replica che è "falso".

Il presidente Trump, intanto, conferma il suo ottimismo, sostenendo che i colloqui si stanno "evolvendo rapidamente" e che l'Iran ha "già concordato che non avranno armi nucleari". Il tycoon in un'intervista al podcast con Miranda Devine del Washington Post dice di credere che la guida suprema Mojtaba Khamenei sia "assolutamente coinvolto" nel processo decisionale su come porre fine alla guerra, e che "mi piacerebbe incontrarlo, e probabilmente ci incontreremo prima o poi, a seconda di come si evolveranno le cose". Anche secondo il segretario di stato Marco Rubio l'ayatollah - succeduto al padre Ali Khamenei, rimasto ucciso nella prima ondata di attacchi di Usa e Israele - è vivo e "sempre più attivo", precisando tuttavia che tutte le comunicazioni tra gli Stati Uniti e il leader dell'Iran "sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari". Proprio questo aspetto fa sottolineare al titolare di Foggy Bottom la difficoltà di veicolare messaggi all'interno del governo di Teheran. Trump, da parte sua, afferma che gli Stati Uniti "non hanno bisogno" delle loro forze sul terreno, e la sua guerra sta andando bene anche senza la necessità di inviare truppe. "Abbiamo annientato gran parte del loro esercito solo con i bombardamenti - prosegue - Non abbiamo mandato nessuno sul campo".

Poi, il comandante in capo ride delle teorie secondo cui sarebbe stato ingannato dal premier Benjamin Netanyahu per dare il via all'operazione militare. "Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare - assicura al Wp - Ho iniziato perché non possiamo permettere che l'Iran si doti di un'arma nucleare". E questo "riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso".

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che qualsiasi attacco a Beirut scatenerà una "ripresa della guerra su vasta scala". E il vicepresidente del Parlamento Mojtaba Nikzad ripete che "la delegazione iraniana insiste sul nostro diritto all'arricchimento dell'uranio, sulla revoca delle sanzioni e sul risarcimento dei danni". "Non abbiamo negoziato sul programma missilistico - sostiene ancora - Non è corretto dire che ci limitiamo a combattere, ma non dialoghiamo. Le linee rosse tracciate dalla Guida sono all'ordine del giorno. Conduciamo trattative con gli Usa se necessario, ma non ci fidiamo delle promesse".

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In fumo il mito della fortezza di Leningrado. Lo smacco della guerra nella città dello Zar

Nella foto, sulla Prospettiva Nevskij l'aria non è tersa come al solito, quando il vento dalla taiga o del Mar Bianco lucida il profilo di quella che è stata definita una delle più belle città italiane nonostante se ne stia acciambellata in un angolo semiartico del Baltico. No, sulla cupola d'oro della cattedrale di Sant'Isacco si allarga un fumo nero, denso, che non somiglia alla nebbia mattutina descritta in Anna Karenina, ma piuttosto fa risprofondare San Pietroburgo, la perla del Baltico, la "finestra russa sull'Occidente", ai tempi del feroce assedio nazista del '41-'44. Portando con sé quel gusto rancido di guerra in casa che l'Europa si sta sempre più abituando a masticare.

Mezza Ucraina è ormai rasa al suolo, ma paradossalmente il fumo a San Pietroburgo è un'immagine più potente dei palazzi sventrati di Kiev, perché proprio nell'immaginario collettivo risiede la centralità della periferica ex capitale imperiale, nonché città natale di Vladimir Putin. I droni e i missili ucraini Boykiy che ieri hanno centrato le infrastrutture petrolifere russe alla vigilia del summit economico con delegati di 130 Paesi, costringendo a deviare i voli in arrivo all'aeroporto Pulkovo, in realtà hanno abbattuto ben altro: il mito d'acciaio della Leningrado inespugnabile.

Ovvio, la città barocca e neoclassica eretta da Pietro il Grande alla foce paludosa della Neva in spregio a tutto quanto lo Zar liberale odiava della Russia rurale non è certo caduta, e non è neanche ferita; a dirla tutta, le uniche vere vittime dell'attacco sono l'orgoglio nazionale della popolazione e il senso di sicurezza di chi la governa dal Cremlino. Eppure vedere trascinata nel conflitto la città che più di tutte ha fatto da tramite culturale fra Europa e Russia fa riflettere, ci fa sentire le ostilità ancor più vicine di quanto non sembrassero le ben più atroci stragi nel Donetsk.

San Pietroburgo è un'Atlantide del passato, "un riflesso in un vetro appannato" come scriveva Nabokov, ma ha dna pienamente europeo fin dalla sua gestazione. Costruita dai migliori architetti italiani, è la città degli Zar spietati e di quelli assassinati, di tre rivoluzioni e di un attentato jihadista, la città delle Notti bianche e di Delitto e castigo, dei racconti di Gogol e dei versi di Battiato, la città dell'Ermitage e della fortezza di Pietro e Paolo, la città di Lenin e di Stravinskij, del balletto e delle purghe del Kgb, della presunzione e della semplicità. È una città "fondata sugli scheletri" delle decine di migliaia di operai costretti ad erigerla e sull'utopia bolscevica, ma che è riuscita a sopravvivere austera tra eroismo e orrore, dall'ammutinamento dei marinai anarchici di Kronstadt - la base militare nella baia antistante, anch'essa colpita ieri dagli ucraini - alla resistenza di Leningrado.

San Pietroburgo, amichevolmente Piter, è parte di noi tutti, di quanti hanno avuto la fortuna di visitarla e innamorarsene, di quanti l'hanno sognata leggendola o di quanti hanno imparato a declinare i verbi di moto sugli autobus della sua Prospettiva. Vederla in fumo, seppur da lontano, fa rabbrividire tutti. Compresi i tanti che sanno scindere la ricchezza incalcolabile dell'anima russa dalla pochezza di chi ha scelto una guerra senza pace.

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Bibi ricuce con Donald: "Divergenze tattiche". E attacca i leader Ue: "Assecondano l'islam"

"Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari". L'intervista di ieri alla Cnbc in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu flagella il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader europei accusati di sudditanza nei confronti delle minoranze islamiche e di ignavia nei confronti del conflitto iraniano contiene parecchie verità. Ma risponde anche a un'evidente necessità. Riaprendo lo scontro con l'Europa Bibi punta soprattutto a far dimenticare quello con l'alleato Donald Trump. E a ricucire quell'alleanza con l'America che gli ha permesso - il 28 febbraio scorso - di attaccare la Repubblica Islamica.

Anche perché dietro quella diatriba telefonica, confermata ieri da un Trump che ammette di aver dato del "fottutamente pazzo" a Netanyahu, che l'ha ridotta a "divergenze tattiche", si nasconde un evidente successo strategico dell'Iran. Imponendo il cessate il fuoco in Libano come questione chiave per la riapertura di Hormuz e il raggiungimento di una non meglio definita intesa sul nucleare con gli Usa gli iraniani stanno trasformano la trattativa in un'equazione irrisolvibile. Un'equazione capace di paralizzare l'amministrazione Usa e il governo Netanyahu condannando entrambi a un'irreversibile sconfitta nelle elezioni di autunno per il rinnovo del parlamento israeliano e del Congresso statunitense. Una doppia sconfitta che sancirebbe di fatto la vittoria ai punti della Repubblica Islamica.

Bloccare la macchina militare israeliana significa infatti mantenere in vita quella di Hezbollah e garantire la continuazione degli attacchi con missili e droni che hanno costretto all'esodo gli abitanti dei villaggi e delle cittadine israeliane al confine. La continuazione di quegli attacchi rischia di condannare alla sconfitta Netanyahu accusato dagli avversari di aver tenuto il Paese in guerra per tre anni senza aver sconfitto i due principali nemici, ovvero l'Iran e il Partito di Dio. D'altra parte accettare le condizioni di Teheran sul Libano e sacrificare l'alleato Netanyahu equivale a rinunciare all'opzione militare. E quindi all'unica minaccia capace di far paura Teheran. Sottoscrivendo le richieste iraniane sul Libano il presidente americano rischia insomma di ritrovarsi prigioniero di quella tela di Penelope dei negoziati che gli iraniani sono abilissimi a tessere e disfare ogni qualvolta ne hanno bisogno. Una tela che più si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm più si fa soffocante. I tempi stretti rendono complessa anche un'eventuale rottura delle trattative con Teheran e la ricerca di una vittoria sul campo. Sia la riapertura "manu militari" di Hormuz, sia il recupero dei 460 chili di uranio arricchito al 60% rimasti in territorio iraniano sono operazioni assai rischiose. E più passa il tempo più rischiano di costringere Trump ad affrontare il voto di novembre con un conflitto ancora in corso. O peggio, con il peso di un insuccesso militare.

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É a Economia, Putin. O custo crescente da guerra na Ucrânia “é insustentável”

Vladimir Putin foi avisado de que não pode permitir-se manter a sua guerra na Ucrânia ao ritmo atual, ao mesmo tempo que Kiev continua a somar vitórias na linha da frente e a devastar infraestruturas energéticas no interior profundo da Rússia. Altos responsáveis das finanças e o banco central russo terão instado o Kremlin a travar a escalada das despesas com a defesa, numa altura em que ambas as partes intensificam dispendiosos ataques aéreos contra infraestruturas vitais. Na sequência da vaga de ataques contra cidades de toda a Ucrânia durante a noite que de segunda-feira, matou pelo menos 22 pessoas,

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