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Premio Strega 2026, svelata la sestina finalista: Michele Mari in testa, sorpresa per Bianca Pitzorno. I nomi e i possibili vincitori

Tre donne e tre uomini in “sestina”. E tra Einaudi e Feltrinelli si intravede il Premio Strega 2026. Per il vincitore o vincitrice dell’80esima edizione del più prestigioso riconoscimento letterario italiano la sentenza arriva dal Teatro Romano di Benevento dove è avvenuto lo spoglio definitivo dei voti durante la soporifera diretta di RaiPlay.

È Michele Mari, autore di I convitati di pietra (Einaudi) ad aver ottenuto più voti di tutti, 280. Seguono da vicino Matteo Nucci, autore di Platone – Una storia d’amore (Feltrinelli) con 242 voti (in cinquina già nel 2010 e 2017) e la vera sorpresa della sestina, l’83enne Bianca Pitzorno che con La sonnambula (Bompiani) raccoglie 195 voti. Al quarto posto Teresa Ciabatti, già finalista dello Strega nel 2017, con Donnaregina (Mondadori), 184 voti. Mentre Alcide Pierantozzi, autore di Lo sbilico (Einaudi) raccoglie 170 voti dopo essere stato a lungo in testa nei primi due scrutini.

La cinquina, come da regolamento, si allarga a sestina per accogliere un editore medio-piccolo, qui L’orma che con Vedove di Camus scritto da Elena Rui allarga i concorrenti per la vittoria finale.

Escono quindi di scena sia il veterano Ermanno Cavazzoni e il suo ottimo romanzo Storia di un’amicizia (Quodlibet) dedicato a Gianni Celati e la 33enne Nadeesha Uyangoda, l’autrice italiana di origine srilankese che con Acqua Sporca (Einaudi) nei primi due scrutini sembrava aver centrato la cinquina. Anche il popolare Marco Vichi e l’onnipresente Christian Raimo rimangono lontanissimi dal sesto posto, penultimo e ultimo, confermando che lo Strega soprattutto per Vichi non è una questione di copie vendute.

A succedere ad Andrea Bajani, però, sembra essere Mari che con I convitati di pietra, un bizzarro e perfido patto alla It tra compagni di scuola, sembra aver già convinto da tempo gli Amici della Domenica. Nel caso, per Einaudi – che in finale va con due titoli – sarebbe il quarto Strega (Cognetti, Desiati, Di Pietrantonio) negli ultimi dieci anni. Le uniche insidie al 70enne poeta e traduttore milanese arrivano solo dal solenne Platone – Una storia d’amore di Matteo Nucci (a Benevento con un chiodo in fintapelle alla Marlon Brando) e con una delle autrici, principalmente per bambini, più vendute in Italia (oltre due milioni di copie), la sassarese Bianca Pitzorno che con La sonnambula entra nella storia di fine ottocento di una inventata città sarda per seguire le gesta di una veggente che sviene e predice il futuro.

La finale con la proclamazione del vincitore/trice avverrà l’8 luglio per la prima volta nella splendida cornice del Campidoglio a Roma.

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“Dai salari alle violenze, le promesse alle donne non mantenute. Dobbiamo lavorarci”: il discorso di Paola Cortellesi al Quirinale

“Quando finalmente la voce delle donne ebbe un peso”. Non poteva esserci figura più adatta per celebrare gli 80 anni della Repubblica italiana. È stata Paola Cortellesi, regista e protagonista dell’exploit cinematografico campione d’incassi C’è ancora domani (2023), a ricordare da Piazza del Quirinale a Roma, durante le celebrazioni ufficiali, come la Repubblica sia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, e come in quei giorni fu finalmente concesso il diritto di voto alle donne.

“Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne”. Cortellesi si è soffermata sul fatto che durante il Ventennio mussoliniano “la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza (…) in un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare”. Esaltazione della maternità, impossibilità di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei, insomma un orientamento politico forzato verso i “lavori donneschi”.

È qui che Cortellesi cita alcuni passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo: “La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia”. E ancora: “Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”. “In sintesi – chiosa ironica Cortellesi – vengono a rubarci il lavoro”.

L’attrice e sceneggiatrice ha ricordato che nonostante “questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi”. Cortellesi ha quindi elencato tre partigiane della Resistenza: Teresa Vergalli – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni; Tina Anselmi, poi diventata deputata della DC, che a 17 anni fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza e quindi decise di unirsi alla Resistenza; infine Irma Bandiera, la bolognese emiliana che venne catturata da una squadra fascista, torturata fino alla morte dai repubblichini, ma che non rivelò mai i nomi dei suoi compagni preferendo morire.

“Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia”. “C’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso (…) quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate”. L’attrice e regista ha così concluso il suo lungo intervento rivivendo in una sorta di loop la sua interpretazione di Delia in “C’è ancora domani”, ricordando l’alto valore simbolico e politico di quel diritto al voto avvenuto proprio nel 1946. “Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura”.

Con la Repubblica è nata “la promessa di un Paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire e scegliere chi governa partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta – ha aggiunto -. L’effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico dobbiamo, perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte”.

E la strada è ancora lunga: “Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla”. Citando ancora Irma Bandiera, Cortellesi ha concluso: “Prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: “Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa”. Quelli “dopo di lei”, siamo noi”.

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Abbattuto due volte in un mese: il caso incredibile del colonnello “DUDE44”, il pilota Usa nei cieli dell’Iran

Il pilota dell'F-15E Strike Eagle abbattuto sull'Iran era già stato abbattuto su uno dei tre caccia caduti nei cieli del Kuwait per singolare caso di “fuoco amico” nei primi giorni dell’operazione Epic Fury. Così, il colonnello che svolgeva il ruolo di ufficiale addetto ai sistemi d'arma si è trovato a lanciarsi due volte in poco più di un mese di operazioni di combattimento nel Golfo.

La notizia è stata riportata ieri dal portale The High Side, che ha citato funzionari dell’US Air Force, e confermata da CBS News, che ha citato a sua volta due fonti a conoscenza dei fatti.

Mentre il Comando Centrale degli Stati Uniti responsabile delle operazioni in Medio Oriente non ha ancora rilasciato dichiarazioni o commenti in merito, il nominativo, o call sign, del pilota, noto come “DUDE44”, sembra lasciare pochi dubbi sulla straordinaria singolarità degli eventi che lo avrebbero visto eiettarsi due volte, il 2 marzo e il 3 aprile, da un aereo da combattimento biposto raggiunto e abbattuto da un missile. Secondo quanto reso noto dalle fonti, il pilota avrebbe inoltre riportato delle ferite a causa del “malfunzionamento” del paracadute che non si sarebbe aperto correttamente dopo l’eiezione nei cieli iraniani.

Le ferite riportate dal pilota, che nel caso di eiezione viene letteralmente sparato fuori dall’abitacolo dalla propulsione a razzo del suo seggiolino, hanno aumentato le difficoltà della sua fuga in territorio ostile. Fuga terminata con l’operazione di ricerca e soccorso in combattimento che ha coinvolto le forze speciali statunitensi, che hanno approntato una pista avanzata nel cuore del territorio iraniano, e dell’intelligence, che avrebbe impiegato per la prima volta un particolare tipo di tracciamento che rileva, attraverso il battito cardiaco, l’esatta posizione del pilota rimasto nascosto sulle alture a nord dell’Iran per quasi due giorni.

In entrambi i casi, DUDE44 volava su uno degli F-15E Strike Eagle, un collaudato cacciabombardiere biposto, schierati assieme al resto dell’imponente “armata aerea” che gli Stati Uniti hanno inviato in Medio Oriente per condurre le missioni di combattimento previste dall’Operazione Epic Fury, attualmente ancora in corso.

Il primo abbattimento, dovuto a un singolare caso di fuoco amico che si ritiene abbia coinvolto un singolo caccia dell’aeronautica kuwaitiana, un F-18 che era impegnato, come i tre F-15 entrati nel mirino dei suoi missili, a “difendere” lo spazio aereo dalle minacce iraniane, avrebbe confuso l’amico con il nemico per via di un malfunzionamento dei sistemi IFF, acronimo di Identification Friend or Foe, un transponder che trasmette un “segnale criptato che i radar terrestri dotati di IFF possono leggere”, distinguendo l’amico dal nemico, e che avrebbe quindi dato luogo a un incidente “blu-on-blu”, come viene definito il fuoco amico.

Il secondo abbattimento è avvenuto durante una missione nei cieli iraniani, quando l’F-15, che si ritiene appartenesse a uno squadrone proveniente dalla base RAF di Lakenheath, il 48th Fighter Wing, è entrato nel mirino di un missile a ricerca di calore o di un sistema di difesa aerea portatile, o MANPADS, di fabbricazione cinese, fornito con una partita di armi giunta nei primi giorni di guerra.

Come sappiamo, dopo l’abbattimento gli Stati Uniti hanno lanciato un’imponente missione Combat Search and Rescue che ha coinvolto Pararescuemen dell’Aviazione e Navy SEAL della Marina. Nel corso dell’operazione, durata ben 36 ore, sono andati persi diversi droni, un aereo da attacco al suolo A-10 Thunderbolt impiegato nel ruolo “Sandy”, abbattuto durante il recupero del primo pilota, due MC-130 Commando II che rimasero impantanati sulla pista improvvisata in territorio iraniano e tre elicotteri MH-6 Little Bird, distrutti a terra per non lasciarli cadere in mano nemica.

Che un pilota venga abbattuto e si eietti in sicurezza una volta nelle operazioni guerra contemporanee è già un evento raro. Ma che sia costretto ad eiettarsi due volte durante lo stesso conflitto è davvero un evento raro. Sono stati registrati casi simili in passato, ma risalgono a decenni fa. Secondo una delle fonti consultate, l'ultima volta potrebbe risalire addirittura alla guerra del Vietnam. Se tutte le informazione verranno confermate, il Dude44, è un pilota davvero fortunato.

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Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

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“Niente rogatoria sulla testimone”. Grazia a Nicole Minetti, la procura generale di Milano conferma il parere e smentisce il Fatto Quotidiano

La Procura generale di Milano non cambia idea e dopo la richiesta del Quirinale su nuovi accertamenti in seguito agli articoli del Fatto quotidiano, oggi ha confermato il suo parere positivo alla richiesta di grazia di Nicole Minetti. Secondo parere, perché il primo aveva portato alla concessione della grazia all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi nel febbraio scorso. Qui ora, però, c’era da rimettere sul tavolo una complessa istruttoria dopo le rivelazioni del Fatto soprattutto sullo stile di vita di Nicole Minetti che, stando alle testimonianze raccolte, non era affatto cambiato rispetto alle cene eleganti di Arcore.

Nella sua richiesta di grazia, invece, l’ex olgettina spiegava di aver tagliato con quel passato che gli era costato una condanna a tre anni per favoreggiamento alla prostituzione e peculato. “Dagli accertamenti svolti – scrive la Procuratrice generale Francesca Nanni – risulta che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito e in base al quale sono state assunte le determinazioni da parte delle Autorità competenti nell’iter procedimentale nella concessione della grazia”. Dopodiché la Procura generale rispetto alla testimonianza della massaggiatrice uruguaiana che al Fatto ha raccontato di feste ed escort gestire da Minetti nel ranch a Punta dell’Este del compagno Giuseppe Cipriani, ha spiegato che “non si è proceduto ad accertamenti mediante rogatoria internazionale in quanto il trattato di cooperazione giudiziaria in materia penale tra Italia e Uruguay ratificato con legge n. 45 del 22 aprile 2022, è finalizzato all’acquisizione di prove o elementi di prova nel corso di un procedimento penale”.

In questo caso, né in Italia né in Sudamerica è incardinato un fascicolo su Minetti. Prosegue poi la Pg: “Contrariamente a quanto riportato sul Fatto quotidiano risulta che il decesso in circostanze non chiare non riguarda il legale dei genitori del figlio adottivo ma si tratta del legale di quest’ultimo, favorevole all’adozione, nel cui procedimento non vi è stata alcuna battaglia legale, non essendosi costituiti i genitori naturali, rappresentati dal difensore d’ufficio ed essendo risultata da sempre irreperibile la madre biologica del minore”. Inoltre, secondo la Pg, “non emergono irregolarità nel procedimento di adozione riconosciuto in Italia dal Tribunale per i Minorenni di Venezia”.

Sul fronte di possibili nuovi fascicoli a carico di Minetti e del compagno Cipriani, le attività di indagini delegate al Nucleo operativo dei carabinieri di Milano e all’Interpol, hanno verificato che “non vi sono segnalazioni di reato o pendenze giudiziarie o coinvolgimento in inchieste di alcuna natura in Uruguay e in Spagna”. Inoltre “risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai Carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni, affermazioni rese originariamente al Fatto Quotidiano dalla massaggiatrice, dapprima con modalità anonime e in seguito con indicazione del proprio nominativo”.

Infine sulla questione sanitaria riguardo allo stato di salute del bambino uruguaiano adottato dalla coppia, la Procura generale ha una posizione netta: “E’ confermato il grave quadro sanitario del minore in cura al Boston Children’s Hospital, oltre che in Italia”. Resta poi documentato “il volontariato in Italia e la presenza pressochè stabile di Nicole Minetti a far tempo dal gennaio 2024 e per tutto il 2025”. Chiusa in questo modo l’istruttoria la Procuratrice generale Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa, entrambi titolari del primo parere positivo, hanno inviato il dossier al ministro di Giustizia Carlo Nordio “al fine di consentire al ministero e alla Presidenza della Repubblica di assumere le determinazioni di rispettiva competenza”.

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